Interventi

La scrittura come luogo d’incontro . Gabriella Grasso

La scrittura come luogo di incontro:

racconto dell’esperienza di scrittura autobiografica realizzata all’interno di Teatro Utile 2018 – Progetto dell’Accademia dei Filodrammatici di Milano da un gruppo di italiani e richiedenti asilo ospiti del Centro di Accoglienza Straordinaria di Croce Rossa Italiana di via Corelli e via Aquila, a Milano. 

di Gabriella Grasso (giornalista ed Esperta in Metodologie Autobiografiche) 

La scrittura autobiografica come luogo di incontro: il titolo che io e Tiziana Bergamaschi, ideatrice e coordinatrice di Teatro Utile* avevamo scelto per il laboratorio di scrittura autobiografica che avrei tenuto per l’edizione 2018 del progetto di Accademia dei Filodrammatici, era contemporaneamente un manifesto e un auspicio.

La scrittura autobiografica – quantomeno per come la pratico io seguendo la metodologia appresa alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (Arezzo) fondata da Duccio Demetrio e Saverio Tutino – è senza alcun dubbio un luogo di incontro. Il mio primo obiettivo, quando mi trovo davanti a un nuovo gruppo, è quello di creare un contesto in cui i partecipanti si sentano protetti: una sorta di “porto franco” dove sia possibile abbassare le difese, sospendere il giudizio (nei confronti degli altri, ma anche di se stessi) e mettersi in contatto, con gentilezza e senza pressioni, con la propria memoria. Nel momento, poi, in cui si sperimentano quei sentimenti di sorpresa e di soddisfazione derivanti dal riuscire a trovare le parole per dare voce ai propri ricordi – operazione che si fa “individualmente insieme”, come si dice ad Anghiari – diventa quasi automatico sentire il desiderio di condividere con i “compagni di viaggio” ciò che si è scritto e porsi in ascolto delle loro narrazioni.

Tuttavia quando si costituisce un gruppo di persone, tanto più se molto diverse tra loro come nel caso del Progetto Teatro Utile 2018, il fattore umano costituisce sempre, e non potrebbe essere altrimenti, una variabile imprevedibile: da qui l’auspicio di riuscire davvero a rendere la scrittura autobiografica ciò che ha la potenzialità di essere: un luogo di incontro, appunto.

A conclusione dell’esperienza posso dire che l’auspicio si è trasformato in realtà.
Ma andiamo per ordine.

L’obiettivo del workshop era quello di riunire intorno a un tavolo, con penne e quaderni (e svariati generi di conforto per ritemprarsi durante le pause, che erano non solo momenti di riposo, ma anche di socializzazione) un gruppo di italiani e di migranti, accompagnandoli alla scoperta della narrazione di sé e, contemporaneamente, di una modalità di incontro con l’altro basata sullo scambio di storie. Al termine di questo metaforico viaggio di gruppo, i racconti dei migranti sarebbero stati restituiti al pubblico – con il consenso e la partecipazione attiva di tutti corsisti – durante un reading.

Per cominciare, l’Accademia dei Filodrammatici ha pubblicato un bando aperto a registi, attori, drammaturghi, operatori sociali e giornalisti. Sono state selezionate 8 persone che hanno preso parte con me a un primo workshop di tre giorni il cui obiettivo era quello di entrare in contatto in maniera intensiva con la pratica e la teoria della scrittura autobiografica. L’intento dei laboratori di Teatro Utile, infatti, è innanzitutto formativo (l’aspetto per-formativo arriva in seguito, come restituzione al pubblico del lavoro svolto). Inoltre sembrava necessario, per la buona riuscita della seconda parte del progetto, quella che ci avrebbe portato nel Centro di Accoglienza Straordinaria della Croce Rossa, che queste 8 persone fossero in possesso di una dotazione minima di strumenti, pratici e teorici, per potermi accompagnare ed eventualmente coadiuvare nella gestione dei gruppi che saremmo andati a formare.

L’obiettivo, infatti, era che italiani e stranieri condividessero alla pari l’esperienza del laboratorio: tuttavia, in previsione delle possibili difficoltà di natura soprattutto linguistica che gli stranieri avrebbero potuto incontrare, l’idea era che gli italiani fossero in grado, in qualità di “viaggiatori esperti” (in autobiografia) di assistere e aiutare i loro nuovi compagni.

