Abitare la scrittura

“Misi radici nella letteratura del mondo”, una bella frase di Livia Claudia Bazu.[1] Mi sono chiesta, quanta strada, quanta fatica per sentirsi a casa nel mondo, quanto questa casa possa essere la letteratura, e poi la scrittura per chi migra e attraversa dei confini, delle frontiere e le soglie di mondi sconosciuti e s’imbatte nelle lingue altrui, nei modelli culturali diversi? Come riconoscere, come abitare, amare la casa in un mondo che chiude le porte all’errante ed erige le barriere, issa i muri e stende i fili spinati? Come riconoscersi oggi in quegli ideali inseguiti dai fondatori dell’Unione europea che prospettavano una Casa comune senza frontiere? Quale posto sentire casa quando ancora ci sono troppi uomini e donne costretti a lasciare i luoghi della loro lingua e della loro memoria? Quando ammutoliscono di fronte a un sogno sgretolato, a un diritto negato, a una lingua non propria e sentono un indefinibile senso di colpa di fronte all’universo, pure essendo certi che la loro scelta/necessità di migrare, di inseguire una nuova vita, sia giusta. Uomini e donne deportati dal loro personale centro del mondo alle porte chiuse di un’Europa fortezza.

Ponendomi troppe domande alle quali non avrei saputo dare la risposta, ho allora cercato di  ricordare come alcuni degli scrittori, migranti pure loro, ormai inquilini riconosciuti della casa-letteratura del mondo, hanno raccontato il loro appropriarsi di una lingua nuova, di relazioni nuove, prima ancora di dare il senso al torpido vuoto delle nuove abitazioni, prima ancora di diventare cittadini nel vero senso della parola. Dalle pagine dei loro libri sono emerse fatiche e silenzi causati dall’inaspettato atrofizzarsi della loro lingua madre, perché diventata inutile. Dirà Eva Hoffman nel testo autobiografico che più di qualsiasi analisi sociologica ci fa capire gli assestamenti identitari causati dalla migrazione:

“Le parole inglesi non sono arrivate fino a quegli strati della psiche da cui proviene il monologo interiore. […] Il film di parole e immagini si è cancellato, il filo è stato reciso. Non ho più linguaggio interiore e di conseguenza nemmeno immagini interiori, quelle immagini – attraverso cui assimiliamo il mondo esterno, impariamo a interiorizzarlo, ad amarlo, a farlo nostro – si fanno sfuocate.”[2]

 Un’esperienza condivisa dalla giovane scrittrice bosniaca, Elvira Mujčić. Lei deciderà di sacrificare la propria lingua madre, “visto che non serviva più a nulla e non si sapeva nemmeno più come chiamarla, dato che il Paese dal quale provenivo era andato a rotoli e assieme a esso, la lingua, la memoria, l’appartenenza.”

Impegnata a imparare l’italiano al più presto, Elvira osservava come le parole della nuova lingua “erano in qualche maniera vuote, leggere, come se fossero significanti senza significato. […] Nella nuova lingua e nel nuovo Paese mi smarrii, incapace di attecchire, impossibilitata a tornare indietro.”[3]

E la sua incapacità di esprimersi si tramuterà in difficoltà di esistere e di riconoscere se stessa. Seguirà il periodo di mutismo che non è solo linguistico, esso risponde al forte smottamento identitario e relazionale che non permette la localizzazione dell’intimità in uno spazio, sia esso casa, piazza, strada, paese…

Non soltanto chi si trova sospinto senza la propria volontà nella terra di nessuno ha a che fare con incertezze, mutismi relazionali e affilate solitudini, ma anche chi il tetto di una casa solida se l’è procurato e sembra di aver concluso il proprio ciclo di erranze, si trova incapace di abitare realmente lo spazio sociale della nuova condizione. Lo descrive lo scrittore jugoslavo di origini ebree David Albahari, lui stesso emigrato dai Balcani impregnati da febbricitante nazionalismo in Canada. Lì nasceranno diverse sue opere letterarie che avranno a che fare con la dissoluzione del paese, la fuga e l’immensa solitudine che trovano i suoi personaggi nell’estraneo ambiente geografico, politico e culturale. Nella raccolta di racconti Drugi jezik (L’altra lingua), i temi dominanti che l’autore cercherà di sviscerare sono la difficile integrazione, la solitudine, il vuoto e l’incomunicabilità con l’ambiente esterno.

