Interventi

Appunti su nomadismo e stanzialità

Nella storia delle culture e dei comportamenti umani da millenni di è sviluppata una sorta di dialettica fra nomadismo e residenzialità. Non è solo questione di transizione da un periodo in cui vige la caccia ad un altro in cui si stabilisce la forma dell’agricoltura e dello sfruttamento intensivo del territorio. Si tratta di forme di pensiero, di rapporto con il territorio, di rapporto con gli altri uomini che sono differenti a seconda che alligni una o l’altra forma. Perché si potrebbe affermare che nel momento in cui nella storia dell’umanità si è fatta strada la residenzialità si è venuta a creare una spaccatura fra gli uomini che in tempi più o meno lunghi ha voluto anche solo e solamente dire una diversa modalità di organizzarsi specialmente in rapporto al territorio, ma che poi ha finito per diventare forma ideologica, forma religiosa, forma spirituale differente. Il singolo uomo ha introiettato questa dialettica interna all’umanità così che anche vivendo nel residenziale si privilegi il nomadismo (chiameremo più avanti mobilità) o al contrario vivendo nel nomadismo si finisca per aspirare alla residenzialità.
Un primo aspetto che mi sembra importante cogliere all’interno di questo fenomeno è come si collochi la Bibbia in questa dialettica. Prendo la Bibbia perché lo si può considerare testo fondamentale della cultura occidentale e che lo sia letto o meno da quel testo dipende la gran parte delle nostre convinzioni e delle nostre scelte morali.
La Bibbia all’origine pone il fatto del migrare come costitutivo dell’essere uomo. Almeno tre racconti iniziali ne costituiscono il fondamento.
Gen. 3,23 “ Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto”.
Gen.4 11 “Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. 12 Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». 13 Disse Caino al Signore: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono! 14 Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere». 15 Ma il Signore gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!». Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato. 16 Caino si allontanò dal Signore e abitò nel paese di Nod, ad oriente di Eden.
Gen. 12 1 Il Signore disse ad Abram: «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. 2 Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. 3 Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra».
4 Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni.
Potrebbero essere molti i significati che si intrecciano e si possono individuare a partire da ciascuno di questui tre brani. Incominciamo dal racconto della scacciata di Adamo alla storia di Caino. Adamo è scacciato dal giardino di Eden “perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto”. Sia il nomadismo che la sedentarietà sembrano qui condannati, l’andare di Adamo è una “cacciata”, come lo è anche “lavorare il suolo”. L’andare di Adamo è una condanna. Ma anche il lavorare la terra è una punizione. Sia il nomadismo (l’andare di Abramo), che la residenza (il lavorare la terra) sembra sia una condanna.
Ma illuminante risulta il racconto di Caino. Poiché ha ucciso il fratello “ramingo e fuggiasco sarà sulla terra” e tuttavia su Caino è posto “un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato”. La condizione dell’errare viene in qualche modo sacralizzata. L’errante deve essere intoccabile, il suo procedere deve essere salvaguardato.
La sacralità e la religiosità dell’andare è rafforzata, se non definitivamente celebrata, dal racconto su Abramo: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre”.
L’uomo costitutivamente è un migrante. La Bibbia lo giustifica sia come rimedio ad una colpa commessa, sia come prospettiva di una nuova umanità e salvezza.
Tutta la storia di Israele, di questo popolo che Dio ha scelto come suo popolo, è un continuo viaggiare, è un continuo peregrinare ed ogni volta che predomina la stanzialità si genera il peccato, l’allontanamento da Dio. Lo stesso atto fondativo di popolo avviene attraverso un andare, un viaggiare di generazioni. Mi riferisco all’Esodo e al peregrinare degli ebrei nel Sinai.
L’essersi poi stabiliti in Palestina, l’aver costituito un regno (considerato sempre un rimedio alla poca fede del popolo, perché l’unico re non può che essere Dio), l’aver anche costruito un tempio (segno di divisione più che di unione), saranno considerati causa della decadenza religiosa e dell’evento della distruzione del regno da parte dei babilonesi e dell’esilio che dovrà poi il popolo di Israele sopportare. Il racconto storico della Bibbia poi si ferma alla ricostruzione del tempio di Israele e i successivi avvenimenti vanno inscritti nella storia del cristianesimo con i vangeli.