Il Centro di Accoglienza Straordinaria gestito dalla Croce Rossa presso il quale abbiamo tenuto i laboratori di scrittura, ha due sedi non distanti l’una dall’altra: in via Corelli 176 e in via Aquila. Il nostro gruppo iniziale di 8 persone, dunque, si è sdoppiato. Il lunedì quattro dei partecipanti venivano con me in via Corelli; con gli altri quattro ci recavamo il mercoledì in via Aquila. Abbiamo dunque costituito altri due gruppi, che potremmo definire meticci, formati nel primo caso (via Corelli) da 7 richiedenti asilo africani, 1 mediatore culturale togolese e 4 italiani; nel secondo caso da 4 italiani (di cui una di origini mauriziane) e 4 richiedenti asilo, anch’essi africani. I partecipanti stranieri provenivano da Guinea, Ghana, Sierra Leone, Costa D’Avorio, Mali ed erano stati preselezionati con dei colloqui dagli operatori sociali e dai mediatori di CRI. Sapevano dunque, a grosse linee, il tipo di esperienza che avrebbero fatto durante le successive 5 settimane.

Ma l’inizio di ogni laboratorio costituisce sempre, come si diceva, un’incognita: non solo per chi lo tiene, ma anche e soprattutto per chi vi partecipa.

Sentimenti di curiosità mista a lieve preoccupazione (forse anche diffidenza) sono normali quando si comincia. In questo caso specifico il mediatore che ha preso parte – alla pari degli altri – al laboratorio, durante il mio discorso di introduzione all’esperienza di scrittura che ci apprestavamo a fare, mi ha fatto notare che l’utilizzo del termine “storia” (io avevo annunciato che avremmo raccontato “frammenti della nostra storia”) avrebbe potuto essere d’ostacolo alla costituzione di un clima di fiducia. Gli ospiti del CAS, infatti, in vista del colloquio con la Commissione che deciderà se accogliere o meno la loro richiesta di asilo, devono preparare una relazione nella quale espongono, per l’appunto, la loro storia di vita. Si tratta di un appuntamento che suscita ovviamente estrema preoccupazione: la parola “storia”, dunque, non era la più adatta a mettere i partecipanti a loro agio. È apparso abbastanza evidente che per eliminare quel senso di disagio che rischiava di impedire il fluire dei ricordi e della scrittura, la soluzione migliore era passare subito alla sperimentazione. Ho quindi invitato i partecipanti a fare una scrittura sul proprio nome.

Si tratta di una sollecitazione che risulta generalmente utile al fine di rompere il ghiaccio all’interno di un gruppo. A maggior ragione se culturalmente eterogeneo come questo. Nel caso specifico ha innanzitutto rassicurato i partecipanti stranieri sul fatto che ciò che sarebbero stati chiamati a scrivere riguardava la sfera personale: tutti, indipendentemente dalla loro nazionalità e dal loro status, si sarebbero messi in gioco semplicemente come esseri umani. In secondo luogo ha reso immediata la comprensione di come ogni parola – persino quella che usiamo quotidianamente per presentarci al prossimo e con la quale siamo riconosciuti e chiamati: il nostro nome – possa dare accesso a un flusso di ricordi e racconti. Infine ha costituito un modo per presentarsi agli altri, innescando così quei fenomeni di rispecchiamento e/o di incontro con la diversità che sempre accompagnano lo scambio all’interno di un gruppo. Quello che è risultato interessante nello specifico di questa prima scrittura – ed è stato subito messo in luce da alcuni degli italiani – è stato il fatto che molti dei corsisti africani riconducessero ai propri nomi leggende e racconti epici, mentre per gli italiani i ricordi legati al nome erano soprattutto familiari.

Ciò è emerso nel momento in cui i partecipanti sono stati invitati a condividere, se ne avessero avuto voglia, i loro scritti. Mi sono sinceramente stupita di come, dopo aver impugnato la penna senza esitazione, riempendo con il movimento di scrittura i 20 minuti che avevano a disposizione, gli stranieri (che, ricordiamolo, a differenza degli italiani non avevano mai fatto esperienza di scrittura autobiografica) abbiano tutti avuto voglia di leggere.

