Una favola decadente dell’umanità contemporanea nei versi a Veronika di Gennadij Ajgi

Il 14 gennaio del 1983 nasce Veronika Ajgi, figlia del poeta ciuvascio Gennadij, il quale, ormai sulla soglia dei cinquant’anni, riconosce nell’avvenimento una sorta di sacralità segreta e delicata, come se la piccola fosse un dono inaspettato elargito da una dimensione ultraterrena inaccessibile all’individuo. Per tutta la vita, infatti, lo scrittore, già padre di cinque figli maschi, aveva desiderato una bambina, identificando nel candore femmineo della neonata un legame saldo con la purezza incontaminata del passato atavico dell’umanità. In questo senso, Ajgi pare riprendere la filosofia della Bellissima Dama, espressa a inizio ‘900 nei versi simbolisti di Aleksandr Blok[1] e improntata alla ricerca del contatto con una sacralità originaria tramite l’identificazione dei segni divini disseminati su questa terra.
Per l’autore, dunque, la nascita di Veronika assume grande valore non solo sul piano personale, ma anche in quanto emblema di un’indagine volta alla definizione del proprio stile letterario. Durante tutto il primo anno di vita della bambina, infatti, Gennadij Ajgi compone un diario poetico ispirato ai piccoli gesti e alle abitudini uguali e silenziose di Veronika, concentrandosi, in particolare, sull’articolazione delle prime parole e sulla percezione del mondo esterno. Nell’introduzione alla raccolta di versi che ne risulta, intitolata Tetrad’ Veroniki (“Il quaderno di Veronika”), e pubblicata per la prima volta nel 1984 a Parigi[2], l’autore esprime una vera e propria dichiarazione di poetica, rendendo palese l’influenza delle sperimentazioni avanguardiste di inizio secolo sulla sua produzione. Facciamo riferimento, in particolare, ai giochi formali e linguistici effettuati da Ajgi, finalizzati alla ricerca di un linguaggio artistico originale, anticonvenzionale e depurato dalla stagnazione verbale dell’epoca sovietica. Il verso, di conseguenza, diventa frammentario e volatile, rispecchiando una attenzione particolare dell’autore per la forma sonora e visiva del testo, secondo la tradizione inaugurata in seno al movimento futurista e approfondita, a partire dagli anni ’60, dai concettualisti moscoviti. I primi mesi di vita di Veronika, caratterizzati da esperienze sperimentali e formative per la sua personalità, diventano, dunque, emblema della composizione poetica, percepita come espressione grezza dell’animo umano, secondo un’ispirazione improntata alla purezza spontanea dell’età infantile.
La struttura del libricino denota un duplice intento, da parte del poeta, nella stesura dell’opera. Accanto alla ricerca di un’identità artistica e personale ben definita tramite il contatto con il mondo pre-verbale della figlia, Ajgi rivela, infatti, anche la volontà di preparare Veronika alla vita, fornendole una visione disillusa e moderna dell’esperienza umana. A questo scopo, le poesie “diaristiche”, composte tutte nel 1983, si alternano a testi “di repertorio” scritti nel 1958 nella forma di favole o canti. La dimensione orale che caratterizza questi ultimi versi esprime l’importanza della tradizione nell’opera di Ajgi, il quale ritiene che il legame con il passato dell’umanità e del singolo individuo sia fondamentale per la scoperta di un’identità personale saldamente radicata nella storia atavica collettiva. La parola orale, d’altra parte, trova un correlativo oggettivo nella forma frammentaria e volatile tipica della maggior parte dei componimenti, che paiono rievocare, tramite la reticenza e l’incompletezza, il silenzio originario entro cui ha origine il misteso dell’animo umano. In questo modo, la sospensione verbale, narrativa, sonora e visuale presente nei testi richiama la resa del poeta all’impossibilità di esplorare i segreti profondi dell’esistenza. Allo stesso tempo, egli riconosce nella figlia un tramite unico tra il mondo empirico e la dimensione pre-esistenziale in cui il mistero della vita è svelato e dove abitano, nella forma di soffio inconsistente, coloro che ci hanno preceduto in questa esistenza. Tuttavia, il poeta pare completamente bandito da tale dimensione, di cui gli è concesso solamente contemplarne un’immagine mentale tramite il contatto intermittente con la purezza di Veronika, angelo custode degli arcani esistenziali più profondi. La frustrazione generata da tale sentimento di esclusione rende la raccolta un’epopea della decadenza umana, un apologo cupo fatto di simboli indecifrabili, un’ode al vuoto incolmabile di ogni individuo.
La favola della contemporaneità narrata da Ajgi, a tal proposito, assume la forma di un teatrino grottesco fatto di macchiette istrioniche e inconsistenti, come dimostra la poesia del 1958 Favola d’Arlecchino invecchiato. Il protagonista del testo, infatti, è un Arlecchino ormai vecchio, il quale, rinchiuso nello squallore di un castello decadente, ricorda le proprie glorie giovanili. L’autore descrive, in chiave ironica, la volontà dell’uomo moderno di imporsi tramite una santificazione del proprio ego che lo rende incapace di rapportarsi in modo autentico con gli altri. Lo splendore della maschera, infatti, ha una durata effimera, che dipende dalla sua prestanza fisica e sessuale, e svanisce nel momento stesso in cui l’età adulta sopraggiunge, insieme alle responsabilità a essa legate. Attraverso la descrizione della parabola di Arlecchino, Ajgi dipinge il quadro di un’umanità votata all’esibizione sterile della propria splendente vacuità in quanto miraggio illusorio di un’eterna onnipotenza. L’identificazione dei personaggi del testo con delle bambole, a tal proposito, si rivela un espediente di grande potenza stilistica, poiché richiama l’aspetto fittizio e performativo tipico delle relazioni tra gli uomini moderni.
