incontro con Saidou Moussa Ba e Alessandro Micheletti

a cura di raffaele taddeo

Saidou Moussa Ba è nato a Dakar nel 1964 ed è in Italia dal 1988.

Alessandro Micheletti, nato nel 1951 a Milano, ha lavorato come consulente editoriale ed ora come bibliotecario.


La collaborazione fra i due è nata nei primi anni ’90 ed ha proseguito per anni, così che hanno potuto dare alla stampa due testi scritti La promessa di Hamadi e La memoria di A. Saidou Moussa Ba continua la sua attività culturale impegnandosi in molte iniziative di educazione alla intercultura in scuole e altre realtà.

I primi scritti della letteratura della migrazione erano caratterizzati dal fatto che gli stranieri co-scrittori non erano autonomi nella produzione e manipolazione della lingua italiana. Furono romanzi, resoconti, diari, che, si disse, erano “scritti a quattro mani” perché se i fatti, le narrazioni erano propri dello straniero, i responsabili linguistici erano invece per lo più giornalisti. Dopo poco più di un decennio gli stranieri si sono emancipati e hanno incominciato a produrre testi autonomamente. E’ pur vero che alcuni di essi hanno studiato in Italia, hanno fatto almeno un percorso universitario, oppure alcuni hanno avuto familiarità con la lingua fin dalla puerizia, ma altri, non pochi, hanno invece dimostrato la loro autonomia, pur non essendo in situazioni privilegiate sul piano linguistico come quelli a cui ho accennato sopra. E’ così per un Melliti, ma è anche così per Pap Khouma, di cui è stato pubblicato un secondo romanzo recentemente e che scrive su riviste e giornali.
Ciò che mi preme sottolineare però non è questo straordinario dato e che pone la letteratura della migrazione in situazioni particolari rispetto a quelle che si hanno negli altri paesi, quanto ritornare a considerare se la produzione a quattro mani possa considerarsi solo un fatto storico legato ai quei momenti pionieristici oppure non possa rivivere come progetto di scrittura fra italiani e stranieri, conglobando così esperienze e pluralità culturali che potrebbero anche diventare significative. In Italia d’altra parte l’esperienza della produzione collettiva si è avuta con il progetto Wu Ming, laboratorio gestito da un collettivo di agitatori della scrittura. Perché allora non ritenere la scrittura a quattro mani, a più mani un’esperienza avanguardistica da riproporre proprio per sperimentare la possibilità del meticciato culturale e narrativo?