Kossi Komla-Ebri
Là dove il vento cambia
Cosmo Iannone Editore, 2026
L’ultima fatica di Kossi Komla-Ebri presenta novità significative che l’autore togolese sperimenta nella forma di scrittura che lo caratterizza. Il romanzo propone un narratore esterno che possiamo definire onnisciente poiché conosce la vita di ciascun personaggio, a volte fin dalla nascita. L’aspetto più significativo è la presenza di una molteplicità di personaggi protagonisti. Si può affermare che non ne esiste uno principale attorno a cui gli altri ruotano, ma ognuno ha la medesima importanza. Siamo di fronte ad una “democrazia” degli attori che popolano la narrazione di questo romanzo. Questa organizzazione fa sì che non esista un’unica vicenda. Non c’è il plot come direbbero i critici. Ce ne sono tanti quanti sono i personaggi che non necessariamente sono legati fra di loro. Ciascuno di essi è attore di più microstorie che possono collegarsi, ma possono anche essere indipendenti fra di loro perché non c’è rapporto causa-effetto delle varie vicende. La struttura narrativa sembra assomigliare ad un insieme di racconti riguardanti vari personaggi colti in diverse situazioni e in una loro dinamica di vita. Si potrebbe a prima vista essere indotti a ipotizzare un frastagliamento di episodi. Il romanzo però diventa tale perché esiste un centro narrativo che tiene unificate le diverse vicende dei vari personaggi: possiamo affermare che è lo spazio l’elemento fondamentale della struttura narrativa di quest’opera. È l’ospedale di Ouati, in Togo, gestito da religiosi italiani che fa da catalizzatore di fatti, di vicende che si succedono, si accavallano, si snodano facendo sì che i vari personaggi possano in qualche modo incontrarsi tessendo relazioni positive o negative come avviene in ogni spazio circoscritto del nostro pianeta. In questo ospedale si curano i malati senza chiedere loro preventivamente la somma necessaria per le cure, diversamente da come avviene in tutti gli altri ospedali della nazione, dove è necessario pagare in anticipo. Raggiungere questo spazio, in questo caso spazio chiuso, diventa anche l’occasione per un ritorno in sé stessi. Il narratore aggiunge che “…il trasferimento in un nuovo ambiente, come l’Africa possa mettere a dura prova le relazioni personali”. Si può affermare che ciò accade a tutti coloro che prestano servizio in questo ospedale che si rivela essere un micromondo in cui amori crescono, ma anche si sciolgono perché “l’amore è come un cristallo splendente e trasparente: riflette la luce in mille sfaccettature, ma basta un piccolo urto per incrinarlo e frantumarlo. Eppure in questa fragilità risiede la sua bellezza.” Il narratore insiste molto sulla dinamica dei rapporti personali che qui nascono quasi in maniera inaspettata e impensabile, ma anche sulla rottura di amori che sembravano inossidabili. Aver messo lo spazio al centro della narrazione sottende un forte senso poetico. Lo spazio, come avevano già individuato i formalisti russi, gioca un ruolo essenziale nella dinamica della persistenza o dell’evoluzione della personalità dei vari soggetti umani. In questo caso è lo spazio chiuso, come già detto, che genera una dinamica di introspezione e quindi di messa a nudo delle proprie problematiche. Non è l’Africa in sé che costringe gli individui ad un ripensamento delle proprie relazioni, ma lo spazio chiuso, in questo caso un ospedale. Nello svolgersi delle vicende sembra quasi che le relazioni più strette vadano in frantumi. La dimensione spaziale sembra fungere da catalizzatore degli avvenimenti.