Anche la Favola della Sbarra e dello Sgabbiotto di Guardia, composta nello stesso anno, presenta il volto decadente dell’umanità tramite la narrazione di una vicenda di certo inusuale per una favola per bambini. L’autore, infatti, utilizza oggetti personificati come personaggi simbolici della fugace incostanza di qualsiasi rapporto, dovuta all’impossibilità di conoscere completamente anche coloro che ci sono più vicini. La prosaicità che caratterizza gli oggetti stessi, rispettivamente la Sbarra di un passaggio a livello, il Viale e lo Sgabbiotto di Guardia, rispecchia la mediocrità dell’animo umano, incapace di gestire un sentimento puro come l’amore e in preda a passioni prosaiche e fugaci. Infine, Ajgi affronta, in chiave ironica ma molto efficace, la tematica della solitudine eterna dell’individuo, tanto cara, in epoca romantica, a Michail Lermontov[3]. Come il masso personificato protagonista della poesia Utes[4] (“Il masso”), infatti, anche la Sbarra e lo Sgabbiotto sperimentano un forte sentimento di disillusione dato dall’impossibilità di trovare completezza in un altro individuo. La ricerca di una compenetrazioe che si realizzi nel sentimento d’amore rende del tutto evidente, così, la miseria umana, che sfocia nel vuoto inconsolabile dell’anima.
Tale vuoto pare quasi tangibile nel Piccolo canto tataro del 1958, in cui il poeta crea una ballata malinconica della solitudine, intesa come mancanza inspiegabile di qualcosa di ignoto. Protagonista della poesia è una bambina di origini umili, la quale, col proprio canto, cerca di spezzare il silenzio schiacciante in cui rimbomba l’assenza dei propri familiari. Anche in questo caso, la dimensione orale assume un’accezione significativa, poiché il testo si basa sul contrasto tra voce e oblio. La nenia, infatti, è l’unico mezzo di cui la bambina dispone per richiamare in vita i propri cari; tuttavia, ogni cosa che la protagonista nomina annega immediatamente nel silenzio, rendendo manifesta, ancora una volta, l’impossibilità per l’uomo di trovare consolazione in questa esistenza terrena. L’oralità del canto, d’altra parte, è una chiara metafora della creazione poetica di Ajgi, il quale, attraverso la propria scrittura, ricerca un legame con la tradizione popolare cui sente di appartenere. Le origini ciuvasce dell’autore, infatti, ne influenzano certamente tutta l’opera, che presenta una forte connessione con la vita improntata ai ritmi della natura tipica della sua terra natale. Il piccolo canto tataro, a tal proposito, si presenta come una leggenda popolare tramandata oralmente dalla notte dei tempi. Il riferimento stesso, racchiuso nel titolo, all’origine tatara della storia rende evidente la correlazione del testo con una tradizione antica che affonda la proprie origini nella mitologia popolare.
L’esplorazione del passato pare, dunque, l’unico mezzo a disposizione dell’individuo contemporaneo per instaurare un contatto con la dimensione eterea di cui Veronika è emblema e in cui è custodito il mistero dell’esistenza. Un passato che non riguarda solamente la storia dell’umanità in generale, ma anche la vicenda del singolo individuo, la cui identità è plasmata dal legame spirituale che lo unisce ai propri avi. La poesia composta nel 1983 Canzoncina per te – del padre, a tal proposito, rappresenta la ciclicità dell’esperienza umana, in quanto il poeta istituisce un legame di continuità tra se stesso, la figlia e il padre morto. La nenia, infatti, è una dedica a Veronika da parte dell’autore, come indica il titolo; tuttavia, nel testo, Ajgi parla del proprio genitore, percependone la presenza nel vuoto della casa in cui viveva. Allo stesso tempo, attraverso il ricordo, ne fa rivivere l’immensa bontà d’animo, tramandata in dono alla bambina appena nata. Il legame che unisce Veronika e il nonno riguarda, inoltre, la condivisione della dimensione superiore da cui l’una proviene e che l’altro ora abita eternamente. Tramite il contatto con la figlia il poeta, dunque, ricerca un riavvicinamento alla figura paterna perduta. La ciclicità del testo è resa anche attraverso la ripetizione di alcune parole e formule, le quali contribuiscono a rendere la poesia una sorta di preghiera: era mio padre bianco come prjanik, bianca bontà, immerso. Il riferimento reiterato al bianco, in particolare, assume un valore molto significativo. In primo luogo, infatti, il colore ricorre spesso nell’opera dell’autore, in quanto simbolo grezzo di purezza, semplicità e autenticità. In questo caso, in particolare, esso rievoca il candore primordiale della dimensione sovraterrena cui Ajgi aspira, e di cui si compongono l’animo incontaminato della figlia e del padre (l’autore ne sottolinea più volte l’immensa bontà). Il bianco, infine, può anche essere interpretato come metafora visiva del vuoto immenso e silenzioso in cui il poeta si sente immerso. Anche questo componimento, infatti, esprime l’incompletezza cui l’individuo è destinato, simboleggiata dalla mancanza del padre. Ajgi, nel verso finale, parla di una nostalgia intrinseca all’esperienza umana, una sorta di vuoto incolmabile e incurabile. La «stanza […] immersa nello scuro del giorno», così, non è altro che una metafora delle stanze disabitate e silenziose dell’animo umano, che l’autore sogna di riempire con i ricordi malinconici di una luminosa felicità passata, di cui sente vivo sulla pelle il soffio gioioso ma inafferrabile. Una felicità che si rivela effimera e illusoria, in quanto spettro grottesco e deformante della tragica incompletezza esistenziale.