È emerso in maniera abbastanza evidente il loro desiderio di raccontarsi e, soprattutto, essere ascoltati.

I partecipanti stranieri erano liberi di utilizzare la lingua che desideravano: con l’eccezione del mediatore (che vive in Italia da molti anni e ha scritto in italiano) hanno scelto il francese e l’inglese e, solo per alcune scritture più brevi o realizzate da soli nell’intervallo di tempo tra un incontro e l’altro, l’italiano.

Questo, insieme a un livello disomogeneo di conoscenza della lingua italiana da parte degli stranieri (e dell’inglese e del francese da parte degli italiani), ha reso necessario tenere il laboratorio in tre lingue: italiano, francese e inglese, appunto. Innanzitutto perché era fondamentale che tutti (anche i più timidi che magari non avrebbero avuto il coraggio di ammettere pubblicamente le proprie difficoltà di comprensione) capissero bene le sollecitazioni di scrittura e i miei interventi. E poi perché essendo lo scopo principale del laboratorio quello di farsi “luogo di incontro” attraverso le storie, tutti dovevano essere messi in condizione di comprendere le parole degli altri. Questa modalità ha certamente rallentato i tempi e spesso anche affaticato i partecipanti (era facile che, nell’ascoltare una lingua che non conoscevano, si distraessero), ma ritengo fosse l’unica possibile.

In un caso, all’interno del gruppo più numeroso, quello di via Corelli, quando ho rilevato una maggiore propensione alla distrazione, e volendo sollecitare i partecipanti ad affinare la propria capacità di ascolto, ho proposto un lavoro a coppie. Gli abbinamenti che solitamente, laddove vi sia omogeneità culturale, vengono estratti a sorte, sono stati fatti da me sulla base delle competenze linguistiche dei partecipanti. L’esperienza consisteva, nello specifico, nel raccontare all’altra persona di un oggetto caro. L’interlocutore non doveva prendere appunti ma prestare un ascolto molto attento che gli consentisse, successivamente, di scrivere la storia dell’altro come se fosse la propria. In un caso è stato necessario costituire un trio (solo una delle partecipanti italiane aveva una buona competenza della lingua inglese quindi è stata abbinata ai due anglofoni del gruppo); mentre in altri due casi le coppie erano costituite da persone della stessa provenienza, che hanno però avuto occasione di sperimentare una modalità di interloquire e ascoltarsi diversa da quella a cui sono abituati nel quotidiano. L’esperimento è riuscito e ha anche accelerato la creazione di relazioni più strette tra i corsisti.

Come già detto, un laboratorio di scrittura autobiografica non ha come fine ultimo quello di raccogliere storie, ma di mettere in condizione ciascuno dei partecipanti di connettersi con la propria esperienza di vita, operare una scelta autonoma su cosa rivelare di sé e con quali parole (ecco uno degli aspetti di quello che il professor Duccio Demetrio definisce “il carattere emancipativo” della scrittura autobiografica) e di entrare in relazione, attraverso un ascolto attento e non giudicante, con le storie degli altri. Per questo motivo nella scelta dei temi da trattare sono stati privilegiati quelli attinenti alla sfera più personale: il nome, le attività preferite, i luoghi del cuore, gli oggetti importanti, il cibo. Ne sono emersi racconti che richiamavano un passato remoto più che prossimo, quello vissuto nei Paesi di origine, con rimandi a figure familiari, sapori e tradizioni che contribuivano a definire l’identità culturale e individuale di ciascuno. Solo in un secondo momento ci si è avvicinati al passato più recente, con l’invito a raccontare, per esempio, ciò che li ha sorpresi maggiormente nel momento in cui sono entrati in contatto con una realtà culturale diversa dalla loro (che per gli stranieri era quella italiana, naturalmente). Quest’ultima sollecitazione si è rivelata particolarmente interessante perché ha costituito per i migranti un modo per rispecchiarsi nelle storie degli altri ospiti del CAS (gli aspetti riconosciuti come maggiormente sorprendenti dello stile di vita italiano erano più o meno gli stessi per tutti: il modo in cui si trattano i cani, la gestione del traffico urbano, l’abbigliamento delle giovani donne); per gli italiani è stata un’occasione per ribaltare il punto di vista e vedersi dall’esterno/estero.

