sulla stessa barca 1

PRIMA PARTE

Chi siamo

Paola Balotta

 

Mi ricordo

Mi ricordo le lettere di plastica colorata sulla lavagnetta magnetica e la magia di quando hanno cominciato a formare parole
Mi ricordo gli orecchini di ‘occhio di tigre’ della nonna, visti da molto vicino
Mi ricordo l’odore di Milano che mi investiva quando uscivo dalla stazione Centrale
Mi ricordo che sentiva di smog e di polvere
Mi ricordo il mio allevamento di artemie saline in un grande vaso sul davanzale della finestra, e sapere che mia mamma aspettava solo che me ne stancassi per buttarle via
Mi ricordo il Venerdì Santo a imbottigliare con papà nella cantina umida e fredda
Mi ricordo la mattina di Santa Lucia con i regali in cucina: due biciclette uguali, quasi da grandi, la mia blu
Mi ricordo il catino bianco nel quale la zia versava acqua calda per farmi lavare le mani, quando entravo in casa dopo aver raccolto il muschio sul muro dell’orto rivolto a nord
Mi ricordo la cesta di vimini con dentro la sorellina che non avevo mai visto e i suoi occhi la prima volta che mi ha guardato
Mi ricordo la voce di papà che cantava con gli amici
Mi ricordo le mani della nonna che mi provava i vestiti, con gli spilli che ogni tanto mi graffiavano leggermente
Mi ricordo mia sorella che mi tira per un braccio: dai Paola, muoviti
Mi ricordo le scale sconnesse che scendevano dalla strada all’orto, e l’attenzione con cui le facevo, al buio, per accendere centinaia di candeline piantate in terra, la sera della processione
Mi ricordo il caldo del cemento sotto la pianta dei piedi nudi
Mi ricordo ceste piene di pulcini pigolanti che mi facevano ribrezzo
Mi ricordo il primo viaggio all’estero da sola, i paesaggi che sfilavano dietro il finestrino, il dizionario tascabile nello zaino, il ragazzo mai visto con cui ho chiacchierato da Brescia a monaco di Baviera

Caroline Braga

Preferisco

Preferisco il cinema francese
Preferisco i cani
Preferisco la neve
Preferisco il colore azzurro
Preferisco le eccezioni
Preferisco le bollicine
Preferisco le lingue latine
Preferisco la fatica al far niente
Preferisco lo sforzo alla pigrizia
Preferisco il dubbio alle certezze assolute
Preferisco il rischio di fidarmi

Mi ricordo

Mi ricordo l’epoca della super inflazione, quando le cose in Brasile aumentavano di prezzo diverse volte nello stesso giorno
Mi ricordo la prima volta che ho provato una sigaretta. Me l’ha data mia madre, non per fumarla
Mi ricordo che mi chiese di tenerla, mentre lei provava un paio di jeans nella cabina prova. Ancora la rimprovero, scherzando: ma come hai potuto dare una sigaretta in mano ad una bambina di dieci anni?
Mi ricordo delle auto col telefono
Mi ricordo quando per usare internet ci voleva un telefono fisso, e si pagava a minuti
Mi ricordo dei dischetti per computer
Mi ricordo dei negozi che noleggiavano film
Mi ricordo quando per comprare delle bibite, bisognava riportare al negozio le bottiglie in vetro. Ho sentito che adesso in certi posti è tornata di moda questa pratica
Mi ricordo quando mia zia, trasferita in Italia, veniva in Brasile per farsi delle vacanze
Mi ricordo quei bei vestiti, e le belle scarpe, il suo profumo italiano, i regali carini che ci portava lei
Mi ricordo, quanto sarà chic l’Italia, pensavo io

La prima volta che…

mi sono accorta che ero al mondo:
Credo che i primi ricordi che ho in mente riguardano il tempo passato alla scuola materna. Ci andavamo io e mia sorella, più piccola di me. Mi ricordo il giorno in cui la maestra aveva tirato l’orecchio di mia sorella e l’ha fatta piangere. Quando nostra madre è arrivata a prenderci, le ho subito raccontato cosa era successo. Lei ovviamente si arrabbia, entra nella scuola, fa uno scandalo e ci toglie di li.
ho pensato qualcosa di importante (e anche ho fatto qualche cosa di degno):
Avevo più o meno 12 anni, non saprei precisare. Sentii alla fine della santa Messa il prete parlare di riciclaggio di rifiuti. Era la prima volta che sentivo parlare di questo tema. Il prete parlò della importanza di separare i rifiuti, del peso che essi rappresentano per il pianeta, e disse che potevamo portare i rifiuti di casa alla chiesa, adeguatamente separati, perché l’attività di riciclaggio gli serviva anche come un reddito. Quando sono tornata a casa, raccontai tutto alla mia famiglia, e da quel giorno in poi, tutti noi separiamo i rifiuti e li destiniamo al riciclaggio, anche se a San Paolo non è obbligatorio.
ho voluto bene a qualcuno: 
Non posso scappare dal luogo comune di dire che è stata mia madre la prima persona a cui mi sono accorta di voler bene.
mi sono sentita libera:
Forse quando ho iniziato ad andare al corso di inglese con i mezzi, da sola. Non mi piaceva frequentare il corso di inglese, ed io ogni tanto facevo finta di andare alla scuola ma invece andavo da un’altra parte, o andavo proprio alla scuola ma non entravo in classe, rimanevo al bar o alla biblioteca. Non ne sono fiera, e oggi ringrazio mia madre per avermi costretto a fare il corso di inglese anche se non ne avevo voglia.

ho provato dolore:
Quando i miei si sono separati e mio padre se n’è andato di casa ho sofferto e pianto parecchio.

Ricordi

Sono nata a San Paolo, a dicembre del 1979. Quindi, tra qualche giorno, avrò 38 anni.
Sono la più grande di tre. Mia sorella abita in provincia di Salerno. Mio fratello invece, è in Brasile e mi manca tanto.
I miei sono separati da che ero piccola. Mio padre non è mai stato molto vicino a noi, allora, averlo in un altro paese, non è che cambia tanto per me.
Mia madre, fra qualche giorno viene in Italia, in vacanza. Purtroppo sarà solo un giorno con me, a Milano, perché vuole andare subito da mia sorella. Un po’ prima di Natale, nasce mia nipote, la seconda bambina di mia sorella, e nostra madre vuole esserci.
Io invece, già che devo parlare di me: un anno fa sono arrivata in Italia. Sono venuta per fare un periodo sabbatico, ma alla fine, ho trovato un lavoro, in una ditta brasiliana, dunque, ho deciso di rimanere qua. Faccio l’architetto e lavoro per una marca di design, di mobili d’autore.
Sono contenta di essere a Milano, una città che ha tanto da offrire. Quello che mi piace di più, è la vita culturale di Milano. Ci sono sempre delle belle mostre da vedere, delle belle librerie, tanti corsi interessanti da fare, come questo. Possiamo muoverci facilmente con i mezzi, ci sono tanti ristoranti per tutti i gusti, tanti negozi, sia fast fashion, sia haute couture, tanta gente in giro, ogni tanto troppa. Insomma, è una città piena di vita.
Dovevo parlare di me, invece, sto parlando di Milano. Infatti, mi sembra più interessante parlare di Milano che di me stessa.

Ricordare attraverso i sensi

Gusto
Non mi ricordo della prima volta che ho assaggiato il cioccolato, ma questo mi ha sempre fatto impazzire, da che ero piccola fino ad oggi.
Olfatto 
Mio padre ha sempre usato lo stesso profumo ed è questo un odore pregnante per me, soprattutto quando l’odoravo in giro, però, non veniva da lui, perché non lo vedevo da tanto.
Tatto
Mi ricordo il giorno in cui mia madre mi ha regalato il mio primo cagnolino (era una femmina), e forse accarezzarla è stato il mio primo ricordo di tatto che mi viene in mente.
Vista
La prima volta che ho visto la neve ero già grande. Ho sempre avuto tanta voglia di vedere la neve, di sciare, e la prima volta che sono andata ad una stazione di sci mi sono sentita in paradiso.
Udito
Da ragazzina ero pazza di Madonna. Il suo disco è stato il primo disco che mi hanno regalato, dico disco da grande, non quelli da bambini. Ancora oggi mi ricordo le musiche che c’erano.

Una persona importante

Il mio ex fidanzato è stato la figura più fatale nella mia vita, ed è l’unica persona che io metterei nella colonna dei cattivi. Ma sarò giusta, devo metterlo anche nella colonna dei buoni. Mi ha fatta soffrire, ma mi ha anche insegnato tanto. Non credo che si tratti di una persona proprio cattiva, anche se lo è stato con me. Sono convinta che lui abbia, per usare un termine “di moda”, la sindrome di borderline.

Una guida

Alla università ho avuto dei maestri che sono stati i miei mentori, e hanno contribuito alla mia formazione, non solo come architetto, ma anche come persona. Mi hanno insegnato, tra l’altro, che gli architetti hanno anche un ruolo sociale, soprattutto in un paese pieno di disuguaglianze come il Brasile.
Tutti gli architetti sognano di progettare delle belle ville, piene di tecnologie e finiture lussuose. Ma questi maestri hanno fatto capire, a me e ai miei colleghi di classe, il potere di inclusione o di esclusione dell’architettura, e l’impatto che una costruzione, come un condominio sociale, un museo o un centro sportivo possono causare nella vita di tutti i cittadini.

Quella volta che mi sono sentita…

La lista di aggettivi dell’esercizio n. 8 (Quella volta che mi sono sentita… incapace… delusa…) mi mette in ansia. Ci sono tante parole che non ho mai sentito neanche, circa il 20% direi. Un altro 10% l’ho già sentito, ma non sono sicura dei significati.
Mi trovo adesso alla biblioteca di Brera. Avevo visto delle foto di questa bellissima sala di lettura su internet, che mi hanno ispirata. Ho pensato che questa bell’atmosfera avrebbe potuto aiutarmi a scrivere un bel racconto. Tutte queste boiserie, questi libri antichi, mi fanno sentire nella Belle Epoque.
Peccato che l’odore dell’antico, la polvere dei libri, mi fanno venire subito una crisi di rinite allergica.
Ero decisa a prendermi un dizionario per cercare i significati di queste parole sconosciute, visto che del traduttore di Google non sempre possiamo fidarci. Anzi, le parole più rare non le troviamo neanche.
Ma ho cambiato idea, non durerò molto qui, gli starnuti sono già cominciati e i miei fazzoletti si trovano nella mia borsa, nell’armadietto del piano di sotto.
Mi sbrigo a scrivere questa bozza, a mano. Dopo, a casa, la trasferisco al computer, con il correttore ortografico.
INCAPACE, di scrivere in italiano senza il correttore. Se anche ce l’avessi, farei lo stesso degli errori… DELUSA, mi sento un po’. Prima pensavo che uno che studia veramente, che si sforza, potrebbe arrivare alla perfezione in un’altra lingua. Dopo qualche anno che abita in quest’altro paese, ovviamente. Ma dopo ho capito che quando siamo bambini, la nostra lingua madre è “impiantata” nel nostro cervello, in una maniera che non possiamo riprodurre più tardi, quando diventiamo adulti. Non importa quanto ci sforziamo.
Ma va be’, posso dire che comunque sono SODDISFATTA del progresso che ho fatto dopo 14 mesi che abito in Italia. Ho ancora tanto lavoro da fare, ma direi che me la sto cavando, ne sono FIERA.
Le doppie sono la mia maggior sfida, e mi sa che lo saranno per sempre. Forse i pronomi, la coniugazione, un giorno li saprò alla perfezione. Ma mi troverò sempre “impantanata” nelle doppie. Ecco una parola nuova per me e che ci sta nel mio testo. Almeno spero.

I letti in cui ho dormito (in Italia)

Nel mio primo mese in Italia ho condiviso la camera da letto con mia sorella e mia nipote. Mio cognato, dormiva nel soggiorno. Eravamo tutti disposti a fare un sacrificio: per completare il nostro processo di cittadinanza italiana, era più conveniente che io e mia sorella lo facessimo insieme.
Finita la prima fase del processo, cioè, la visita dei vigili, me ne sono andata. Ci voleva ancora un paio di mesi per aspettare i documenti, ma dovevo andare al Comune solo quando questi fossero pronti. Allora sono andata da mio cugino, a Gallarate. Secondo letto: nella camera della bambina.
Sono arrivata alla vigilia di Natale, e due giorni dopo, lui con sua moglie e i bambini sono andati in Brasile, per un mese di vacanza, lasciandomi l’appartamento e la macchina, tutto per me. Che bello!
Nel paese dove abita mia sorella, avevo conosciuto una coppia di brasiliani che stavano facendo il giro del mondo, tramite un sito chiamato Workaway. È un sito dove si può trovare un lavoro temporaneo in diversi paesi del mondo. Sono lavori di solito non pagati, ma dove ti offrono vitto e alloggio. Mi sembrò una buona maniera di girare l’Italia, conoscendo delle persone e imparando l’italiano, senza spendere una fortuna. Allora sono andata in Sicilia, a Mondello. Per un mese ho lavorato con Fabrizio, una bravissima persona, che produce dei prodotti naturali. Ho imparato a fare il sapone, delle creme, burro cacao, ecc. Mi ha ospitato lui, a casa sua, che è di fianco alla casa di sua madre. Siccome lui aveva già ospitato altre sei ragazze che avevano lasciato delle belle recensioni su di lui, pensai che potevo fidarmi, e ho fatto bene, perché lui è diventato un amico e questa è stata una bellissima esperienza.
Prossimo letto, all’altra estremità d’Italia, a Merano. Per quarantacinque giorni mi ha ospitato Elena, una dottoressa che ha la mia età, separata, due bambini. La aiutavo portando e andando a prendere il bambino a scuola, e con le faccende domestiche. Elena è una delle persone più dolci e gentili che abbia conosciuto, e anche lei è diventata una amica. Spesso uscivamo insieme, per andare in piscina, a fare yoga, uscivamo la sera quando i bambini andavano dal loro padre, facevamo delle belle cene a casa o a casa degli amici. Lei mi ha presentato un sacco di persone. Insomma, ho fatto un bellissimo soggiorno a Merano.
A luglio sono andata in Brasile, e sono rimasta per quasi due mesi dalla mamma.
A fine agosto, sono tornata in Italia, questa volta a Milano, sempre utilizzando Workaway.
Mi ospita Piera, una signora di cinquantadue anni, madre single, che ha una bimba di un anno e mezzo. La aiuto con la bimba e con la casa. Sempre che sono a casa, cucino io. Lei è proprio un disastro come cuoca, quando non ci sono, si mangia la pizza surgelata o delle scatolette. Lei invece, mi aiuta offrendomi una bella camera, e praticando l’italiano. Lei è molto brava con la grammatica e mi corregge spesso, come le ho chiesto.
Non mi trovo male, ma non vedo l’ora di andare al mio prossimo letto, cioè, a casa mia.

Un libro

Avevo più o meno vent’anni quando lessi Lolita, di Vladimir Nabokov. Forse è stato il primo libro che scelsi io, che lessi per piacere e non come compito di scuola.
Il ricordo più pregnante per me è l’ananas gin, il drink che beveva Humbert, il personaggio principale e narratore del libro.
Ero coinvolta a tal punto con il romanzo, che comprai una bottiglia di gin e lo bevevo con il succo di ananas tutti i giorni, ovviamente di nascosto da mia madre.
Nabokov quasi quasi ha fatto diventare un’alcolizzata una ragazzina di vent’anni.
Per fortuna, quando finii il libro, smisi anche con l’abacagin, come fu tradotto in portoghese, lingua in cui lessi Lolita. Abacaxi vuol dire ananas, pure il nome del drink è divertente, abacagin.

Marta Cabrini

Preferisco

Preferisco il giorno alla notte
Preferisco la primavera e l’estate
Preferisco le giornate con il cielo azzurro intenso
Preferisco guardare il cielo azzurro attraverso il verde delle chiome degli alberi
Preferisco il mare fuori stagione
Preferisco la luce, tanta luce
Preferisco la leggerezza e l’allegria finalmente
Preferisco la sostanza alla forma
Preferisco ogni tanto un po’ di follia
Preferisco la spontaneità e la trasparenza
Preferisco il venticello di primavera che si intrufola sotto i vestiti
Preferisco il cane con cui posso parlare
Preferisco la tenerezza e la complicità in uno sguardo
Preferisco non remare più contro corrente
Preferisco il lasciarsi andare
Preferisco due mani intrecciate
Preferisco dire No se necessario e stare bene nel dirlo
Preferisco non riconoscere i tipi di automobili, non sono importanti
Preferisco ricordare a spanna i titoli dei film o dei libri
Preferisco non sapere mai il nome di personaggi “noti” ma comunque sconosciuti
Preferisco ricordare i nomi di chi conosco bene
Preferisco le storie a lieto fine
Preferisco la libertà
Preferisco l’uguaglianza
Preferisco l’assenza di frontiere
Preferisco i cantautori e l’energia che i loro testi danno quando te li senti addosso
Preferisco le danze popolari
Preferisco il rock and roll anche se non so ballare
Preferisco gli occhi luminosi
Preferisco vedere la gioia sul viso della gente
Preferisco il chiacchiericcio di un ruscello e la sua trasparenza
Preferisco le impronte sulla spiaggia deserta
Preferisco che tutti abbiano una casa ed un lavoro
Preferisco essere considerata comunista nel vero senso della parola
Preferisco restare fuori dai cimiteri
Preferisco pensare che coloro che non ci sono più siano nel vento, nell’aria e dentro di me
Preferisco amare la vita e rivendicare il diritto di viverla
Preferisco l’eccitazione all’apatia
Preferisco aprirmi al mondo
Preferisco la curiosità all’indifferenza
Preferisco l’accettazione alla rassegnazione ma c’è voluta una vita a capirne la differenza
Preferisco il pianto incondizionato per recuperare fiato
Preferisco toccare il fondo e trovare lì la spinta per risalire
Preferisco l’amore in tutte le sue innumerevoli forme
Preferisco ricordare con tenerezza quando avevamo trentadue anni in due
Preferisco ora, sentirmi dentro trent’anni in meno di quelli che ho
Preferisco l’alba ma anche il tramonto
Preferisco non aver paura di mettermi a nudo
Preferisco essere
Preferisco… Preferisco… Preferisco.

Mi ricordo

Mi ricordo… un costumino giallo di lana, intero, quando sulla spiaggia di Cogoleto avevo quasi otto anni
Mi ricordo… il profumo, il sapore della focaccia con le cipolle
Mi ricordo… la scala di pietra a gradini molto alti, che ho fatto a ruzzoloni, fuori dalla casa dei nonni
Mi ricordo… le “vasche” che facevamo da ragazzine, da un capo all’altro del paese, in estate
Mi ricordo… le stesse “vasche” di sera, fino fuori dal paese, dove non c’erano più i lampioni. Che emozione!
Mi ricordo… l’emozione che provai quando, quel ragazzino appena conosciuto, seduto dietro a me al cinema, appoggiò la sua guancia alla mia e lì la lasciò. Ero grande! Il mese dopo avrei compiuto tredici anni
Mi ricordo… lo schiaffo che mio padre mi diede, proprio sulla stessa guancia, all’uscita dal cinema. Ero umiliata. Incompresa. Ma felice!
Mi ricordo… un viaggio in treno di notte. Un treno con solo panchine di legno. Solo nonna Gigia ed io. La mia testa appoggiata sulle sue ginocchia. Mai dormito così bene. Lei non so come potesse stare all’arrivo a Rimini quel mattino!
Mi ricordo… quando arrivò quel carrello con tanti fagottini. Uno di quelli mi fu messo tra le braccia. La prima volta che ho visto il mio bambino. Incredibilmente bello!
Mi ricordo… quella sera alle venti, mentre fuori imperversava un violento temporale, una voce disse: “E una bambina!” Ed io “è una bambina, è una bambina, è una bambina…”
Mi ricordo… “Ghost”, il nostro cane, mentre mi lecca il viso per asciugarne le lacrime
Mi ricordo… i suoi espressivi occhi nocciola ed il suo lungo pelo morbido
Mi ricordo… le sue folli corse intorno alla casa in campagna ed i suoi tuffi in quella soffice neve polverosa
Mi ricordo… quando gli dicevo “dai Ghost” e contemporaneamente ci buttavamo sul lettone per farci le coccole
Mi ricordo… di te amico, unico, grande, dolcissimo, umano “Ghost”
Mi ricordo… di Leone, il gattino salvato, da morte certa, nel cortile del palazzo. Una pallina di pelo tigrato color della strada. Lui solo coccole e “pastrugnamenti”. Le unghie proprio non sapeva di averle
Mi ricordo… Briciola la nostra prima gattina. Bianca e nera. Selvaggia e vittima purtroppo delle nostre inesperienze. Lei amava Giuliano e si fidava solo di lui
Mi ricordo… i panorami al mio paese. Mi hanno sempre incantata e continuano a farlo
Mi ricordo… una vespa che mi punse un dito al lavandino nella cucina della nonna a cinque anni. Un dolore tremendo!
Mi ricordo… un’altra “vespa”. La mitica “Vespa”, inaspettatamente offerta da un cugino gentile
Mi ricordo… il vento tra i capelli e le mie braccia attorno alla sua vita
Mi ricordo… mi ricordo il senso di libertà e paura insieme che provavo per quelle stradine in mezzo alla campagna
Mi ricordo… che in quel girovagare, mi sentivo padrona del mondo in quell’estate del 1968
Mi ricordo… il grande ciliegio che aveva piantato il mio bisnonno e intorno al quale abbiamo ballato per alcune estati. La balera improvvisata l’avevamo chiamata “Bolgia”

Mi ricordo… un altro viaggio in treno. Fine luglio. Sempre Rimini la meta. Adriana mi accompagnava. Dovevamo andare a prendere i ragazzi che erano dai nonni. Quel mese di agosto ci aspettava Bonifacio!
Mi ricordo… la stazione di Lambrate. Chissà perché siamo partite da lì. I marciapiedi erano pieni di giovani in fuga verso il mare quel venerdì notte
Mi ricordo… che arrivò il treno già pieno. Una ragazza, in preda al panico, gridava “Fatemi scendere!” Noi dovevamo salire per forza
Mi ricordo… tutta la notte in piedi. Appiccicati. La toilette accanto piena fino al soffitto di bagagli. Per cambiare la posizione dei piedi serviva fare una trattativa col proprio vicino. Viaggio indimenticabile!
Mi ricordo…
Mi ricordo…

Ricordi

Uno
Da sempre ho impressa una immagine nella mia mente. Io molto piccola, fuori dalla casa dei miei nonni materni. Ero seduta sulle gambe di un adulto, la nonna o il nonno forse. Uno spazio di pochi metri ci divideva dalla strada. Chi mai passava in quell’unica strada, in quel paesino, probabilmente nella primavera o inizio estate del 1952 o 53? Solo un camion ogni tanto che trasportava pani di zolfo estratti nella grande miniera, la più grande d’Europa. In quella strada si viveva. Ed in quel momento la stava attraversando Pierluigi, Gigi per me, di due anni più grande.
Teneva in mano una corda alla quale dall’altro capo era legato un topo vivo. Era stato il fratello di mia mamma Riccardo a legarlo e a darlo a Gigi con la raccomandazione di portarlo alla sua nonna. E lui, bimbetto sveglio e scanzonato, era ben felice di obbedire e con quello scherzo far spaventare la nonna. Chissà se la mia fobia verso i topi nasce proprio da questo episodio. Io ne sono terrorizzata ma nello stesso tempo sto male all’idea che possano essere uccisi.
Due
Proprio attaccato alla casa dei miei nonni c’era un bar, il Circolo Repubblicano. Era sempre pieno di uomini che giocavano a carte e bevevano vino. Anche mio nonno appena poteva andava lì ed io con lui. Il pavimento di questo circolo era pieno di mozziconi di sigarette. Allora non avevano il filtro per cui era facile recuperarne il tabacco. Ed è quello che io a quattro anni facevo. Raccoglievo da sotto i tavoli, fra le gambe di quegli uomini, i “mucci”, così venivano chiamati i mozziconi. Ne facevo un grosso cartoccio che poi regalavo a “Peperello”, un vecchietto senza tempo, senza capelli e senza denti e senza la possibilità di comperarsi le sigarette. Era povero? Era solo? Non so. Di sicuro avrò sentito i discorsi degli adulti e la mia empatia innata mi aveva fatto trovare questa soluzione. Il pavimento del locale sicuramente sporco, i mozziconi pieni di chissà quanti germi ma a nessuno è venuto in mente di fermarmi. Anzi il mio gesto era stato apprezzato e raccontato. Io ne ero orgogliosa e non mi sono neppure ammalata!
Tre
Non mi piaceva andare all’asilo. Mamma giovanissima faceva la sarta. La stanzetta dove lavorava era piena di ragazzine che venivano ad imparare a cucire. Io stavo bene con loro. Curiosa di sentire racconti, storielle, canzoni. Poi detestavo stare alle regole. Dormire al pomeriggio. Stare in fila o seduti a comando. Bere e mangiare in ciotole di alluminio dove tutto assumeva un gusto di metallo. Usare poi quel fetido gabinetto. Impossibile! Forse lo dissi a mamma e lei probabilmente alla maestra perché ad un certo punto io non dormivo più con la testa sul banco dopo mangiato ma stavo fuori in quella specie di cortile di terra battuta e quando dovevo fare pipì potevo andare a casa che era di fronte. Assurdi privilegi. Che comunque non mi facevano stare bene. Mi facevano sentire diversa. Ed allora un pomeriggio, quando mia nonna mi venne a prendere e sulla porta la suora mi disse: “Ciao Martina ci vediamo domani” io appena la porta si richiuse risposi: “Se mi hai visto mi hai visto. Se non mi hai visto non mi vedi più!”. La nonna si divertì molto e così finì la mia esperienza asilo. Vittoria!