Il protagonista del racconto “Il cane”, seduto in poltrona dietro la finestra di una stanza dalle luci spente, osserva la vita che scorre all’esterno, dietro lo schermo rettangolare della finestra. Poco succede, passa una copia, si sofferma, ride, s’abbraccia prima di proseguire e sparire dalla vista, sfreccia qualche macchina, sosta un camion cisterna di pulizia delle strade, alle tre di notte passerà un poliziotto, aggiusterà la cintura dei pantaloni e svanirà nell’angolo destro della finestra. Il protagonista, in attesa che succeda qualcosa parla da solo, l’unico compagno, il cane… L’attesa, la non comunicabilità con il mondo esterno ridotto alla visione che consente la cornice della finestra… I confini di una finestra diventano i confini di un’esistenza.

“Tutto quello che mi resta è di abbassare le imposte, tirare la tenda e cancellare l’orizzonte esterno, perché quello che non si vede, non esiste.”[4]

 Solitudini, isolamento, emarginazione, autoesclusione. Un costo da saldare sulla via della creazione dello spazio esistenziale nuovo?

Dubravka Ugrešić, nel romanzo Il ministero del dolore, l’opera che in buona parte possiamo considerare autobiografica, reagisce in modo più attivo, direi da donna e per niente rassegnata. La protagonista del romanzo, la professoressa Lucić, contemporaneamente alle prede col riconoscimento della professionalità di docente universitaria di una lingua inesistente, il servo-kroatish, che insegna all’Università di Amsterdam, si tufferà anima e corpo nel lavoro fisico, domestico, per conquistare lo spazio e tracciare le premesse di una propria abitazione. Ma, neppure lei sfuggirà alla solitudine e allo sconforto.

“Sedevo nella stanza dalle pareti fatiscenti. L’aria odorava di polvere vecchia. Sedevo in un ambiente adeguato, in una stanza che apparteneva a qualcun altro e stringevo in mano il visto di low-life ottenuto di recente. Ero circondata dal bagaglio che non avevo potuto abbandonare nel deposito di una qualche stazione. Se un immaginario servizio di oggetti smarriti mi avesse chiesto di descrivere il contenuto di quel bagaglio, difficilmente ne sarei stata capace. Il contenuto non era spiegabile. Sedevo nella stanza dalle pareti fatiscenti con un paese in pezzi alle spalle, una lingua materna divisa in tre, come un mostro a forma di serpente con la lingua a tre punte.

 […] Pensavo che il giorno successivo avrei dovuto raccogliere la sporcizia, comperare  nuova carta da parati per il soggiorno e il corridoio, trovare una lavanderia nelle vicinanze, comprare il giornale e controllare che giorno fosse…[…] Mi avvicinai alla finestra e l’aprii. La piazza di cemento era illuminata da lampioni che emanavano una pallida e torbida luce e dall’insegna sul palazzo di fronte.[5]

 Nell’altro romanzo della Ugrešić, Il museo della resa incondizionata, la protagonista –  sempre un testo fiction, ma ampiamente autobiografico – passerà ore nascosta dietro la tenda della finestra a spiare il mondo, ad attendere il postino, l’unica persona che vede tutti i giorni. E che sfugge. E il pensiero che improvvisamente si staglia cristallino nella sua mente sarà: “Quell’inquadratura è la piena misura delle mia solitudine berlinese.”[6]

