Non chiamatemi straniero

Francesca Caferri. – Non chiamatemi straniero. Viaggio tra gli italiani di domani.
Milano: Mondadori, 2014, pp. 140, euro 17,00.

Simona Wright

Quella della cittadinanza ai figli degli immigrati è oggi in Italia una tra le questioni sociali e culturali più urgenti e delicate. Diverse iniziative e voci autorevoli, da quella del Presidente Napolitano a quella del governatore del Veneto, Luca Zaia, hanno espresso parere favorevole a risolvere giuridicamente la posizione di chi si trova, avendo compiuto il diciottesimo anno di età, ad affrontare, oltre alla richiesta di cittadinanza e a tutte le lungaggini burocratiche che essa comporta in Italia, la preoccupazione e il timore di un possibile rifiuto. Nonostante la necessità e l’emergenza di una legislazione risolutiva sia indubitabile, il governo italiano non è ancora stato in grado di svincolarsi dall’ordinamento giuridico antiquato e marginalizzante dello jus sanguinis. Documentari come quello di Fred Kuwornu (Jus soli. Il diritto di essere italiani, 2012), canzoni come Sono nato qui, di Valentino AG o Non sono un immigrato (2008) di Amir Issaa, oltre alle varie inchieste sul razzismo promosse dai media, contribuiscono ad alimentare il dibattito, in particolar modo tra i figli degli immigrati, sui temi dell’appartenenza, della marginalità, dell’integrazione e della discriminazione. In questo scenario sociale Non chiamatemi straniero, di Francesca Caferri, giornalista di “Repubblica” ed esperta delle realtà arabe e musulmane, si prefigge un obiettivo preciso, far parlare i giovani di questa generazione “bilicante,” chiedendo loro di esporre in prima persona le proprie storie, le proprie battaglie e istanze.

Il volume è un viaggio/reportage attraverso le diverse realtà locali; così, dalla grande città industriale alla metropoli mediterranea, dalla piccola provincia del Nord-est alla capitale, Caferri riesce a fotografare con sensibilità il complesso panorama socio-culturale del paese, nel quale esempi di gestioni comunali virtuose, sensibili alle problematiche giovanili e aperte alle nuove sollecitazioni si contrappongono a realtà disorganiche, ad amministrazioni locali che brillano per inerzia e latitanza. L’apatia della classe politica, soprattutto nazionale, fa presagire agli esperti, tra i quali il professor Branca, noto islamista dell’Università Cattolica di Milano, tensioni e ostilità, fanatismi e posizioni conservatrici che allontanerebbero maggiormente i giovani dalla società a cui dovrebbero, e vorrebbero, contribuire.

La giornalista inizia la sua indagine con una breve ma incisiva perlustrazione dei numeri e dei dati del fenomeno seconde generazioni, sottolineando la presenza ormai radicata dei figli degli immigrati nelle comunità e nelle scuole, e spiegando le assurde ripercussioni pratiche di una legge di cui gli stessi garanti riconoscono l’iniquità e arbitrarietà. E mentre il governo si attarda in questioni di poco merito la realtà del paese galoppa, ponendo questioni pragmatiche ma anche mettendo in discussione le forme linguistiche con cui si definisce il fenomeno: “seconda generazione”, “nuovi italiani”, sono infatti espressioni in cui questi giovani non si riconoscono, dato il loro desiderio di essere considerati semplicemente come cittadini. È lo stesso problema che ha caratterizzato la definizione della letteratura italofona, come rileva Amara Lakhous, unico tra gli scrittori migranti ad essere interpellato sulla questione. La distanza delle istituzioni dal paese reale, di cui si lamenta lo scrittore, viene messa sempre più in evidenza nel percorso della giornalista, che si accosta ai vari tessuti cittadini, quello di Treviso, di Prato, di Reggio Emilia, Torino, Roma e Napoli, osservandone i tratti distintivi e raccogliendo testimonianze diverse, casi esemplari di integrazione, come quelli registrati a Reggio Emilia e Torino, di resistenza, come a Treviso, dove la Lega ha perso le ultime elezioni cittadine e l’insediamento del nuovo sindaco ha dato una svolta inattesa alla questione, o di emergenza e impegno culturale e politico, come quelle raccolte tra i ragazzi di Torino, Napoli e Roma.

Per tutti questi giovani l’Italia è l’unico mondo conosciuto, anche se di esso danno un’immagine contraddittoria; in tutti prevale il senso di adesione, di appartenenza, e in alcuni casi anche di partecipata condivisione, come per Sara Jedifi e Marwa Elghofi a Torino. In altri, la convivenza è sofferta, incontra ostacoli e resistenze, freddezza e incomprensioni reciproche, come a Prato, dove la presenza della comunità cinese è vissuta come una vera e propria sopraffazione economica (vedi Silvia Pieraccini, L’assedio cinese, p. 54). E tuttavia Caferri riconosce che anche dove la chiusura appare più determinata e la disaffezione più ostentata si individuano i segnali di una ineludibile acculturazione, come per Marco Wong a Prato, per Mohammed Rmaily a Treviso, o Aravind Aluth a Napoli. In alcuni casi esemplari le situazioni di disagio, di isolamento e di emarginazione, come quello di Lorena Vitagliano Ponce, forniscono opportunità inattese di partecipazione al sociale e di solidarietà che sono poco comuni tra i giovani nati da genitori italiani e che non hanno mai provato la condizione di displacement emotivo, culturale e linguistico così familiare ai loro coetanei.

Ma se a Reggio Emilia, a Torino, e in fondo anche a Treviso e Prato si sono trovate soluzioni alternative all’inadeguatezza legislativa, Napoli rimane un modello negativo rispetto alla questione dell’integrazione dei figli degli immigrati. Fakir, Aravind, Maryia, Maria Ilena e Michelino sono i volti di una condizione che al Sud si fa particolarmente precaria e in cui si assommano la mancanza di un futuro professionale e la questione della invisibilità di chi, per mancanza degli attestati di residenza, non potrà mai, rimanendo in vigore la legislazione attuale, formalizzare la sua presenza sul territorio nazionale.

Constatare le situazioni di malessere e disillusione presentate nel volume fa sentire ancora più acutamente quanto urgano disposizioni tempestive e soluzioni definitive che possano restituire ai giovani intervistati da Caferri e a tutti coloro i quali oggi compongono la realtà italiana il senso di appartenenza e il futuro che una burocrazia lenta e inadeguata rischia, ottusamente, di disintegrare. Per questi giovani, in cui è generale e manifesta la tensione ad emergere, l’Italia è una scommessa; per il paese la loro integrazione è invece una responsabilità sociale e civile. A chi nasce o arriva in Italia in età scolare, dare la cittadinanza è un dovere collettivo, il riflesso di una società il cui futuro dipende dalla capacità di rispondere alle sfide del presente. Come afferma la giornalista, il momento è arrivato, “ora o mai più”.

Non chiamatemi straniero, di Francesca Caferri, è un’indagine di grande interesse che si avvicina con incisività al mondo dei figli degli immigrati, che chiedono con sempre maggiore risolutezza di poter partecipare al progetto comune della polis italiana. In questo senso la dedica incipitale, a Leo e Luca, figli dell’autrice, e all’Italia che verrà, sottolinea la dimensione nello stesso tempo utopica e programmatica del testo, utopica in quanto contiene la spinta euforica verso un possibile reale, programmatica in quanto fa assegnamento sulle forze più vitali che l’Italia oggi possiede per potersi immaginare come luogo di integrazione e formazione culturale plurale, dove il riconoscimento del diritto di patria sia sentito come arricchimento e bene comune.

 Dicembre 2014