Carico disperso – ovverosia alcuni segni sull’abitare

   Il giorno è solo una carta bianca su cui viene scritto
e notato tutto, e il conto viene pagato di notte, nei campi
grandi e oscuri dell’insonnia.
Ivo Andrić, Jelena, la donna inesistente

                                                                     1

     “Congratulazioni Mr. D., questa casa ora è vostra …” mi disse oggi, alle ore quindici e venti, il responsabile del reparto mutui della mia banca di Montreal.
Torno a casa – è un appartamento al quinto piano, ormai di nostra proprietà perché i conti con il creditore oggi sono stati saldati –  prendo una birra, mi siedo sul balcone, accendo una sigaretta; me la posso permettere perché mia moglie tornerà dal lavoro più tardi e i figli non abitano con noi da diversi anni; è l’occasione buona che nessuno mi sgridi. Fumo e improvvisamente mi torna in mente la parola ‘congratulazioni’ sentita un’ora fa come se  fossi l’unico colpevole perché in questo momento per la testa mi passa una cosa dopo l’altra. E la prima di tutte è che stamattina mi sono alzato pensando che sono passati quindici anni da quando, balbettando un po’  inglese, un po’ francese, assieme a mia moglie chiesi quel prestito e firmai il contratto. A questi aggiungo altri quattro … Quindi – da diciannove anni vivo nel paese che nel lontano passato vedevo solo nel mappamondo e nei film!
E nel mio ‘film canadese’ – come sono passati?
Non aver paura – non ti annoierò raccontandoli! Comunque, tu hai sicuramente il tuo ‘film italiano’…
Se penso a questo ‘problema’, mi viene una vertigine – leggera ma comunque una vertigine: la prima immagine del mio ‘film canadese’ sarebbe..?
Un uomo sul motorino, vestito da porta pizze – passa per le vie di Montreal? Forse sarebbe meglio questa: una mattina estiva; un ragazzino fa colazione nel cortile della sua casa nativa; vicino ai suoi piedi salticchiano passeri che prendono le briciole cadute per terra. No, potrebbe andare meglio l’immagine in cui quell’uomo sta festeggiando il Capodanno, a casa sua, con i suoi familiari e alcuni amici – e oltre la finestra, fra i fiocchi di neve, si vede lo striscione con la scritta: Buon Anno 1992? Oppure questa: cade la neve, ma non in quella città, cade lontano – oltre l’Atlantico; quell’uomo è a passeggio con i suoi due figli; la figlia gli chiede se questa città è davvero anche loro città. Lui, da padre che dovrebbe sapere tutto e avere tutte le risposte su tutto, tace come se non l’avesse sentita; e la figlia insiste, ripete più volte quella domanda, poi si ferma – non vuole proseguire  senza una risposta. Appena allora lui dice che è vero – questa città appartiene anche a loro.
Vedi, la scelta non è facile!
Hm, forse sarebbe più adeguata questa immagine: seduto in una carrozza del metrò, un uomo torna a casa; per la prima volta gli viene in mente di prendere dalla tasca un bloc notes  e scrivere alcune righe su questa via sotterranea, sui volti sconosciuti che entrano ed escono. Poi scrive: chi sono io in questa città? E in quel momento sente una voce: Ti lamenti? Lui tace, è perplesso. E quella voce lo consola: Guarda, tu vivi in una delle città più belle e più ordinate del mondo! Lui sussurra: Può essere … La voce si arrabbia: Che dici? Apri gli occhi – attorno a te c’è tutto, tutto, tutto. È vero, dice quell’uomo, c’è talmente di tutto, che nella nostra Bosnia chiederebbero: ‘C’è anche del latte di piccione?’  E la voce ora gli dice, un po’ innervosita: Che parli? Che Bosnia? È un alimentare? Il marchio di un elettrodomestico oppure …?
Tu mi capisci?
E riuscirai a comprendere se ti scrivo: Ora i miei conti con la banca sono saldati, ora abito nell’appartamento i cui  proprietari siamo mia moglie ed io – ma come sono  gli altri conti?
Che strana lettera ti scrivo, che strana!”
(Un frammento della lettera di K., mio collega degli studi universitari di Sarajevo –  scritta l’8 Giugno 2012)