Un altro aspetto significativo è quello della migrazione, che riguarda per svariati motivi ciascuno degli attori di questo romanzo. Ad eccezione di una coppia di italiani che si sposta dal proprio paese per vaghi motivi turistici, tutti gli altri intraprendono l’allontanamento dal luogo di nascita per serie ragioni. C’è chi lo fa per un amore fallito, chi invece per realizzare una esperienza lavorativa (in questo caso nel settore medico) che non è possibile fare nel paese d’origine, c’è chi in parte scontento della propria situazione cerca di risolverla cambiando spazio, strambando dal percorso lineare della propria vita. Ci sono anche parecchi che ritornano al territorio che li ha visti nascere e crescere, quasi come per assolvere ad un debito di riconoscenza: si sentono debitori nei confronti della loro terra perché hanno potuto costruirsi una vita e una professione dignitosa, diversamente dalla stragrande maggioranza della comunità che li ha visti nascere.
Un personaggio viene trattato con maggiore attenzione di altri, maggiore approfondimento nella sua crescita e maturazione: si tratta del dottore togolese Edem Kuevi, che lavora nell’ospedale proprio perché vuole essere d’aiuto alla sua gente. Il narratore racconta i momenti della sua fanciullezza, degli studi intrapresi in un collegio in Francia, dell’intenso lavoro per prendere la laurea in medicina in Italia, dell’amore per una ragazza italiana, Anna, che poi sposa; il trasferimento a Ouati con la moglie in attesa di un bimbo; la nascita del figlio Francesco Kossi Kuevi; la separazione dalla moglie e il ritorno di questa in Italia. Sembrerebbe che in qualche modo la descrizione della maturazione di Edem, narrata così dettagliatamente, sia tratta dall’esperienza personale dell’autore, che il narratore si assume il compito di farci conoscere. Non c’è infatti nessun altro personaggio di cui si racconti gran parte del la vita, praticamente dalla nascita alla fine del matrimonio.
Non poteva mancare In un romanzo centrato in ambiente africano la relazione con l’animismo, una sorta di religione tuttora presente nella credenza delle popolazioni subsahariane. In una pagina del romanzo la fede animistica viene spiegata in poche parole: “Il morire non è scomparire per l’africano. I morti non sono morti. Essi vivono nel regno degli antenati, sono nell’ombra che si rischiara, nell’ombra che si infittisce. I morti non sono sepolti: sono nell’albero che freme, nel bosco che geme, nell’acqua che scorre e che dorme, nella capanna e nella folla. I morti non sono morti.”. Essi agiscono e determinano la vita delle persone a volte quasi in maniera inflessibile ponendosi come esseri che favoriscono o meno la felicità degli individui. Sono intransigenti quando qualcuno della comunità ha commesso delle colpe. Come nella Bibbia si dice che le colpe dei padri si ripercuoteranno sui discendenti fino alla settima generazione, qui si fa presente che le colpe degli avi ricadono su tutte le generazioni successive in maniera implacabile. Un personaggio, Ben Djakui, non comprende le ragioni del perché ogni cosa a lui si tramuti in disgrazia. Consulta uno degli stregoni del territorio, il quale, messosi in contatto con gli spiriti, elenca tutte le malefatte degli antenati, la cui colpa si riversa sulle discendenze successive e quindi anche su di lui. Nella narrazione però non si dice come si possa riparare a questo e se è possibile che attraverso espiazioni la colpa degli antenati possa essere in qualche modo rimossa.
Ma nella cultura di queste zone dell’Africa, sembra dire il romanzo, la relazione fra gli individui si costruisce e vive all’interno della comunità, che sorregge e aiuta ciascuno quando è in difficoltà. La responsabilità individuale è lontana da questa cultura. Cosa è allora più salvifico per l’uomo? La responsabilità individuale senza alcun legame con le ascendenze e con la comunità d’appartenenza, oppure uno stretto legame con esse così che ogni azione positiva o negativa non ricade solo sul singolo ma attiene anche alla comunità e si prolunga nel tempo? Non pare che si dia una risposta a questo quesito che scaturisce proprio dalla vicenda di Ben Djakui. L’individuo, se singolo, ha poca possibilità di esprimere se stesso perché, come dice ancora la Bibbia: “Guai all’uomo solo”. Il romanzo vuole forse significare che solo la comunità, proprio con la sua capacità di solidarietà, può dare una opportunità di salvezza all’uomo.
Raffaele Taddeo febbraio 2026