Il tavolo
C’è un vecchio tavolo in casa dei miei genitori. Il tavolo del loro soggiorno di sposi. Ricordo quel soggiorno con il “buffet” ed il “controbuffet” con un grande specchio. Quante volte mi ci sono rimirata. Poi il tavolo rettangolare, molto grande, con uno spesso cristallo verde come piano. Chissà quanti debiti avranno fatto per potersi comperare quel bellissimo soggiorno nel 1952 i miei genitori! Per poco più di tre anni rimase nella casetta che mio padre costruì, poco più che ragazzino, con il suo gemello. Poi tutti i mobili nel 1956 vennero portati a Milano. Qui vi rimasero con alterne sorti, per oltre trent’anni. Il primo ad essere eliminato fu il “controbuffet” per lasciare posto ad un divano letto. C’era sempre qualcuno che per vari motivi soggiornava da noi. Il “buffet” invece restò fino a quando i miei genitori nel 1988 non tornarono al paese. Venne lasciato a chissà chi. Storia diversa per il tavolo. Un giorno, forse a causa di una pentola troppo calda, il cristallo si spaccò e fu necessario eliminarlo. Troppo costoso sostituirlo con un altro simile. Invece di lasciarlo semplicemente di legno, la modernità di allora convinse i miei a ricoprirlo di lucida formica marrone. Comoda e pratica da pulire, dicevano. Orribile da vedere ai miei occhi di bambina. Su quel tavolo mia madre, quasi tutte le notti nel totale silenzio intorno, tagliava gli abiti che di giorno cuciva insieme alla nonna. Intorno a quel tavolo si consumavano i pasti. Ricordo ancora i posti di ognuno di noi. Il mio accanto al nonno e poi al suo posto. A quel tavolo il nonno sedeva mentre io, in piedi sul baule, nell’angolo vicino alla finestra, mettevo in scena uno spettacolo di canzoni.
Quel tavolo non ha le quattro gambe canoniche ma i due lati più stretti chiusi come da spesse pareti. Una altrettanto spessa asse di circa 25 centimetri le unisce appena un po’ sollevata da terra. Poteva servire come appoggia piedi ma anche come ottimo sedile per la mia casetta. Era il mio rifugio. Pensavo che lì mi sarei potuta nascondere nel caso fosse scoppiata una guerra e proprio per questo facevo scorta di bocconi di pane sui piccoli ripiani formati dalle assi che reggevano in alto il piano da lavoro. Calcolavo quanto tempo potevano bastare a sfamarmi questi pezzetti di pane che poi diventavano secchi o muffi e che ogni tanto dovevo sostituire. Era un mio grande segreto. Ho giocato tanto sotto a quel tavolo. Mettevo anche dei teli che facevo scendere dai due lati più lunghi. Così il mio rifugio era ancora più protetto. Anche i miei figli lo hanno usato per fare lo stesso gioco quando erano a casa dei nonni. Tutti i bambini amano costruirsi rifugi. Ora questo vecchio, spesso, solido tavolo, unico sopravvissuto dell’antico soggiorno è nella casa dei miei genitori. Relegato in quella che era la stanza da lavoro di mia madre. Solo. Inutile. Un po’ triste. Mi piacerebbe farlo tornare al suo antico splendore. Essere di nuovo il fulcro della vita in quella stanza che è ora il soggiorno dei miei. Difficile convincere mia madre. Dura la battaglia da combattere. Lui è lì in attesa di risorgere. L’idea è nata. Il seme spunterà.

Primavera
A sedici anni cominciai a lavorare come impiegata in una piccola ditta in via Marcantonio dal Re al numero 10. In fondo ad una serie di cortili, come spesso erano le case di ringhiera della vecchia Milano. Era una officina meccanica. Io l’unica impiegata. Un ragioniere, grande, sposato e con tre figli, veniva due mattine alla settimana per controllare ed insegnarmi il lavoro. Ero brava ed alla fine dell’anno il revisore svizzero, monsieur Recordon, si congratulò con me. Il mio piccolissimo ufficio aveva due lati di vetrate che guardavano nell’officina. Al di là dei vetri, una quindicina di operai di età diverse. Dai diciotto ai cinquant’anni. Praticamente dei nonni per me che avevo un padre di trentasette anni. Ero snella e con lunghi capelli castani. Quell’anno mettevo delle fasce nei capelli sempre dello stesso colore del maglione a dolcevita e delle calze. Rosse, gialle, azzurre. Poi le minigonne che mia madre mi faceva in continuazione. Bastava un pezzetto di stoffa e voilà, la svolazzante gonnella era pronta per essere indossata. Ero sicuramente graziosa, ma da ragazzine difficile sentirsi tali. Mai abbastanza brave o belle! Un giorno, attraversando l’officina, uno dei “nonni” disse: “ Ecco, guardate, che passa la primavera”. Una bella botta per la crescita della mia autostima!

Una guida

L’ho conosciuto nel corso del mio diciannovesimo anno. Stavo vivendo un momento difficile anche se non era il primo, nonostante la mia giovane età. Un periodo che allora mi sembrava infinito. In realtà, ripensandoci ora, era passato solo poco più di un mese da quando il ragazzo (con il quale per alcuni anni avevo condiviso le scoperte e le emozioni della nostra adolescenza e prima giovinezza) ed io ci eravamo lasciati. Voglia di nuove esperienze. Di novità. Di scoperte. Il mondo, oltre la nostra storia, era intrigante, accattivante e ci chiamava. Lo conobbi ad una cena a cui ero stata invitata. Lui era grande. Aveva ventisette anni. Aveva proprio l’età che io andavo cercando. Basta coetanei. Ragazzini con tanta confusione in testa. Ne avevo già tanta io di confusione, di paletti, di paure, di complessi. Ne ero piena. Poche settimane prima, il fratello di una mia nuova amica, veramente carino e con il quale mi sentivo proprio bene nel ballare i lenti, mi chiese se volevo essere la sua ragazza. Ricordo, come se fosse accaduto ieri. Piazzale Lotto, domenica. Tardo pomeriggio. Al ritorno da una sala da ballo. Me lo chiese. Mi piaceva stare con lui, ma gli risposi immediatamente di no. Io non volevo più stare con ragazzini. Io non volevo un ragazzo di diciassette anni. Ne volevo uno di ventisette! Veramente tagliente e cattiva. Era un momento duro per me. Sola e con tutti i riferimenti di amicizia spezzati. Ma non era una giustificazione per rispondere in quel modo! Cercavo un ventisettenne… e Lui era arrivato. Bello, intrigante, solido, affidabile, ci mettemmo insieme subito da quella sera. Io avevo diciannove anni ma ne dimostravo quindici. Lavoravo già da tre anni. Mandavo avanti l’ufficio di una piccola azienda. Ero responsabile ed affidabile ma quanti casini nella mia testa. Il mio aspetto sicuramente lo colpì al primo momento ma poi proprio tutti i miei complessi lo intrigarono. Me lo ha confessato molti anni dopo. Forse era una sfida per lui o chissà quale alchimia si era scatenata. Io ero assolutista. O bianco o nero. Caparbia e decisa ma confusa e senza conoscenza. Ricordo una sera al telefono, nei primi mesi della nostra storia. Durante una di quelle interminabili telefonate a cui lo sottoponevo. Lui che detestava il telefono. Cercavo di trattenerlo il più a lungo possibile illudendomi così di impedirgli di andare al bar dagli amici mentre io dovevo restare in casa. Mi faceva stare troppo male questo pensiero. Lui aveva capito benissimo questo mio espediente e forse lo divertiva o lo faceva sentire importante. Sicuramente non lo disturbava. Parlavamo di palestinesi ed ebrei. Io difendevo la mia tesi. Tesi basata sul nulla. Probabilmente me l’ero fatta vedendo il film” Exodus”. Il diritto ad una patria. Chissà che altro. Non ricordo cosa dicevo ma ricordo una sua frase: “Sei solo una piccola borghese reazionaria!”. Non sapevo bene il senso di quella frase ma mi colpì come una frustata. Mi sono sentita meschina. Ma da quel momento ho cominciato a crescere. Lui sempre accanto a me con saggezza, pazienza ed amore. Un compito arduo ha scelto di assumersi. Molte volte veramente duro. Io arrivavo a farlo esasperare. Altre volte lieve e travolgente. Le nostre vite insieme. Quarantacinque anni intensi ed alla pari. Vissuti con passione e sostegno reciproco. Dove, anche nelle difficoltà e nelle sfide che la vita ci ha messo davanti, non è mai venuta meno la stima profonda che entrambi provavamo e che è stata la base, il collante della nostra unione. Noi sempre insieme. Sono certa che se non fosse arrivato nella mia vita, oggi io non sarei la donna che sono. E sono grata al caso, al fato, al cielo che lo hanno fatto accadere.

Lessico familiare

Parole, fiabe, filastrocche
Non ricordo molto la presenza di mio padre nella mia prima infanzia. Forse avevo altre figure importanti accanto. Lui forse troppo giovane. Troppo preso dal lavoro. Dal suo duro lavoro che comportava anche dispendio di tempo per andare e tornare dal cantiere, sempre molto lontano, in bicicletta. Quella bicicletta che ogni sera, per paura che gliela rubassero, portava in spalla fino al secondo piano e che poi appendeva ad un gancio dietro ad una tenda in fondo al corridoio. Altre volte in cantina giù per la ripida scala in quel tetro labirinto di cunicoli. Un’unica sera, forse troppo stanco, la lasciò in cortile nell’angolo senza rastrelliera, dove tutti le tenevano le une appoggiate alle altre. Ce ne erano tante e non era successo mai nulla. Quell’unica notte, la sua bella “Bianchi” verdina, di cui era tanto orgoglioso, venne rubata. Troppo bella. Troppo preziosa. Non ne comprò più. Di mio padre ricordo molto bene, invece, i suoi racconti di bambino ed adolescente perennemente affamato in tempo di guerra, le sue fiabe e le sue filastrocche. Le raccontava a me. Poi ai miei figli. Ed anche a tutti i bambini che sono passati nella sua vita anche solo per poco tempo. Sempre le stesse. Si metteva due pezzetti di carta bagnata sugli indici delle mani. Tutte le altre dita chiuse a pugno. Poi declamava “Gigino e Gigetto che volan sul tetto. Va via Gigino, “ ed il dito che il bimbo di turno vedeva era il medio. La stessa cosa con l’altra mano “Va via Gigetto”. Poi “Ritorna Gigino e ritorna Gigetto”. Tutti i bambini restavano e restano incantati.
Oppure la fiaba di “Giovannino senza paura” e le sue avventure al Polo Nord. Fiaba di cui non ricordo più la trama ma che resta avvolta di calore e magia. Quasi sempre raccontate a letto al risveglio la domenica mattina. Anche i miei figli le ricordano quelle mattine, quando il tempo era lento, nel lettone, il nonno in mezzo a loro che raccontava aspettando le tazze di caffelatte caldo che la nonna poi portava.

Erik Castillo

 

Sono uscito dalla Colombia quando avevo quattro anni, con la mia famiglia siamo andati in Cile. Là siamo rimasti dieci anni, dopo siamo andati in Argentina. Là siamo rimasti dodici anni. Siamo tornati in Colombia nel giugno del 1998.
La Colombia in quel periodo attraversava una situazione difficile di violenza, delinquenza e povertà. Per delle situazioni difficili da raccontare siamo usciti velocemente, semplicemente per proteggere la nostra vita. Siamo andati in Spagna nel gennaio del 2000. Abbiamo fatto subito la richiesta d’asilo politico e non siamo mai riusciti ad avere la condizione di rifugiati. La mamma morì nel giugno del 2002 a Bilbao. Io sono stato in Spagna fino al 2013 e da lì sono venuto in Italia. Mio padre è tornato in Colombia un anno fa, ha detto che vuole morire nella sua patria. Mia sorella, mio cognato e mio nipote si sono trasferiti a Londra.

Il primo ricordo

In famiglia sentivo sempre che io ero nato proprio a casa e quella che aveva assistito il parto della mamma è stata la zia Nieves. Mia mamma non ha voluto andare in ospedale a partorire, mia zia e mia mamma facevano le infermiere entrambe nello stesso ospedale e loro due sapevano fare perfettamente quel mestiere. Dunque sono nato il venerdì 7 aprile 1972 alle 5.30 del mattino nella casa sita nella calle 4 con carrera 17 del quartiere Libertadores nella città di Santiago de Cali.

Ricordi

Bei ricordi
I miei primi anni in Cile.
Quando ho iniziato a leggere e conoscere il mondo.
Quando ho iniziato a pensare ero un 14enne e leggevo Karl Marx. È vero: non capivo niente.
Nel 1986 a quattordici anni mi sono trasferito a Buenos Aires, ho iniziato a conoscere la lingua italiana, e ho iniziato ad amare l’Italia ed è cominciato il sogno di venire in Italia.
Nel 1988 a sedici anni comincio il mio primo lavoro come allevatore di maiali.
Nel 1993 quando ho visto per la prima volta il film: “Nuovo Cinema Paradiso” ho pensato che dovevo senz’altro venire in Italia. Ho sempre pensato che Giuseppe Tornatore e anche Ennio Morricone pensavano a me quando hanno fatto questa meravigliosa opera. Ho visto forse questo film 1001 volta e non mi stanco mai di rivederlo. Ogni volta che lo vedo trovo nuovi elementi che mi fanno ridere e piangere, e imparo anche altre cose della cultura italiana.
Quando è nato mio nipote Felipe nel 1989.
Quando ho ricevuto il mio primo stipendio quando facevo l’allevatore dei maiali.
Quando ho fatto il primo biglietto aereo che ho pagato con miei soldi quando avevo 18 anni. Sono andato a Cali, perché era nata mia cugina Angelica, figlia di mia Zia Nieves. L’hanno anche battezzata e io sono stato il suo padrino.
Nel 1998 quando siamo tornati in Colombia, peccato che non siamo rimasti.
Quando siamo arrivati in Spagna a Bilbao nel gennaio del 2000. La mamma diceva che la felicità era sicura in questa città, era il posto più bello dove mai aveva vissuto in vita sua. Lei ancora è felice lì, lei nuota ancora nel Rio del Nerviòn sotto il ponte Zubi Zuri o ponte Calatrava, realizzato dal grande architetto Santiago Calatrava.
Settembre 2001 la prima volta che mi sono seduto nell’aula di una istituzione educativa, fu quando ho iniziato la laurea nel Servizio sociale.
2004 quando ho preso la laurea nel Servizio sociale.
2005-2006 Quando ho fatto il master in studi sulla famiglia e ho preso il diploma.
2006-2008 Quando ho preso la laurea in Sociologia e ho preso il diploma.
2008-2010 Quando ho iniziato il dottorato di ricerca in Scienze politiche e ho preso il diploma di ricercatore.
2008 Il mio primo viaggio in Italia. Sono stato a Pisa e Firenze.
Ottobre 2013. Mi sono trasferito a Milano.
Gennaio 2014. Inizio a frequentare questa scuola.

Brutti ricordi
Non ne ho proprio voglia di scrivere nulla, forse sarebbe un elenco di 1001 situazioni e vi annoiereste.

Ricordare attraverso i sensi

Gusto
Marzo 2007. Sono andato a Las Palmas de Gran Canaria, sono andato a mangiare in un ristorante, che bello, si chiamava: “El cerdo que rie”, sarebbe: “Il maiale che sorride”. Mai ho assaggiato qualcosa di così delizioso come quella carne di maiale.
Olfatto
Cambiare le lenzuola e il pigiama, quel profumo di pulito mi ricorda la mamma.
Questo è un po’ brutto, è stato alcuni anni dopo la morte della mamma, andavo a casa di mia sorella e sono arrivato piangendo disperato: nell’ ascensore avevo sentito quell’odore tipico dell’ospedale. La mamma è stata ricoverata l’ultima volta sei mesi, questo era un odore già fissato nel mio naso.
Tatto
Niente da dire.
Vista
E stato un momento bellissimo: sono andato la prima volta nell’ Isola di Ciloè in Cile nel 2006, il primo paese che ho visitato è stato Ancud. Mentre facevo un giro ho visto un posto bellissimo sul lungo mare, era così bello che ho iniziato a piangere, non lo so perché. A Firenze piangono quando vedono le opere e dicono che si chiama “sindrome di Stendhal”. Come si può chiamare questa sindrome, di piangere quando si vedono dei posti bellissimi?
Udito
Per noi colombiani la salsa si usa anche come canzone di culla. Io e mia sorella, quando eravamo piccoli, sentivamo e ballavamo la salsa. “Cali panchanguero, cali luz de un nuevo cielo…” dice la canzone.

Una persona importante

Felipe è nato a Buenos Aires il 21 maggio 1989. Alla nascita era “così piccolissimo” che dava proprio paura prenderlo in braccio, sua mamma ha avuto una gravidanza e un parto difficili, è stata in ospedale fino a quando ha partorito. Comunque il bambino è nato forte e con buona salute, i primi anni furono per lui con uno sviluppo e una crescita normali. Lui sempre è stato un bambino troppo sveglio e vivace, gli piaceva essere indipendente, sua mamma non ha voluto avere altri figli e il bambino rimase da solo. Inizia ad andare al Kindergarten a quattro anni a differenza della sua mamma e dello zio che non sono andati a scuola. Alla scuola elementare, lo chiamavano: “theresa”, in italiano sarebbe: “pomodorino”, lo chiamavano così perché diventava sempre rosso quando giocava o era nervoso a lezione, lo chiamavano anche “el Colombianito”. Tutti questi anni sono stati tranquilli per lui, questa tranquillità finì nel giugno del 1998, quando tutta la famiglia si trasferisce in Colombia, lì sono rimasti soltanto fino a gennaio del 2000, perché tutta la famiglia è dovuta andare via dalla Colombia in fretta per proteggere la loro vita. Questa volta la famiglia se n’è andata ad abitare a Bilbao – Spagna. Felipe si è integrato facilmente a scuola e nel quartiere. Nei Paesi Baschi si parla l’euskera, ma il bambino non è mai stato a disagio ad imparare a scuola questa nuova lingua. A lui piaceva moltissimo la scuola e non mancava mai a lezione. Non era un bambino diciamo brillante, ma prendeva sempre i voti giusti per superare ogni anno scolastico.
In proposito c’è una battuta o un gioco di parole che nessuno a casa dimentica mai. Una sera tutti erano seduti a tavola a mangiare. La nonna Tere chiese al bambino: “Felipe, come si dice buongiorno in euskera?” lui rispose: “egun on”, ancora la nonna chiese: “e buona sera?”, lui rispose: “arratsalde on”, l’ultima domanda: “buona notte?”. Lui rispose velocemente: “Nonna io non lo so, perché non vado a scuola di notte”.
Felipe finisce la scuola elementare, in Spagna, dove si chiama EGB (Educaciòn General Bàsica) e poi inizia a fare la ESO (Educaciòn Secundaria Obligatoria), questi non sono stati anni difficili per lui e tutto è andato liscio. Quando ha finito, ha iniziato subito a lavorare. In quel momento aveva 17 anni. Ha fatto tanti lavori: falegname, muratore… quando aveva 18 anni i suoi genitori hanno fatto la richiesta di cittadinanza spagnola per loro e anche per il bambino, Felipe aveva la cittadinanza colombiana e argentina. Quando gli hanno fatto il colloquio, gli hanno chiesto se voleva rinunciare a una di queste due cittadinanze; i genitori e anche lui hanno deciso di rinunciare alla cittadinanza argentina, per facilitare il passaggio dei documenti. Comunque sui suoi documenti c’è scritto che è nato a Buenos Aires, ma non cambia nulla.
A Felipe, sempre gli è piaciuto lavorare ed avere suoi soldi. A lui piace mangiare bene e cucinare, gli piace indossare dei vestiti firmati dagli stilisti famosi. Come la Spagna è andata economicamente in crisi, suo padre e lui si sono trasferiti a Londra a lavorare più di un anno fa. Anche la mamma ha lasciato la Spagna e se n’è andata da loro, due mesi fa. Adesso a Londra si trovano tutti benissimo.