                                                                    2

     La casa nativa di Ivo Andrić (1892-1975) si trova nella cittadina bosniaca di Travnik, nella via Zenjak. Il premio Nobel per la letteratura, l’autore dei celebri romanzi, fra cui Il Ponte sulla Drina,  La cronaca di Travnik, La signorina, Il cortile maledetto …, in realtà nacque  in un villaggio non lontano da questa casa progettata e ricostruita a cavallo degli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Allora era fortemente voluta da alcuni suoi amici ed estimatori, politici locali e  del governo della Bosnia repubblica socialista. Andrić, cosciente già dalla sua giovane età che tutto ciò che fa parte dell’esteriorità delle opere d’arte e della letteratura non produce vera luce sulla loro sostanza, non era molto convinto dell’utilità  e dell’importanza dell’impresa. Tuttavia, riuscirono a convincerlo. Alla fine dei lavori di ricostruzione a qualcuno scappò queste parole:  “Lei, compagno Andrić, è nato proprio in questa casa?”
“Un uomo deve nascere in un certo luogo … “ rispose lo scrittore.

                                                                    *

      La cittadina di Travnik, il capoluogo della Bosnia del periodo ottomano, è palcoscenico del suo romanzo ‘La cronaca di Travnik’ in cui sono descritti i ‘tempi dei consoli’ all’inizio dell’Ottocento. A due secoli dallo svolgimento della trama di quest’opera, con questo romanzo di Andrić in mano, mi chiedo ogni volta delle radici dello strabismo della maggioranza degli abitanti di quella terra, cioè dello sguardo del bosniaco mussulmano diretto verso Istanbul, del bosniaco croato cattolico verso il Vaticano, del bosniaco serbo ortodosso verso Mosca. È so – quindi non immagino! – che si tratta dello stesso sguardo con cui  quel giorno del novembre del 1990, alle prime elezioni democratiche nel secondo dopoguerra, la gente del mio paese osservava le liste dei candidati e ciascuno segnava con la crocetta il suo – tutto in base etnica, con il risultato catastrofico dell’ 86% dei voti a favore dei partiti nazionalisti. Poi, di solito rileggo la Lettera  del 1920 dello stesso autore – e non per dare ragione al coro di chi dalle mie parti e nell’Europa a questo racconto, l’opera letteraria sinora più strumentalizzata di tutti i tempi (“Sì, la Bosnia è la terra dell’odio”),  attribuisce essere la chiave del ‘problema’ – ma per certe valigie, un treno e una guerra antesignana della Seconda guerra mondiale.
“Stiamo seduti sulle valigie davanti alla stazione, accanto al binario, aspettando il treno di cui non sappiamo né l’ora d’arrivo né quello della partenza; l’unica cosa di cui siamo certi è che sarà stipato di gente e di bagagli…”  L’uomo che alla stazione ferroviaria di Slavonski Brod sta saduto accanto al narratore è un suo amico del periodo degli studi  liceali a Sarajevo. Il suo nome è Max Levenfeld, di famiglia ebraica (madre triestina, padre viennese) battezzata da tempo.  L’andarsene di Max dalla Bosnia non è un semplice trasferimento all’estero né una fuga insensata dall’abitare in terre prive delle sue radici.  L’amico di Andrić ha le sue ragioni – lascia la Bosnia perché ‘è la terra dell’odio’ e lui, essendo un medico, ha ‘solo bisogno di un posto dove  poter vivere e lavorare’. E se ne andò ad abitare a Parigi.
Le valigie? Si erano moltiplicate sia durante la Seconda guerra (nel mio paese c’era anche una guerra civile), che nel periodo della guerra civile 1992-95. Il treno? Quello senza ora esatta d’arrivo, né di partenza? È un treno impazzito? Da chi è guidato – esclusivamente da nostri ‘macchinisti’? E chi sono i suoi veri viaggiatori? E quella guerra, antesignana della  Seconda guerra mondiale? È la guerra civile della Spagna? Che era anche il palcoscenico di un altro odio – solo fra gli uni e gli altri spagnoli? In quella guerra, “in una piccola città dell’Aragona il cui nome nessuno dei nostri sa pronunciare”, perse la vita Max Levenfeld. “Attaccarono il suo ospedale dal cielo in pieno giorno – scrive Andrić – e Max rimase ucciso insieme a tutti i suoi feriti. Così finì la vita dell’uomo che era fuggito dall’odio”.

