Resistenza e resilienza – Ovvero la poetica della censura

Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi.       (Cesare Pavese)

 

Un giorno Scarpetta ebbe la sventura di imbattersi in un gruppo di seminaristi. Il suo sguardo fu catturato dal più sgraziato di loro: un allampanato spilungone, uno spaventapasseri di nero vestito. Non saprebbe descriverla, ma ebbe la premonizione che quel “brutto fero” sarebbe divenuto suo marito; però continuò a chiedersi com’era possibile dal momento che l’energumeno sembrava volesse diventare prete. Qualche anno dopo, frequentando una parrocchia, la ragazza conobbe uno spilungone allampanato che da subito prese a farle la corte. Alla prima lusinga che si sentì rivolgere, in Scarpetta esplose un ricordo così vivido da farle concludere che il corteggiatore e il seminarista della premonizione erano la stessa persona. Lei voleva partire per il terzo mondo, ma non sapeva come muoversi; lui diceva di volere la stessa cosa; la sprovveduta gli credette e ci si fidanzò, pensando che in due avrebbero più facilmente raggiunto lo scopo; non sapendo come uscire dalle sabbie che sentiva essere divenute mobili, in seguito lo sposò pure. Ombre sinistre si allungarono sulla nuova fase esistenziale di Scarpetta. Quando l’allampanato e veramente brutto spilungone divenne rappresentante di case editrici, Scarpetta ebbe accesso a molti libri: fu questo l’unico aspetto positivo della sua allucinata relazione con l’ex seminarista.

Le letture fatte in quel periodo maturarono la personalità ancora acerba della giovane donna. Nelle vite degli scrittori, o nei personaggi da loro creati, individuava aspetti con cui identificarsi o nei quali calarsi. Tantissimi anni dopo avrebbe sentito il bisogno di rileggere molti di quei libri. Dello scrittore e pittore Carlo Levi, nato a Torino, trovò mirabile Cristo si è fermato a Eboli, apprezzando sia la fascinazione dell’autore per il primitivo, affiancata alla critica della piccola borghesia reazionaria, sia la vicenda personale dell’uomo condannato al confino in Lucania per attività antifasciste.

Non facile fu la lettura di Se questo è un uomo. Primo Levi, anch’esso nato a Torino, descrive le sue personali esperienze di ebreo deportato ad Auschwitz, e lo fa attraverso una narrativa distaccata capace di trasmettere appieno l’agghiacciante realtà dei lager nazisti. Con La tregua il lettore percorre con lui il mesto viaggio di ritorno in patria. Quando nel 1987 lo scrittore morì suicida, Scarpetta si chiese come fosse riuscito a non ammazzarsi prima.

A sedurla fu Cesare Pavese. La prima lettura di Dialoghi con Leucò non le permise di capire appieno il valore dell’opera, ma le regalò emozioni profonde: i sensi ne rimasero turbati, la razionalità vacillò, le certezze tremarono. Volle saperne di più dell’uomo e dello scrittore. Apprese che era nato in provincia di Cuneo, che era introverso, che era rimasto così colpito dal suicidio di un compagno di liceo da accarezzare sovente l’idea di quella soluzione per sé stesso. All’età di quarantadue anni, infine, si era ammazzato; nella stanza d’albergo scelta per morirvi aveva portato con sé Dialoghi con Leucò, il libro a lui più caro. Il disagio esistenziale che aveva permeato la vita di Pavese era derivato dal suo carattere fragile e instabile, da svariate delusioni amorose, da rapporti umani alquanto faticosi. Per insegnare nelle scuole pubbliche aveva dovuto iscriversi al Partito Nazionale Fascista. Era stato amico di coloro che erano poi divenuti intellettuali antifascisti di spicco. Si era fatto un anno di confino, anche se la lettera compromettente rinvenuta in casa sua apparteneva a una donna che amava e alla quale aveva permesso di utilizzare il proprio indirizzo. Tanti suoi amici erano morti: chi impiccato dai fascisti, chi in combattimento, chi dilaniato da una mina; lui fu colpito da rimorso. Nel libro Prima che il gallo canti, già con il titolo Pavese si riferisce ai suoi presunti “tradimenti politici”. L’iscrizione al Partito Comunista e la collaborazione con il quotidiano l’Unità scaturirono da un fatto di coscienza, ma  rispondevano anche  al  desiderio di rendersi degno dell’eroismo degli amici caduti, di impegnarsi in un lavoro che neutralizzasse la precedente latitanza politica, di costringersi ad avere contatti frequenti con gli altri per sottrarsi alla personale, sconfinata solitudine. “Io ho finalmente regolato la mia posizione”, scrisse a un amico. Attraverso la stesura de Il compagno volle testimoniare la propria presa di coscienza ideologica e l’approdo a una precisa scelta politica. Per ironia della sorte un suo articolo sul mito non venne affatto apprezzato proprio da intellettuali comunisti che, addirittura, lo attaccarono pedantemente. Amareggiato, lui scrisse: “Pavese non è un buon compagno….. Discorsi d’intrighi dappertutto.  Losche mene, che sarebbero poi i discorsi di quelli che ti stanno più a cuore….. Mi sono impegnato nella responsabilità politica che mi schiaccia”.