Come sono stato catturato al corso
In un regno non tanto vicino e non tanto lontano, viveva un piccolissimo Topo chiamato Enrico. Topo era così felice nella foresta e nella sua piccola tana, perché aveva tutto quello che gli serviva. Topo era libero, girava e si arrampicava ovunque per il regno. Tere (mamma Topo) gli aveva lasciato una bella eredità. Tutti gli abitanti del regno dicevano e sapevano che Topo era tanto ricco e la sua ricchezza era il dono delle parole; parole che gli servivano per fare amicizia con tutti quelli che gli erano accanto. Topo aveva sempre le parole giuste per ogni momento e situazione, riusciva anche ad andare avanti e a difendersi dalla polizia e dalla Guardia Reale.
Topo aveva fatto tante cose nella sua vita e aveva girato il mondo. La fama di Topo non era dovuta soltanto al modo in cui parlava, lui era coraggioso e valente. Queste virtù le conosceva anche Fiorella, regina del Regno e regina della Giustizia e per questo lo difendeva. Un giorno i cacciatori volevano rapire Topo, ce n’era uno che voleva averlo nella sua gabbia. Questo cacciatore purtroppo aveva già rapito alcuni personaggi meravigliosi. Per nominarne alcuni, era riuscito a sequestrare tre belle principesse del regno: There, principessa dell’Amore e della Carità, Polly, principessa della Bontà e Daniela, principessa della Tenerezza. Topo è stato salvato e salvaguardato grazie a tre imperatrici, Paola, imperatrice dell’Intelligenza, Laura, imperatrice della Saggezza e Alessandra, Imperatrice della Consapevolezza e della Benevolenza. Meno male che Topo si è reso conto di quello che quel cacciatore voleva fargli, è fuggito e ancora è libero. Nessuno è riuscito a farlo tacere, resta nel Regno ed è protetto da altri personaggi meravigliosi, che sono, Andrea, principessa della Bellezza, Claudia, della Spontaneità e Coty dell’Eleganza.

Nadia Colella

 

Preferisco
Preferisco giocare a briscola chiamata
Preferisco il blu cobalto
Preferisco che qualcuno cucini per me
Preferisco le montagne minori
Preferisco Battiato
Preferisco la banda degli ottoni
Preferisco cantare in un coro
Preferisco fare squadra
Preferisco essere puntuale
Preferisco tanta, tanta neve
Preferisco le foto in bianco e nero, ritratti
Preferisco trovar funghi per caso
Preferisco un bagno caldo alla doccia
Preferisco ballare da sola
Preferisco il salato al dolce
Preferisco che ci sia sempre una pigna di libri ancora da leggere vicino al letto
Preferisco non pensarci troppo
Preferisco che mi si dicano le cose in faccia
Preferisco indignarmi ancora
Preferisco fidarmi
Preferisco dire, ma a volte preferisco contare fino a 10
Preferisco le tre amiche di sempre. Erano quattro

Mi ricordo

Ricordo che volevo fare la ballerina di danza classica, in alternativa la giornalista
Ricordo che con i primi risparmi mi son comprata un libro
Ricordo che il primo giorno di scuola mi hanno accompagnato in ritardo
Ricordo che avrei voluto avere trecce o riccioli, e invece avevo capelli corti e dritti
Ricordo che ho desiderato a lungo una bicicletta e non l’ho avuta
Ricordo, ero piccolissima, il mal d’orecchi da otite, e mia madre che mi vegliava
Ricordo il gatto Giangi che non è più tornato a casa
Ricordo la felicità quando mio fratello accettava di giocare con me
Ricordo la voce di mio padre, i suoi colori, l’odore del suo cappotto, ma non i suoi lineamenti
Ricordo il sottofondo di musica classica in casa la domenica mattina
Ricordo prove di amicizia e voltafaccia
Ricordo l’alfabeto muto e l’alfabeto farfallino
Mi ricordo che cambiavano gli occhi quando ne combinavo qualcuna: quelli di mia madre a fessura, quelli di mio padre da grigi a verdi
A dire il vero ricordo che non capivo molte cose dei grandi
Ricordo la sua stanza piena di giocattoli e ben tre automobili a pedali su cui non mi faceva salire
Ricordo la paura dei riflessi della luce sull’armadio, del buio, del corridoio di notte, della colonna sonora di Jane Eyre, di ladri e assassini, di non svegliarmi più, dei cessi alla turca e di rimanere orfana
Ricordo il silenzio e il biancore assoluti mentre la macchina rotolava nella neve con me dentro
Ricordo le immagini in bianco e nero del disastro del Vajont e dell’alluvione a Firenze. Soprattutto il Vajont
Ricordo, certe mattine, che andavo a scuola completamente avvolta dalla nebbia
Ricordo che non vedevo l’ora di scendere in cortile a giocare
Ricordo il mal di pancia quando avevo una prova di matematica
Ricordo il giallo delle case vecchie a Milano e i taxi verdi e neri e il bigliettaio sul tram e i biglietti bianchi, rosa, verdi e azzurri; e l’odore delle rotaie
Ricordo Rin Tin Tin, Ai confini della realtà e Belfagor
Ricordo che la domenica, a volte, non passava mai
Ricordo quell’estate, inatteso, lo zio Adriano in vespa, sotto la pioggia scrosciante
Ricordo la tovaglia bianca ricamata, i piatti coi fiori di pesco e i bicchieri con l’orlo dorato nei giorni importanti
Ricordo il funerale in piazza Duomo dei morti di piazza Fontana: lo ricordo in bianco e grigio, eppure c’ero (1969)

Il primo ricordo

Mio fratello mi prendeva per le caviglie e girava vorticosamente intorno a se stesso. Io, distesa a testa in giù, sfioravo il pavimento e trattenevo il respiro per l’emozione e tutto girava veloce intorno a me, e i disegni bianchi e neri delle piastrelle diventavano di un grigio uniforme. Imitavamo un numero di pattinaggio artistico, l’avevamo visto in televisione. Molto piccola, avrò avuto al massimo tre anni.

Ricordi

Il quaderno di Diana
Lavorava a maglia appena aveva un po’ di tempo libero, e da anziana di tempo ne aveva di più; sulla sedia a dondolo rossa o accucciata sul divano, gli occhiali sul naso e la fronte corrugata, una lampada accesa a illuminare la maglia, la TV o Pavarotti per compagnia, sferruzzava con dita lestissime: un passatempo gratificante, vi metteva estro e fantasia. Ci prendeva le misure con il vecchio metro giallo plastificato e si metteva al lavoro. A volte accontentava le nostre richieste, a volte proprio no: le piaceva fare di testa sua. Maglioni, gilet, sciarpe, berretti, calze; a righe, melange, con inserti, con le trecce. Era molto richiesta: ci si prenotava e ci si metteva in fila tutti quanti, ma i piccoli avevano la precedenza.
Segnava tutto su un quaderno bello spesso, quei quaderni di una volta con la copertina nera e le coste delle pagine rosa; nome, misure, data d’inizio lavoro, numero punti, dimensioni e descrizione, e accanto tracciava il disegno particolareggiato (molto ben fatto) dell’opera in corso, il davanti e il dietro. Siamo stati tutti scritti e descritti più e più volte, siamo cresciuti o invecchiati dentro quelle pagine; ci sono i figli da bambini e da adulti, i nipoti ogni anno più lunghi; tutti presenti, con i nostri centimetri di spalle e braccia e vita e fianchi e i disegni delle sue creazioni che ci ha cucite addosso. C’è dentro tutta lei. Il quadernotto è gonfio, le pagine hanno preso quella consistenza e quei solchi che hanno i quaderni di scuola a fine anno. Appartiene a tutti noi, è ricordo collettivo. Ed è una piccola, toccante opera d’arte.

Per Paola
L’appuntamento è alla stazione Centrale, mattina presto. Siamo in cinque, con alcune non mi vedo da una decina d’anni. E stata “migliore amica” per ognuna di noi. L’irreparabile è successo da un paio di mesi e andiamo a Tirano a trovarla. Durante il viaggio in treno parliamo di lei ma anche di noi, rievochiamo, ridiamo soprattutto. Ci fa bene ridere. Mi sembra di essere in una canzone di Guccini. Abbiamo portato fotografie, noi qua, noi là, lei in molti primi piani in bianco e nero ora con l’una, ora con l’altra; ce le scambiamo: come eravamo, che occhi giovani e allegri avevamo. Al cimitero sulla tomba di famiglia c’è la sua piccola lapide, solo il nome e le date incise col carattere che ha scelto lei stessa. Il cimitero è piccolo e guarda verso la montagna. La tomba è una lastra semplice di pietra grezza, c’è posto per interrare piantine, qualcuno l’ha già fatto. Abbiamo portato dei sassi, il mio l’ho raccolto in Val Grande: li posiamo sopra di lei. Era una montanara. Bagnamo le piante. Avrebbe voluto che si cantasse “Viva la vida”, ma non ce la sentiamo; suoniamo le sue campanelle che portava a casa da ogni posto dove andava. Ho in mano uno dei diari che scriveva durante i suoi viaggi tortuosi e solitari. E una piccolissima cerimonia, come voleva lei. Poi andiamo a mangiare pizzoccheri e sciatt in un posto suo, brindiamo. Come ha detto di fare. Come abbiamo voluto fare. Tutto questo le sarebbe piaciuto. E così, tutte insieme, l’abbiamo lasciata andare.

Ricordare attraverso i sensi

Tatto
Massaggiavo a lungo la mia bambina piccolissima con un olio lievemente profumato, sento ancora la sua pelle un po’ ruvida ammorbidirsi sotto le mie dita un po’ inesperte. Poi la prendevo in braccio e immergevo la sua manina e la mia nella morbida pelliccia del gatto Picchio, che da noi si sarebbe fatto fare di tutto.
Gusto
Le caramelle Rossana. Le succhiavo e l’involucro duro si scioglieva o si rompeva in bocca lasciando il posto a una crema densa e dolcissima. Quel gusto inconfondibile. Me le centellinavano. Erano avvolte in una carta rosso-rubino crepitante e trasparente: la tenevo davanti agli occhi come una lente e vedevo tutto rosa.
Udito
Paesino veneto sormontato da una montagna. Un mese di vacanza estiva nella casa della nonna. Domenica mattina. Le campane suonavano lo stesso motivo a ripetizione, forte, incombente sul paese che sembrava farsi ancora più piccolo a quel richiamo. Ci riversavamo nel viottolo in terra battuta che portava alla chiesa: miglior vestito e scarpe bianche, quasi danzavo nel tragitto. Ricordo perfettamente il suono e la melodia delle campane. E don Guido: la sua voce stentorea tuonava e ammoniva noi bambini dal pulpito durante la predica. Ogni domenica di agosto, per tutta la mia infanzia.
Olfatto 
Eau de Lancôme, l’acqua di colonia di mia madre. Profumo fresco, un po’ agrumato. Ne metteva due gocce dietro le orecchie e all’interno dei polsi. Alcune sue cose ne hanno serbato a lungo la fragranza, le sciarpette, i fazzoletti, il collo del cappotto. Quando è morta mi sono portata via il suo flacone. Due gocce dietro le orecchie, con parsimonia. Solo in certe occasioni. Altrimenti la magia di lei, evocata dal suo profumo, potrebbe svanire.
Vista 1
Ero giovane. Lago Titicaca: 4000 metri d’altezza, onde gelide, aria rarefatta. A Taquile niente elettricità, niente acqua, solo quella del lago. Mai ho visto tinte così intense tutte radunate in un posto: la terra rossa dei sentieri, il blu acceso del lago. Capelli corvini. Vesti coloratissime. Stellate assurde in cieli nerissimi. Bellezza assoluta e povertà estrema, era la prima volta che le vedevo insieme e da vicino.
Vista 2
Quella volta che, tornando a casa, ho visto mia figlia, adolescente, che baciava un ragazzo sotto il portone. In un attimo ho incassato: era cresciuta. Mi sono girata e sono tornata indietro. Per non metterla in imbarazzo e per smaltire il colpo.

Una persona importante

Appartengo a una generazione in cui tra genitori e figli non c’è stata grande confidenza: amore e attenzioni sì, ma stretta confidenza mai. Forse avrei potuto osare, ma il timore di preoccuparli mi frenava. Ho quindi imparato presto a cavarmela da sola, o a non cavarmela affatto. Ci sono stati invece avvenimenti “fatali” che, in qualche modo hanno cambiato la mia vita; penso, per esempio, alla malattia e alla morte così precoce di mio padre: una famiglia spezzata.
E mi viene invece in mente quel professore di italiano che capitò nel mio liceo all’inizio degli anni settanta: trovò una classe completamente ingessata e, in un anno, la sbloccò. Niente programma ministeriale, banchi a cerchio, via la cattedra; lettura dei giornali, discussioni su quanto andava succedendo nel mondo e da noi, gruppi di studio. Trattava autori “minori”, ricordo bene il Ruzante perché andammo tutti con lui a vedere uno spettacolo a teatro basato su un suo testo. E cinema, gite: un po’ di leggerezza, finalmente. All’inizio i miei compagni, in buona parte rampolli dell’alta borghesia milanese, erano esterrefatti. Ma anche noi “normali”. Emanuela si beccò con stupore un nove in un tema (da noi il voto massimo era sette), e Roldano poté finalmente scrivere poesie al posto di componimenti in prosa. Quello fu un anno splendido. Unico professore in quel liceo ad aver colto i cambiamenti che minavano la società e a portarli nella scuola: si mise pericolosamente in gioco. L’anno dopo fu trasferito: era abituato, ogni anno cambiava liceo perché lo cacciavano. Nel nostro caso furono i genitori dei miei compagni “importanti” a lamentarsi di lui. Ma i semi, ormai, avevano attecchito.

Una guida

Non ho avuto un vero mentore. Candidato ad esserlo un mio diretto superiore nell’ambito lavorativo. Apprezzava molto le mie interviste, mi dava una marea di consigli e mi proponeva testi di approfondimento che non avevo la costanza di leggere. Al di là della reciproca stima, credo che la distanza gerarchica costituisse un ostacolo: non fosse stato il mio capo, forse mi sarei lasciata guidare.
Ho avuto invece un paio di ottime amiche, un po’ più grandi di me: buone consigliere in ogni materia e mai giudicanti: ricche di quel buon senso che a in me scarseggiava e abili nello sdrammatizzare quanto io amplificavo.

Quella volta che mi sono sentita…

Affetto ruvido
La nonna non era una donna tenera, era burbera e di poche parole. Aveva avuto una vita molto difficile, dicevano, e questo l’aveva indurita: ma a me piaceva così. Se, schettinando, cadevo e mi ferivo, mi sgridava (sempre si veniva sgridati quando ci si faceva male!), poi si infilava lesta un grembiule bianco e mi disinfettava con alcol puro: che male!!!! Mi medicava seria e con la fronte aggrottata, e non c’era modo di sottrarsi alla tortura, anzi… che stessi “ferma e zitta…”.
Sempre, quando ci salutava, prima di tornarsene a casa, la nonna ci immobilizzava, prima me e poi mio fratello, ci teneva la testa fra le mani e schioccava baci, una decina di baci molto fragorosi, uno dietro l’altro, senza proferire parola. Poi ci mollava di colpo e la sua figura asciutta e severa scompariva nell’ascensore. Mi sentivo amata.

I letti in cui ho dormito

Il mio letto attuale è il meglio, lo conosco in ogni suo recesso e so bene quanto mi posso allargare: solo una volta mi è capitato di schiantarmi contro una parete, al buio, nel tentativo di tuffarmici dentro. Quello precedente era a una piazza e mezzo, forse un po’ scomodo per due… ma si sa, quando c’è l’amore… Mi capitava spesso di appisolarmi nel letto singolo della figlia per addormentarla, e ho ronfato comunque della grossa nonostante lo spazio ridotto. In vacanza ho provato di tutto: branda in tenda (mah…); materassino e sacco a pelo (mi raccomando: che il materassino sia gonfiato il giusto); tavolato di legno in rifugio (si dorme poco…); amaca in Messico (procurarsene una “familiare”, da 5, perché ci si può avvolgere e addirittura girare, e darsi una bella spinta iniziale per avviare quel dondolio sommesso che favorisce il sonno); una volta per terra su un telo nel patio di una guesthouse dove le stanze erano roventi (e le piastrelle del patio bellissime); sul ponte di traghetti vari (molto meglio che cabine o poltrone); notti intere seduta in pullman pieni di gente addormentata (gambe distese se no si gonfiano le caviglie); su divanetti finta-pelle in aeroporti tra un volo e l’altro (l’inconveniente è la luce sempre accesa); in treno in cuccetta (non è il massimo), in treno senza cuccetta (quasi meglio); su una sedia al pronto soccorso (e no, non si dorme, ma non è per la sedia). Un paio di volte in auto perché erano finiti i soldi.
Comunque, per un bel dormire, consiglio una cenetta leggera e buon vino in compagnia, un filmetto romantico, Autan e lenzuola di lino d’estate e soffice piumone in inverno. Guardarsi da materassi e cuscini in lattice.

Lessico familiare

Anni ’60
Appena disfatta la valigia, la mamma l’ha mandata al negozio a prendere il pane. Ci risiamo, esce dalla piccola corte dove tutti la conoscono e affronta il paese. Il viottolo che conduce alla bottega è deserto, calura e ronzio di insetti. Di fianco all’entrata il glicine fiorito e la panca; nell’ingresso la ghiacciaia di legno e il biliardino. Da fuori sente le voci… aveva sperato non ci fosse nessuno. Scosta le stringhe colorate della tenda il più silenziosamente possibile, entra e, di colpo, il chiacchiericcio cessa. Il tempo si ferma. Donne e bambini la fissano tenendosi a distanza, lei guarda dietro il bancone, cassetti pieni di pasta e granaglie e fagioli a vista. E irrimediabilmente diversa, ha i capelli corti quasi come un maschio ed è vestita ancora da città. Lì le bambine hanno indumenti larghi e comodi fatti per sporcarsi e rotolarsi nell’erba. Sono colorite come chi sta sempre all’aperto, inforcano con destrezza biciclette altissime da uomo. Aiutano i grandi nei campi e rastrellano il fieno, vanno a prendere il latte appena munto con un bidoncino e l’acqua fresca alla sorgente con i secchi. In gruppo e vociando con quella cantilena melodiosa che anche a lei è familiare. Volendo, potrebbe dire qualcosa in quel dialetto, la sua nonna lo parla fluentemente; ma non osa, non ancora. I bambini ora bisbigliano tra loro con la mano davanti alla bocca, senza perderla d’occhio.
Improvvisamente, dal retro emerge la bottegaia, occhi chiari e un sorriso accogliente: ed eccola, finalmente, la frase lasciapassare: “La è la tosa de la tosa de la Pupa de Lamòn…” E il tempo riprende a scorrere normale. Lei non è più al centro dell’attenzione. La Pupa è la sua nonna, è cresciuta lì prima di emigrare a Milano, è una di loro. Si rilassa, ogni anno è così, poi la voce si diffonde e, tempo qualche giorno, forse la prenderanno a giocare con loro.

Un libro

Leggere mi migliora la vita: da sempre. Avere vicino al letto una pigna di libri da leggere, scelti con cura, o anche solo seguendo l’istinto. Quando al liceo lo studio mi rubava il piacere dei romanzi, soffrivo. Quando mia figlia era molto piccola e le mie giornate pienissime, ciò che più mi mancava era il tempo della lettura, la magia dei libri. Cascarci dentro.
Complicato sceglierne uno “importante”, perché molti lo sono stati, a seconda della fase di vita che stavo attraversando, di come stavo, di cosa cercavo.
Voto Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, per scrittura, intreccio tra realtà e fantasia, atmosfere e personaggi affascinanti: mi ha aperto un mondo, e mi ha iniziato alla letteratura latino-americana. Ero proprio giovanissima quando l’ho adocchiato alla Feltrinelli. Tre cose: me l’aveva consigliato un amico affidabile, aveva una copertina invitante ed era scritto fitto. L’ho comprato e mi ci sono tuffata.

Angela Colombo

Preferisco

Preferisco i romanzi
Preferisco i colori dell’autunno
Preferisco i fiori di campo
Preferisco giocare a carte
Preferisco la casa non museo
Preferisco non parlare in pubblico
Preferisco camminare
Preferisco prendere sempre appunti
Preferisco le persone deboli a quelle forti
Preferisco coprirmi anziché vestirmi
Preferisco dire sempre di sì alle amiche
Preferisco vivere in città
Preferisco lavorare in gruppo
Preferisco i dubbi alle certezze
Preferisco non essere figlia unica
Preferisco non interrompere un impegno preso
Preferisco cogliere i frutti direttamente dalla pianta
Preferisco chi riesce a mettersi nei panni dell’altro
Preferisco essere in anticipo
Preferisco allargare i miei interessi
Preferisco non pensare alla mia fine
Preferisco sentire i miei figli parte di me che me parte di loro
Preferisco un sistema senza moneta
Preferisco le coccinelle
Preferisco, nonostante la fatica, dialogare con la mia coscienza attraverso la scrittura.

Mi ricordo

Mi ricordo quando Gaber cantava Non arrossire
Mi ricordo di avere comprato una trota e, anziché pulirla e cucinarla, di averla messa a nuotare nella vasca da bagno
Mi ricordo il primo film visto al cinema: Scandalo al sole 
Mi ricordo di essere scappata di casa, andando da una mia amica. Peccato che anche sua mamma e la mia fossero amiche. Così mi ricordo che la mia fuga durò solo qualche ora
Mi ricordo la sofferenza delle prime scarpe con il tacco a spillo 12
Mi ricordo la soddisfazione che provavo quando sul “calcio in culo” prendevo il codino vincendo un giro gratis
Mi ricordo anche quando sulle gabbie volanti riuscivo a fare il giro completo
Mi ricordo mia nonna, che tirava il tabacco dal naso
Mi ricordo mia madre, che mi rincorreva sulle scale, cercando di tirarmi un secchio di plastica. Mi ricordo che però, abbassandomi, andò a colpire il ragazzo del secondo piano
Mi ricordo il concerto dei Rolling Stones a Torino nel luglio del 1982. Mi ricordo che Mick Jagger aveva azzeccato il pronostico della vittoria della nostra Nazionale nella finale dei mondiali di calcio
Mi ricordo di aver pensato per un attimo a chi potesse interessare la morte di un insetto come la lucciola. Pensiero assurdo, dopo aver letto su un giornale “Crolla un muro muore una lucciola”
Mi ricordo che andavano di moda le gonne a pieghe di terital
Mi ricordo uno dei racconti di Italo Calvino dove Marcovaldo si prende cura di una pianta, portandosela in giro in bicicletta quando piove

Il primo ricordo

Mi ricordo di me che facevo i capricci, buttata per terra, a casa di mia nonna. Non so se il ricordo del motivo corrisponda al vero, ma penso fosse perché volevo un confetto che mia nonna non mi dava per paura che, ingoiandolo, potessi soffocarmi. A due o tre anni.