                                                                              3

    Parma,  mezzogiorno di una giornata primaverile.
Passeggiando per le vie della città, il mio amico Emilio Rossi si ferma all’entrata di un edificio e mi dice che non può passarci senza visitare un amico per cui la sua associazione (CIAC) ha trovato un alloggio . La porta ci vene aperta da un uomo dai capelli scuri,  robusto, baffuto, in maglietta bianca e pantaloni corti; è sorridente appena vede Emilio. Si chiama Serkan, è curdo. Ha fatto il turno di notte in una fabbrica e a pranzo aspetta  tre, quattro suoi compaesani. E insiste che dobbiamo restare a pranzo, altrimenti …
“Altrimenti – dice Emilio – noi andiamo per la nostra strada!”
“No, non se ne parla –  risponde Serkan. – Sentite i profumi?”
“Buoni, buoni sono … Però volevo solo salutarti e presentarti il mio amico. Lui è della Bosnia.”
“Auh! Bosnia! Che disastro!” esclama Serkan.
Ed io mi vergogno, di nuovo.
Non riuscirei a contare quante volte avevo già vissuto quello stesso senso di vergogna – non solo per la guerra fratricida, ma pure per tutte le opportunità perse dal mio paese che poteva essere innanzitutto un luogo di vita, né migliore né peggiore nel mondo, ma di vita sicuramente.
Un luccichio negli occhi di Serkan è il vero segnale che lui ha capito il mio silenzio?
“Ma restate, restate qui …” dice lui.
“Posti al tavolo ci sono solo per voi …” Emilio si appoggia alla sua, a me pare, ultima difesa.
“Ma che dici, Emilio? Il tavolo è come la casa …- dice Serkan. – Quando vengono gli amici, la casa si allarga”.

                                                                   *

     Sono passati più di venti anni da quel mezzogiorno a Parma ricordato in un mio notes; poche righe scritte sul dialogo in quella abitazione e un asterisco: non siamo rimasti a pranzo; ci siamo scusati e siamo usciti seguiti dallo sguardo triste di Serkan. In quell’istante avevo ricordato un autunno lontano, un viaggio a piedi per le montagne della Bosnia centrale e una casa solitaria in mezzo a una radura.
“Non pensavate forse di passare per questo sentiero non entrando a casa nostra?”
Così si rivolse allora a me e ai miei amici il padrone di casa, uscito a salutarci. È difficile rivivere di nuovo il profumo del tè di erbe di montagna, delle fette di pane caldo con il burro e il calore del focolare di quel giorno autunnale?
Ci sono delle ore notturne in cui mi ritorna anche l’immagine di quella casa di montagna. E mi chiedo: se quell’uomo  sia ancora vivo – dove abita.

                                                                     4

     Kerkabarabás è un villaggio della Zala, la contea dell’Ungheria occidentale, confinante  con la Slovenia e la Croazia. Secondo le statistiche dell’ultimo censimento, è abitato da 303 persone.  L’unica frase della presentazione di questo villaggio su Wikipedia è  la seguente: “A második világhaború alatt  itt élt családjával a magyar-szerb zármazású Danilo Kiš jugoszláv író  – Ha vissuto qui con la sua famiglia durante la seconda guerra mondiale, lo scrittore jugoslavo Danilo Kis, di origini serbo-ungheresi.”