A distanza di vari anni dalla lettura di racconti, romanzi brevi, poesie e bibliografia di Cesare Pavese, Scarpetta si ritrovò a Manaus per partecipare a un’assemblea di indigenisti, cioè di persone che lavorano con e per gli indios. Un missionario italiano che parlava brasiliano con accento napoletano disse pubblicamente che di lei non ci si doveva più fidare perché aveva lasciato la Chiesa per lavorare con lo Stato. L’idiozia le arrivò addosso come un doloroso ceffone, ma ebbe la prontezza di ribattere che non aveva mai lavorato per la Chiesa, così come non stava lavorando per lo Stato; attraverso Chiesa e Stato aveva e avrebbe continuato a operare in favore degli indios; non lo disse, ma pensò anche che per beneficiare i popoli indigeni sentiva di poter venire a patti anche con il Diavolo. Quella fu una delle tante occasioni in cui Cesare Pavese tornò a farsi presente nella mente di Scarpetta, la quale, quel giorno, ebbe modo di costatare che, se intransigente, un cattolico è ottuso quanto un comunista.

All’epoca dell’assemblea di Manaus, vantava una convivenza di oltre quattro anni con gli indios yanomami. Le era stato regalato il libro Mitopoemas Yãnomam. Lavorando con informanti yanomami aveva collezionato racconti mitologici e disegni che li illustrano. Aveva intuito quanto esuberante e vasta sia la cosmogonia yanomami. Aveva studiato testi antropologici che trattano di mitologia. Anche attraverso la comprensione dei miti, Scarpetta cercava di conoscere meglio l’etnia. La sua ricerca aveva un fine sociale: fare in modo che incisiva e rispettosa delle sue radici culturali fosse ogni attività da svolgere in favore del popolo yanomami.

La realtà può essere decifrata anche attraverso il mito; anzi, se si vuole cogliere pienamente l’intima realtà dell’uomo, il più efficace strumento d’indagine è proprio il mito. La ricerca di Pavese procedette verso l’individualità, verso l’intrigata, immensa foresta mitologica che l’uomo si porta dentro. Eccezionale è il mito-poema Dialoghi con Leucò. L’autore riscatta la piacevolezza della favola, svolge un’indagine originale, rende appassionate le parole. La sua è una matura interpretazione simbolica della realtà, così matura da saper leggere dentro le problematiche che affliggono l’uomo occidentale: inurbamento, contrasto città-campagna,    solitudine, incomunicabilità; crude e contraddittorie, dette problematiche rimandano ai valori archetipici dell’esistenza umana.  L’intelligenza e la vastità delle intuizioni di Pavese illuminano angoli bui: tutto ciò che il subconscio vorrebbe nascondere, o mistificare, a proposito d’infanzia, amore materno, sesso, morte è da lui interrogato e sviscerato. Dialogando con Leucò, lo scrittore non ha fatto altro che sintonizzarsi con il proprio alter ego, cioè con l’altra metà di sé stesso. L’opera è il suo testamento spirituale: rivela la dimensione antropologica e psicoanalitica dei miti su cui s’innestano tutti i lavori di Pavese, sia in prosa che in versi; indica i percorsi seguiti dallo scrittore durante la sua  personale, travagliata ricerca umana e letteraria.