Da questo punto di vista l’errare, il migrare è la forma identitaria dell’essere uomo perché questi quando si ferma, quando diventa stanziale, tradisce se stesso, tradisce la sua umanità, diventa un Caino del primo tempo che uccide il suo fratello.
Ma osserviamo questo altro passo della Bibbia e cioè del capitolo 35 del libro di Geremia: “6Essi risposero: «Noi non beviamo vino, perché Ionadàb, figlio di Recab, nostro antenato, ci diede quest’ordine: “Non berrete vino, né voi né i vostri figli, mai; non costruirete case, non seminerete sementi, non pianterete vigne e non ne possederete, ma abiterete nelle tende tutti i vostri giorni, perché possiate vivere a lungo sulla terra dove vivete come forestieri”. Noi abbiamo obbedito agli ordini di Ionadàb, figlio di Recab, nostro padre, in tutto ciò che ci ha comandato, e perciò noi, le nostre mogli, i nostri figli e le nostre figlie, non beviamo vino per tutta la nostra vita; non costruiamo case da abitare né possediamo vigne o campi o sementi. Noi abitiamo nelle tende, obbediamo e facciamo quanto ci ha comandato Ionadàb, nostro padre». Ger 35.[6-11] il libro 35 di Geremia si conclude con queste parole del profeta: “Poiché avete ascoltato il comando di Ionadàb vostro padre e avete osservato tutti i suoi decreti e avete fatto quanto vi aveva ordinato, per questo dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: a Ionadàb figlio di Recàb non verrà mai a mancare qualcuno che stia sempre alla mia presenza”. Il che sta a significare che i Recabiti saranno sempre benedetti e sostenuti da Dio. Non è chi non veda la contrapposizione con gli abitanti di Gerusalemme che invece hanno tradito Dio pur essendo stati da lui condotti nella terra promessa. Il cammino dell’umanità sembra contrassegnato dal percorso nel deserto del Sinai e da questo nomadismo dei Recabiti.
Significativo è questo collateralismo fra nomadismo e rifiuto della proprietà privata: “non costruiamo case né possediamo vigne o campi o sementi”. Il nomadismo non permette la proprietà privata ma l’uso in comune di quanto è sulla terra ritenuto a questo punto bene comune, elemento originario del comunismo.
La storia europea ha visto svilupparsi nell’ultimo millennio una dialettica sorda, spesso cruenta, fra il mantenimento per tutti dei beni comuni combattendo la proprietà privata, e dall’altra parte l’accaparramento degli stessi beni.
Possiamo ipotizzare una forma propria del nomadismo ed una propria della residenzialità. Il nomadimo, la cui forma culturale come dice lo studioso Vito Bianchi è la spazialità, è caratterizzato dal rifiuto della proprietà privata e dall’uso comune del territorio. La residenzialità, che ha come forma culturale il tempo, è caratterizzato dalla ricerca della proprietà privata e dalla urbanizzazione. Nel conflitto fra comunismo e liberalismo, le forme politiche che si sono contrapposte in maniera visibile almeno negli ultimi 200 anni, il primo ha cercato in qualche modo di mantenere una forma dell’essere nomadi che è l’assenza della proprietà privata pur in una dimensione di residenzialità. Dall’altra la radicalità della forma della residenzialità ha portato allo sviluppo ed espansione della proprietà privata in tutte le sue modalità. Le forme politiche – comunismo e liberalismo – hanno corrisposto a questa dialettica che non è finita, né può finire perché la storia della umanità non può finire, ma continua in questo processo dialettico che produce delle sintesi parziali di volta in volta superate. Così il comunismo marxista può essere interpretato come tentativo di fissare storicamente una forma del nomadismo quello del rifiuto della proprietà privata nella struttura della residenzialità. Quando Stalin scelse il socialismo in uno Stato operò un cortocircuito e una contraddizione della forma politica che inevitabilmente avrebbe portato alla sua morte. Infatti solo e solamente mantenendo l’internazionalismo e la prospettiva della diffusione del socialismo a livello planetario che si sarebbe potuto conciliare la forma dell’assenza della proprietà privata con la struttura della residenzialità perché senza proprietà privata ciascuno si sarebbe sentito mobile e non fissato a un qualsiasi territorio, casa, patria, nazione.