                                                                           *

     Nella seconda parte del breve racconto A e B di Danilo Kiš (1935-1989), pubblicato postumo nella raccolta Il liuto e le cicatrici, descrivendo la misera casa, con solo il pianterreno, in cui con il padre ebreo, la madre montenegrina e sua sorella, nell’Ungheria occidentale,  aveva passato  il periodo della guerra, lo scrittore non ha inserito il nome del villaggio da cui suo padre Eduard nel 1944 fu deportato ad Auschwitz.
     La prima parte del racconto[1], la ‘A’ – dallo scrittore sottotitolata  The magical place – è uno sguardo poetico sul paesaggio delle Bocche di Cataro, il frutto più sintetico della sua ricerca del ‘sentimento oceanico’ vissuto nel 1939 da suo padre e nel 1898 da Sigismund Schlomo Freud, noto come Sigmund  Freud, a cui in seguito verrà il sogno di tre Parche.
    La parte ‘B’ – dallo scrittore sottotitolata The worst rathole I visited? – è anche la ricostruzione poetico – documentaria del suo abitare in quella casa – “tana di ratti”. Alla fine del racconto si sente la voce dello scrittore rivolta all’uomo che l’aveva accompagnato da Budapest in macchina : “Qui, attaccata ad un chiodo, stava la sveglia …  È stata portata via da un soldato russo, ubriaco, nel 1945.”
Mentre loro due escono dalla “tana di ratti”, quell’uomo dice ironicamente: “Un giorno ci sarà una lapide, su cui sarà inciso: QUI VISSE LO SCRITTORE JUGOSLAVO D.K. DAL 1942 al 1947”.
“Per fortuna, è prevista la distruzione di questa casa …” dice Danilo e, volendo rispondergli almeno in qualche modo, il suo accompagnatore si lamenta perché non ha portato la sua macchina fotografica. E Kiš conclude l’intero racconto con un post scriptum: “I testi A e B sono collegati in modo misterioso”.
È solo un mistero che collega (e pure stacca) una particella del passato dello scrittore dall’altra: la prima – illuminata dalla luce del cielo sopra le Bocche di Cataro – di cui un dettaglio, filmato con la macchina fotografica di un amico di Kiš, risultò inesistente: la pellicola ‘era nera come una notte nera’; la seconda – in cui lo scrittore  immagina quello spazio vuoto dove un giorno non esisterà più  la casa della sua infanzia?

                                                                         *

    Raccogliendo ogni dettaglio della vita di Kiš, l’autore del Birth Certificate: ‘The Story of Danilo Kis’ (2013)  Marc Thompson visitò  Kerkabarabás a una decina di anni dalla scomparsa dello scrittore. Thompson descrive fin nei  minimi dettagli quella domenica d’estate: la strada screpolata, le case – basse, con le finestre consumate e con le tegole coperte di muschio, fosse scavate per la costruzione del gasdotto, l’osteria e una compagnia di maschi fra cui uno è Isztvan Molnar, il figlio del sindaco dei tempi dell’immediato dopo guerra e amico d’infanzia di Danilo. Suo padre firmò i documenti necessari a Milica, la madre di Danilo, per poter ottenere la pensione in Jugoslavia. Nero su bianco c’era scritto che ‘Eduard Kiš e Milica erano  regolarmente sposati, che Eduard – “essendo ebreo” – fu deportato in Germania “dove fu ucciso”, quindi era certificato che non collaborava con i nazisti e che Milica non si era mai risposata. Certamente, in questo capitolo della biografia dello scrittore, l’autore si ferma più sui ricordi degli abitanti della famiglia di Eduard Kiš e particolarmente su Danilo, allora chiamato di sopranome Dani, poi li intreccia con il vissuto di quei tempi descritti nella sopra nominata trilogia.
Al lettore facilmente pare che Thompson registri tutte le voci sentite là sulla famiglia Kiš: “Dani era un bambino simpatico, e sua sorella era bellissima.  Loro padre fu deportato perché ebreo. Da quel momento in poi la famiglia riusciva appena a sopravvivere. La gente la aiutava per quanto era possibile; per  pietà le offrivano del pane, ma era la guerra e la vita di nessuno era facile. Il padre era un uomo intelligente, anche Dani era tale – perciò si arrangiava bene. – Ah, come era bella sua sorella! Si chiamava Danica? Sì, certo! Aveva i capelli scuri, la carnagione bianca, gli occhi azzurri. Proprio come  sua madre. Dani assomigliava al padre. Era molto vivace, un vero diavoletto. – A loro offrivamo del latte e delle patate, ecco, per alcuni lavoretti. – La loro madre era proprio una donna buona, ricamava sempre e faceva a maglia. Il loro padre passeggiava sempre per i boschi e fotografava, perciò la gente pensava che fosse una spia. Era debole di polmoni. –  Non dava fastidio a nessuno, si fermava a parlare con tutti, era un uomo splendido. Di lui non si può dire nulla di male. – Hanno deportato gli ebrei per ordine di Hitler. – Peccato che non deportarono più gli zingari, loro ormai saranno più numerosi degli ungheresi. – Quando leggevamo il necrologio per Dani, eravamo orgogliosi perché un uomo di fama proveniva  dal nostro villaggio.”
Avendo sentito che qualcuno accennò qualcosa sugli antenati del padre di Danilo, sepolti nel cimitero ebraico nelle vicinanze del villaggio, Thompson e i suoi compagni di viaggio passarono diverse ore alla ricerca di queste tracce nei cimiteri, decifrando gli scritti sulle lapidi avvolte dalle erbacce e dalle siepi. “Non abbiamo trovato nessuno Kohn, né Kon, né Kiss, ne Kis. Alle periferie di Zalaegerszeg[2] abbiamo cercato la sinagoga che era  il cuore del ghetto durante la Seconda guerra, durante la quale nel 1944 Eduard Kiš fu deportato. Le vie della città erano pulite e vuote. Il tempio è trasformato in sala concerti e in  padiglione artistico con l’interno asettico e le righe di sedie smontabili,  con la facciata rossastra simile al colore del salmone. La nostra ricerca minima si è fermata qui. Che obiettivo avrebbe avuto? Le  legioni dell’amnesia sono invincibili: sono sponsorizzate dallo stato, si sono trasformate nei commemoranti d’onore. Alcuni anni più tardi una poesia di Wislawa Szimborska ha sciolto in me il nodo di questa esperienza spiegandomi perché l’oblio e l’onore non devono essere in antitesi.  La fine e l’inizio è la poesia che parla della scomparsa necessaria dei ricordi traumatici del dopo guerra:

     Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

                                                                *

      Quella brava gente che a Kerkabarabás ha cordialmente accolto il biografo britannico di Kiš si è lamentata  perché Hitler non era abbastanza attento nella Soluzione Finale – di rom ormai ce ne sono troppi. Ai villani non è conosciuta l’opera di Kiš – ma non è giusto avercela con loro: non so quanto si legge nel loro villaggio, ma tutti sappiamo bene che si legge sempre di meno in quest’Europa unita, talmente di meno come se il possesso di un cellulare di ultimo grido tecnologico ci colleghi con dei pozzi di saggezza eterna, bastevole per l’intera durata della nostra vita. I villani di Kerkabarabás probabilmente non soffrono  meno di amnesia rispetto ad un immaginario comune cittadino europeo. Se fosse diverso, saprebbero che il loro Dani nel romanzo Giardino, cenere aveva descritto la deportazione di suo padre Eduard con una poeticità documentaria fino all’ultimo dettaglio. E quest’ultimo dettaglio è l’immagine in cui la  madre di Dani, accortasi delle forze minime di suo marito nel muoversi a piedi lungo la strada iniziale verso il lager della morte,  ferma un carro di zingari che gli offrono un posto: “Ed eccolo, mio padre, seduto nel carro accanto a una giovane zingara dalle poppe rigonfie, maestoso come il principe di Galles o, se volete, come un croupier o come un maître d’hôtel (come un illusionista, come un impresario di circo, come un domatore di leoni, come una spia, come un antropologo, come un maggiordomo, come un contrabbandiere, come un missionario quacchero, come un sovrano che viaggi in incognito, come un ispettore scolastico, come un medico di campagna e, infine, come un commesso viaggiatore, rappresentante di una compagnia occidentale per la vendita dei rasoi di sicurezza)”.
Ecco, gli ultimi compagni di viaggio di Eduard Kiš, l’ispettore delle ferrovie a riposo, l’autore di un Orario delle comunicazioni tranviarie, navali, ferroviarie e aeree, l’opera che è il sale del Giardino, cenere erano gli zingari, gli ultimi degli ultimi.
A trenta minuti di viaggio in automobile da questo villaggio ungherese si arriva al confine con la Croazia e la Slovenia – cioè al filo spinato messo per impedire ai profughi siriani, iracheni, afghani, quindi agli ultimi del 21.mo secolo, l’entrata nel paese. E il filo spinato poi diventa sloveno e si estende fino al Carso triestino.
Ma entrambi i fili spinati sono europei.

