Gechi

La Donna – o forse è l’Uomo – apre gli occhi.
Di fronte a sé, una distesa beige, desolante, sempre uguale a se stessa.
Soltanto soffermandoci lo sguardo per qualche minuto, solo lasciando che si abitui all’angosciosa vastità, ci si accorge della presenza di modesti rilievi. Ma anche quelli si replicano a cadenza regolare, uguali sotto ogni visuale.
La Donna cammina.
Come in un quadro di Escher, avanzando ci si rende conto che la distesa è, in realtà, verticale. Il primo indizio è la fatica che si avverte, inerpicandocisi. Ci si ferma a riprendere fiato, è come scalare una montagna senza alberi, né neve, né pietre. L’abissale vuoto dell’orizzonte placa per un istante la brama d’infinito. Ma la Donna non demorde. Indietreggia per osservare meglio la distesa e di colpo se ne trova fuori. Davanti ha una muraglia. Indietreggia ancora. Sente l’immane curiosità di carezzare nella sua interezza la distesa, tastarne l’effettiva verticalità.
Prima che possa chinarsi, però, i rilievi cadenzati si attorcigliano su se stessi in simmetriche coreografie, si spostano all’unisono come in un gioco ottico. Labirinto che non posa a terra se non su un lembo infinitesimale di superficie, la muraglia mutevole ora intimorisce ed ora affascina la Donna. Rimanendo lei ferma, è il Muro a farsi più grande, più alto, e con esso ogni particolare della sua estensione.
L’occhio della Donna è ora capace di osservare fin nel dettaglio la superficie.
Sono gechi, i corpi che si spostano secondo coreografie ignote e che aveva interpretato come rilievi semoventi. Gommosi, grigi o beige, maculati guardiani del Muro, Signori della distesa verticale, noncuranti del mondo.
Il Muro è l’unica loro realtà, la salvezza. Ignorano i gechi – gli altri- che posano le zampe al di là del Muro.
La Donna – o forse l’Uomo – posa il bastone in un fosso della sabbia creato dal vento e di fronte al Muro medita.

Devo oltrepassarlo?

Senza il Muro non c’è un di qua e non c’è un di là. Senza confini non si sarebbe mai potuto definire il mondo, dividerlo in continenti, e chissà quali popolazioni e quali culture e quali tradizioni sarebbero emerse nel marasma delle distese sempre uguali a se stesse.
La Donna intuisce che la verticalità divisoria ha importanza tanto quanto l’orizzontale fratellanza.
La Donna rinuncia per un attimo alla sua verticalità, si pone supina ad osservare orizzontalmente la verticalità gerarchica dei gechi. Osserva quello che si arrampica più in alto di tutti.
Il tempo sembra accelerato: riprodotti fulmineamente per partenogenesi, i gechi ricoprono la quasi totalità del Muro, ora. Tanti ne nascono e nessuno crolla: gelosamente aggrappati al loro pezzetto di Muro, unica loro certezza.
La forza adesiva delle loro zampe non richiede alcun controllo neurale o muscolare. È incredibile. Rimangono passivamente aderenti al Muro, per sempre. Ed ecco antenati e pronipoti posti uno affianco all’altro, gli uni morti, gli altri vivi, entrambi saldamente attaccati alla superficie che li ha visti nascere.
Se avessero acuito la loro intelligenza emotiva, si sarebbero accorti da vivi – chissà – del pulsare continuo di quella parete, dei cuori vivi dei gechi che aderiscono al di là della muraglia. Ma non a tutti è dato conoscere tutto. Non tutti vogliono conoscere tutto, perché diceva un uomo che ognuno ha diritto alla propria opacità, ma poi è rimasto tanto opaco che lo hanno dimenticato. Quella dei gechi supera ogni opacità, è mimesi per eccellenza se si esclude quella camaleontica: opacità che li fonde con la superficie d’appoggio ed impedisce di sondare oltre la loro gommosità.
Ma sono solo gechi.

La Donna volta le spalle, immagina l’altro lato del muro.

*

Paura. Paura della totalità, di sciogliercisi, di perdercisi. Di perdersi.
Ad ogni brivido di spavento crolla dal cielo un mattone. Ogni mattone si somma ad altri, ogni mattone erige il Muro.