Ricordi

La mia vita attraverso le amicizie
Con Michele, conosciuto in gioventù, ho percorso la strada dell’amicizia per più di cinquant’anni, poi lui se n’è andato, lasciandomi in compagnia solo dei ricordi.
Come dimenticare le fragorose risate senza motivo davanti a una fetta d’anguria, l’allegria di quando si andava a ballare alla “Punta dell’Est” e le giocose ore passate in spiaggia ai “Quattro ponti”!
Passavano gli anni e, anche se si viveva in città diverse, non è mai venuto meno il desiderio di stare insieme, al mare durante l’estate con le nostre rispettive famiglie
.
Se si decideva di pescare, Michele con tanta pazienza preparava le canne da pesca per tutti e, senza mostare la minima insofferenza, sostituiva l’amo o il galleggiante quando, per l’inesperienza, li perdevo in mare.
Mi accontentava sempre: se volevo piantare i bulbi degli iris che lui coltivava, se volevo bagnarli quando i fiori erano in crescita, se volevo andare con lui di notte a venderli al mercato dei fiori.
Qualche volta davamo ascolto alla nostra cattiva coscienza e andavamo al casinò, puntando piccole somme, felici se vincevamo e indifferenti se perdevamo.
Da pensionati, con lo stesso affetto di sempre, ci trovavamo solo per raccontarci dei nostri figli e nipoti. Per poi finire immancabilmente con l’elenco dei nostri acciacchi.
Questa è una bellissima pagina, piena di spensieratezza, gioia e serenità, che, attraverso l’amicizia di Michele, ho potuto scrivere nel libro della mia vita vissuta.

Il pancotto
Da bambina mi piaceva tanto il pancotto, preparato da una vicina di casa di mia nonna, la signora Fernanda, che ogni volta che lo cucinava per Ornella, la figlia, ne faceva sempre un po’ di più anche per me.
Da grande, il destino ha voluto che incontrassi per caso la signora Fernanda in una località di mare. Certi incontri non risentono né del tempo che scorre, erano passati cinquant’anni, né di quello che fa, c’erano 40 gradi all’ombra.
Rivedendomi, nella mente della signora Fernanda deve essere affiorata l’immagine della bambina che mangiava con tanto gusto il suo pancotto e, noncurante del clima tropicale di quel giorno, sapendo di farmi contenta come una volta, la signora Fernanda, si è prodigata amorevolmente nel cucinarmene un bel piatto fumante. In quel piatto così semplice di pancotto bollente ho ritrovato la freschezza di un grande affetto, di una immensa bontà d’animo e di una infinita gioia condivisa.

L’orologio
Non immaginavo che sarebbe stato così coinvolgente svuotare la casa dei genitori. Ogni oggetto che mi veniva sottomano aveva una sua storia, una sua anima, evocava un ricordo, un’atmosfera, un momento. E stata un’impresa durata sei mesi, che mi ha sfinita soprattutto emotivamente. I mobili li ho regalati a una famiglia di migranti, i vestiti, una parte di biancheria per la casa, dei soprammobili e altri oggetti hanno trovato diverse destinazioni presso persone, secondo me, pronte a prendersene cura. Mentre un’infinità di carabattole l’ho portata in discarica.
Fra gli oggetti che ho conservato ce n’è uno particolarmente misterioso. E un orologio da tavolo, coperto da una campana di vetro, a pendolo rotante con quattro sfere di ottone, con un quadrante decorato con dei fiorellini, a mo’ di ghirlanda, sotto i numeri delle ore. Quando l’ho visto sul comò della camera da letto matrimoniale era fermo sulle 11.24. Ho cercato ostinatamente la chiave per ricaricarlo senza, però, mai ritrovarla. Così è rimasto fermo su quell’ora tutt’altro che insignificante.
Sì perché alla stessa ora di una sera, alle 23.24, la vita di mia madre si è fermata proprio come quella dell’orologio, come se quell’oggetto fosse pieno dell’anima di chi lo custodiva.

Un luogo della mia infanzia
Alla fine di ogni anno scolastico andavo con mia nonna a Sulbiate Inferiore, in Brianza, a trascorrere le vacanze estive dai suoi parenti. La famiglia che ci ospitava era composta dai genitori e sei figli (tre femmine e tre maschi). Vivevano in una cascina con tante abitazioni che davano su un cortile con di fronte le stalle, i fienili e i locali per gli attrezzi dei contadini che vi abitavano.
Non mi sono mai chiesta perché il pollaio fosse da un’altra parte. Era in un casotto in aperta campagna fuori dal paese dove tutte le sere andavo con Alessandro, uno dei figli, a prendere le galline con una carriola con sopra una gabbia di legno per portarle in cascina per poi riportarle nel pollaio il giorno dopo. Nell’andare, mi mettevo sopra la gabbia vuota e mi divertivo un mondo a farmi trasportare.
Un altro divertimento che non potrò mai scordare era la sfogliatura delle pannocchie di granoturco. Sull’aia fra chiacchiere e canti, con la gente del cortile, si toglievano dalle pannocchie le foglie da usare come foraggio.
In tutte le famiglie della cascina si mangiava al piano terra in un grande locale. Il nostro era illuminato da un’enorme finestra orizzontale, con dentro una stufa, un tavolo di legno rettangolare, una credenza e in un angolo la macchina da cucire. Mentre a pranzo, per ragioni di lavoro, la famiglia non era al completo, a cena c’erano tutti e si veniva a creare un momento unico con un intreccio di discorsi sulla giornata di tutti. Chi parlava del lavoro svolto nella filanda, chi di quello nei campi e chi nell’officina meccanica. Poi i maschi uscivano, le femmine ricevevano i fidanzati ed io e mia nonna andavamo a letto.
Per dormire bisognava uscire in cortile e salire al primo piano dove c’era uno stanzone lungo e stretto con cinque letti singoli in fila. Dopo l’ultimo c’era quello matrimoniale per i genitori. Tre letti erano per i figli maschi e due per le figlie femmine. Solo due perché una figlia si era fatta suora e viveva in una congregazione all’estero.
Al nostro arrivo mia nonna dormiva insieme ad una delle figlie ed io insieme all’altra.
A distanza di tanti anni, ricordo ancora con grande piacere quelle estati che, per una bambina figlia unica e che viveva in città, erano piene di esperienze straordinarie.

In colonia
Intorno ai 6-7 anni ho fatto la mia prima esperienza in colonia per le vacanze estive con la convinzione dei miei che un cambiamento d’aria fosse ciò di cui avevo più bisogno. Partivo con una valigia piena di indumenti prescritti dall’organizzazione per colore, tipo e quantità, tutti contrassegnati da un numero che non ricordo. Già durante il viaggio in treno, con il susseguirsi di diversi paesaggi, a me non familiari, sentivo che mi stavo allontanando da casa mia. La vita in colonia poi faceva il resto. Le giornate passavano lentamente, scandite da una disciplina rigorosa, con attività imposte e orari precisi. Nulla era lasciato alla volontà dei bambini. Si dormiva in una grande camerata con all’entrata una zona delimitata da una tenda dove dormiva la “signorina”. La mattina, nel refettorio, veniva servito il latte a lunga conservazione da consumare con l’orzo o in alternativa, forse, con l’Ovomaltina. Oggi, se risento quell’odore, in genere in posti dove ospitano una qualche comunità quali ospedali, case di riposo, ecc., il ricordo olfattivo si associa ad una sensazione di tristezza. Dopo la colazione si andava in spiaggia, in una zona separata dagli altri bagni, dove si giocava in attesa di entrare in acqua. Il bagno durava un manciata di minuti. Qualcuno provvedeva a portare delle ceste piene di “michette” e dei panetti di marmellata avvolti in una carta trasparente. Nel pomeriggio era d’obbligo fare il sonnellino. Poi, qualche gioco di squadra, qualche canzone tipo La macchina del capo e la compilazione delle cartoline da inviare alla famiglia. Allora c’erano due tipi di cartolina, quella illustrata e quella giallognola senza illustrazione dove si poteva scrivere qualche parola in più dei saluti.
La colonia è diventata per me un incubo da quando sono stata mandata, in quella di Spotorno in Liguria, non solo per le vacanze estive ma anche per frequentare il secondo trimestre della quarta elementare di cui conservo, a malincuore, ancora la pagella. L’episodio che più mi rievoca uno stato d’animo di delusione è la domenica di neve in cui mia mamma e mia nonna vennero a trovarmi portandomi una scatola con vari tipi di dolci. Dopo i primi momenti di felicità, per tutto il giorno ho sperato: “Magari a fine giornata mi riportano a casa con loro!”. La sera ero nel mio letto della camerata. Non mi era mai sembrato così diverso dal mio.

Ricordare attraverso i sensi

Gusto
Mi ricordo di aver assaggiato il pancotto che la signora Fernanda, vicina di casa di mia nonna, quando lo preparava per la figlia ne faceva sempre un po’ di più anche per me. A tre o quattro anni.
Olfatto
Mi ricordo quell’odore del latte caldo, a lunga conservazione, che servivano a colazione a noi bambini che, terminate le scuole, passavano le vacanze in colonia. A sei o sette anni.
Mi ricordo quel profumo intenso dei fiori di tiglio che si diffondeva nell’aria di Crescenzago, laddove c’era la pianta, all’altezza del ponte sul naviglio della Martesana. A nove o dieci anni.
Tatto
Mi ricordo di aver accarezzato il bambino appena nato del vicino di casa e di averlo tenuto in braccio con l’aiuto di mia mamma perché ero piccola. A sei o sette anni.
Vista
Mi ricordo di aver notato che la bambola ricevuta da Babbo Natale un anno era la stessa dell’anno precedente. Era stata camuffata con dei vestiti diversi. A sei o sette anni.
Udito
Mi ricordo di aver sentito che sarei stata portata dalla signora Eugenia, che abitava sulla stessa ringhiera di mia nonna, per farmi fare i buchi alle orecchie per poter mettere gli orecchini. A due o tre anni.

Una persona importante

Avevo 14 anni quando Pinuccia, una vicina di casa dell’età di mia madre, ha segnato il mio destino di fumatrice offrendomi la prima sigaretta. Mi sono sentita subito grande. La sigaretta mi dava la piacevole sensazione, ora direi illusione, di fermare i momenti di gioia, di scaricare le tensione nei momenti tristi e di distrarmi nei momenti di noia. A quei tempi poi, negli anni ’60, le sigarette venivano pubblicizzate come innocue per la salute, addirittura una marca recitava: “Le sigarette più fumate dai dottori”.
Con questa logica diffusa sono passata da qualche sigaretta al pacchetto al giorno.
A chi mi diceva che il fumo fa male rispondevo con una certa supponenza: “Preferisco mantenere i miei vizi, tanto di qualcosa bisogna pur morire, è un falso luogo comune perché ci sono anziani che fumano un pacchetto al giorno e stanno benissimo”.
Oggi, a più di 70 anni ho smesso di fumare scoprendo per di più di avere una buona dose di forza di volontà, capace, almeno nello specifico, di essere artefice del mio destino, proprio come recita un proverbio latino.

Una guida

La maestra delle elementari dei miei due figli. Una persona che a quarantacinque anni riusciva ad insegnare e nello stesso tempo a dare gli esami con il risultato di laurearsi a pieni voti in psicologia clinica.
Allora io avevo quarant’anni, ero felicemente sposata con due figli. Tuttavia non mi sentivo pienamente appagata. Avevo un gran voglia di riprendere gli studi per una mia crescita personale e culturale, ma ero combattuta perché mi sembrava impossibile poter conciliare gli esami universitari con la famiglia.
Lei, forte della sua esperienza, mi ha dato tutti i suggerimenti necessari e soprattutto il coraggio per affrontare la difficile scelta di iscrivermi all’università.
Seguendo così il suo modello, sono riuscita a realizzare un mio grande sogno.

Quella volta che mi sono sentita…

Miracolata
Era il periodo di Natale e, come tutti gli anni, mi recavo dalla signora Carlotta, la cartolaia di Crescenzago, a comprare i biglietti d’auguri da spedire alle mie amiche.
Quel giorno, passando davanti alla vetrina del panettiere con in bella mostra una varietà di dolci a cui era impossibile resistere, comprai un bombolone alla crema. Una golosa come me non ce la faceva ad aspettare e così lo trangugiai con avidità dopodiché entrai subito in cartoleria.
E con un grande spavento mi ritrovai incapace di pronunciare una sola parola.
La signora Carlotta, ignara di tutto, insisteva nel chiedermi cosa volessi guardandomi con un’aria stralunata forse perché mi vedeva già cianotica.
Io, ormai presa dal panico per la paura di soffocare, cercavo di deglutire, ma il boccone non si muoveva e mi toglieva sempre di più il respiro. “Oddio muoio”. Con l’ultimo sforzo della disperazione riuscii faticosamente a scandire: “Dieci biglietti d’auguri di buon Natale”. Mi sono sentita miracolata.

Lessico familiare

Mi ricordo una poesia imparata a memoria forse in prima elementare, da recitare alla mamma il giorno di Natale.

Oh mamma, vo’ dirti una cosa che forse ti piacerà tanto,
un giorno passandomi accanto mi disse il Bambino Gesù,
felice quel bimbo che vive protetto da un Angelo Pio,
Oh mamma, quel bimbo son io,
quell’Angelo, oh mamma, sei tu.

Fino a qualche Natale fa tentavo, in maniera ironica, di insegnarla ai miei figli recitandogliela. Sono riuscita a dirla tutta una sola volta. Dopo, alle prime due parole, c’era un’insurrezione generale che mi obbligava a smettere.
Al di là dell’aspetto divertente, questa semplice poesia ha il potere di evocare tutte le emozioni, di me bambina, che provavo recitandola alla mia mamma.

Un libro

Sono sempre stata attratta dal gioco, in particolare da quello delle carte, inteso come momento di svago da passare in compagnia, senza mai sentirmi eccessivamente coinvolta in termini di vincita o di perdita.
Tuttavia, non nascondo di aver sperimentato anche il gioco d’azzardo al Casinò di Sanremo. Qui ho vissuto delle dinamiche psicologiche completamente diverse. Mi sentivo sopraffatta da un groviglio di stati d’animo: ero tesa, aspettavo con ansia il risultato della puntata, mi arrabbiavo se perdevo e gioivo se vincevo. Stupita di questo mio comportamento, cercavo un libro che potesse darmi delle risposte in merito. E bastato pensare a “casinò” che, per associazione di idee, mi è venuta subito in mente la parola: giocatore. Il giocatore di Fëdor Dostoevskij era proprio il libro giusto in quel momento. Tant’è che l’ho trovato molto interessante perché oltre al tema delle relazioni fra persone di diverse classi sociali, analizza con cognizione di causa uno dei tanti vizi dell’essere umano, il gioco d’azzardo di cui, peraltro, l’autore è stato vittima. Dostoevskij, attraverso il protagonista Aleksej e la simpatica nonna chiamata “baboulinka”, descrive da buon conoscitore del tema, l’ambiente del casinò, le varie tipologie di giocatori e la loro psicologia. L’autore ci racconta come questi personaggi presi dalla frenesia del gioco sperperino tutti i loro averi al casinò. La nonna gioca e perde tutto il suo capitale che avrebbe dovuto lasciare come eredità tanto agognata dalla famiglia. Aleksej, alla fine, ormai schiavo del gioco, sceglie la strada della roulette rimanendo indifferente all’aiuto che gli offre l’amico Astley per raggiungere la sua amata Polina.
L’autore, alla luce dell’attuale fenomeno del gioco d’azzardo, c’insegna che certi comportamenti dell’uomo non cambiano e, nella fattispecie, stanno addirittura evolvendosi in problema sociale. Per il fatto che, mentre nel romanzo il luogo dove si pratica il gioco d’azzardo è il casinò, nella realtà odierna si può giocare dappertutto, non solo nelle sale preposte al gioco, ma anche a casa online, in giro con lo smartphone. Le slot machines, poi, le troviamo anche nei bar e nelle tabaccherie, accessibili così a tutti e in qualsiasi momento della giornata.
Una tale diffusione del gioco d’azzardo non può che creare un richiamo per quella categoria di persone caratterizzate da una particolare fragilità, incapaci, cioè, di gestire il controllo sul proprio comportamento con la conseguente dipendenza.
E a questo stadio che certe persone si rovinano non solo economicamente.
Al di là della bravura dell’autore nell’avermi stimolato a riflettere su uno scorcio di vita moderna, era così ben definita e tratteggiata la psicologia del giocatore che mi sono, in parte, identificata con quella del protagonista.

Rita Colombo

 

Preferisco

Preferisco viaggiare
Preferisco le camminate in montagna
Preferisco ascoltare la radio
Preferisco tirare tardi la sera
piuttosto che svegliarmi presto
Preferisco accarezzare un cane
Preferisco le persone timide
piuttosto che quelle spavalde
Preferisco i dubbi
alle certezze granitiche
Preferisco cucinare
Preferisco ascoltare la musica
Preferisco chi invecchia senza pensarci
perché io non ci riesco
Preferisco risolvere problemi
piuttosto che vivere alla giornata
Preferisco pensare alle cose che preferisco
mentre viaggio
piuttosto che seduta alla scrivania

Mi ricordo

Mi ricordo quando facevo merenda guardando in TV il mitico maestro Manzi
Mi ricordo quando il Naviglio scorreva sotto casa mia
Mi ricordo quando la domenica pomeriggio si andava alle feste e si ballavano i lenti
Mi ricordo il latte nelle bottiglie di vetro con il tappo di stagnola
Mi ricordo quando è uscito il film Ultimo tango a Parigi
Mi ricordo quando il freddo invernale congelava i panni stesi
Mi ricordo quando andavo a scuola con i libri sottobraccio legati da una cinghia
Mi ricordo quando si viaggiava stretti sulle 500
Mi ricordo quando qualcuno prendeva la chitarra e si passava la serata a cantare De André
Mi ricordo l’album in cui collezionavo le figurine Liebig
Mi ricordo quando tornavo a casa di corsa da scuola per ascoltare in radio la Hit Parade
Mi ricordo quando a fine marzo arrivavano le rondini
Mi ricordo quando scrivevo a macchina con la Olivetti Lettera 32
Mi ricordo dov’ero quando hanno ammazzato Giovanni Falcone
Mi ricordo quando si sapevano a memoria le canzoni degli Inti Illimani
Mi ricordo quando le classi non erano miste e si portava il grembiule
Mi ricordo quando in casa si usava il telefono duplex
Mi ricordo quando si raccontava la storia dei sette fratelli Cervi
Mi ricordo quando per andare al mare si faceva tappa al passo della Cisa
Mi ricordo quando gli acquisti natalizi non iniziavano a ottobre e quando si andava tutti in
vacanza a Ferragosto

Il primo ricordo

Devo frugare a lungo nel cassetto dei ricordi infantili per trovare un fatto la cui memoria non sia condizionata dai racconti dei miei genitori o legata alle mie prime fotografie. C’è però un episodio di cui non conservo immagini e che mi è tornato alla mente sotto forma di una serie di flash. Non è un caso che sia proprio questo il ricordo che ho ritrovato (o mi ha ritrovato?) vista l’importanza che le escursioni in montagna hanno assunto per me in età adulta. Mi rivedo dunque bambina di 3 o 4 anni affrontare la mia prima camminata in montagna, sul monte Generoso, con i miei genitori, gli zii e la mia cuginetta. Partenza all’alba, come si usava allora, anzi rivedo un cielo ancora notturno quando siamo partiti da Milano, poi il ricordo salta al percorso che mi parve interminabile su un sentiero sotto il sole, all’incontro che un po’ mi spaventò con un gregge di capre, tanto che il pastore forse per consolarmi, forse per gioco, mi propose di regalarmi la campanella di una delle sue capre. Ancora un vuoto e poi mi vedo sul sentiero del ritorno con gli occhi gonfi e il viso scottato dal sole. Forse è iniziata in quel giorno lontano la mia passione per la montagna, chissà.

Ricordi

Ultimo spettacolo
Per 30 anni, dal 1985 al 2015, accanto alla mia attività di insegnante di lettere, ho tenuto laboratori teatrali nella scuola, esperienza che ricordo come la più appassionante, anche se molto faticosa, della mia vita di insegnante. Ho realizzato in 30 anni 40 spettacoli diversi, di cui conservo tutte le locandine, lavorando a volte con colleghi, a volte da sola, scrivendo copioni, scegliendo musiche, pensando a scenografie e costumi (tutto sempre molto essenziale) con il coinvolgimento dei ragazzi; ho incoraggiato gli alunni più timidi e valorizzato quelli più bravi, mi sono demoralizzata tutte le volte che le prove generali sembravano disastrose e ho gioito con i ragazzi della compagnia di turno per un successo fino all’ultimo impensabile. Al momento di andare in scena tutti, anche i ragazzi più disperati, davano sempre il meglio di sé e la magia del teatro si ripeteva. Alcuni allievi hanno proseguito l’attività teatrale anche dopo la scuola media, ma sono convinta che tutti abbiano in qualche modo tratto vantaggio da questa esperienza. Con il trascorrere del tempo le sedi dei nostri spettacoli sono passate dal primo teatro improvvisato nella scuola, denominato Teatro in corridoio, al Teatro San Fedele, al Teatro Litta e al Museo di Storia Naturale, e poi Museo della Scienza e della Tecnologia, Piccolo Teatro, Università Statale, sempre all’interno di rassegne di Teatro Ragazzi. E per finire, nel 2015, per me ultimo anno di scuola e di teatro, siamo approdati all’Expo con lo spettacolo “Buono come il pane”. Quando mi era stato proposto di realizzare un lavoro teatrale sul pane da presentare all’Expo, avevo accettato la sfida, dubitando però di riuscire a mettere in piedi dal nulla uno spettacolo su una tematica così particolare. E invece poi le idee sono arrivate e i ragazzi hanno fatto il resto. Giornata memorabile il 12 maggio 2015, con la compagnia dei giovani attori entusiasta di andare in scena in un luogo così visibile e internazionale. Anche per me è stato un bel modo di terminare la mia esperienza teatrale, iniziata molti anni prima, quando ancora bambina, d’estate, giocavo alla piccola regista organizzando spettacoli in cui dirigevo le mie amiche per gli ospiti dell’albergo dove soggiornavo in montagna.