                                                                   *

     “Per fortuna, è prevista la distruzione di questa casa …”
La leggerezza con cui Kiš, nella seconda parte del racconto A e B, pronuncia queste parole potrebbe essere inspiegabile solo a chi pensa che l’unica vera casa sia quella fatta di materiali, possibilmente solidi?
L’esistere secondo Kiš è un fenomeno troppo complesso e, in conseguenza, è difficile collegarlo solo ai punti palpabili della realtà?
“Gli antichi greci avevano un’usanza ammirevole: per coloro che morivano bruciati, inghiottiti dal cratere del vulcano, sepolti sotto una colata lavica, per chi veniva sbranato da bestie feroci o divorato dai pescecani, o le cui membra finivano sparpagliate nei deserti, in patria venivano eretti i cosiddetti ‘cenotafi’, tombe vuote, perché il corpo è fuoco, acqua o terra, mentre l’anima è l’Alfa e l’Omega, ad essa va eretto un santuario”,  scrive Kiš nel suo romanzo  Una tomba per Boris Davidovič.
Sarebbe un gioco, un puro gioco di parole: Anche il cenotafio è l’ultima casa, e le ultime case sono eterne; e cosa sono i libri in cui abitano volti, paesaggi, villaggi, città e case che non esistono più?

                                                                     5

    “Nella tua ultima lettera mi avevi scritto che lavori su una prosa  sull’abitare. Non riesci a scrivere su qualcosa di più allegro, più spensierato? A me pare – ti dico senza chiedere scuse – che tu non riesca a scrivere su qualcosa  di più leggero. Concludo: con la tua scrittura mai riuscirai a guadagnare la minestra quotidiana.
Poi, mi inquieta il solo fatto che mi hai chiesto cosa penso sull’abitare!  Ecco, sono passati due giorni e io non riesco a liberarmi dalla tua domanda!
Abitare?
Che potrei risponderti? Che sarebbe stato più produttivo per te se fossi andato per le vie e per le piazze a fermare le persone ponendo questa domanda? Beh, se l’hai già chiesto a me ti dico che abitare solo apparentemente assomiglia ad altri verbi. Per comprendere fino in fondo l’apparenza del suo significato ‘normale’ credo che esistano solo due mezzi/modi: il primo è la perdita dell’abitazione; il secondo è l’empatia attiva nei confronti di chi ha perso l’abitazione.
Tertium non datur.
E mi correggo subito perché il tertium esiste. È semplice – esiste perché esistono i ‘terzi’, cioè coloro che mai hanno perso la casa, né sentono nulla di particolare dentro di sé quando vengono a conoscenza di questa tragedia altrui.
A volte penso che esistano solo due razze umane: la prima – sono quelli che perdono la casa (causa guerre, catastrofi naturali, pignoramenti bancari …) e coloro che li comprendono in modo attivo; la seconda – sono quelli indifferenti.
Mi hai stancato abbastanza, buona notte …
Post scriptum: Non chiedermi perché esiste la seconda razza.
(Un frammento della lettera di K., mio collega degli studi universitari di Sarajevo –  scritta a Montreal, l’11 Maggio 2016)

                                                               6

      Roman Petrović (1896-1947), pittore di Sarajevo, è protagonista del racconto Ragazzini  di strada di Isak Samokovlija (18 – 1955). Nel racconto di uno dei migliori narratori della letteratura del Novecento bosniaco-erzegovese, il pittore è di nome Petar Romanović. L’intera trama del racconto si muove attorno due fatti: l’artista, privo di soldi (siamo all’inizio degli anni trenta del 20.mo Secolo) non riesce a sfamare alcuni ragazzi di strada, già apparsi nella sua pittura, arrivati al suo atelier per trovare un po’ di caldo e cibo; con un fascicolo di disegni Petar va a visitare una signora benestante e prova a venderne alcuni.
Qualche giorno fa, in uno dei miei notes avevo trovato alcune note brevi su questo racconto: nella casa della signora abita l’indifferenza, quell’antico vizio dei ricchi che  non riescono a immaginarsi nei vestiti dei poveri; negli occhi dei ragazzi di strada, presenti nel medesimo ciclo dei quadri di Roman Petrović, abita la fame, la terribile fame che allarga gli occhi dei colpiti da questa ingiustizia,  più enorme di tutte le altre.
Nel momento in cui volevo chiudere il mio notes, avevo ricordato che tutti i bambini e i ragazzi, figli dei profughi dell’ex Jugoslavia, che li avevo incontrati nei campi per i profughi  in Friuli, mai dicevano di abitare in quelle ex caserme.
“Noi siamo là …” dicevano, come se il verbo essere fosse meno pesante di quell’altro – abitare.