Grande Muraglia Cinese Muro messicano Vallo di Adriano Muro di Berlino Muro del Pianto Nuovo Muro Palestinese Mura fra India e Bangladesh Mura di Uruk.
Mura a circondare Firenze Lucca Genova San Gimignano Ferrara Perugia Pisa Rieti L’Aquila.
Mura fra me e te.
Mura costruite e mura raccontate.
Mura erette da despoti, da pessimi attori, viziati, vittime prepotenti di connaturata e cronica insicurezza.
Mura subite da volatori – e cascatori – scadenti con le ali tranciate e nessun telo sotto a raccogliere membra sfracellate nell’attrito col nulla.
Ed ognuno è una e l’altra cosa insieme e nessuna delle due.

Berlino è sineddoche
Prima voce. Il ventriquattrenne.

Li vedi lì, lontano? Sì, a te ricorda il muro di Berlino, tu che superi il tempo, Donna. Ma io di quel muro non ho memoria. Non ho mai letto un articolo che ne parlasse al presente: soltanto anniversari e ricorrenze. Solo Storia, soltanto storie.
Lo vedi quel filo di ferro attorcigliato per qualcosa come tremila chilometri, qualcosa di paragonabile alla distanza che separa la Sicilia dalla Svezia? Guarda. I bengalesi da una parte, gli indiani dall’altra. Io se penso a un muro, penso a questo. O a quello che, dal Messico, impedisce di raggiungere gli Stati Uniti: cominciato, interrotto, in parte presente, in parte proposito fantasma di scissione, promessa d’odio.
Penso al muro che gli Ungheresi stanno costruendo in questi giorni, per non essere da meno nell’accanita gara dell’odio del migrante che sta marcando la mia gioventù. Bastano quattro metri di altezza per fermare la speranza, bastano quattro metri per tagliare il mondo in due.
Berlino è sineddoche di troppe cose. Si parla di Berlino e si resta colpevoli di troppi altri silenzi.
Donna, perché da un giorno all’altro si diventa “diversi”? Perché dal tramonto all’alba ci si trasforma nell’“Altro”? Ecco la questione da porsi. Secondo Reece Jones, geografo dell’Università delle Hawaii, quasi 30 nuove barriere sono state erette dal 1998, Donna. Di questo ho memoria diretta: è un articolo che ho letto al presente, non sono storie. Era scritto sul giornale, ha una data e un luogo. Come il TG che mostra immagini dei muri che isolano la Turchia da Grecia e dalla Bulgaria. Perché l’ISIS è una cosa seria, dicono. Anche le mura lo sono, penso io.
Il Muro di Berlino per me è un nome astratto, un contenitore di scissioni, di Mura. Ma non c’è.
E ci sono altre Mura per antonomasia.