[1] Il poeta Aleksandr Blok (1880-1921) è certamente la figura più rappresentativa del movimento simbolista russo di inizio secolo scorso. Il simbolismo di Blok, nella prima fase della sua produzione, è associato a tematiche religiose, secondo la filosofia di Vladimir Solovev. Il culto della Bellissima Dama, identificata nella figura della moglie del poeta, Ljubov Mendeleeva, è considerato l’unico mezzo per l’accesso a una dimensione spirituale e ultraterrena. In seguito, l’autore si rivolge a motivi prosaici e urbani, legati alla consapevolezza dell’impossibilita di una comunione con la Bellissima Dama e alla disillusione del poeta, il quale si accosta gradualmente a una concezione tragica dell’esistenza.

[2] Gennadij Ajgi è uno degli esponenti più significativi dell’andegraund letterario moscovita tra gli anni ’60 e gli anni ’80 del secolo scorso. Non potendo pubblicare i propri testi in patria a causa della censura, egli scelse, tuttavia di non ricorrere al mezzo del samizdat (auto-pubblicazioni realizzate con la macchina da scrivere o a mano e diffuse clandestinamente). Al contrario, le sue poesie furono edite all’estero fino all’avvento della perestroika e al successivo crollo dell’URSS. La raccolta Tetrad’ Veroniki, in particolare, venne pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1984 dall’editore Nouveau Commerce, nella doppia versione russa-francese.

[3] Michail Lermontov (1814-1841) è uno dei maggiori rappresentanti dello spirito russo romantico di origine byroniana, caratterizzato da tematiche di solitudine e passione amorosa, rese di sovente attraverso la personificazione di elementi della natura.

[4] Il testo, composto nel 1841, narra la storia di una nuvola che si posa su un masso durante la notte, per poi abbandonarlo, il mattino successivo, alla solitudine eterna e alla consapevolezza della propria incompletezza.