Stanza degli ospiti

Lievito di birra

Scritto da Monica Dini

 

Sebbene io sia un solitario adesso basta.

È stato un inizio come per altre storie. Un chiacchiericcio sui cinesi e su quello che mangiano. Io ero in ferie e ne avevo bisogno. In tv non parlavano d’altro poi una mattina sul giornale online ho letto che il virus partito dalla Cina era arrivato da noi. Ho guardato l’incidenza della mortalità, era tipo quella dell’influenza invernale, quindi? Poi mi è capitato di vedere in tv quel medico cinese con gli occhi da boga tanto spaventato che ci avvertiva di qualcosa. Perché? In ogni caso doveva avere le sue ragioni. È morto dopo poco.

Però capita, in certi posti, che si muoia perché ci si spaventa troppo.

Comunque stavo sul divano a leggere Tex quando mi chiamarono dal lavoro. Era Maggio il mio collega che mi comunicava la chiusura del negozio per arginare l’infezione.

Lockdown. Tutto il paese, intendo tutta la nazione.

Compresi quelli senza pc.

Me lo ricordo bene, perché da allora per almeno dieci giorni mi sono sentito ammalato. Il tempo dell’incubazione. Un virus tanto contagioso ed io avevo lavorato in un posto dove ogni giorno passano centinaia di persone. Anche turisti delle aree più colpite.

Dovevo stare male.

Rimanevo in attesa. Ascoltavo. A tratti mi pizzicava la gola, l’intestino mi dava uno strizzone. Avevo la fascia alla testa. Il callo sotto al piede sinistro era fastidioso in modo insolito.

Mi rassicuravo sniffando salvia, perché uno  dei sintomi della malattia è la perdita dell’olfatto. Alla tv, intanto, processioni di cadaveri. Gente sui mezzi pubblici con buste di nylon infilate sopra ai vestiti. Supermercati presi d’assalto. Inviti a non prendere d’assalto i supermercati. Severi state a casa. Mendicanti senza mascherina, mozzi di barconi, proprietari di seconde case. Nemici. E la parlata da guerra. Il virus un guerrigliero. Il coprifuoco. La certificazione per spostarsi. L’assoluta mancanza di lievito di birra negli scaffali.

Sui social: andrà tutto bene dai terrazzi, pace e amore per tutti. Camosci beneauguranti nei giardini. Delatori di chi era già tre volte che portava il cane a passeggiare. Feroci produttori di maiuscole per il vergognoso assembramento sul lungomare di Siena.

Per tutta la mia auto quarantena ho osservato dal divano.

Quando ho capito di averla scampata sono andato al supermercato. C’era una coda lunga, una persona sola per carrello. Termoscanner, mascherine, guanti, gel. Ghostbusters  integrali.

Un virus radioattivo.

Ognuno a distanza di un metro con i piedi rigorosamente sulla propria linea gialla.

Un virus educativo. Ha insegnato a fare la fila. Solidale. Ha insegnato a scrivere sugli scaffali è vietato acquistare più di due pezzi alla volta. Ci sono anche gli altri.

Comunque stavamo in fila da un’oretta quando una sottana sei o sette strisce gialle più avanti si scompone, barcolla, si affloscia sull’asfalto. La coda si sfilaccia ognuno va il  più lontano possibile. La sottana è immobile sul selciato. Mormorano. Io corro per aiutarla e la fila si sparpaglia ancor di più.

Altolà! Grida qualcuno. Ma non a me. Io vado in aiuto.

Altolà! Torni immediatamente al suo posto.

È il tizio della sicurezza ha gli occhiali a specchio e in mano uno sfollagente. Ce l’ha con me.

Ma veramente! Gli dico.

Sì, stia al suo posto veramente.

Arriva l’ambulanza. Rimossa la sottana la fila si ricompone ma nessuno vuol camminare sull’area dove era stramazzata.

Da questa esperienza ne usciremo migliori. Me lo ricorderò insieme ad andrà tutto bene.

A casa mentre stavo mettendo a posto la spesa mi chiama Maggio. Mi chiede se mi sono levato le scarpe prima di entrare. Se ho lasciato fuori le buste della spesa per buttarle subito insieme alle mele che ho comprato sfuse perché non ho ascoltato bene per quanto tempo il virus sosti sulle superfici. C’è una tabella pare.

Ma veramente! Gli ho detto.

Era certo di quello che diceva.

Una gran fortuna essere certi di qualcosa.

Comunque ho mangiato una mela sul divano, ma dopo per un po’ mi sono sentito di nuovo ammalato. Perché anche se non credi a tutto quello che ti propinano qualcosa ti contamina. Stavo lì sdraiato e mi sembrava che l’aria fosse opaca di virus, come in quel libro su Chernobyl dove un tizio dice che le radiazioni si vedono. Sfavillano.

Va bene mi sono detto. Non si vedono i virus stando sdraiati sul divano. E anche ho detto basta alla tv pubblica, ricchezza della comunicazione indipendente tutta uguale e soprattutto monotematica. Tutte le altre notizie sono sparite. Basta a bollettini di guerra sui giornali online, perché poi chiamare guerra una pandemia, mi sembra che autorizzi, sempre per contaminazione,  alle altre parole: nemici, coprifuoco, limitazione della libertà compresa quella di parola. Basta a numeri oscuri su contagi, ricoveri, morti. Una matematica circuita.

Sono un solitario.

Oggi a distanza di un anno, Maggio, quel mio collega, mi parla della vacanza con sua moglie che finalmente ha organizzato per le nozze d’argento. Mi dice che faranno il vaccino. Lui dice che devo farlo anch’io. Anzi dice, certo che lo devi fare!

Ma io sono un solitario stanco. Un uomo senza certezze. La mia è proprio una reazione priva di  volontà. Affetto da una specie di allergia che si appuntisce negli anni, sono attivo, mi documento, mi impegno a capire. E stacco a periodi regolari la flebo a getto continuo che sembra normale avere in vena. Un liquido senza dubbi. Riposante. Che ti porta dove, per qualcuno, è certo che devi andare.

L'autore

Monica Dini

Monica Dini vive e lavora a Camaiore paese della campagna toscana. Ha pubblicato le raccolte di racconti: Sulle Corde a cura della Società Speleologica Italiana (2006), Leggerezze – Besa Editrice (2009), Lezzo – Tralerighe Libri (2015), Angoli Acuti – Tralerighe Libri (2017). Uno dei suoi lavori è presente nella raccolta di racconti HOTell Storie da un tanto all’ora edita da WhiteFly Press. Ha collaborato fino alla fine con la rivista on-line Sagarana diretta dal Prof. Julio Monteiro Martins, è stata più volte ospite della rivista on-line El-Ghibli diretta dal Prof. Pap Khouma, ha collaborato la rivista Prospektiva di Andrea Giannasi. Alcuni suoi racconti sono apparsi su La Macchina Sognante la cui macchinista è la scrittrice Pina Piccolo. Un suo scritto è presente nel primo numero della rivista DieciCento fondata da Carlos Bolaños e Nicola Feo (2017).

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