Il Muro del pianto, per esempio. Eppure, ironia della sorte, quello è un non-muro: invece di separare, unisce musulmani ed ebrei, si fa crocevia babelico di credo, lingue e culture. Ma è un’eccezione. E per confermare la regola ecco che gli uomini si sono affrettati a costruirne uno vero: il nuovo muro eretto in Palestina.
Conoscerai senz’altro anche l’antico Vallo di Adriano, usato sia come dogana che per mettere in risalto la gloria dell’Impero Romano. Io non l’ho mai visto, ma so che quelle mura che vogliono dividere, allontanare, c’è chi tuttora le subisce quotidianamente.
Chi non può tornare nel proprio paese a causa della dittatura, e rimane stretto in una realtà di codici nuovi in cui si sente “goffo ed impacciato”: è il caso di Mirta Maria Croce, argentina, autrice del racconto “Sono figlia di una metafora”. Un doppio muro, quasi una trappola: né davvero italiana né totalmente argentina, la protagonista non può tornare in patria a causa di una feroce dittatura che spaccia gli omicidi per sparizioni, il Muro è reale e tangibilissimo pericolo, e in Italia non le resta altro che lo scoglio di una lingua che maneggia scarsamente e un nuovo codice culturale da apprendere per forza. Pena l’esclusione, ennesimo Muro.
C’è “Divisa da mia mamma”, di Tiziana Figliè, peruviana. La protagonista racconta di aver sempre pensato che la discriminazione potesse colpire soltanto gli altri. E invece no. La discriminazione se la ritrova addosso: bloccata per quattro ore in aeroporto durante uno scalo in America per raggiungere il Perù. Reclusa per la paura di fughe clandestine in America. I Muri si erigono per capriccio preventivo. Allontanata dai suoi parenti, la voce narrante sente anzitutto la distanza dalla madre: lontananza tanto potente da dare il titolo al racconto.
Rimanere lontani, distaccati, in attesa ai margini, non aderire alla realtà circostante, esserci, non esserci e sentirsi in prigione. Tutto questo accade quando si tenta di imporre un muro: la frustrazione degli animi che lo subiscono. È forse il caso del malessere profondo che narra Gordana Grubač, autrice serba, in “Come l’edera”, racconto con cui si è aggiudicata il terzo posto nel premio Lingua Madre 2009. “L’Italia, nonostante la sua bellezza, non scorreva nelle mie vene, non trasudava dai miei pori. Avevo sempre la costante sensazione di essere smarrita. […] E lo so che la cucina italiana è la migliore del mondo, ma il mio stomaco non era d’accordo.” Quando il muro è imposto, quando non lo si può fisicamente rifuggire, è l’animo a tentare la fuga. Corpo e mente separati, emozioni istintive e pensiero razionale che si scontrano e vanno in tilt di fronte all’assurdità della strada sbarrata da ogni lato.
L’Italia narrata da Grubač in “Come l’edera” non è il luogo idillico che pensiamo di offrire ai viaggiatori; non c’è solo la gloria dei monumenti nel nostro belpaese, ma anche la bassezza di barriere imposte e l’impaccio della difficile gestione delle tante barriere erette per in risposta. Muraglie di difesa, oserei dire. Ma non sono di difesa anche le barriere imposte, secondo il ragionamento di chi le edifica, Donna?
“Conobbi anche tante persone italiane con un cuore grande come l’universo che mi volevano bene e lo facevano vedere. Costruii una barriera protettiva intorno al mio piccolo mondo. […] Non tutte le persone sono cattive, molte sono ignoranti.”
Sicuramente l’ignoranza menzionata dall’autrice è costituente principale dei mattoni che costituiscono ogni muro. È piena di speranza, tuttavia, la frase scelta per concludere il racconto:
“…solo adesso mi rendo conto di quanto sia forte la capacità di una donna di adattarsi. Si attacca a qualsiasi terreno fertile come un’edera, subisce delle metamorfosi e sopravvive. Adesso capivo meglio questo comportamento da pianta infestante. La risposta scalciava dentro di me.”
Immaginati un’edera, Donna, che lotta per raggiungere il picco del muro; edera che vorrebbe farsi scala affinché qualcuno la ripercorra per guardare cosa c’è dall’altro lato.
Magari esistessero soltanto le edere e non chi le taglia. Magari tutte le edere fossero lasciate libere di arrampicarsi curiose e vogliose di scoprire cosa c’è al di là del muro.
C’è chi è rimasto in India, chi in Bangladesh. E poi ci sono i saltatori.
Chi a Berlino Est, chi a Berlino Ovest. E poi ci sono i saltatori.
E chi salta spesso atterra zoppo o non atterra più. Perché l’edera che si arrampica grazie alla sua leggerezza e alla sua leggiadria ma proprio a causa di questa, con la stessa facilità, cade giù.
Ho letto il libro di Fabio Geda, “Nel mare ci sono i coccordilli”, proprio nel momento in cui mi bastava aprire la televisione per scoprire quante di quelle storie approdavano nel mio Paese.
C’è chi è arrivato a Lampedusa, chi è rimasto sulla punta estrema dell’Africa. E poi ci sono i navigatori.
Ci sono mari che sono muri. E non c’è immagine più violenta di qualcosa di sconfinato e libero come il mare che finisce per farsi barriera dall’eco mortifera.
Homme libre, toujours tu chériras la mer! Parlava bene Baudelaire. L’uomo libero nel mare rimane fregato, adesso. Ecco cosa mi fa rabbia, Donna.
Mi hanno raccontato di un laboratorio di teatro interculturale in cui ogni partecipante era chiamato, per un lavoro di improvvisazione, a mimare un gesto collegato alla parola che l’insegnante forniva. Alcuni dei ragazzi erano italiani, ma la maggior parte erano rifugiati, richiedenti asilo. Quando l’insegnante disse la parola “mare”, in mezzo a braccia che mimano lo stile libero, la rana, il dorso, la crema da sole, il drink sul bagnasciuga, qualcuno impugnò un’invisibile arma da fuoco ed iniziò a sparare colpi immaginari ma che nei suoi occhi – mi hanno detto – si sentivano benissimo. Questo mi hanno raccontato. Questo, il suo ricordo sparso fra le onde. Questo è ciò di cui disponiamo, oggi: un mare-muro. Un mare nemico, una pozza di sangue.
E allora no, non ha ragione Alia Alloh che, nel suo racconto “Viaggio per la Palestina”, ipotizza che la natura, libera, si possa contrapporre ai muri, opera di limitazione tutta umana. No, leopardianamente dissento: la Natura è matrigna, despota crudele benché inconsapevole. In balia del suo stesso spirito, crea scogli su cui va a sbattere la morte. È anche a causa degli esseri umani, sì. Quegli stessi che impediscono alla protagonista del racconto di raggiungere il suo paese, che la bloccano a metà perché la tappa fra Cairo e Gaza è d’obbligo e anche la lista d’attesa per entrare e uscire perché il valico di Rafah è più chiuso che aperto.
Hafida Faridi invece ricorda che al posto delle radici si possono avere piedi per muoversi nello spazio, ali per volare, proprio come quella tortorella che dà il titolo al suo racconto. È bello pensarli così, quei salti nel vuoto: voli di tortore che non sono querce e non hanno radici ma non per questo dimenticano il passato.
Zakayaa la ha a cuore da sempre, la tortorella, e crescendo sa caricarla di nuovi significati mentre si fa fuggitrice coraggiosa. “Marionetta fuggita al filo dei burattinai”, si definisce, clandestina fra i malviventi. “Non ha prezzo la libertà, la libertà non ha prezzo”. L’eroina disgraziata sfugge a chi vorrebbe comprare il suo corpo e la sua dignità, fugge e guarda avanti e vede Signora Libertà, le corre incontro ma proprio quando la sta per raggiungere davvero si rende conto di essere “libera, sì, ma con le ali spezzate”, “disintossicata dalla voglia di vivere”.
“Mi murai, […] consolidai le mura dei miei ripari che diventarono sempre più spesse”: i fantasmi del passato riemergono, Zakayaa guarda la miseria del suo presente e pensa alla madre lontana che sognava per lei un futuro brillante. Murata nell’anima, la tortorella che era fuggitrice si ritrova pietrificata, il cuore stretto nel cemento armato.
“La tortorella” è inno a chi quei maledetti muri tenta di valicarli, a prescindere dall’esito della scalata. Inno a chi ancora ama il mare, ai martiri che perdono la vita per liberare se stessi, la loro parte di muro e quella di chi, altrettanto prigioniero, è relegato dall’altra parte.