Quella volta che mi sono sentita…

Incantata
Estate 2012, il viaggio in Islanda, già di per sé straordinario, ha avuto il suo momento più emozionante nel giorno dell’incontro con le balene. Partiamo in barca da un porticciolo ai confini del mondo della costa nord. Cielo grigio e mare mosso non ci dissuadono dal partecipare all’escursione. L’imbarcazione è piena di turisti nordici, più avvezzi di noi ai mari tempestosi. A bordo funziona così: tutti a scrutare il mare e quando qualcuno avvista uno sbuffo, una pinna, un dorso, non deve mettersi a indicare gridando “Là, là!”, altrimenti chi non è in vista del fortunato osservatore non sa dove guardare; bisogna invece usare il sistema dell’orologio, ad esempio: “Five o’clock” o “Nine o’clock”, così tutti capiscono dove guardare, avendo come riferimento la prua della barca che rappresenta le dodici. Il primo avvistamento è stato spettacolare: un’enorme megattera, animale molto curioso, deve avere a sua volta avvistato noi (immagino che al nostro Whale Watching corrisponda per loro un Men Watching) e ha incominciato a girare intorno alla barca, a passare sotto, con delicatezza, per ricomparire dall’altro lato, alzando il muso fuori dall’acqua, evidentemente per osservarci. Al termine della sua ispezione si è immersa battendo energicamente un’ultima volta la sua gigantesca pinna sulla superficie dell’acqua. Tutti in quel momento dobbiamo avere pensato che fosse un saluto per noi umani. Sono seguiti altri avvistamenti e anche quando si è alzato un vento ghiacciato da nord e il rullio della barca è aumentato, nessuno si è mosso dal proprio posto, eravamo tutti come INCANTATI, incapaci di perdere un solo istante di quell’eccezionale incontro.

Una guida

Uno
Professore di storia e filosofia del liceo, diverso da tutti quelli che avevo avuto fino ad allora, il primo e forse unico insegnante che ho incontrato veramente capace di un rapporto umano con gli allievi, interessato a formarci e non solo a istruirci. Credo di avere incominciato a elaborare in quel periodo l’idea di fare l’insegnante, avendo come modello il suo modo di insegnare.
Due
Primi anni di insegnamento, ancora poco esperta, sono entrata a far parte di un gruppo di ricerca sull’educazione linguistica tenuto da una collega molto competente, che mi ha avviato a un metodo di lavoro rigoroso. Più avanti ho collaborato con lei a una ricerca sui processi di apprendimento della scrittura che è poi confluita in un libro. E stata un’esperienza molto formativa per la mia attività di insegnante.
Tre
Una delle presidi dell’ultima scuola dove ho insegnato ha incoraggiato molto la mia attività teatrale e mi ha coinvolto nel progetto di “Teatro scientifico”. Condividevamo la stessa idea di scuola. Ha continuato, anche dopo essere andata in pensione, a seguire con entusiasmo i miei progetti teatrali.

I letti in cui ho dormito

Agosto 1982, isola di Mykonos. Arriviamo nel primo pomeriggio e cominciamo a cercare una camera. Siamo in 4, e pur avendo setacciato tutti i posti possibili, arriviamo a sera senza aver trovato un buco. Tutti ci dicono che è impossibile trovare una camera, l’isola è al completo. Alla fine ci rassegniamo, allontanandoci sconsolati dal centro del paese e quando arriviamo a una piazzetta davanti a una piccola chiesa bianco-azzurra decidiamo di stendere qui i nostri sacchi a pelo, che per fortuna abbiamo con noi. Quella notte si alza il meltemi, mulinelli di sabbia e di rami si infilano nei sacchi a pelo, i capelli diventano un groviglio inestricabile. Al mattino, sorpresa: la piazzetta è completamente ricoperta di sacchi a pelo e di persone stralunate che nel corso della notte hanno preso posto in questo hotel improvvisato all’aria aperta.
Aprile 2010, Algeria. Sette notti in tenda nel deserto, quante preoccupazioni e paure prima di partire (la solitudine, il freddo, gli animali notturni, la mancanza di comodità…). Siamo in 12 e dovremo ogni sera piantare la tenda in mezzo al nulla, non esistono campi tendati in questa zona del Sahara. In realtà è stata una delle mie più entusiasmanti esperienze di viaggio, che io definisco terapeutica e consiglio a tutti. A parte la bellezza dei posti, lo spettacolo del cielo stellato, la magia delle chiacchiere accanto al fuoco, mai un momento di apprensione mi ha sfiorato in quelle sette notti, anzi, distesa sul materassino dentro la tenda ho potuto sperimentare la sensazione di pace che infonde il deserto e la percezione che il comfort a cui siamo abituati sia qualcosa di cui si può fare a meno, perché le cose veramente essenziali sono altre.
Agosto 2016, Armenia. Durante il nostro viaggio di turismo solidale in questo sfortunato paese, è prevista una visita a un ospedale gestito da italiani in una delle zone più depresse dell’Armenia. Siamo a quota 2000 metri, d’inverno le temperature qui scendono anche a – 30° e le condizioni di vita sono veramente difficili. Domani andremo a visitare alcuni villaggi dell’altopiano e stanotte saremo ospitati… nel reparto infettivi (attualmente vuoto). Dormiamo in 5 nella stessa camera, ma per me sarà difficile chiudere occhio, è la prima volta in vita mia che mi ritrovo in un letto d’ospedale, per fortuna non per necessità, ma questo non mi tranquillizza e mi rigirerò inquieta nel letto fino al mattino, ascoltando il rumore della pioggia e il russare intermittente dei compagni di camera.
Viaggiando alla ventura, come ho fatto per anni, ne capitano di tutti i colori e anche trovare un letto a volte può rivelarsi un’impresa difficile. Con il tempo ho imparato a non arrendermi mai di fronte a questa difficoltà e non mi è più successo di dover rinunciare a un letto, anche se ricordo alcune notti in cui fin quasi al mattino la ricerca non ha dato esito. Rivedo in particolare una notte rischiarata da un continuo bagliore di fulmini sui Pirenei spagnoli, quando sono riuscita a trovare una camera solo verso le due del mattino, svegliando una affittacamere indicatami da un gruppo di ragazzi nottambuli, uniche anime vive incontrate dopo chilometri e chilometri di curve verso il passo di Roncisvalle. Sensazione di beatitudine indescrivibile quando finalmente ho appoggiato la testa sul cuscino.

Un libro

Negli anni ’80 mi sono innamorata della letteratura sudamericana. Il romanzo capostipite di questa passione, che mi ha aperto la strada verso nuovi mondi narrativi, è stato Cent’ anni di solitudine. Mi sono immersa nella vita del villaggio-microcosmo Macondo, travolta da quella moltitudine di personaggi straordinari e dal succedersi di vicende in cui l’immaginazione sembrava non avere mai fine. La potenza dei personaggi, l’intreccio inestricabile di eventi fantastici, surreali, dove i tempi sempre si mescolano e si confondono, e la scrittura così fluida e ricca mi lasciarono senza fiato. Finalmente qualcosa di alternativo alla compostezza dei romanzi europei.
Molti anni dopo… (per rubare qualche parola all’incipit indimenticabile di Marquez) ho riletto in età matura il romanzo e inevitabilmente non ho più provato l’emozione travolgente di allora, ho fatto un po’ fatica ad abbandonarmi di nuovo all’atmosfera magica di Macondo. Evidentemente la prima volta per una fortunata coincidenza mi era capitato di leggere il romanzo al momento giusto nella mia storia di lettrice per apprezzarlo pienamente. Comunque ancora oggi, se qualcuno mi chiede di un libro fondamentale per me, il pensiero corre subito a Macondo e alle generazioni di personaggi indimenticabili che lì sono vissuti.
In realtà credo che nessun libro, da solo, possa essere così fondamentale da cambiare la vita a un lettore, ma mi piace pensare che qualcosa di tutti i libri che ho amato in qualche modo sia entrato a far parte del mio modo di essere e di pensare oggi.

 

Christiana de Caldas Brito

La Settima S

ChriStiana de CaldaS Brito

Ho dato dei nomi alle varie fasi della mia esistenza. Tutti questi nomi cominciano con la stessa lettera. Mi riferisco alla più simpatica lettera dell’alfabeto. Piena di curve come la propria vita, questa lettera mi apre a tutte le direzioni, conciliando gli opposti in me. Sì, sto parlando della S.
Ecco le miei sette S:
Studi
Spostamenti
Separazione
Saudade
Solitudine
Sogni
Scrittura
Ogni S caratterizza un modo particolare di vedere la realtà. Una nuova visione non annulla le precedenti, ma le assorbe e le trasforma.
Sono venuta in Italia con una borsa di studio. Ciò significa che gli studi hanno provocato degli b>spostamenti, che a loro volta hanno creato delle separazioni. In tali circostanze, come non fare esperienza della saudade e della solitudine? A Roma, nuovi studi e una laurea in Psicologia alla “Sapienza”. Mi sono esercitata nell’attività clinica, come psicoterapeuta. Identifico questo periodo con la esse di Sogni, i prodotti dell’inconscio che provavo a interpretare.
L’ultima S è la Scrittura nella quale le S precedenti diventeranno anche temi letterari.
La settima S avrà in sé un po’ dei miei studi e un po’ dei luoghi dove ho vissuto, racconterà emozioni nate da spostamenti, da separazioni, dall’assenza di persone care.
Le mie S saranno presentate dai miei personaggi. Così, Ana de Jesus, la colf brasiliana, nel suo sgrammaticato italiano, spiega alla signora presso cui lavora, cosa sia la saudade: “Saudade dentro di te, signora, è un grande orologio. Batte forte, forte, sempre, sin fermare mai. Mattino, sera, notte, dentro di te, tom tom tom tom. L’orologio batte ma tu non sai che ora è. Questo è saudade.”
Fausta, un altro mio personaggio, parla della solitudine: “Per me la solitudine è fatta di rumori. Rumori di persone assenti, voci che gridano dentro, un sibilo in aria.”
Non vorrei dilungarmi troppo, ma devo portare voi, lettori, alla sesta S, per raccontarvi un mio sogno importante. Non un sogno di quelli che uno fa con gli occhi aperti, ma di quelli che parlano dell’inconscio.
Mi trovo (forse persa) in un bosco. Sono sola e cammino. Mi sembra di vedere un oggetto per terra. Mi abbasso per prenderlo. È una penna da scrivere. Guardo in giro e non vedo case. Di chi potrà essere quella penna? C’è però una casetta costruita su un albero, alla quale si accede con una scala fatta di corde. Mi arrampico sulla scala e arrivo all’ingresso della casetta. Busso alla porta. Mi apre una signora. Le dico: “Qua sotto ho trovato la sua penna per terra. Gliel’ho portata.” La signora mi dice: “Non è mia. Guardi, ha il suo nome. È sua questa penna”.
Il fatto curioso è che nel periodo di questo sogno non avevo ancora cominciato a scrivere in Italia. Un editore brasiliano, in contatto con una casa editrice italiana, mi aveva proposto di tradurre un romanzo di mia madre. Sarebbe stato uno sforzo immenso, che non mi avrebbe lasciato tempo per altro. Ma la penna trovata nel sogno aveva mostrato in quale direzione mi dovevo incamminare. Era arrivato il momento di usare la mia penna, di trovare la strada letteraria che mi apparteneva.
Grazie al Sogno della penna, la Scrittura è diventata la mia Settima S.

Antony Gomez

Ricordi

Quando si diventa grandi si ricorda sempre con molto piacere ciò che è accaduto durante l’infanzia. Un episodio molto divertente della mia infanzia è accaduto quando, essendo piccolo e non potendo stare a casa da solo, mentre i miei genitori stavano al lavoro, andavo ad un Centro dove si svolgevano molte attività. Durante la giornata quella che mi piaceva di più dopo il calcio era praticare le arti marziali. Vicino a questo Centro c’era un’Accademia di taekwondo, dove si allenavano coloro che lo facevano come sport e, quando non erano in programma i loro allenamenti, le persone erano libere di entrare a vedere. Essendo molto interessato, sono entrato. Però mi ero accorto che ero andato troppo dentro. Arriva un signore, che io pensavo fosse un supervisore, invece non era così era proprio l’insegnante (il maestro). Io mi spavento e lui mi fa: “… Ehi, ragazzino! Ho detto di togliersi le scarpe e di stare in allenamento. Dai sbrigati”. In quel momento ho pensato: “Sono nei guai”. Sapevo proprio che ero un principiante e che non avevo le loro capacità. Sono stato costretto a farlo, ma non me ne sono pentito, perché ho imparato uno sport che volevo fare così da tanto. Ormai avevo fatto amicizia con gli altri allievi, mi trovavo molto bene e decisi di fare l’iscrizione. Ancora oggi questo episodio fa ancora ridere tutti i miei amici e ci divertiamo sempre quando ripensiamo a ciò che è accaduto.

Theresa Lee

 

Una proposta
La mente è piana delle cose che ridona come un tifone che passa, poi si dimentica.
La nostra presenza in questo mondo ha la fine, ma le nostre memorie rimangono sempre. Come viviamo? Com’è il nostro rapporto con gli altri? Come li lasciamo? Chi sa? Perché siamo qua, che cosa ci aspettiamo? Io mi aspetto di crescere il rapporto con gli altri, con la Tenda, ma com’è?
A questo corso della lingua italiana ho incontrato tante persone che cercano lavoro. Loro sono intelligenti, vivaci e piene del talento. Sono senza parola, con la voce della mia mente esce la domanda “Perché?”. Mi sembra strano che ci siano le persone come loro che non hanno lavoro. Io sono fortunata. Mi sento colpevole di fare nulla. Alla fine ho trovato un’idea che illumina il buio della domanda. Dobbiamo fare una cosa. Aiutiamoli a cercare lavoro. Scriviamo una storia. Facciamo la storia che possiamo venderla. Condividiamo i nostri racconti e andiamo avanti, vinciamo o no non importa lo stesso. Dobbiamo lavorare insieme con un tema che possiamo fare una storia insieme. La storia che va dentro il cuore della gente, una storia che tocca la mente, l’importanza del nostro rapporto con gli altri. Costruiamo insieme una storia che lascia la traccia del grande esempio per tutti che nessuno può vivere come un’isola.

Preferisco
Non mi piace piangere
Non mi piace soffrire
Non mi piace il dolore
Non mi piacciono le lacrime
Non mi piace la povertà
Non mi piace faticare

Ricordi
Chi sa meglio chi è tuo figlio?
Una sera mi hanno lasciata a casa da sola. La mamma mi ha detto di non aprire la porta a nessuno e di chiamare la zia se sento degli strani rumori. E poi mi ha detto di fare la brava ecc. ecc.
Dopo un po’ ero sul letto, quando ho sentito del rumore. Mi sono alzata e sono andata a controllare dov’era il rumore. Alla porta della cucina sembrava che qualcuno voleva entrare. Ho cercato di chiamare la zia, ma non era raggiungibile. Ho avuto paura. Mi sono presa il latigo, la frusta o coda di razza, e sono andata vicino alla porta della cucina… Era mio fratello, che aveva dimenticato la chiave ed era abituato a passare dietro la casa, per entrare di nascosto. Mi ha detto subito di non dirlo a nostro padre. Lui sapeva che nostro padre si arrabbiava se veniva scoperto e sapeva che io lo dicevo ai genitori quello che aveva fatto.

La punizione (seguito di Chi sa meglio chi è tuo figlio)
Quella notte non riuscivo a dormire. Stavo pensando a tante cose… Alla mattina presto ero andata dietro la porta della cucina. Stavo cercando di capire come mio fratello era riuscito ad aprire la porta. Sapevo come mio papà era severo: non potevo dire una cosa senza giustificare. Non trovavo altre cose lì, vedevo solo un pezzo di ferro, fine come un coltello. Avevo chiuso subito la porta, sono uscita per provare di aprire col ferro. Ma c’era qualcuno dentro. Mi sono spaventata. Era la mamma ed io subito le ho spiegato cosa era successo e la mamma è rimasta spaventata. Il giorno dopo mio padre ci ha raccontato l’importanza del sale nel cibo… Se, come mio fratello, uno manca di rispetto, mio papà gli ha dato una punizione: di inginocchiarsi sul sale davanti all’altare dove si trovano i quadri dei nonni. Perché la persona senza rispetto manca di sale.

Ai tempi dei miei nonni
I miei nonni hanno detto che in passato, senza la tecnologia, si viveva meglio e con più tranquillità. A quei tempi, senza tecnologia, spendevano meno. Loro erano a casa prima delle sei di sera, mangiavano presto e andavano a letto prima delle nove. Usavano “calessi” per trasporto e lampade a gas o ad olio per illuminare la casa. Tutti conoscevano le persone che abitavano nel territorio. Quando sentivano il cognome, sapevano in quale luogo abitavano. Perciò loro vivevano con tranquillità. Adesso loro dicono che quasi tutte le persone, giovani o vecchie, stanno fuori di casa sempre. Tornano quando vogliono e mangiano sempre tardi, perché stanno guardando la TV o stanno parlando al telefono e restano a controllare il computer e dormono tardi. Devono sempre mettere la sveglia per svegliarsi. E per te com’è?

Le Filippine
Sono contenta di essere qui. Ringrazio tutti per avermi dato la grande opportunità di presentare il mio paese, le Filippine. Il mio paese è diviso in tre territori: Luzon, Visaya e Mindanao ed è composta da tante isole. I nostri frutti sono diversi dagli altri: abbiamo mango, papaya, guava, guyabano… In tutte le isole ci sono alberi di cocco. In Mindanao si trova una foresta bellissima dove quasi tutti i tipi di uccellini vivono. In mezzo a Luzon e Visaya nel mare si trovano le budandeng, la razza di squali più grande di tutte. La gente delle Filippine è carinissima, gentile e molto ospitale. Da noi arrivano tanti turisti e un grande numero di persone. Trattiamo tutti con gentilezza; gli hotel sono aperti 24 ore. Anche i trasporti sono diversi. Questo è molto importante da capire. Non abbiamo metropolitane come qua. Usiamo per trasporto i taxi, jeepney, autobus, treno e barca. In Luzon e Visaya quasi tutta la popolazione è cattolica, ma in Mindanao il 75% è musulmano. Perché queste isole sono vicino alla Malesia.

I letti in cui ho dormito

Quando ero piccola… Mi ricordo le cose più belle, oggetto della mia nostalgia…
La nostra casa era in un bel posto, vicino al mare, dove i mercatini esponevano tutte le merci che mostravano tutto lo scenario della vita…
Dentro la nostra casa c’era una piccola camera che era chiamata il posto privato di “Baby”. Lì si trova un piccolo letto, un armadio, un piccolo tavolo e una sedia. Nessuno poteva entrare senza bussare, neanche mio fratello. Solo mia zia poteva entrare per giocare e controllare la mia roba. Mi ricordo che era nostro gioco, ad esempio, insegnare come si mettevano le cose in ordine e la roba a posto. I nostri giochi erano cucire, pulire il pavimento, mettere a posto il letto, e poi gli scacchi e le bambole. La mia camera era come la mia prima casa, ma lì non potevo mangiare. Il tavolo serviva per fare i disegni e per studiare. Ogni sera prima di andare a letto dicevamo le preghiere insieme e i nostri genitori raccontavano la loro storia di quando erano piccoli. E quando sono sdraiata, mi ricordo la loro storia che diventa un grande desiderio di essere lì.

Leandro Macasaet

Preferisco

Preferisco bianco
Preferisco nero
Preferisco fare tutto
Preferisco fare niente
Preferisco chiacchierare tutti giorni
Preferisco non dire niente
Preferisco ricordare tutto
Preferisco dimenticare tutto
Preferisco amore
Preferisco odio

Mi ricordo

Mi ricordo quando eravamo ancora piccoli, abituati ad aspettare Babbo Natale fino a che il sonno ci arrivava
Mi ricordo un risveglio una mattina al profumo di mele, perché mia sorella le aveva appese sul mio naso
Mi ricordo del mio primo bacio (limonando), ma anche il secondo, il terzo e così via
Mi ricordo la prima volta che ho messo piede fuori dal mio paese. Ero solo, era la prima volta e sapevo che non sarebbe stata l’ultima
Mi ricordo di aver giocato a nascondino e di essermi nascosto in un armadio con la ragazza che mi piaceva per un motivo: trascorrere il tempo insieme a lei e non uscire mai più
Mi ricordo di essermi stupito di una balena, quando facevamo “whale-watching” in Donsol, Sorsogon
Mi ricordo la prima volta che mi sono ubriacato: il vomito dappertutto, un gran mal di testa seguito da una promessa: “Non berrò mai più” ma, oooopps… l’ho fatto di nuovo

Origini di Leandro

Nel corso di una cena insieme con nostra madre, una domanda nata dalla curiosità esce dalle mie labbra: “Se il padre di nostro padre è anche il tuo, e tu e il papà vi siete sposati… allora tu e papà siete fratelli, vero?”. Nostra madre risponde ridendo “No, non siamo fratello e sorella. Eravamo già nati prima che il vostro nonno Rene e la vostra nonna Rosario si incontrassero. Sono la figlia di nostro nonno Rafael e nostra nonna Rosario e invece il tuo padre è il figlio di nostro nonno Rene e nostra nonna Juanita.”
E così finisce il discorso.
Pensavamo che la confusione familiare finisse lì con loro, ma quando è venuto il nuovo anno, siamo stati costretti a trascorrere Capodanno in una casa sconosciuta, una casa ben pulita e curata fino nei minimi dettagli… era la casa di nonna Juanita, moglie legittima di nonno Rene.
Nostra madre ci aveva già detto in anticipo di comportarci in modo adeguato e dato che sapevamo già come era stata la loro storia, non abbiamo fatto nessuna domanda. Avevamo le bocche chiuse, mute ma gli occhi… gli occhi pieni di curiosità, più aperti che mai, osservavano Juanita, quella donna di classe, molto delicata, molto raffinata e fare confronti mentali tra lei e la nostra amata nonna Rosario era inevitabile.
Tornando a casa dopo Capodanno, ci siamo scambiati commenti sulle nostre prime impressioni con nostra madre.
Rosario e Juanita. Due donne proprio diverse, anzi, completamente opposte. Ma la cosa che ci ha colpito di più è stata questa: quando mia sorella ha usato il bagno, ha chiesto alla nonna Juanita di lavarle il didietro e con sua sorpresa, lei ha usato il suo piede! Eravamo tutti abituati con la nonna Rosario che usava la sua mano per lavarci. Ridevamo tutti! Nonna Rosario ha vinto i nostri cuori!
Arriva l’estate e abbiamo già preparato le nostre valigie, pronti per partire verso il sud. Una grande domanda: “Chi verrà con noi? Nonna Rosario o nonna Juanita?” Ovviamente volevamo la nonna Rosario. Ma la mamma ci rispose: “No, nessuna delle due” dice lei, “incontrerete la vostra nonna Rosita.”
“Nonna Rosita!” urlavamo in coro con le bocche spalancate.