                                                                  7

     “Io voglio la mia scuola, la mia maestra, i miei compagni di classe …” dice il bambino non fermandosi a piangere.
“Piano – piano, ti abituerai a questa nuova scuola, alle nuove maestre, ai nuovi compagni …” lo consola sua madre.
“No, no e no!” il bambino non si ferma e ripete che vuole tutto come era prima.
“Un giorno torneremo là …” dice il suo padre.
“Hai già imparato molte parole tedesche …” aggiunge la sua madre. “Vedrai, piano – piano, ti piacerà qui, a Francoforte!”
“Non voglio Francoforte, voglio …” grida il bambino, poi più volte ripete il nome della cittadina bosniaca in cui vivevano prima del loro arrivo in Germania.
“Domani andiamo a comperare la bicicletta …” dicono i suoi genitori provando a consolarlo con questa promessa.
“Io voglio la mia, quella che è rimasta là … So anche dove è rimasta: nella cantina!”
Passano i minuti e  intere ore, oltre le finestre del loro appartamento si spengono le luci degli edifici del quartiere, e il bambino ancora ripete le stesse parole.
“Senti, caro nostro figlio …” dice il padre. “Non potevamo restare là …”
“Io so che da noi c’è la guerra … Lo sanno tutti i bambini della mia scuola, qui. Ma io voglio la mia scuola!”
“E se c’è un problema … Diciamo, un problema non piccolo?”
“Se la mia scuola è distrutta?” chiede il bambino. “E anche la nostra casa?”
I suoi genitori tacciono, si sente il tic-tac dell’orologio da parete.
(Scritto in base alla lettera di un mio amico,  con il timbro postale del 12 Ottobre 1992.)

                                                                   *

      Lubiana, l’estate del maggio del 1992. In fuga dalla Bosnia, mi fermo dall’amico M.. Il suo appartamento è affollato di parenti profughi.
“Se non sai dove andare, resta da me. Si troverà un angolo anche per te …” mi dice lui, che, per avere più spazio per gli altri, con la moglie e il figlio dorme da un amico di lavoro.
Lo ringrazio, lo saluto e, scendendo per le scale, sento una voce femminile che mi prega di aspettare e l’eco di passi zoppicanti.  È una delle zie di M., la conoscevo da prima – vivevamo nella stessa cittadina in Bosnia; appena andata in pensione, lavorava in un piccolo negozio di mercerie. Si scherzava allora sul fatto che  il  contenuto delle decine di cassetti era chiaro solo a lei.
“Tu che hai studiato, mi rispondi quanto durerà sta maledetta …?”
Taccio, poi balbetto qualcosa  di consolante.
“Ho capito …” mi dice la zia di M.. “E che la maledetta duri quanto vuole, ma io voglio tornare a casa mia anche se di questa sarà rimasta una pietra sola! E io la guarderò come se fosse una vera casa!”
Accarezzando la mia mano, mi guarda negli occhi.
Non saprei dire quante volte, in tutti questi lunghi anni di esilio in Italia, mi incontravo con gli sguardi provenienti da vari meridiani e paralleli del globo terrestre, ma in sostanza simili a quello della vecchia commessa di quel negozio di mercerie: immobile da sembrare sonnolento, umido come se fosse coperto da goccioline di rugiada, tutto un interrogativo non pronunciato – solo sulla guerra e  sulla speranza?

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[1] È intitolato dalla sua moglie Mirjana  Miočinović – la curatrice della sua eredità letteraria; lei ipotizza che il periodo della scrittura di questo racconto coincida con l’anno 1986, in cui l’autore della  trilogia familiare ‘Giardino, cenere’, ‘I dolori precoci’ e ‘La clessidra’, avendo saputo della sua malattia incurabile torna al tema dell’azione subdola della biografia’ (n.d.a.)
[2] Capoluogo della contea ungherese di Zala (n.d.a)