Supplementi

Il giuramento

Il canone del romanzo europeo,  di cultura occidentale in genere, prevede che la scrittura la si faccia per far divertire, non è un caso che agli albori della Letteratura la narrativa sia  stata condannata dalla Chiesa, ne è testimonianza l’implicita riprovazione che fa Dante nel canto V dell’Inferno alla Letteratura cavalleresca che era stata la responsabile dell’invaghimento di Paolo e Francesca e della loro successiva morte definitiva all’Inferno. Boccaccio, che esplicitamente afferma di scrivere per sorreggere la solitudine delle donne costrette a casa, subì la condanna della Chiesa  forse più per l’obiettivo ludico che aveva dato  alla sua scrittura letteraria che non per la licenziosità di non poche novelle.
Il canone letterario africano, da quel poco che conosco, si discosta in maniera notevole da quello europeo occidentale perché non pone alla base della scrittura il divertimento ma l’insegnamento. La Letteratura, sia essa in prosa che in poesia ha la funzione di dire qualcosa sul bene e sul male, sui valori e disvalori, sulla positività o meno di fatti e accadimenti.
Questa tipicità letteraria non mi sembra che appartenga a tutto il continente africano perché già la letteratura del Nord Africa, da quella egiziana a quella di tutto il Maghreb, è molto più simile alla tipologia della Letteratura occidentale ed è difficile dire chi abbia influenzato per prima l’uno o l’altro canone. Le novelle del testo Le mille e una notte servivano a far divertire il sultano e allontanare da lui il desiderio di vendetta.
Il centrafrica manifesta invece in modo spiccato la caratteristica della Letteratura  “morale”.
Il giuramento di Cheikh Tidiane Gaye rientra totalmente  in questa tipologia. La struttura narrativa è semplice e serve essenzialmente a sostenere le tesi sociali, economiche e filosofiche del narratore.
Ne deriva che se si vuole discutere del valore di questo testo non ci si può esimere dal prendere in considerazione proprio gli obiettivi comunicativi che l’autore si è posto.
I formalisti russi avevano individuato una legge interna ad ogni testo narrativo e/o teatrale e cioè che ogni narrazione  stabilisce dei  conflitti fra i personaggi il cui esito manifesta in maniera chiara la “ideologia” di fondo dell’autore che si serve del narratore per esprimerla.
Mi pare che il testo dello scrittore di origine senegalese manifesti in maniera eclatante la volontà di esporre la sua “filosofia” sia sull’Africa che sugli aspetti di modernità che stanno investendo il continente.
Al di là delle pagine ricche di proverbi che vogliono riproporre la cultura africana, animistica, al di là dell’attenzione al valore della parola, se si vuole cogliere più a fondo il senso di questo romanzo bisogna individuare i conflitti che emergono dalla vicenda. A me pare che essi siano essenzialmente: a) il problema della poligamia e della sua positività o negatività; b) la primarietà dei sentimenti dell’amore in contrasto con la tradizione che assegna  ai genitori la scelta della sposa o sposo; c)La   divisione in caste; d)l’uso della ricchezza  in funzione di uno sviluppo sociale o meno.
La poligamia appartiene alla tradizione culturale africana, musulmana, ma in questo testo più volte il narratore si interroga sulla positività di questa istituzione che impedisce una paternità responsabile, che confina la donna in una posizione subalterna e sottomessa a quella dell’uomo. Non solo, ma si scatenano rivalità fra le varie mogli che spesso danneggiano gli stessi figli. La vicenda di Maï è esemplare. La sua fine rivela da una parte la condanna di ogni atteggiamento di gelosia e di superbia, dall’altra però mette in discussione proprio l’istituto della poligamia. Maï non si sarebbe rivelata così malvagia se fosse stata l’unica moglie e avesse seguito con maggiore attenzione il marito. La vicenda anche di Dauada, suo figlio è esemplare dimostrazione della condanna della poligamia. Se egli non avesse sposato  Fatou, avrebbe conservando la sua capacità imprenditoriale. E’ evidente la linea emancipatoria rispetto a questa istituzione a la messa in discussione del valore della tradizione della poligamia. Già in questo è possibile notare la forte dialettica che si stabilisce fra modernità e tradizione. Dirà il narratore: “Forse la causa di tutto questo, oltre che delle guerre fra le caste, va ricercata anche negli effetti collaterali della poligamia.
La vicenda di Deguène e Yaya, una sorta di Giulietta e Romeo, ribadisce ancor più corposamente la tensione fra modernità e tradizione. Deguène per amore accetta relazioni prematrimoniali, del tutto al di fuori dal costume e dalla tradizione africana, ove mantenere la verginità fino al matrimonio è essenziale anche e specialmente al buon nome non solo del singolo ma dell’intera famiglia d’appartenenza. Intanto la morte dei due piuttosto che una imitazione del dramma shakespeariano denuncia nel profondo una condanna da parte del narratore dello strappo alle tradizioni perpetrato dai due su tre linee, quella della rottura della verginità da parte di Deguène prima del matrimonio, il tentativo del superamento della divisione in caste, il suicidio condannato anche dalla religione d’appartenenza. E d’altra parte si avverte la pietà e la vicinanza ai due giovani legati sentimentalmente fra di loro. Ancora quindi conflitto, ancora dialettica fra modernità e tradizione.
La morte di Maï e di suo figlio oltre che “effetto collaterale  della poligamia”  può essere visto come una totale condanna del male.
La persona di Cheikh, sindacalista incorruttibile stabilisce un altro motivo di dialettica fra modernità e tradizione. Nella tradizione la comunità non ha bisogno del sindacalista perché sono i detti, i proverbi dei padri a dettare i comportamenti più giusti. La presenza del sindacalista sta ancora a dimostrare che la modernità, anzi la contemporaneità viene quasi invocata dal momento che la tradizione non è sufficiente a ristabilire la giustizia, unico e vero pilastro di una società sana.

IL testo di Cheikh Tidiane Gaye, quasi a ribadire che lo strumento della narrazione è secondario rispetto agli obiettivi della scrittura, viene completato da una sorta di breve testo teatraleL’alba dei tre re, con tre personaggi appartenenti a tre religioni distinte e presenti nell’Africa anche d’oggi: la religione animista, la musulmana e la cristiana. Il testo teatrale sogna  un possibile incontro e riconciliazione delle tre religioni in funzione di una rinnovata via di sviluppo e pace dell’Africa. Infine nello stesso testo, nella parte finale, sono pubblicate due poesie: Madre Africa e Fratelli di sangue. Nella prima si inneggia alla possibilità di un’Africa riunificata e pacificata. Singolare è il tema dell’impossibilità del cantare fino a che tragedie attraverseranno paesi del continente africano. “Madre Africa/ Non canterò/ mentre l’Africa fatica a ricomporsi”. E’ un po’ il tema degli ebrei che hanno appeso le loro cetre sugli alberi perché sono in terra straniera, oppure quello di Quasimodo dell’impossibilità di cantare con la presenza dello straniero nella propria patria.
In Fratelli di sangue si invoca la possibilità del ritorno per tutti coloro che sono stati costretti a lasciare l’Africa. “Venire è il vostro nome/ Restare è il vostro cognome/ Venire e restare vi appartiene”

L'autore

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi "Il carro di Pickipò", ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa "La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione".
In e-book è pubblicato "Anatomia di uno scrutinio", Nel 2018 è stato pubblicato il suo romanzo "La strega di Lezzeno", nello stesso anno ha curato con Matteo Andreone l'antologia di racconti "Pubblichiamoli a casa loro". Nel 2019 è stato pubblicato l'altro romanzo "Il terrorista".