Dato che Teatro Utile lavora da sempre sul tema della migrazione, era stato deciso sin dall’inizio che solo i testi dei migranti sarebbero stati utilizzati per il reading pubblico che avrebbe concluso il progetto. Questa scelta non è stata vissuta come discriminatoria da parte dei partecipanti italiani, il cui ruolo all’interno del laboratorio è stato fondamentale. L’esperienza ha costituito per loro innanzitutto un’occasione per approfondire la metodologia autobiografica, sperimentandosi ulteriormente nella narrazione di sé. È stato un modo per confrontarsi da vicino con esperienze esistenziali diverse dalla propria. Ha consentito loro di affinare la capacità di porsi in ascolto non solo delle parole dei singoli, ma anche dell’energia del gruppo: erano invitati, infatti, a prestare particolare attenzione a cosa accadeva intorno al tavolo, individuando eventuali disagi o difficoltà di comprensione. Inoltre, per coloro tra i partecipanti che lavorano quotidianamente come operatori sociali (nello specifico: in strutture di accoglienza per migranti fuori Milano), è stata un’opportunità per relazionarsi con i richiedenti asilo fuori dal consueto contesto professionale, acquisendo nuove prospettive e, forse, preziosi strumenti di lavoro. Infine, la corsista di origini mauriziane ha riferito di aver trovato particolarmente interessante e arricchente il suo trovarsi in una posizione di “ponte”: poiché partecipava al workshop come “viaggiatore esperto”, ma aveva ella stessa un passato da migrante.

Gli italiani hanno inoltre dato un contributo essenziale alla traduzione dei testi, alla costruzione della drammaturgia e alla realizzazione del reading. Al termine dei 5 incontri, infatti, ognuno dei partecipanti stranieri ha scelto in piena autonomia quali degli scritti prodotti avrebbe voluto rendere pubblici: li ha affidati a un compagno di corso italiano, il quale si è assunto il compito di tradurre e poi verificare con l’autore la traduzione, in modo che i testi mantenessero la loro autenticità.

Al termine delle 5 settimane di scrittura in via Corelli e via Aquila, gli 8 partecipanti iniziali si sono ritrovati nuovamente con me in Accademia per altri tre giorni di lavoro intensivo, durante i quali è stata data una “chiusura” al percorso autobiografico compiuto individualmente, sono state tratte le somme dell’esperienza svolta al CAS e, infine, con l’aiuto di Tiziana Bergamaschi si è trasformato il materiale raccolto in drammaturgia. L’ordine dato alle narrazioni ha seguito in maniera abbastanza naturale l’andamento del laboratorio: dal nome (la più essenziale definizione della propria identità personale) alle considerazioni sulle differenze culturali tra Italia e Paesi di origine (la riflessione sulla propria condizione attuale).

La realizzazione scenica del reading è stata gestita da Tiziana Bergamaschi che ha valutato in un primo tempo – incontrando i partecipanti e confrontandosi con me – chi di loro fosse in grado di cimentarsi in letture più o meno lunghe e in quale lingua; in un secondo tempo ha iniziato delle vere e proprie prove teatrali.

Le prime si sono svolte nel CAS e sono state dedicate esclusivamente agli ospiti dello stesso; in seguito le prove si sono trasferite all’Accademia dei Filodrammatici e hanno visto la partecipazione anche degli allievi italiani. Le prime prove hanno avuto come tema principale la lettura in una lingua ancora in fase di studio. Le difficoltà maggiori sono state sicuramente legate alla pronuncia: non dimentichiamo che per ciascuno dei partecipanti stranieri l’italiano non rappresenta la seconda, bensì la terza lingua, in quanto anche l’inglese e il francese utilizzati per la scrittura non sono “madri”. Per chi proviene da Paesi francofoni, tuttavia, la dimestichezza con una lingua neolatina ha comportato sicuramente minori difficoltà nella gestione di letture in italiano. Il desiderio di essere coinvolti nel reading e di rendere al meglio i racconti prodotti ha comportato, comunque, un grande impegno da parte di tutti.