*

I gechi, riflette la Donna, non sono solo gechi.
Gli uomini e le donne sono gechi. Non edera, ma rettili rampicanti, fondamentalmente innocui ma raccapriccianti.

Il muro è un altro modo per dire l’intimità.
Seconda voce. Una donna, dopo l’attacco dei barbari

E se non si ha coraggio? Che fa, chi non ha l’audacia di sfidare il mare e i muri?
Chi non ha il coraggio previene, e i muri sono oggetto di prevenzione ideale. Mura da superare per gli uni, mura per barricarsi, per gli altri. Autoinflitte in entrambi i casi, scelta radicale. Per chi sceglie la reclusione, più o meno consapevole ghettizzazione di sé. Per impedire ai saltatori di entrare, di attaccare. Mura come misura precauzionale – uccidersi a vicenda non piace a nessuno, proviamo prima così, pensa l’insicuro, inconsapevole della coatta violenza della sua scelta. Mura come barriera imposta alla mia libertà – pensa il saltatore, mentre con la sua asta tenta il volo olimpico, si eleva sulla stanga di legno e non sa che ognuno ha qualcosa da proteggere e che il suo librarsi nel vuoto dalla parte sbagliata del muro potrebbe svelare ciò che non va svelato.
È facile semplificare, aprire la televisione e riportare esempi di India Turchia Ungheria. Facile se non si vive timidamente, se non si conosce il valore di un segreto da preservare, dell’intimità di casa, se non si considera che il proprio corpo è un tempio sacro da mantenere tale.
Le mura del mio corpo non si travalicano.
Le mura medievali, imprescindibile difesa, lasciavano che il ponte levatoio fosse l’unico ingresso al castello. Chissà quante opportunità di scambio hanno perso, gli abitanti di corte, quanti amici sarebbero potuti passare per vie secondarie invece hanno gettato la spugna trovando il ponte levatoio alzato. Chissà quanti arcieri hanno sparato su un volto anonimo, senza altra colpa se non quello di risultare ignoto. Eppure non è solo la violenza che erige i muri.
Ho eretto un muro di cinta attorno al mio corpo: è stata mia liberissima scelta. Non abbasso quasi mai il ponte levatoio, da quando i barbari mi hanno attaccata. Non si erigono mura soltanto per capriccio. A volte è l’unica soluzione per continuare a vivere.