Il primo ricordo

“Oh, le rane possono nuotare!”. Questa frase ha messo sotto incantesimo tutte quelle che l’hanno sentita nel mio borgo tre decenni fa.
Nella campagna delle Filippine le fogne tradizionalmente sono aperte. Quindi, quando qualcosa scivola dalle mani mentre si usa il bagno o il lavandino della cucina, dobbiamo correre dietro la casa per prenderla. Da piccolo, quando sono tornato da scuola, ho visto i miei genitori e parenti con i vicini dietro la nostra casa intenti a pulire la fogna. Avevano tagliato le piante di banana che erano cadute nel canale. Disturbate, le rane nuotavano in tutte le direzioni. Vedendo la agitazione degli abitanti della fogna, mi sono molto stupito e ho gridato in lingua inglese: “Oh le rane possono nuotare!”. Sentendo questo, mia mamma è diventata orgogliosa. Lei ha chiesto in giro: “Avete sentito mio figlio? Ha parlato in inglese con una grammatica perfetta. Che bravo!”. Infatti in quel tempo la gente non era abituata a sentire parlare inglese tra i ragazzi molto giovani, ma neanche tra gli adulti. Da quel momento sono diventato noto nel nostro quartiere come un esperto di inglese. Quando i figli del villaggio avevano compiti in inglese, li mandavano da me per imparare. Che peccato! Quel bambino si è laureato in lingua inglese a causa di quell’episodio.
Allora, voglio rompere l’incantesimo adesso. Non sono veramente bravo in lingua inglese. Quel giorno, quando sono arrivato a casa nostra da scuola, avevo appena finito la lezione che trattava delle frasi enunciative, interrogative ed esclamative. La frase “Oh le rane possono nuotare!” era un esempio che aveva fatto la nostra insegnante. Ho appena imitato come l’aveva detto.

Ricordare attraverso i sensi

Gusto
Una merenda tipica nelle Filippine si chiama “iscrambol”. Particolarmente buona è quella fatta da Marilyn, nel mio borgo. La preparava con ingredienti come latte scremato in polvere (senza marca), vaniglia, zucchero di canna, “halayang ube” (patate viola) e tanto ghiaccio tritato. Tutto andava messo in un secchio di plastica e poi mescolato ogni tanto. Ed ecco pronto l’ “iscrambol di Marilyn”. Non sappiamo che cosa avesse fatto Marilyn per fare una bibita buona così. Forse il segreto era la polvere dell’ambiente perché il posto del negozio era a fianco della fermata dei tricicli, magari erano i bicchieri di tante gente, usati e riusati ma soltanto risciacquati senza detersivo o probabilmente erano tutte le storie che si raccontavano di Marilyn durante la preparazione della sua specialità. Lei aveva vissuto sulla sua pelle una tragedia: tutti sapevano che il marito di Marilyn era sterile ma lei era rimasta incinta. Con una grande pancia rotonda, Marilyn aveva lasciato il nostro borgo. Da allora, non abbiamo più assaggiato la sua specialità.

Olfatto
Avevo nove anni, il mio fratello più grande undici, il minore quattro anni e la mia unica sorella dieci, quando il nostro nonno (il padre di mio padre) è morto. Una cosa unica fu il profumo usato nel suo funerale. Noi fratelli potremmo tutti insieme riconoscerlo ancora oggi. Ogni volta che ci capitava di sentirlo, ci guardavamo e dicevamo: “il nostro nonno”.

Tatto
Quando eravamo piccoli, c’era un rituale che odiavamo. La nostra mamma regolarmente controllava i nostri capelli per evitare la presenza dei pidocchi. Quando iniziavamo a scappare, lei ci tirava per i capelli. Ma non sapevamo perché voleva fare così, noi pensavamo fosse per gioco. Questo rituale era sempre accompagnato da un sacco di lacrime. Ma oggi mi manca tanto la mia mamma, che interferisce nelle mie attività per controllare i miei capelli.

Vista
La prima volta che avevo visto la città metropolitana di Manila, capitale delle Filippine, mi colpirono le luci. Tante luci da vedere, che non ti accorgevi che il tempo passava. Mi era piaciuta molto la pubblicità del 7-Up con il Fido Dido. Lui si alzava, giocava, si sedeva, sorrideva e poi beveva 7-Up. La pubblicità era molto artistica, con l’uso di “neon lights”. Oggi ci sono soltanto grandi foto sulle strade.

Udito
Prima, non mi piaceva sentire il mio nome Leandro. Mi pareva che i miei compagni di classe alla scuola elementare avessero nomi più belli. Loro si chiamavano Glen, Rodel, Gil, Alex, James, ecc. ma io mi chiamavo Leandro. Con quel nome, sembravo più vecchio di loro. Come il nome di un nonno. Comunque, avevamo un insegnante che pronunciava il mio nome con un suono molto elegante, come il nome di un personaggio potente. E così ho iniziato a pensare: “Leandro…ahhh, che bel nome!”

Una persona importante

Se l’Egitto aveva Cleopatra e l’Argentina aveva Evita, allora nelle Filippine noi abbiamo Imelda. Lei è nota per la sua vita lussuosa, simbolizzata dalla sua collezione di tremila paia di scarpe. Il dizionario inglese ha coniato la parola “imeldific”, dal suo nome, che vuol dire stravagante, sprecone.
Comunque, Imelda è anche una grande appassionata di arte e cultura. Ha costruito un complesso di palazzi dedicato a questa causa: si chiama il Centro culturale delle Filippine. Ha poi creato l’Ordine degli Artisti Nazionali, un ente per dare riconoscimento agli artisti eccezionali.
Imelda è una bella figura e anche una brutta figura. È stato detto di lei: “Quando la gente aprirà il suo armadio, non troverà scheletri, ma bellissime scarpe!”

Una guida

Maledetta gonna
Al primo piano della casa si trova un vecchio armadio con un grande specchio e grandi cassetti. L’armadio è posizionato in faccia al balcone che dà sull’officina per i camioncini. In questo modo dal balcone il padrone può ogni volta controllare tutti i manovali e braccianti dell’officina e parlare con loro.
Un pomeriggio d’estate, Enrico ha trovato una gonna con un disegno floreale, scintillante di colori, che qualcuno ha lasciato fuori dall’armadio. Con la curiosità di un bambino d’undici anni, ha indossato la gonna e ha fatto un giro. Fantastico! Negli occhi di Enrico la gonna ha trasformato il mondo in un caleidoscopio. Lui ha fatto un giro ancora e ancora, fintanto che ha sentito le risate irrefrenabili dei lavoratori saliti sul tetto dei camioncini per vedere. Loro lo stanno guardando da quando ha indossato la gonna e ha incominciato a girare.
Da quel giorno si dice in giro che Enrico è un gay. Ma come? Non c’era un gay tra i parenti di Totoy, suo padre o tra quelli di Neneng, sua madre? Che maledetto! Meno male che suo nonno era morto. Ma non era possibile!
Nel frattempo, Enrico viene isolato. Lui non poteva giocare fuori casa senza essere oggetto di derisione tra i giovani maschi della sua età o più grandi. Le donne invece lo trattano come una di loro. Hanno iniziato a mettere trucco al suo volto. Nella sua casa, invece, non è cambiato nulla. Enrico era sempre il “loro” Enrico. Ma dentro, lui aveva una grande confusione sulla sua sessualità.
Una sera con la luna piena, Enrico con i suoi fratelli e la sorella e i vicini hanno giocato a nascondino. Si conta fino a quindici e intanto tutti devono trovare un nascondiglio. Uno, due, tre… i due giovani Enrico e Mira hanno trovato rifugio nel vecchio armadio al primo piano. Passano lunghi minuti tra i vestiti appesi, con i loro corpi uno di fronte all’altro. A quel punto, era impossibile per loro non baciarsi.
Da allora Enrico e Mira sono insieme. Insieme hanno raccolto i frutti nel bosco. Insieme hanno cucinato e mangiato. Insieme hanno nuotato nel fiume e nel mare. Hanno cominciato ad amare tante cose, insieme.
Alla fine, Mira aveva insegnato ad Enrico a non preoccuparsi di ciò che pensano gli altri. Tutti abbiamo solo bisogno di una persona che abbia fiducia in noi. E basta.

I letti in cui ho dormito

Dormire è il piacere più importante
Un suono straziante mi ha scosso da un sonno profondo. Ho sentito piedi voluminosi al galoppo sul tetto di tegole proprio sopra di me. Sono solo passate due ore dalla mezzanotte. Mi sono chiesto: “E la fine del mondo!?”. Era la metà di ottobre e mi sono reso conto che doveva essere il vento autunnale. Tranquillizzato, ho provato a dormire ancora, ricordando la poesia Ode al vento di ponente di Percy Bysshe Shelley.
Nella casa in cui ho alloggiato durante il mio primo anno qui in Italia, l’angolo dato a me era nel mezzanino: a letto non potevo stare seduto, perché andavo a sbattere sul soffitto. Non c’era riscaldamento d’inverno e nessuna aria condizionata d’estate. Ma quell’angolo mi ha provocato tante emozioni: d’inverno dormivo tutto coperto con solo il naso fuori per respirare; a primavera mi svegliavo al canto degli uccelli e li immaginavo amoreggiare sul tetto e poi d’estate mi svegliavo alle punture di zanzare e tutto sudato.
Adesso sto in una camera migliore, ma mi sveglio sempre la mattina presto in ogni stagione.

Un libro

“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo…”
Primo giorno di novembre del 2014. Con una rosa bianca nella mia mano destra e una copia del suo libro I Promessi Sposi nella mia mano sinistra, ho recitato una preghiera davanti alla tomba di Alessandro Manzoni al Famedio del Cimitero Monumentale. Ho pensato che quel giorno è stato molto importante, proprio per ricordare e ringraziare una grande persona per il suo contributo allo sviluppo della letteratura in tutto il mondo. Da quel giorno ho iniziato anche a visitare i luoghi manzoniani a Milano, la casa Manzoni in via Morone 1, la chiesa di San Fedele con il suo monumento nella stessa piazza e ho visto il suo ritratto eseguito dal pittore Hayez nella Pinacoteca di Brera.
Ma questo gesto di ringraziamento a quel grande uomo è diventato una passione per fare un viaggio letterario attorno a I Promessi Sposi. Ho cercato il resto del Lazzaretto, il Museo dei Cappuccini la Porta Orientale che adesso si chiama Porta Venezia e anche Piazza dei Mercanti, vicino al Duomo. Infine ho preso la tessera “Io viaggio ovunque in Lombardia”, per vedere i laghi di Como e Lecco e le città di Monza e Bergamo. Per ultimo ho tenuto il Castello dell’Innominato a Vercurago.
L’avventura non è ancora finita. Non solo perché ci sono ancora tanti luoghi che devo visitare per completare questo progetto, ma perché un altro progetto è cominciato durante il mio viaggio. È nata un’idea: utilizzare la trama de I promessi sposi per raccontare la storia d’amore dei miei genitori, Leandrino e Helena, come fosse un romanzo storico con il titolo Anak ng Jueteng (Il figlio di Jueteng).

Mariangela Quaini

 

Mi ricordo
Mi ricordo la Cinquecento color aragosta di mio cugino Mario: tutti in gita sul Ticino, a Bereguardo
Mi ricordo l’oratorio femminile e le suore che vendevano i dolcetti
Mi ricordo l’oratorio maschile con il ping pong e il cinema
Mi ricordo di avere visto all’uscita di San Siro Rivera, Rocco e Benetti
Mi ricordo la Fatal Verona e la Stella di Negroni
Mi ricordo i primi Wrangler e la pazzia dell’acquisto dei miei Fiorucci
Mi ricordo i completi cuciti da mia madre, con le zip e i bottoni grossi

Autopresentazione
A casa nostra la televisione è arrivata solo nel 1968, più tardi che in altre famiglie, in tempo, però, perché anch’io, bambina in età scolare, potessi vedere le immagini del Biafra disastrato dalla carestia. Non appena il video mostrava i bambini ossuti dalle pance enormi, mia madre richiamava la mia attenzione perché, io, da sempre inappetente e apparentemente riluttante al cibo, potessi capire quale fortuna mi fosse capitata in sorte ad avere sempre cibo da mangiare: “Guarda, quei poveri bambini, loro sì, che vorrebbero i pezzi di carne che tu lasci nel piatto!”, oppure: “Vedi, e tu che fai storie quando devi mangiare!”. A queste osservazioni replicavo con logica stringente: dovevamo spedire subito a quei bambini quello che io avanzavo, a me non serviva, a loro sì. Appreso che la mia proposta veniva subito bocciata per problemi di ordine pratico, non mi facevo una ragione e non mi davo pace, o meglio, non davo pace a mia madre che sottoponevo a una raffica di domande. In che modo il mio mangiare fino all’ultimo boccone avrebbe potuto migliorare la condizione di quei bambini? Cosa c’entravo io, che mangiavo poco, con i bambini africani che ben volentieri, avutane la possibilità, avrebbero mangiato molto? Qual era il nesso?
Ecco, la scena della mia reazione che in quelle occasioni mi descrive bene: poco propensa ad accogliere spiegazioni che, a torto o a ragione, ritengo non ben motivate, sono spesso incapace di accettare compromessi, magari opportuni, o di arrivare ad aggiustamenti, anche quando questo comporta scelte dolorose. In fondo, da allora, non mi sono evoluta poi molto. Dopo molti anni non posso che concludere citando un’esortazione di mio padre piuttosto ricorrente: “Tu devi proprio imparare a stare al mondo, ragazza mia, altrimenti, sì, che ne prenderai di botte nella vita!”

Ricordi

Confronti in famiglia
Ai tempi del liceo, le cognizioni apprese a scuola sul recente passato non sempre coincidevano con l’esperienza di vita dei miei genitori e questo causava spesso lunghe discussioni.
“Ah sì, beata te, mamma”, affermavo con sicurezza dopo la lezione sulla ripresa economica: “Tu sei stata giovane negli anni ’50, gli anni del boom economico, fortunata te!”, mia madre, lavoratrice a domicilio costretta a fare quadrare il magro bilancio familiare, si gira verso di me e, stupita, mi dice: “Figlia mia, il boom economico non l’ho proprio visto, anzi, a dir la verità, io lo sto ancora aspettando!”
“Ah sì, mamma, noi siamo piccoli borghesi”, asserivo certa delle mie acquisizioni in campo sociologico. Mi piaceva la dizione “piccolo borghese”, mi pareva un modo sobrio di rientrare nella media, senza strafare e senza sembrare troppo poveri. La mia sicurezza doveva però scontrarsi con la replica di mia madre che, alzati gli occhi dal suo lavoro, correggeva perentoria: “No, cara, tu non sei piccolo borghese, noi siamo operai e tu sei figlia di operai”.
“Ah sì, beata te, mamma, tu nel 1945 hai visto arrivare gli americani, belli, alti, biondi e con gli occhi azzurri!” (nelle mie nozioni di storia c’era tanta Hollywood!). In questo caso a contestare le mie affermazioni era mio padre, comunista convinto e fermamente antiamericano: “Guarda che qui americani alti e biondi con gli occhi azzurri non ne abbiamo visti tanti, prima hanno mandato avanti neri, gialli, meticci; più tardi, molto più tardi, a pericolo scampato, è arrivato anche qualche americano alto e biondo con gli occhi azzurri, quando il peggio era passato, però!”.
Queste discussioni potevano durare a lungo anche perché a nessuno dei tre mancava la vis polemica e io non ero certo disponibile a capitolare. Ci sono voluti molti anni e molte letture perché capissi che i manuali di storia trattano le questioni in termini molto generali e che forse non avevano poi tutti i torti, i miei genitori. Penso sapessero che spesso replicavo per puro spirito di contraddizione, tipico dell’adolescenza, certo, ogni tanto ci penso: cosa darei per averli qui, adesso, e farmi raccontare tutto del tempo della loro gioventù, oramai divenuto storia!

All’indimenticata zia Fiorinda
Che in certe situazioni potesse risultare antipatica e magari anche un po’ invadente, era un fatto che le sorelle, i nipoti, ma soprattutto le cognate ben avevano sperimentato sulla propria pelle almeno una volta nella vita. Quando doveva muovere un appunto a qualcuno dei parenti – e non si sarebbe sentita a posto con la coscienza se quell’appunto non l’avesse esternato con esaustiva e lapidaria chiarezza – premetteva sempre una frase introduttiva, una sorta di incipit che, alla fine, tutta la famiglia aveva imparato a riconoscere come l’esordio di una reprimenda: “Ah sì, voi dite che io sono all’antica, però…” e da lì in poi non ce n’era per nessuno.
Laboriosa, sempre indaffarata, era impossibile vederla in ozio; si trattasse di cucito e di maglia, oppure di faccende domestiche, a lei i lavori piacevano fatti ad arte. Per noi nipoti che le portavamo i nostri manufatti lavorati a maglia da rifinire (era stata magliaia), una era la frase, ormai storica, che temevamo: “Il lavoro si vede, il tempo non si vede”, era l’inizio di una spiegazione, ma noi sapevamo già cosa significasse: il maglione, quello a cui magari avevamo dedicato tanta cura, nel suo insindacabile giudizio, presentava delle imperfezioni, quindi andava disfatto e rilavorato. Quando i nostri lavori erano veramente mal concepiti, il suo sbotto, in stretto dialetto meneghino, era invece un altro ed era davvero poco lusinghiero per noi sferruzzatrici in erba: “Lavorano con la testa nel sacco!”.
Maggiore dei suoi fratelli di qualche anno, preposta fin dalla giovane età al duro lavoro domestico e alla cura degli ultimi nati, era stata casalinga fanatica e lavoratrice indefessa. Non era solita risparmiare energie, soprattutto se lavorava per gli altri, se prestava cure a un malato o se le si chiedeva un favore.
Era una donna generosa: “Uno, ma bello”, diceva quando regalava alle nipotine qualche capo d’abbigliamento scelto con un occhio di riguardo al tessuto. In realtà il regalo non era mai uno solo, era bello, quello sì, ma noi sapevano che, puntualmente, ne sarebbero arrivati altri.
Non aveva figli suoi e, d’estate, ci portava al mare risparmiandoci l’afoso luglio milanese, molto probabilmente, e lo capisco bene solo ora, a discapito della quiete e del relax delle sue vacanze. Con noi nipoti non conosceva sdolcinature e talvolta mostrava una certa rigidità che allora poteva apparire durezza: niente bagno fino alle undici, il gelato solo se finisci tutto a tavola e, regola ancora più difficile da osservare, quando parlano gli adulti, devi stare zitta.
Famosa per i suoi giudizi, in famiglia era diventata un’istituzione per le sue sentenze inappellabili sulla vita e sul mondo, rispetto alle quali molto difficilmente aveva modo (o voglia) di ricredersi. Certo, non sapeva farsi amare, mia zia Fiorinda, e le sfumature non erano il suo forte, ma poche persone mi hanno dato tanto, e in modo così disinteressato, quanto lei: nonostante la sua apparente rudezza, non l’ho dimenticata, la zia Fiorinda!

Fano, luogo della mia infanzia
Se visitassi Fano, oggi, per la prima volta, penso mi apparirebbe come una delle tante località balneari della riviera romagnola; il fatto che io vi abbia trascorso le mie vacanze estive ai tempi delle elementari le conferisce però, nel ricordo, l’aura del luogo senza tempo, indelebilmente legato all’infanzia.
La spiaggia e i bagni in mare, per quanto divertentissimi, non erano l’unico divertimento: c’erano anche altre curiosità: la fontana con i pesci a cui non potevo dare da mangiare; la chiusa che, a seconda fosse aperta o meno, lasciava passare l’acqua destinata a sfociare in mare; le gelaterie, i bar, le bancarelle con tanti giocattoli colorati e tante cose che a me apparivano nuove.
Le cabine, sembra strano a dirsi, riuscivano ad attirare sempre l’attenzione mia e della mia amica Monica: collocate all’estremità della spiaggia, erano disposte in file perpendicolari al lungomare, e tutte quelle posizionate all’inizio della fila, in pratica quelle che si affacciavano sullo struscio, mostravano l’immagine di una ragazza in un colorato abito estivo (oggi lo chiameremmo copricostume). Il risultato ottico, per chi passeggiava sulla via, era quello di assistere ad una sfilata di ammiccanti signorine perfettamente equipaggiate per le attività balneari. L’abbigliamento di queste bagnanti era spesso oggetto di lunghe discussioni tra noi bambine. Monica era senz’altro più aggiornata di me in fatto di moda, a me sfuggivano tanti particolari che lei sapeva cogliere.
Un’altra attrattiva di Fano erano senz’altro le reti sul molo: non perché avessero in sé qualcosa di peculiare, ma perché, per me bambina di città, i luoghi preposti all’approvvigionamento del cibo erano esclusivamente i negozi o il supermercato e quando le reti, piene di pesci, venivano tirate su, non potevo che rimanere lì, stupita, ad osservare quelle operazioni così lontane dal mio vissuto cittadino.
A Fano sono poi tornata nel 1985, ormai adulta, e tutto mi sembrava essere rimasto come lo ricordavo, ma su scala minore, tutto appariva rimpicciolito. Non so se rivedrei volentieri Fano, oggi: i luoghi della nostra infanzia conviene ricordarseli com’erano allora, anche per evitare consuntivi e rendiconti personali che potrebbero finire in rosso. La geografia e la contabilità dell’anima possono essere molto dolorose!

Ricordare attraverso i sensi

Olfatto, vista e gusto all’Indian Take Away
Mi ricordo di avere assaggiato cibo indiano per la prima volta a Londra, nel lontano 1980. Era un locale da asporto, poco illuminato, che a me, allora, ricordava qualcosa a metà tra la rosticceria e la drogheria. La consumazione, però, poteva avvenire anche al banco.
Entro e sono subito colpita dall’odore intenso, particolare, quasi pungente. Erano le spezie. Potrei venire qui a raccontarvela e giurare che, sulle ali del profumo d’oriente, avevo l’impressione di essere approdata nella cucina della dea Kalì. Il fatto è che le spezie, ai tempi, io non le conoscevo, quello era il motivo dello stupore; a casa nostra, salvo il pepe e i chiodi di garofano per il lesso, di spezie non ne entravano.
Adocchio una teglia dietro la vetrinetta, contiene delle polpette: sono piccole, tutte di identica dimensione, perfettamente sferiche, affogate in una salsina di un rosso squillante che sembra invitare all’assaggio. Al confronto, lo spezzatino di mia madre, nel ricordo, appare sbiadito; non ci penso su, e ne chiedo una porzione.
Ricevuto il mio piatto, ignara di quanto possa essere piccante il cibo indiano, addento con sicurezza una polpettina: dopo pochi secondi mi ritrovo con la bocca in fiamme tanto da non riuscire neppure ad ordinare dell’acqua. Nel mio stentato inglese, con la polpetta in bocca, che non riesco ad ingoiare e che per decenza non posso sputare, mi metto a mugugnare qualcosa, mi guardo attorno, cerco se in giro ci sia una bottiglia per far capire che devo bere, ma niente.
Il giovane indiano dall’altra parte del banco, probabilmente nuovo in quel ruolo e anche lui poco pratico con l’inglese, spaventato, si precipita nel retrobottega e chiama in soccorso il collega più anziano. Si avvicinano tutt’e due, preoccupati, mi guardano, e quando si rendono conto che non sto soffocando e che neppure mi voglio lamentare del cibo e che ho solo bisogno urgente di un po’ liquido, mi porgono in fretta una lattina di coca cola. Avrei preferito acqua del rubinetto, ma non ero nella posizione di fare la difficile: mai, come in quel posto, che oggi definirei, semplicemente, un Indian Take Away, ho trangugiato una bibita così velocemente e con tanta necessità.