Non occorre essere donna sola in fuga da un paese  smembrato, attanagliata dai sensi di  perdita e di naufragio interiore a sentire la solitudine in una città estranea, attorniata dalla lingua altrui. Si può far parte di un ambiente linguisticamente e storicamente affine, con la famiglia riunita, a vivere altrove la nuova dimora come un riflesso sbiadito di quello che è stata, e rimarrà, la propria casa. Quella rimasta drȕben, dall’altra parte del muro, in questo caso di una Germania divisa. Nel bellissimo libro  Carta da zucchero, ne parlerà Eva Taylor, l’autrice tedesca. Con lo sguardo della bambina, Eva ci restituisce  non soltanto la coscienza smemorata di una cicatrice profonda, europea, ma espone davanti al lettore materia viva e dolente dell’esperienza di una famiglia tedesca, vittima della storia e della spartizione geografica, politica e ideologica nel cuore dell’Europa: la BRD e la DDR. Eva e la sua famiglia costituiscono una particella infinitesimale di questa scissione. La bambina, più degli adulti e diversamente da loro, vivrà il trasferimento/fuga dalla DDR e l’inserimento nella Germania Ovest, nella nuova casa, e affronterà i nuovi pattern culturali, nonostante si tratti dello stesso popolo e della stessa lingua. La casa e il modo di abitarla, diventerà lo scenario dove si trascina la vecchia vita da cui si è fuggiti e che ora irrompe con la palpabile nostalgia per le relazioni interrotte e perdute, per le persone, per la natura e per lo spazio familiare.

“Nel nostro nuovo salotto, nell’ovest, si doveva accendere la luce da settembre fino a Pasqua, e anche nei giorni piovosi della primavera e dell’estate. C’era una finestra grande come la parete che dava sul balcone, ma era proprio quel balcone che rendeva tutto più buio.”[7]

La bambina osserverà le visite domenicali di parenti e amici, fuggiaschi pure loro, che si nutrono reciprocamente di storie vissute in quel paese lasciato alle spalle e ravvivano i frammenti scombinati di vita, evocano luoghi, persone, odori e sapori, tutto sembra una disordinata miscela della memoria che fa da collante tra il passato e il loro presente. Il futuro non abita le loro narrazioni.

“Poi cominciavano, come ogni domenica. Cominciavano a raccontare le loro storie. Gli uomini con le mani sul tavolo sempre troppo piccolo per contenere le distanze da un paese all’altro […]. Il tavolo era diventato un altro paese, dove le dita degli uomini tracciavano le linee dei loro racconti, le donne annuivano mentre lavoravano a maglia. Erano i vecchi racconti, la casa, la scuola, la chiesa, gli amici, le feste, la ditta, il cimitero, la zona di confine, i tentativi di fuga. Qualche volta aggiungevano una frase o correggevano un dettaglio.  […] E mentre sfumava la luce del giorno, li vedevo sotto quel lampadario come sotto una luce più calda che univa il loro mondo, drȕben, di là, a solo un metro di distanza da me.” [8]

Una volta cresciuta e diventata giovane donna senza più confini interni e con il Muro ormai  abbattuto, l’autrice ricorderà:

“Quella casa drȕben per me era sempre così: familiare, vecchia, estranea e miracolosa.” [9]

Saranno queste case lasciate dall’altra parte, dietro un muro, una frontiera, un oceano, in un paese che non c’è, in un mondo pieno di rovine, ispiratrici di molte scrittrici e scrittori ‘migranti’, saranno linfe potenti delle loro memorie letterarie. A volte ci riconosciamo nel calore e nell’odore delle stanze delle loro infanzie, pur non avendo avuto le stanze tutte per noi; i loro racconti ci danno forza e sostengono le fatiche di inserimenti, di riappropriazioni di luoghi, ma sono anche materia edificante di quell’utopia entropica che coltiviamo convinti/e di poter abitare più luoghi contemporaneamente.

