Interventi

Ci sono cose che è meglio non scrivere

Ebbene sì, non si può dire tutto, scrivere tutto. Ce lo ricordiamo sempre meno perché siamo attaccati (in senso proprio, oltre che drammaticamente metaforico) a potenti mezzi di comunicazione, che hanno un supporto molto più solido di quello che in antico era il foglio ma più sottile di una velina nel separarci e proteggerci dallo spazio esterno. La leggiadria delle dita che scrivono su tastiera o touch screen inebria e invoglia a esprimersi e questo in certe occasioni è un bene. Tutti possono pubblicare tutto, spesso senza essere preparati a ciò che significa davvero pubblicare. Rendere pubblico è divertente, gratificante, ha tante virtù. Vedere i propri pensieri apprezzati, sentirsi liberi, mettere le foto sui social, descrivere ciò che si fa. Tutto bello finché ciò che si è reso pubblico non viene frainteso o male utilizzato. Tutto bello finché non arriva qualcuno che ha pubblicato qualcosa di meglio.

E in questo continuo condividere e scambiare informazioni capita di perdere la direzione, di dire cose improprie di altri e di sé. E tanto quanto si detesta essere spiati e giudicati (i commenti spesso sono giudizi, spesso poco riflettuti) si dovrebbe detestare di spiare e giudicare.
Diciamo tutto quello che ci passa per la testa, protetti da nickname o anche no, perché il mezzo ci galvanizza, ci dà il potere di promuovere od ostracizzare, ci dà entusiasmo, sviluppa endorfine.
Tale potere che crediamo di avere è capriccioso, soprattutto quando non è supportato dal necessario discernimento, dall’opportuno addestramento. Tutti ci sentiamo gladiatori, in questa magica arena dei social e del web, tutti siamo abbonati alla fama, o almeno ci pare così.
L’esperimento al quale tutti stiamo partecipando è davvero seducente, troppo seducente. Le nuove generazioni crescono all’interno di questa seduzione, com’è giusto che sia. Ognuno ha uno spazio in cui accreditare se stesso con i propri gusti e le proprie preferenze, un ambito gladiatorio in cui sentirsi eroe. In teoria. In pratica invece gli eroi restano un’altra cosa. Perché gli eroi proteggono il prossimo e chi le spara grosse su tutto e tutti non protegge nessuno, nemmeno se stesso.
Non è rendendo pubblico ciò che non si deve che la gloria arriva. Può arrivare il successo, se arriva. Può arrivare lo stalker, se arriva. Può non arrivare proprio niente e con il niente la sottile frustrazione di non contare nulla: questa è l’esperienza più frequente. Perché tanto ci si danna a dire dire dire, a fotografare fotografare fotografare, a condividere condividere condividere e poi dopo un minuto arriva qualcosa di meglio e tutti si voltano da un’altra parte e chi era protagonista non lo è più e spasima. La soglia dell’attenzione è bassa e così, per sentirsi al centro del mondo, si abbassa la soglia del decoro e del buonsenso.
Per qualche perverso motivo si ritiene che esprimere i propri gusti basti perché essi abbiano una ratifica, che dire quello che si pensa nell’attimo esatto in cui lo si pensa sia sufficiente affinché la riflessione acquisti spessore. Ci divertiamo a fare il pollice dritto e il pollice verso (non a caso un simbolo che è tornato di moda) a seconda dell’umore del momento. Utilizziamo il mezzo più rivoluzionario e democratico che sia mai esistito per comunicare che la zuppa del vicino non ci piace, oppure che ci piace la foto del gatto di uno che non sappiamo chi diavolo sia. Ma che gusto c’è? Siamo tutti diventati graforroici senza opportuna preparazione. È tempo di imparare a praticare l’autocensura. Quella è l’evoluzione a cui bisogna tendere, a cui dovremo giungere una volta che ci saremo soffocati a vicenda con i pareri che profondiamo a profusione. Autocensura spesso equivale a buonsenso. Non ci vuole moltissimo, ma bisogna fare esercizio. Basta una volta al giorno cogliere la buona occasione per starsene zitti. Come non fa la tivvù, come non fanno certi personaggi, come non fa chi ha responsabilità pubbliche quando sproloquia sui social. L’autocensura deve partire dal basso, deve diventare un movimento spontaneo di autocoscienza.
Certo, volendo si può dire di tutto, la libertà di espressione essendo sancita dalla Costituzione. Perché dirlo sempre e comunque, però? Noi diciamo troppo, ma soprattutto scriviamo troppo. Come se al mondo dovesse interessare quello che facciamo minuto per minuto, come se a noi stessi dovesse interessare sapere sempre tutto esattamente come accade e quando accade. La nostra vita non deve essere in ogni momento un parchetto pubblico. E nemmeno dobbiamo sentirci in diritto di pascolare di continuo nei cortili altrui. A ciascuno serve un giardino segreto, il quale non è per forza un posto negativo, di tormento: lasciamo che possa essere un luogo di riflessione, dove lasciar decantare i pensieri. Dobbiamo riappropriarci del fatto che certe cose vanno taciute, tenute nascoste, restare inespresse. Dobbiamo imparare a porre a ciò che diciamo un limite, che non vuol dire mettersi un bavaglio, che non significa avere paura. Solo gli artisti non devono sottoporsi all’autocensura, perché essa è per sua struttura contraria al processo creativo. Ma non pubblicare le foto dei propri figli nudi, non scrivere tutte le cose noiose che si fanno durante la giornata, non esprimere giudizi violenti contro chi è diverso o la pensa in modo diverso da sé eccetera eccetera sarebbero forme sacrosante di autocensura (vanno invece perdonati quelli che si ritengono ispirati autori di aforismi, racconti e poesie, perché il loro sforzo fa tenerezza). Il fatto è che molti ritengono che tutte queste fanfaluche siano utilissime, mentre un bel pensiero onesto e modesto sulla vita e sulle cose, un’osservazione ponderata sulla condizione umana, un dialogo serio siano notizie inutili. Ma così non è. Come diceva Oscar Wilde: “È una cosa molto triste che oggigiorno ci sia così poca informazione inutile.”

 

L'autore

Clementina Coppini

Clementina Coppini

Laureata in lettere classiche da oltre vent'anni, durante i quali ho dimenticato pressoché tutto quello che sapevo, non ho molto da dire su me stessa. Scrivo per giornalettismo.com, mondointasca.org e grey-panthers.it, per il Cittadino, giornale di Monza, la mia città, e per Vivere, rivista della Brianza, la mia terra. Prima ho collaborato con tante riviste e scritto tanti libri per bambini, poi sono cambiata e ho cercato cose nuove. Bisogna provare a fare tutto per diventare bravi e a me manca ancora tanta strada per diventarlo. Non credo di essere arrivata, anzi certi giorni mi pare di non essere nemmeno partita. Ho pubblicato due romanzi a puntate (un capitolo ogni domenica) su Giornalettismo non tanto per la loro bellezza quanto perché il direttore è buono e mi vuole bene, e ne sto pubblicando un terzo. Ho pubblicato un romanzo cartaceo e spero di pubblicarne altri, ma questo bisogna chiederlo al mio editore. L’ultimo romanzo lo scrivo in via sperimentale su un blog che ho fatto apposta per lui e che si chiama Pensierini di un Mandarancio (pensierinidiunmandarancio.blogspot.it). Il mandarancio sarei io, per via del nome (argh!). Per me è un grande onore scrivere su El-ghibli, che mi ha dato la soddisfazione di veder pubblicati i miei racconti ma soprattutto le mie poesie. Nessuno aveva mai fatto questo per me prima. Grazie.