Il dramma della nostra epoca è che sembra essersi persa una delle polarità della dialettica nomadismo -stanzialità; la totale affermazione della stanzialità insieme alla proprietà privata sta creando un cortocircuito che conduce alla ferinità più totale, alle guerre, al terrorismo, allo sfruttamento più bieco, ad un nuovo e più crudele schiavismo. Stiamo diventando tutti dei Caino che uccidono il proprio fratello e non possono né sanno più nascondersi. Il richiamo alla difesa dei beni comuni come l’acqua, l’aria, risulta ancora un palliativo o un elemento di scarso peso in questa dialettica nomadismo – stanzialità.
Ma oltre alla dimensione politica del rifiuto della proprietà privata c’è un altro aspetto che spinge l’uomo a riappropriarsi almeno in parte della forma del nomadismo ed è quello del viaggio mentale.
L’uomo ha scoperto l’opportunità della stanzialità fin da subito, cioè da quando ha imparato a coltivare la terra e a produrre il suo sostentamento non solo con la caccia, ma anche con l’agricoltura. Il fermarsi in un luogo è diventato ancor più radicale allorché si è scoperto la continuità della fertilità di un suolo. Ed è proprio a questo punto che si è creato l’istituto della proprietà privata. Prova ne sia che quando invece il territorio non offriva stabilità di fertilità i raggruppamenti umani non hanno sentito la necessità di determinarsi con la forma privata della proprietà. I Maia erano comunitari nei loro possedimenti. Quando la terra che occupavano perdeva di fertilità l’abbandonavano cercandone un’altra.
Diversamente nelle regioni mesopotamiche i fiumi con i loro allagamenti rendevano costantemente la terra fertilissima invogliando l’uomo alla stanzialità
L’essersi trovato costretto alla residenzialità ha portato l’uomo a sentire la nostalgia del nomadismo e dall’altra a inventarsi uno strumento per comunicare. E’ stato un estremo il fatto che la comunicazione presso gli Inca sia avvenuta ad esempio mediante i quipu, perché questa aveva solo e solamente carattere economico, diversamente l’uomo ha sviluppato un linguaggio ed una codificazione di esso mediante simboli o grafemi che poi si sono evoluti in vere scritture, quelle cuneiforme ad esempio. Ma l’invenzione della scrittura ha condotto l’uomo a dare voce espressiva a quella nostalgia del nomadismo che sentiva in sé e che non trovava più posto nel momento in cui aveva scelto la forma della residenza, con il pericolo di riscontrare continuamente in sé il Caino.
Il nomadismo poteva opportunamente essere mantenuto almeno mentalmente, idealmente, ed è a questo punto che nasce la letteratura, nasce insomma la forma surrettizia del nomadismo fisico. Con la scrittura, l’invenzione di storie, fiabe o favole inizialmente, l’uomo acquista la sua mobilità, si riappropria della forma del nomadismo da cui la necessità della residenza l’aveva allontanato.
La letteratura riscatta e ripropone l’innata dimensione nomade dell’uomo, lo riscatta dal suo “cainismo” e lo ripropone come uomo universale non legato a questa o a quella ideologia ristretta. L’autore dell’opera letteraria può, a volte, anche pensare di farsi propagatore di ideologie o di posizioni culturali di parte, ma se la sua creazione artistica è vera arte viene tradito proprio dalla sua opera che si pone al di sopra della sua volontà di essere di parte. Louis-Ferdinand Céline, ad esempio, pur affermando o convinto del suo antisemitismo (una ideologia di parte) non riesce a non creare un’opera che lo porta al di sopra della sua ideologia e ne fa uno scrittore di valore universale, riscattando così la sua “cainità” e sotto molti aspetti salvandolo.

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.