Una persona importante

Figure non fatali che influenzano negativamente la mia vita
Gli individui che, in situazioni e in tempi diversi, hanno da sempre concorso a determinare in senso negativo la mia vita non si muovono singolarmente, ma in gruppo; non è facile individuarli o vederli in faccia, perché difficilmente escono dal branco e chi tentasse di distinguere l’urlo dell’uno dal bercio dell’altro udirebbe solo un ringhio indistinto. Nel corso degli anni ho riconosciuto qualche presenza costante, un ghigno più beffardo, un lampo più feroce negli occhi, ma mai ho potuto identificarne uno, singolo, che sia uscito dalla masnada, allo scoperto.
Per quanto questo non diminuisca l’efficacia della loro azione, nessuno di questi esseri può essere qualificato con il nobile termine di nemico e tanto meno assurgere alla dimensione di figura fatale: niente leoni o gattopardi, quindi, solo iene e sciacalletti!

Laurea e cedolini
“Paghe e contributi” per me era solo l’annuncio pubblicitario di un corso professionale, di cedolini non sapevo molto di più quando, nel 1990, ho cominciato ad occuparmi di retribuzione del personale.
Non avrei mai saputo dipanare quel groviglio di cifre che compongono una busta paga senza il sostegno di Gabriella, una mia collega più anziana già esperta della materia. È stata lei a insegnarmi il mestiere. Di più, è stata lei che è riuscita a farmelo amare, con le sue spiegazioni chiare e logiche, ma soprattutto con una pratica di lavoro basata sul ragionamento, per nulla pedissequa, a me che, la contabilità, a torto, l’avevo sempre considerata un insieme di operazioni meccanicistiche.
Nonostante i ritmi lavorativi stringenti, con lei non parlavamo solo di lavoro e più volte l’avevo sentita dire: “Ma sì scienze politiche, giurisprudenza, cosa vuoi che siano, quelle sono facoltà facili”. Alla mia richiesta di spiegazioni, lei, da quasi biologa, non senza orgoglio per le sue conoscenze scientifiche, sosteneva che molti, e forse ne parlava con troppa condiscendenza, ottengono facilmente la laurea in quelle facoltà pur lavorando.
Arriva l’autunno del 1991, devo decidere se iscrivermi a un corso serale d’inglese o se tentare il grande salto dell’avventura universitaria; dopo lunghe valutazioni e anche grazie ai consigli della mia collega che mi spronava, mi ritrovo iscritta al corso di Scienze Politiche. Nonostante le difficoltà (ce ne sono state, eccome, soprattutto di compatibilità con le scadenze d’ufficio) e con molto aiuto da parte dei miei familiari, dopo qualche anno mi ritrovo alla vigilia della discussione della tesi. Quel giorno l’ho chiamata, la mia collega Gabriella, e ho riconosciuto il mio debito: senza le sue informazioni e il suo sprone non avrei mai amato le paghe né mi sarei mai laureata.

Quella volta che mi sono sentita…

Massaia distratta o designer di grido?
Quasi tre settimane fa, quando mi accingevo a preparare un soffritto, ho visto che l’ultima cipolla disponibile presentava una protuberanza bianco verdognola: dimenticata nel buio dello stipetto, racchiusa sola soletta in un sacchetto di carta, aveva deciso di germogliare. L’ho osservata con attenzione girandomela tra le mani: l’esibizione di forza della natura, che disperatamente spingeva alla riproduzione, mi ha stupita: ho subito deciso di assecondare questo istinto vitale salvando il vegetale dal sacco dell’umido.
Da allora la cipolla è posizionata in un bicchiere sul tavolo della cucina: il bicchiere è lungo e stretto, mi verrebbe da dire “da cicogna”, è di vetro semplice, incolore. Il bulbo non tocca il fondo perché non scende oltre la metà del bicchiere, questo crea un effetto di sospensione e, inoltre, la trasparenza del contenitore conferisce levità alla mia composizione. Non solo ho sottratto un essere vivente a un triste destino, ma sono stata tanto brava da saper anche creare qualcosa di bello da vedere. “Brava!”, mi dico soddisfatta. “Sono o no una creativa?”.
La mia cipolla si è nel frattempo sviluppata: dal bulbo si diramano ora due fusti bianchi e da questi dei virgulti di foglie lanceolate, sono di un verde sfumato che si intensifica verso la cima. Me la guardo da posizioni diverse, la mia creatura, e la annuso per controllare che l’inevitabile processo di marcescenza non sia iniziato. Ogni tanto le cambio posizione e noto che l’ombra delle foglie, proiettata sul muro bianco, può apparire minacciosa, inquietante; la sua essenzialità a me sembra l’effetto studiato da un esperto arredatore. Mi domando, forse per consolarmi della mia scarsa abilità culinaria e smettere almeno per un momento, in cucina, di sentirmi sempre una principiante: “Che io abbia sbagliato mestiere? Che in me si nasconda una designer di grido?”

Lessico familiare

Espressioni milanesi e Canzonissima
Le frasi che sentiamo in famiglia, da piccoli, ce le portiamo dietro per tutta la vita. Quando guardavo la televisione con i miei genitori, diverse erano le espressioni dialettali di mio padre che mi incuriosivano e di cui chiedevo puntualmente spiegazione.
Una di queste esclamazioni in italiano suona così: “Va’ a timbrare il cartellino!” e veniva lanciata all’indirizzo del cantante o dell’attore di turno che non incontrava i suoi gusti. Mi spiegavano che il personaggio televisivo a cui la sollecitazione veniva rivolta, secondo il giudizio di mio padre, avrebbe fatto cosa più utile ad andare a lavorare in fabbrica, “a tirare la lima”, dalle otto del mattino alle cinque di sera, con l’obbligo, appunto, di timbrare il cartellino che comprovasse l’osservanza di un rigido orario lavorativo. Altro che fare la televisione!. Apprendevo, in pratica, che era un invito molto esplicito a rinunciare a qualsiasi velleità artistica e a dedicarsi a più proficua attività.
Mio padre non c’è più e il mondo è cambiato: al giorno d’oggi, in tempi di delocalizzazione e in una società che nega il lavoro, non tutti i lavoratori timbrano il cartellino e, anzi, chi timbra il cartellino forse non è tra i più sfruttati. La frase mi è però rimasta: quando assisto a certe performance sul piccolo schermo, mi scopro ad esclamare, proprio come faceva lui il sabato sera quando trasmettevano Canzonissima: “Ma va’ a timbrà el cartellin!”.

Un libro

Il Gattopardo per me è sempre stato, da quando l’ho letto all’età di vent’anni, un libro decisivo. Termine di paragone per numerose letture e motivo di riflessione in molte situazioni della vita reale, è l’opera di cui spesso cito alcune battute e di cui ricordo a memoria interi passi. In una parola, il celeberrimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa per me è, senz’altro, “il libro”.
Ciò che del romanzo mi ha sempre turbata è la contrapposizione delle due protagoniste femminili, Concetta e Angelica. Concetta è una ragazza di bell’aspetto, fiera del suo alto lignaggio, riservata al limite della ritrosia; è figlia obbediente ma non sottomessa, sarebbe un lettore distratto quello che non cogliesse “il bagliore ferrigno” che riluce nei suoi occhi quando il padre diventa troppo dispotico: è un particolare che a me ha rivelato subito senso critico, insofferenza verso le ingiustizie, certo, ma, anche, una certa rigidità di carattere, forse una scarsa capacità di adattamento. Non è difficile immaginare che Concetta, per certi aspetti psicologici, mi abbia fatto da specchio.
La descrizione fisica di Angelica è quella di una bellezza prorompente: “Era alta, ben fatta, in base a generosi criteri” e ne è ben conscia, l’adolescente donnafugasca quando entra per la prima volta in casa Salina: “Recava nella persona la pacatezza, l’invincibilità della donna di sicura bellezza”. Al cospetto di tanta appariscenza, io lettrice, da giovane, ma forse ancor più adesso, nei confronti di Angelica ho sempre nutrito una profonda antipatia, e sappiamo che l’antipatia è il sentimento dietro il quale, non di rado, si nasconde l’invidia.
La contrapposizione delle due giovani è altrettanto marcata a livello caratteriale ed è qui che il mio rodimento ha sempre raggiunto lo zenit: perché Concetta, che è ingenua ma sincera nel suo amore, deve soccombere, mentre Angelica, più scaltra e smaliziata, riesce a soffiargli l’affascinante Tancredi? Noncurante delle motivazioni anche economiche che nel romanzo pur giocano un ruolo importante, mi sono sempre chiesta: perché, alcune persone sono dotate di quell’opportunismo che fa di Angelica, in pochi anni, una prima donna dell’aristocrazia siciliana, mentre altre, senz’altro migliori e più oneste, a causa della loro incapacità di calcolo, non emergono mai?
Insomma, non posso sottacere gli indubbi meriti letterari di questo libro: è il prototipo del romanzo storico e presenta pagine di scrittura impeccabile, da antologia; i motivi per cui io l’ho profondamente interiorizzato e fatto mio sono però del tutto psicologici e personali: ho sempre fatto il tifo per Concetta, ma vorrei assomigliare almeno un po’ ad Angelica!

Aiko Milagros Samanez Flores

Mi ricordo

Mi ricordo che aspettavo con ansia tutti i sabati alle nove, per vedere gli episodi dei Pokèmon
Mi ricordo che quando mi hanno regalato il Game Boy Advance ero al settimo cielo
Mi ricordo che mia mamma per il mio compleanno mi preparava il “Pato en ajì”
Mi ricordo che la prima canzone in italiano che ho imparato è stata Hakuna Matata
Mi ricordo che quando sono usciti i gruppi Axe di moda, li ballavo spesso
Mi ricordo che quando sono salita per la prima volta su un aereo, ero molto emozionata

Ricordi

Al cinema con mio padre
Quando avevo 11 anni andai per la prima volta al cinema. La mia emozione era così grande sia per il cinema, sia per la presenza del mio papà. Era la prima volta che andavo così lontano, nella grande città. Arrivammo di fronte al cinema. Io gridai di emozione e mio padre rise. Seguimmo le istruzioni per prendere i biglietti. Con tono nervoso ho chiesto due biglietti per “Harry Potter 3”. La ragazza molto gentile m’indicò la sala, dove dovevamo trovare i posti. Quando entrammo nella sala d’attesa, mio padre mi disse di prendere i pop corn e le bibite. Io gli chiesi il perché e lui mi disse che era un’abitudine dei frequentatori dei cinema. Li ho presi e aspettavamo. Quei 15 minuti d’attesa erano troppo lunghi. Cominciai a sudare freddo. Poi finalmente il ragazzo ci disse di entrare. Ho sentito, come nei film che avevo visto in televisione, una luce in fondo all’oscurità. Entrammo ed era come lo immaginavo. Una sala grande, tante poltrone e un telo rettangolare gigante. Le mie prime parole sono state “¡WOW!”. Ho abbracciato mio padre e l’ho ringraziato. Lui cercò i posti assegnati. Io ero andata davanti al telo. Mio padre mi chiamò e andai da lui, ci sedemmo e gli chiesi: “Papà ma così grande è quella tv telo?”. Lui rise. “No Aiko. C’è un proiettore dietro di noi. L’omino mette il film e si proietta sul telo”. “Aah… capisco”. Così iniziò la mia prima volta al cinema, a dire il vero una delle tante.

I miei tesori
Il rifugio di cui io posso parlare con tanto affetto è il mio armadio. Molti si chiederanno il perché, ma la risposta è semplice: l’armadio è il posto più sicuro dove si trovano i miei tesori più nascosti. Non parlo di soldi o gioielli, ma di oggetti molto preziosi per me. Li ho portati in qualunque posto io vada. Il tesoro di maggior valore è lo scapolare della vergine del Carmelo, un regalo della nonna da quando avevo cinque anni. Lo porto ovunque, perché mi protegge e sento l’odore di mia nonna. Il secondo oggetto è il Game Boy Advance. Mia madre me l’ha regalato quando avevo undici anni. Mi sono molto affezionata a quella console, perché era il primo giocattolo elettronico e anche perché sentivo mia madre a fianco, che mi diceva: “Ce la fai”. Sì lo so che è un po’ strano, ma era quello che sentivo. Il terzo oggetto è il mio laptop. Mio padre me l’ha regalato quando avevo diciannove anni. In quel periodo iniziai l’università, glielo chiesi come regalo di compleanno e ne avevo tanto bisogno. C’era una marea di compiti. Il quarto oggetto prezioso sono le monete che colleziono di ogni paese dove vado. Ogni volta che vedo i miei tesori mi vengono in mente i bei ricordi che ho vissuto.

Un’amica
Col passare del tempo ho avuto diverse amicizie, una più cara dell’altra. Alcune perdurano nel tempo e altre no. A scuola non ero molto socievole e quando ho cominciato ad esserlo, i miei compagni non sono riusciti a capirlo e mi hanno allontanata. Ci sono rimasta molto male ma decisi di andare avanti, pensando che in seguito avrei trovato persone che mi avrebbero capito per quello che sono. All’università con un’Aiko diversa che c’era, molto alla mano e scherzosa, ho fatto tante conoscenze, alcune delle quali sono diventate i miei amici e altre sono rimaste conoscenti. Tra le persone conosciute che poi sono diventate mie amiche c’è Paula, che poi è passata ad essere la mia migliore amica. Lei è l’opposto di me come il polo positivo e negativo, l’unica passione che ci univa era che volevamo essere entrambe delle traduttrici straordinarie. All’inizio era un po’ strano, perché io parlavo troppo e lei quasi niente e a volte mi sentivo in imbarazzo. Man mano che passavano gli anni, abbiamo scoperto che piacevano alcune cose ad entrambe. Lei capisce me perfettamente e io lei. Con Paula ho scoperto che l’amicizia a lunga e corta distanza esiste e che tra le due non cambia quasi niente, ad eccezione del fuso orario.

Un frutto misterioso
Una calda mattina stavo guardando mia mamma mentre cucinava e facevo la stessa cosa con i miei giocattoli. A un tratto è arrivato mio papà con una cosa rotonda di colore marrone chiaro. Mio padre ne era fiero, ma non capivo ancora perché. Poi lo diede a mia mamma e anche lei era felice. Lo aveva raccolto dall’orto. Io lo guardai in modo strano. Mio padre lo tagliò in quattro e lo lasciò sopra un piatto. Io non ci arrivavo molto bene a vedere cosa c’era sul tavolo e, con mia sorpresa, vidi che dentro la cosa rotonda era di un colore arancione chiaro con dei cosini a forma di lacrime. Mangiammo e dopo andai fuori a giocare con il mio cane. Mio padre si avvicinò e mi diede un quarto di quella cosa tonda e un cucchiaio. Io lo guardai con sorpresa e lui mi disse: “Aiko questo è un frutto, si chiama melone, è molto dolce, mangialo”. Io lo guardai e con mia sorpresa non c’erano più le lacrime. Lo schiacciai un po’ e vidi che usciva una acquina che rimase sul piatto. Provai un morso ed era dolcissimo, molto buono. Ogni volta che mangio un melone mi viene in mente questo ricordo. Mi sa che era una delle prime parole che ho imparato.

Panchita
Andare nel giardino di casa era come raggiungere un posto magico. C’erano tanti bei fiori da vedere e alberi dove nascondersi quando si giocava a nascondino. Potevo immaginare e creare tanti bei giochi. A volte in compagnia dei miei vicini, altre volte con il fedele amico Dinki, il mio cane. Mi rotolavo nell’erba, cantavo, ballavo, andavo su e giù dagli alberi come se nulla fosse. Un giorno mia mamma mi diede un incarico: dovevo badare a una pianta piccolina. Le avevo messo un nome, “Panchita”. Col passare del tempo era più alta di me. La prima volta che l’ho vista fiorire sono rimasta meravigliata, perché era composta da alcuni fiori: c’erano viole, alcune bianche e altre bianche e viola. Litigavo spesso con Dinki, perché la voleva morsicare e io la difendevo. Ero fiera di questo atto. Quando mi sentivo triste, andavo da lei e mi coricavo lì vicino. Quante lacrime e sbuffi avrà sentito, di cui adesso mi vergogno un po’. Lei è molto speciale per me.

Un libro
Il mio libro preferito è El delfín di Sergio Bambarén. La mia frase preferita è: “Ho abbandonato la scogliera e ho viaggiato molto lontano, però sono tornato. Voi dicevate che era impossibile realizzare i miei sogni ma comunque li ho realizzati. ¿Chi vi ha detto che si viene al mondo solo per soffrire? Sognate sempre e non abbiate paura di sognare”. Questa frase è la mia fonte d’ispirazione per vivere ogni giorno da quando sono uscita per la prima volta dal mio paese natale. Uno non sa mai dove andrà a finire. Ma comunque è cosciente che abbiamo uno scopo in questo mondo. La maggior parte delle volte che mi sono trovata di fronte alle cose nuove non ho avuto tanta paura. Se si sbaglia, pian piano si impara ogni giorno. Se cadi ti rialzi con una esperienza in più e vai avanti. Puoi realizzare i tuoi sogni. Tutto dipende da te.

Apolonia Santo Domingo

Preferisco

Preferisco sognare
Preferisco cantare
Preferisco aiutare le persone che hanno bisogno
Preferisco curare i bambini piccoli
Preferisco partecipare a un coro
Preferisco andare in gita
Preferisco sempre andare a scuola
Preferisco partecipare alle riunioni di comunità
Preferisco ballare danze moderne
Preferisco ascoltare la musica
Preferisco fare buone amicizie
Preferisco dimenticare i brutti problemi
Preferisco non arrabbiarmi
Preferisco la gente sincera
Preferisco fare le torte
Preferisco insegnare a mio figlio le buone maniere

Io, Apolonia, preferisco una vita felice. Ho avuto due figli maschi, che purtroppo ho lasciato per venire a lavorare qui in Italia. E quando ero già qui, ho perso anche mio marito, che è andato con un’altra donna. Siamo separati dalla lontananza. Qui in Italia sono venuta, perché chiamata dal mio datore di lavoro. Sono stata sette anni come lavoratrice fissa in una famiglia. Loro parlavano in inglese, per cui io non avevo difficoltà a capire quello che dovevo fare. La mia difficoltà nei primi tre mesi è stata quando la signora ha detto di preparare qualcosa per suo marito, perché parte. Io ho capito “party”. Ho pensato che dovevo preparare il cibo per una festa, invece lui doveva partire. Io quasi piangevo per la vergogna. Allora ho sùbito preparato le valigie con gli indumenti. Quel giorno ho studiato italiano sul dizionario, ho cercato le coniugazioni e ho fatto piccole frasi con le parole che si usano tutti i giorni.
Io, come persona, sono estroversa, mi piacciono le persone gentili e odio quelli che si danno tante arie quando parlano. Sono povera, mi basta non avere debiti. Non sono invidiosa dei soldi degli altri. Io ringrazio di avere quanto basta per la mia famiglia. Adesso prendo solo la pensione minima, che uso per pagare il mutuo e le spese di condominio. Il giovedì e il sabato lavoro dalle persone dove andavo prima e quello è il mio stipendio, che mando ai miei figli nelle Filippine. Con quello che ho di soldi da parte ho sempre aiutato qualche mio fratello o sorella, quando ne hanno avuto bisogno, soprattutto per la loro salute.
Io sono contenta e soddisfatta di mandare un aiuto ai miei cari, in particolare ai miei figli, che ho lasciato quando avevano ancora bisogno della mamma.

Mi ricordo

Mi ricordo quando, da piccola, mio papà mi portava sulle giostre
Mi ricordo quando mio papà ha avuto un tumore allo stomaco
Mi ricordo che alle elementari ero la più brava a disegnare
Mi ricordo che mia nonna masticava “i ngang?”
Mi ricordo quando sono andata da mia nonna, nella provincia di Pangasivan
Mi ricordo che gli anziani bevevano l’acqua dentro i gusci di noce di cocco
Mi ricordo che da piccoli mia mamma cucinava in grandi pentole, perché eravamo tanti figli
Mi ricordo che quando siamo libere, io e le mie amiche filippine ci troviamo davanti al Duomo e ci sediamo all’interno della chiesa
Mi ricordo che un giorno mangiavo un panino e a un certo punto mi si avvicina una cicciona, che mi ha preso il panino dalla mano
Mi ricordo che quando ero ancora nelle Filippine, mi svegliavo presto il mattino per andare nella playa del Lago a prendere gamberetti, pesce fresco che saltava, perché era ancora vivo e lo prendevo anche gratis

Il primo ricordo

Credo di avere in mente uno dei miei primi ricordi. C’è mia mamma che mi porta alla scuola materna. Lì la maestra le dice che sono una brava bambina e che canto bene.
Poi mi ricordo la prima volta che ho pensato qualcosa di importante. Avevo tredici anni. Mia nonna mi ha lasciato i soldi per pagare la luce elettrica. Li dovevo dare a mio zio, così andava alla Posta a pagare. Era importante, perché la bolletta era già scaduta. Io mi sono dimenticata, per cui il giorno seguente sono venuti a togliere la luce.