«Dopo aver lavorato su alcuni problemi di fonetica e di uso della voce, che per inciso li ha aiutati ad apprendere in modo nuovo e creativo la lingua, abbiamo affrontato l’interpretazione», racconta Tiziana Bergamaschi. «Ognuno leggeva più di un testo e non sempre o solo quelli scritti da lui, ma anche dai compagni. Di volta in volta si è scelta la lingua da usare. L’uso della voce in tutte le sue sfumature, del corpo e delle mani come strumenti che aiutano a dar forza al proprio dire, sono state scoperte che loro stessi hanno fatto nel corso del lavoro e che li hanno aiutati a prendere coscienza dell’importanza dell’affermare il proprio essere portatori di una narrazione che si vuole sia ascoltata. Anche uscire dal Centro, nelle ultime fasi delle prove, e incontrarsi in Accademia con gli altri partecipanti al reading, è stato importante. Il confronto in scena con i compagni che avevano condiviso con loro le cinque settimane di lavoro e l’aiuto che gli italiani hanno dato loro nella lettura, ha creato una nuova solidarietà, legata alla condivisione di un’esperienza che li metteva alla prova in ruoli diversi. Il giorno dell’andata in scena l’emozione era palpabile e l’energia creatasi nel corso dello spettacolo ha contagiato il pubblico eterogeneo, formato da compagni del CAS e spettatori invitati per l’occasione. La fascinazione del teatro ha operato su tutti la sua malia e la serata si è conclusa in una grande festa, nel corso della quale sono stati consegnati degli attestati di partecipazione al laboratorio, rilasciati dall’Accademia dei Filodrammatici. Riconoscimento che è servito a conferire ancor più dignità al lavoro svolto dai ragazzi e li ha resi molto orgogliosi di sé».

Nel complesso l’esperienza è stata giudicata positiva da tutti i partecipanti. In particolare i richiedenti asilo, le cui attuali condizioni esistenziali sono caratterizzate da un grande senso di precarietà, hanno rivelato quanto sia stato importante, per loro, avere a disposizione uno spazio per poter riflettere su di sé, esprimersi ed essere ascoltati. Uno dei partecipanti, alla mia richiesta di un feedback sull’esperienza fatta, ha affermato di aver notato un aumento del livello di socialità anche tra chi risiede nello stesso Centro di Accoglienza. Un altro si è rammaricato della fine del laboratorio perché, ha detto: “Almeno durante quelle ore l’èsprit travaillait”. Infine per molti questo è stato l’inizio di un rapporto diverso con la scrittura, che è diventata una pratica se non quotidiana, quanto meno più frequente, uno strumento a cui ricorrere allo scopo di riflettere su di sé e provare a dare un senso al proprio percorso esistenziale.

E questo è il lascito più grande, l’essenza più profonda e autentica di ogni esperienza di scrittura autobiografica.

 

*”Teatro Utile” è un progetto dell’Accademia dei Filodrammatici (giunto quest’anno alla sesta edizione) ideato da Tiziana Bergamaschi e ha come scopo l’incontro di artisti di diverse nazionalità per favorire, attraverso le specificità del teatro, una riflessione intorno a temi riguardanti la nostra realtà come le migrazioni, l’interculturalità, l’inclusione. “Teatro Utile” è l’unico esempio in Italia di una Scuola d’arte drammatica che ospiti al suo interno un progetto-laboratorio sulla multietnicità. È uno spazio per una riflessione sulla pedagogia interculturale, dalla quale non può essere esente la formazione teatrale. Lo scopo è quello d’immaginare insieme nuovi fondamenti di una cultura che sappia cogliere le differenze, utilizzandole come enzimi in grado di darle linfa nuova.

Questo progetto si è posto, tra i vari obiettivi, quello di formare un gruppo di artisti in grado di sviluppare una ricerca sulla recitazione e sulla scrittura, attraverso il confronto tra diverse culture. Sono stati coinvolti attori, musicisti, drammaturghi e registi di diverse nazionalità: artisti della diaspora africana, stranieri di prima e seconda generazione e artisti italiani.

Nel 2018 “Teatro Utile” si è articolato in tre seminari di scrittura (autobiografica, giornalistica, drammaturgica) e in sei incontri/spettacoli aperti al pubblico.

 

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Gabriella Grasso