 La scrittrice croata Irena Vrkljan è una discepola di questo convincimento. Abitare più spazi in contemporanea, abitarli con l’aiuto della scrittura. Nelle sue opere spesso evocherà la casa, la stanza,  l’atmosfera  nell’appartamento in via Klaićeva a Zagabria, e poi, come contrappunto, quella dell’appartamento berlinese della Mommsenstraße, dove si era trasferita in tempi ormai remoti. Nella sua scrittura i due spazi si toccano e completano e forse per la loro differenza non sono mai stati a rischio di confondersi. Lei riesce localizzare l’intimità interiore dell’abitare lo spazio assente, ricorda con precisione filmica la cucina, il tavolo con la macchia del vino, una giacca posata sullo schienale della sedia, ricorda le gioie, il riso, il lutto, la malattia, è tutto nella vecchia casa della via Klaićeva, rimasta lì ad aspettarla nel punto di partenza, lontana dalle luminose stanze bianche berlinesi senza polvere sul pavimento, senza fotografie sul comodino, stanze nelle quali il respiro della vita aspetta di essere inalato, il passato ‘trasferito’, il passato per non affondare nel presente.  E, come in preda della ricerca del cerchio di salvataggio, la Vrkljan si immerge nella scrittura, tutto deve essere scritto, annotato nei dettagli, le stanze, la cassapanca, i cassetti, le lettere ricevute, le fotografie, il borbottio del brodo sui fornelli, gli angoli bui delle abitazioni, i racconti familiari. Deve essere scritto per confermare di essere esistito.

Un’altra scrittrice, poetessa e pittrice, Etel Adnan, libanese di madre greca cristiana e di padre siriano mussulmano, che vive tra Beirut, Damasco, Parigi e Sausalito in California, non ha difficoltà di affermare di non amare le case, e di  abitare il mondo. A Beirut, nella sua infanzia, tutti parlavano arabo, francese, inglese, armeno, greco e curdo. A volte, dirà Etel, una lingua, a volte tutte insieme. Lei ha imparato ad abitare le lingue, gli spazi aperti, a diffidare dai muri e dalle purezze improponibili. La chiave giusta per abitare il mondo. Se già deve parlare di case, preferisce le finestre, ha bisogno di finestre che invitano a riprendere i viaggi, che lasciano entrare il mare.

“Una casa è la sede della propria impazienza. Gli elementi a cui sono maggiormente interessata sono il vuoto, la mancanza di contenuto, gli spazi incorniciati, i paesaggi, voglio dire proprio le finestre. I muri di solito scompaiono dalla mia memoria, o, se vi indugiano, si trasformano in superfici ondeggianti, macchie mobili di colore pallido.”[10]

In ogni casa nuova la raggiunge la luce di Beirut. “La luce di Beirut entra come maledizione totale. Bianco, bianco è il sole.”[11] Ovunque ella si trovi è sempre lontana da qualcosa e da qualche parte. Ovunque si trovi, è contemporaneamente presente altrove. Vive la passione per i luoghi contemporaneamente, per la scrittura sempre, incondizionatamente.  La vedo immersa nella letteratura del mondo, ma priva di radici, libera e leggera ed estasiata nel riempire le pagine bianche come il marinaio che veleggia sul mare e “si fonde con il desiderio e diventa rivelazione pura”.

Forse è questo il senso dell’abitare la scrittura. Liberi e leggeri, lo scrittore, la scrittrice, veleggiano e vivono nel proprio testo. Sarà Adorno ad aggiungere l’ultimo (o il primo?) tassello a questo quadro conclusivo: “Chi non ha più patria, trova nella scrittura un posto da abitare”.

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[1] Livia Claudia Bazu, “La magia della lettura”, in Melita Richter ( a cura di), Libri migranti,  Cosmo Iannone Editore, Isernia, 2015, p229
[2] Eva Hoffman, Come si dice, Donzelli Editore, 1989, p.  124.
[3] Contributo (inedito) di Elvira Mujčić al Convegno 1995-2015, 20 anni di pace fredda in Bosnia ed Erzegovina, Venezia, Cà Foscari, 14 dicembre 201514 dicembre
[4] David Albahari, Drugi jezik, Stubovi kulture, Beograd, 2003, p. 227
[5] Dubravka Ugrešić, Il ministero del dolore, Garzanti, 2007, pp 234 – 235.
[6] Dubravka Ugrešić, Il museo della resa incondizionata,  Bompiani,  2002, p. 144
[7] Eva Taylor, Carta da zucchero, Fernandel, Ravenna,  2015, p. 22
[8] Eva Taylor, Ibid, p. 23
[9] Eva Taylor, Ibid, p. 104
[10] Etel Adnan, Nel cuore del cuore di un altro paese, Multimedia edizioni, Baronissi, 2010, p. 72
[11] Etel Adnan, ibid. p. 24