Ricordi

La parrocchia
Mi ricordo che nel 2013 ho chiesto al maestro del coro della parrocchia se potevo unirmi a loro e cantare alla Messa. Lui mi ha fatto cantare e poi mi ha messo tra i contralti per il mio timbro di voce.
Ogni venerdì noi facciamo le prove. E alla domenica c’è chi canta alle 10,00 e chi alle 11,15. Loro sono tutti italiani. E alle 11,15 io sono la sola straniera. Poi ho invitato due mie amiche. Così alle 11,15 adesso siamo tre straniere.
Poi abbiamo anche inserito le figlie piccole di nostre amiche, un maschio e una femmina. Loro cantano alle 10,00. Loro hanno cominciato quando ancora erano alle elementari e alle medie e adesso sono già ragazze e ragazzi. Ogni volta, quando c’è una festa importante da celebrare, siamo tutti insieme a cantare alla messa delle 10,00. È bello essere in questo gruppo, perché hai la possibilità di imparare a cantare, hai una esperienza spirituale e puoi fare tanti lavoretti per la comunità. Quando c’è la festa della comunità o la festa della famiglia c’è sempre da preparare da mangiare, e i giochi per i bambini. Nel pomeriggio così si festeggia, cantando al Karaoke, mentre altri suonano la chitarra o il violino.
La Parrocchia aiuta anche le persone bisognose e c’è anche la segreteria d’ascolto.
Questo è quanto accade alla chiesa Pavoni. I sacerdoti pavoniani hanno contribuito alla costruzione di una chiesa e di una scuola nelle Filippine, Tanay Rizal. È già pronta. Sono contenta.
Noi facciamo ogni tanto una gita spirituale. Siamo andati a Brescia, dove c’è la sede dei pavoniani. Mamma mia! Quanta strada per arrivare, che lunga camminata! Arrivati, abbiamo visitato la casa dove ha abitato Ludovico Pavoni, e abbiamo visto la sua camera, dove dormiva quando lui era in vita. Questa casa è grandissima.
Quando abbiamo finito di visitare la casa, siamo andati giù, e ci siamo unite agli altri gruppi, di ragazzi e adulti, che arrivavano da altre chiese, sicuramente loro erano pavoniani. Qualcuno ha programmato anche una festa e il nostro gruppo di ragazze ha presentato un ballo moderno. Gli altri ragazzi hanno fatto danze classiche.
Le donne anziane hanno preparato il pranzo al sacco e bisognava fare la fila per prendere il cibo. Per tornare al pullman c’è voluta un’altra camminata, ancora a piedi.
Un’altra gita spirituale l’ho fatta con una mia amica filippina con italiani per il 25° anniversario di Papa Francesco. Anche se ho male al ginocchio, ho sempre il coraggio di camminare a lungo. E ringrazio il Signore per questo. Io e gli altri filippini siamo proprio bene inseriti in questa comunità di pavoniani.

Natale nelle Filippine
Natale è già vicino e io mi ricordo di quando ero ancora nelle Filippine. A novembre si incominciavano a preparare le decorazioni da appendere alle finestre. Mio papà e mio zio facevano le stelle di legno fine, di balsa, che poi ricoprivano con la carta colorata. A lavoro finito, ci infilavano una lampada, attaccata all’elettricità. A metà novembre, in quasi tutte le case ci sono già appese le stelle luminose alle finestre. La gente delle Filippine è religiosa, e quasi tutti la domenica riempiono le chiese per ascoltare la messa. Il 15 di dicembre la gente va a messa alle 5 di mattina, per assistere alla cerimonia che si chiama “Simba gabi”. Per le strade è meraviglioso vedere le bancarelle del cibo e sentire l’odore del mangiare tradizionale che preparano i venditori: c’è Suman Lihiya, fatto con il riso dolce, Puto bungbong, c’è anche il brodo caldo Aroz, fatto con aglio, cipolla, zenzero e pollo a pezzi.
Finita la messa, la gente torna a casa, dove prepara il mangiare, da consumare insieme, perché da noi tutti sono vicini l’uno all’altro. È così che queste tradizioni, tra noi filippini, non si dimenticano mai.

Un’amica
Ho un’amica. Lei è un’insegnante della “Tenda”. Lei mi ha aiutato molto, qualche volta vado a casa sua a fare esercizi di grammatica e lei mi corregge. Lei lavora molto, fa anche la fotografa. Abita da sola. Siccome abita vicino a casa mia, quando ho tanta verdura o frutta le dico sempre di passare a casa mia per prendere la sua parte, che ho già diviso. Quando ho passato l’esame per il livello B1, lei ha suonato a casa e mi ha portato una piccola torta per farmi gli auguri. È molto gentile e anche sempre sorridente. Ancora un’altra volta, quando ho fatto l’intervento al seno, lei mi ha regalato un reggiseno ortopedico, da usare apposta per non sentirmi male. Questi gesti che lei fa con me non li dimenticherò mai.

La paura
Mi ricordo quando, nel 1970, ero incinta del mio secondo figlio e quel mese di luglio doveva nascere, per cui ero in casa di mia mamma. Al mattino si sono rotte le acque, segno che per mio figlio era ora di nascere. Però io non riesco a camminare, e poi pioveva forte. Allora mia mamma è andata a casa dell’ostetrica, per portarla a casa nostra. Lei ha detto di preparare l’acqua calda, una spugna e altre cose necessarie da usare per fare nascere il bambino. Passa qualche ora. Poi il momento!! Partorirò. Ho sofferto un po’, perché ho le ossa pelviche piccole. Mia mamma mi ha aiutato a spingere bene. ? nato un bel bambino. Mamma mia che begli occhi!!
In quel momento c’è un tifone, non smette mai di piovere, per cui Manila è piena d’acqua da tutte le parti. Passano due giorni di pioggia, poi, finalmente, ha smesso. Però il tifone ha lasciato acqua in giro dappertutto. Adesso io riesco a muovermi bene. Mia mamma prepara da mangiare per tutti. Lei ha detto: “Fai da mangiare o dai da mangiare a tuo figlio grande”. Ho detto di sì. Mentre davo da mangiare a mio figlio grande, ha pianto il piccolo. Sono andata velocemente a dargli il ciuccio. In cucina c’è una porta che non era proprio chiusa bene. Quando sono ritornata da mio figlio piccolo, non c’era più. Ho guardato da tutte le parti della casa. Niente! Allora sono andata giù dalle scale (la nostra abitazione è costruita su specie di palafitte) e mi sono chinata, guardando al centro del sotto casa di mia mamma che era tutto allagato e ho visto una manina, allora ho urlato forte: “Mio figlio è sotto l’acqua!!”. Anche se non so nuotare, ho attraversato lo spazio sotto la casa, con l’acqua che mi arrivava fino al collo attaccandomi a qualche legno. Quando sono arrivata in quel punto dove c’erano le sue mani, l’ho preso e ho visto che era proprio mio figlio. Le persone presenti n casa mi hanno aiutato a portare di sopra il bambino, che era quasi viola. Loro non sanno cosa fare, ma io, come madre, non ho perso la speranza: prendo un cucchiaio e lo infilo dentro la bocca di mio figlio, pressando la lingua. Il bambino ha vomitato e ha ripreso vita. Ogni volta che ricordo questa tragedia, sul mio viso scorrono le lacrime.

Una visita in taxi
Mi ricordo quel giorno che sono andata a trovare la mia amica Rommi. Il luogo era Santa Margherita Ligure. Lei mi aveva data l’indirizzo al telefono. Allora ho preso il treno alle 7,45. Per fortuna mi sono svegliata presto, sennò perdevo quello che va direttamente a Santa Margherita. Ho saputo che ce ne sono solo due, la mattina e la sera. Quando sono arrivata a Santa Margherita, non sapevo dove andare. Allora cominciai a chiedere a tutti dov’è questo indirizzo. Loro rispondevano: “Non sappiamo”. A quel punto ho deciso di prendere un taxi. Ho dato al taxista l’indirizzo, lui parte e incomincia a salire su per la montagna. Gli chiedo: “Dove stai andando, signore?”. Lui mi ha risposto: “Andiamo a questo indirizzo, non ti preoccupare, signora”. Io quasi quasi piangevo, perché eravamo già troppo in alto. All’ultimo tornante abbiamo trovato una villa bellissima e ci siamo fermati. “Però” ho detto al taxista “aspettami un attimo, signore. Io suono al citofono, se la mia amica risponde, torno a pagare, sennò vado via ancora con lei”. Suono. Invece è quella la casa. Allora sono tornata al taxi, ho pagato il taxista, gli ho dato anche la mancia e l’ho ringraziato moltissimo.

Ricordare attraverso i sensi

Gusto
Mi ricordo che avevo assaggiato del cibo cebuano (dall’isola di Cebu, nelle Filippine) che mi dava l’impressione di non avere neanche un po’ di sapore. Era una zuppa di verdure senza niente, neanche sale. Sembrava acqua sporca. Dopo qualche cucchiaiata sono uscita di casa e ho vomitato. “Cosa è successo?” fa mia nonna. “Non riesco a prendere quella zuppa!” rispondo io. “Ma non devi prenderla” ha detto lei “Quella è per tuo zio, che mangia strano e senza sale”.
Mi ricordo anche che ho assaggiato un mangiare che fa mia nonna, che è molto buono. È un cari-cari: un po’ di carne di maiale, trippa, melanzane, cuore di banana, coste, crema di arachidi con un po’ di salsa. Il tutto si mangia col riso bianco. Mamma mia! Quella volta ho mangiato così tanto che mi sembrava mi scoppiasse la pancia. Questo è accaduto quando avevo ancora tredici anni.

Olfatto
Mi ricordo una domenica in chiesa prima che finisse la messa. A un certo punto abbiamo sentito un odore sgradevole, puzzolente, che, finita la funzione, è scoppiato sul sagrato davanti alla chiesa. Oh mamma! Era successo che una nostra compagna di coro, che ha un carattere non proprio normale, se l’era fatta addosso e si era macchiata i pantaloni. E non era andata subito a casa, ma era venuta anche al bar, dove al mattino prendiamo il caffè. Una puzza! Poverina!

Tatto
Quando ho avuto mio figlio Joseph, lui era già un bambino grosso, anche appena nato. Già allora pesava tanto, con le sue braccia rotonde e le manine grassottelle. E quando succhiava il latte al mio seno, tirava forte. Era bello accarezzarlo, perché la sua pelle già cicciottella era così morbida.

Vista
Quando, dieci anni fa, lavoravo presso due anziane signore a part time, una di loro mi ha detto di prendere qualcosa, tipo prosciutto, latte e pane da un macellaio lì vicino. Mentre camminavo, ho visto, ancora da lontano, che stavano facendo dei lavori sopra questo negozio. Mi ricordo che mi mancavano sì e no due metri all’ingresso e ho guardato in alto, dove stavano tirando su un secchio. In quel momento ho pensato: “Se quello cade, mi finisce in testa”. Mamma mia! Quando arrivo sotto, è proprio caduto. A pochi centimetri da me. Ho provato davvero una gran paura.

Udito
Mi ricordo la prima volta che, da bambina, ho sentito mio papà e mia mamma che litigavano. E mi sono sentita proprio male. Tanto che volevo andare via di casa.

Una persona importante

Un figlio è una cosa che dà soddisfazione nella mente di una mamma. Quando non torna in orario, siamo in pensiero, a scuola siamo preoccupate se non studia abbastanza e non riesce a prendere un bel voto.
Se un figlio chiede qualcosa, noi mamme accontentiamo i suoi bisogni.
Ogni tanto i figli chiedono di uscire con i loro amici. Vanno in palestra, a fare sport, e lui si sente felice.
Chiede anche di fare qualche avventura, in montagna, come sciare sulla neve.
Chiede anche di fare una gita in pullman col suo gruppo di amici; di andare a visitare qualche posto bello e interessante; chiede di uscire alla sera, per un aperitivo (“happy hour”) per completare la sua giornata.
Quando mio figlio è libero, qualche volta aiuta nelle pulizie in casa, specialmente sulla parte alta dei mobili, dove non riesco ad arrivare.
Chiede anche di invitare gli amici in casa, per fare una spaghettata.
Trova anche il tempo per andare dai nonni una volta al mese, per mostrargli il suo rispetto e amore.
A volte lui è in silenzio, non dice niente. Allora io mi avvicino a mio figlio e gli chiedo: “Che problema c’è?”. Lui non riesce a parlare. Commosso e triste, per un po’ resta in silenzio… poi comincia a parlare, con emozione. “Sono innamorato ” dice.
Shock, per me, perché è ancora giovane. Però, ho pensato, a un ragazzo ci vuole una che gli dà ispirazione, la voglia di continuare la sua giovane vita.

Una guida

La mia famiglia è povera. Mio papà è solo un jeepney driver (un autista), noi figli siamo in tanti e io sono la più grande. Mia mamma ha proprio difficoltà a far quadrare la finanza familiare. Per cui lei ha pensato di cucinare, di fare dolci e di venderli ai nostri vicini di casa per colazione e merenda. Lei cura anche un maiale e quando ha un po’ di mesi lei lo vende. Oppure lo fa ammazzare e lo vende al chilo alle persone che lo vogliono. Così, aiutando mio papà, lei e lui hanno fatto un po’ di risparmi, per far studiare noi figlie. Io adoro mia madre, con il suo coraggio di avere dieci figlie.

I letti in cui ho dormito

Grande famiglia di mio papà e mia mamma, con dieci figli. Quando ero bambina, mio papà era solo un autista di jeepney. Tutti i giorni guadagna abbastanza per dar da mangiare alla sua famiglia. Alla nostra vita non manca niente da mangiare. Però con i loro dieci figli non c’è posto e ci sono solo due letti. La vita nelle Filippine è bella, tutti insieme, per cui anche per dormire siamo tutti insieme. Siamo divisi in tre gruppi. Le femmine dormono in tre, lo stesso i maschi. Nelle Filippine ci sono i letti che si chiamano banig (stuoia) e kulambo (zanzariera) per non farsi pizzicare dalle zanzare. I piccoli chiacchierano prima di dormire e qualche volta litigano. È bello dormire sul banig, perché è fresco e col kulambo, perché non entrano le zanzare.

 

Oumar Sy

 

Ciao caro Remo
scusami ancora, ma sono troppo impegnato. Ho finito adesso di lavorare.

”Mi chiamo Oumar SY. Sono nato in GAMBIA il 14/12/1990. A quattro anni sono andato in Senegal per fare la scuola e sono stato lì fino ai miei 16 anni, quando è morta la mia mamma.
Sono tornato in GAMBIA a vivere con mia nonna. Qui ho lavorato con il governo di Yaya Jammeh fino al dicembre del 2016. Sono scappato di là per salvare la mia vita.”

Ecco caro Remo non lo so se ti basta o devo mandarti ancora qualcosa?
Grazie
Buonasera, Oumar

Le 24 avr. 2018 à 14:59
24 aprile 2018

 

Daniela Winkler

Preferisco

Preferisco i dipinti di Van Gogh dal vivo
Preferisco la montagna al mare
Preferisco la primavera all’estate
Preferisco l’autunno all’inverno
Preferisco il tè al caffè
Preferisco l’italiano all’inglese
Preferisco l’odore di terra bagnata dalla pioggia
Preferisco viaggiare
Preferisco conoscere
Preferisco imparare
Preferisco non riconoscere una borsa dal marchio (peccato! A Milano è impossibile non farlo)
Preferisco i libri
Preferisco la verità
Preferisco le relazioni lunghe
Preferisco le famiglie grandi, chissà perché la mia è piccola
Preferisco non essere figlia unica
Preferisco i musei
Preferisco il cinema indipendente
Preferisco i colori vivi
Preferisco un tè con gli amici a un aperitivo con sconosciuti
Preferisco le persone che parlano più di me
Preferisco le persone diverse da me
Preferisco guardare negli occhi
Preferisco lasciarmi sorprendere

Mi ricordo

Mi ricordo quando scoprii che Babbo Natale non esisteva. Io non sapevo scrivere. Mi ricordo che trovai la lettera che gli disegnai nel cassetto del comodino di mia mamma
Mi ricordo che mia nonna cucinava pane nel forno a legna
Mi ricordo che giocavo a scacchi con mio nonno e mio cugino. Mi ricordo che una volta mio nonno gli disse: “Mangia il cavallo!”. Lui si mise il pezzo in bocca. Aveva tre anni
Mi ricordo la banconota di cinquecento pesos. Attualmente è di collezione
Mi ricordo la morte di Augusto Pinochet. Mi ricordo che la gente uscì a festeggiare come se la nazionale di calcio avesse vinto il mondiale
Mi ricordo l’odore della terra bagnata di Valdivia
Mi ricordo che, quando ero piccola, volevo essere astronauta. Mi ricordo di avere cambiato idea, perché avevo paura degli extraterrestri
Mi ricordo di avere pianto per il troppo ridere
Mi ricordo che il giornalista iracheno Munta?ar al-Zaydi gli lanciò le sue scarpe, a George W. Bush
Mi ricordo quando andai al cinema a vedere Il re leone
Mi ricordo di Shakira con i capelli neri, un po’ più cicciona, ma soprattutto con un proprio stile musicale
Mi ricordo che frequentemente trovo per la strada un anziano che non conosco. Lui non mi ricorda. Mi ricordo che tutte le volte che mi vede, mi parla, come se fosse la prima volta che ci incontriamo
Mi ricordo quando pensavo che gli adulti sapessero tutto
Mi ricordo la visita di Spencer Tunick in Cile e le dicerie della gente. Mi ricordo il commento di mio cugino: “Non sono d’accordo! In inverno fa troppo freddo e possono ammalarsi”. Aveva sette anni
Mi ricordo che amavo le scarpe da ginnastica con le lucine. Mi ricordo di non averle mai avute

Autopresentazione
Nacqui un giorno freddo e piovoso d’inverno, due mesi prima del previsto. Col mio papà ci conoscemmo giorni dopo, poiché arrivai in anticipo al nostro primo incontro. Nacqui nella città epicentro del terremoto più forte mai registrato sulla Terra. Nel paese più sismico, più australe, più lungo e stretto del mondo.
Crebbi in una famiglia piccola: nipote unica per tanti anni, figlia unica per sempre. Mio nonno mi inculcò il piacere per gli scacchi molto prima che io tentassi di leggere o scrivere. Appena imparati quest’ultimi, lui voleva che scrivessi, che scrivessi qualunque cosa, che scrivessi per divertimento. Mi regalava taccuini e io, invece di scrivere, disegnavo. Non gli ho dato retta fino adesso.
La lontananza con tutto ciò che mi è familiare mi ha fatto voler scrivere. Scrivere, forse, per riavvicinarmi.

Una città alla fine del mondo
Il freddo durante l’estate mantiene un po’ la distanza
la pioggia, è l’unica che non prende mai vacanza,
spesso l’accompagna il suo amico vento
che gioca col tuo ombrello aperto,
il vento sempre vince contro tutti loro
lo ha fatto per secoli allo stesso modo.

Il testimone principale di tutta questa attività
è un fiume ampio che guarda con curiosità,
porta turisti in battello che scattano foto a tutto
ponti, uccelli, fiori, ed alberi che danno frutto,
una volta che si annoiano di navigare sopra l’acqua
entrano nel sottomarino per immaginarsi sott’acqua.

I personaggi più famosi di tutta la città
sono i leoni marini con un po’ di obesità,
mangiano tutto il pesce che resta nel mercato
dopo fanno una passeggiata e lasciano il traffico bloccato,
visitano la piazza con tutta autorità
e parlano del mondo e di questa società.

Altri abitanti conosciuti di questa località
i cigni dal collo nero sono quasi divinità,
meno rivoltosi e molto più eleganti
nuotano tranquillamente con la vista davanti,
la contaminazione per la cellulosa agisce da sicario,
sopravvivere nel fiume è un atto rivoluzionario.

Alla fine di febbraio il fiume si copre brillantemente
la città festeggia il suo anniversario animatamente,
per una notte i battelli si travestono di ciò che vogliono
draghi, mulini, castelli, con luci che li risplendono,
la sfilata di imbarcazioni lampeggianti dà inizio alla serata,
che si conclude con fuochi artificiali e una luminosa cascata.

Se vuoi visitare questa città spettacolare
alla fine del mondo tu devi viaggiare,
se vuoi saper dov’è queste luogo particolare
segui il percorso del fiume Calle-Calle,
se vuoi attraversare il ponte Pedro de Valdivia
quando arrivi alla fine del mondo chiedi per Valdivia.

Ricordi

Quattro pesos
Questa è una storia con un finale triste. Un giorno d’estate, mio cugino Rodrigo chiese permesso a sua mamma per passare la notte a casa mia. Lui troppo emozionato per la risposta affermativa di mia zia, mi disse: “Dobbiamo comprare cose da mangiare per la festa!”. Lui era un bambino, io una ragazzina, non potevamo fare una grande festa, ma la cosa era divertente.
Facemmo una piccola colletta tra tutti i parenti che trovavamo in casa. Una volta soddisfatti della quantità raccolta, Rodrigo si mise in tasca tutto il denaro (i vestiti da donna non hanno mai una tasca utile). Prendemmo le biciclette e andammo al supermercato. Io guidavo davanti, Rodrigo dietro di me, sulla bici di mia mamma ascoltava le mie indicazioni: “A destra!”, “A sinistra!”, “Attenzione alle macchine!”, “Attraversiamo adesso!”. Nel mio paese abbiamo un proverbio: “Nelle cose altrui regna la disgrazia”: lui guidava una bici altrui e io badavo a un bambino che non era mio.
Al supermercato arrivammo sani e salvi, incatenammo le biciclette ed entrammo. Prendemmo un carrello; mentre percorrevamo i corridoi, sceglievamo tante ghiottonerie: latte al cioccolato, succhi di frutta, biscotti, patatine fritte e popcorn. Una volta finito il percorso (e il denaro), andammo alla cassa. La cassiera passò ogni prodotto; bip, bip, bip, si sentiva. Dopo l’ultimo bip lei ci disse il conto finale. Rodrigo cerca nella sua tasca tutte le monete e le mette sopra la cassa. La cassiera le prese, le contò e disse: “Doni quattro pesos ai vigili del fuoco?”, “Sì” risposi io. Lei mi diede il resto insieme allo scontrino. Consegnai le monete a Rodrigo, lui le rimise nella sua tasca.
Prendemmo i nostri tre sacchetti pieni di golosità e camminammo al parcheggio di biciclette. E solo in quel momento ci rendemmo conto che non portavamo né zaini né cestini. Potevamo solo fare equilibrio con le borse sui manubri. Il problema era che uno di noi doveva portare solo un sacchetto. Dopo aver pensato un momento, Rodrigo mi dice: “Manca il gelato!”. Torniamo al supermercato, salviamo i sacchetti dentro dei cassetti, camminiamo fino al corridoio dei gelati, cerchiamo il meno caro. “Quattrocento quattordici pesos” leggiamo sul cartello. Rodrigo riprende le monete e le conta, mentre io ne cerco qualcun’altra dentro una tasca nascosta. Ne trovo due. Le contammo una volta, due volte, tre volte. Conto finale: quattrocentodieci pesos. Ne mancavano quattro.
Con i tre sacchetti sui manubri, facendo equilibrio mentre io gli davo delle indicazioni, tornammo a casa. Questa è una storia con un finale triste, perché senza gelato nessuno può essere felice.