Come gli altri autori qui citati, anche Beppe Fenoglio era piemontese. Le radici regionali dei quattro scrittori collegavano Scarpetta al ricordo della nonna paterna, la piemontesina bella divenuta maestra e restata l’unica intellettuale della famiglia; una nonna che morì quando lei era molto piccola, ma che divenne l’ammirata eroina mitologica cui ispirarsi per impostare la vita. Grazie all’influenza di illustri insegnanti del liceo, Fenoglio maturò una coscienza antifascista. Si unì alle prime formazioni partigiane. Postuma fu la pubblicazione della maggior parte dei suoi lavori, anche perché morì di cancro ai bronchi all’età di quarantuno anni. L’ambiente comunista egemonizzava la cultura italiana: poiché s’ispirava al mondo contadino e partigiano, fama e successo sembravano assicurati per Fenoglio; invece, esponenti di quell’ambiente lo sottovalutarono considerandolo un dilettante, lo derisero, bacchettarono, denigrarono, censurarono, lo obbligarono a tagli e riscritture, gli imposero correzioni e titoli differenti. Chi volesse prendersi la briga di leggere le cattiverie scritte su di lui da esimi intellettuali di sinistra, e da fascisti divenuti comunisti al momento opportuno, capirebbe che dietro le loro arzigogolate motivazioni c’è ottusità, saccenteria, e pure invidia. Le cattiverie gliele stamparono persino nel risvolto di copertina di un suo libro, povero Beppe! Divenne il più isolato degli scrittori emergenti. Consapevole che l’ambiente comunista gli aveva dichiarato guerra, non raccolse la sfida per potersi dedicare sempre più sistematicamente alla scrittura.

Gli attacchi gratuiti a Fenoglio derivano da una serie di scomode evidenze. Il suo linguaggio è talmente originale che non viene capito; è un italiano letterario nuovo privo di retorica. I suoi partigiani non rispondono a canoni egemonici; non sono eroi mitologici e di loro scrive “com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana”. Della resistenza non  parla  da politico o da storico, ma ne sviscera le pulsioni e tensioni esistenziali sottese; inoltre, sulla storia collettiva innesta personalissime storie d’amore. Però, la scelta di Fenoglio che più risultò indigesta all’apparato comunista fu, probabilmente, la rappresentazione letteraria di donne libere, coraggiose, che godono durante i rapporti sessuali, che si contrappongono a capi che non le vorrebbero far sfilare per non suscitare le puritane reazioni dei borghesi. Non gli perdonarono mai nemmeno il fatto che alle elezioni del 1946 votò per la Monarchia; nei materiali consultati prima di scrivere questo testo, purtroppo, la scrittrice non ha trovato cenno alcuno alle motivazioni che portarono Fenoglio a fare detta scelta.

Quando Scarpetta lesse per la prima volta la parola “resilienza”, trovò che fosse oltraggioso accantonare il termine “resistenza” così carico di significati storici, politici, culturali. Poi, come di consueto, volle vederci più chiaro e fece la sua ricerca. Resilienza è l’arte di prendersi cura di sé stessi; l’arte di rimettere insieme i cocci in cui ci siamo trasformati; l’arte di ricomporre l’unità attraverso il recupero dei frammenti e l’aggiunta di materiali che li tengano insieme e l’impreziosiscano; proprio come fanno i giapponesi con i loro oggetti rotti. Insomma, se la resistenza è collettiva, la resilienza è Una questione privata.

Questo brano è uno dei capitoli dell’inedito Romanzo indigenista.