Chiedete un esempio? E sia: la protagonista del racconto di Paola Adjnaj, “Il volo della rondine”, racconta così il suo muro di protezione: “Sbattere il muso contro la realtà, unendosi più che mai con la sua famiglia e creando una barriera attorno a sé, che soltanto dei legami forti hanno potuto abbattere”. Quante cose si è persa la protagonista, nascondendosi dietro le sbarre della casa-carcere familiare? Il suo è stato un errore? Una mancata capacità di integrarsi? O ha sbagliato chi le stava attorno, mettendola da parte? Chi è l’artefice di quel muro?
Lei. Era l’unica soluzione per continuare a vivere, tutto qui.

Penso sorridendo al racconto “B come Bahia”, di Sabrina Grappeggia: penso a Bahia che entra da suocera nella casa del figlio, invadendo il muro sacro che separa il nido d’amore della coppia. Penso a quella casa a Milano, all’intrusione obbligata della madre che deve operarsi in Italia. Avrà come minimo la mia età, quella suocera, ma lo stesso impatto di un esercito nemico quando fa la sua entrata in una città straniera.
Quello della casa non è l’unico muro, nel racconto della Grappeggia: c’è il muro dello stereotipo, dell’innocua ignoranza iniziale che si trasforma, attraverso il dialogo, in più profonda ed empatica comprensione. Quella B, iniziale del nome di Bahia, la suocera, che di primo acchito sembra sinonimo esotico di ballerine banane e bermuda, poi si tramuta in Beirut, batticuore, baclawa, per finire in un agghiacciante B come battaglie, botto, barricate, bazooka, bombe.
C’è il muro linguistico, che Bahia e la protagonista superano, forti di una complicità femminile da cui Rabih, figlio e compagno, resta pacatamente tagliato fuori. “Ha voglia di parlare, di comunicare, di esprimersi e non importa se la barriera della lingua ci separa. Lei si lancia e parla, imbastendo come se niente fosse un discorso pieno di domande che tintinna nell’aria come una dolce cantilena.”. È così che si apre la strada verso un fraterno abbraccio, così che dopo pochissimi istanti si sente di voler bene ad una persona. Così, l’esercito nemico è stato accolto.
Buon per loro: io non lo avrei fatto, non ce l’avrei fatta. Il famigerato potere del dialogo e delle buone maniere, dicono. Le parole possono costruire muri, distruggerli, ma ci sono tante, troppe situazioni dove le parole non possono nulla.
“In certi momenti le parole non servono a nulla”, conclude anche Grappeggia, ma lei ha trovato un’uscita dal suo labirinto.
Io resto qui.
Il muro è un altro modo per dire l’intimità, in fondo.
Il muro mi aiuta a capire di cosa è fatta l’identità, anche se so benissimo che non lo saprò mai fino in fondo. Mi fa un baffo, Socrate, a me.

La Donna è interdetta dalla voce femminile roca e sprezzante che le ha appena parlato. La voce di quelle persone a cui la vita è passata sopra come un carro armato lasciando addosso all’anima macchie scure.

Dov’è il Bene? Dov’è il Male? Cosa separano, tutti questi muri? Cosa distingue l’assalto dall’incontro?
Il muro – riflette – nasce con la pretesa di tracciare una linea netta fra due estremi, eppure non fa che smussarli, mescolarli, opacizzarli.
Dov’è il Male? Serve metterlo in quarantena per poterci puntare il dito contro. Dov’è il Bene?
Se un Geist hegeliano potesse viaggiare per i muri della storia umana, non saprebbe tracciare alcuna evoluzione, non troverebbe culmine, perché i muri sono sempre esistiti e sempre ci saranno. Fallirebbe.
Chissà cosa sarà in grado di fare, invece, la Donna, profetessa e pellegrina.

Mesopotamia underground.
Terza voce. Un’insegnante, l’alunno

I muri c’erano già in Mesopotamia. Ci sono dai tempi della muraglia cinese. Mentre, nell’Ottocento, l’Occidente era in piena rivoluzione industriale, questi ometti orientali si meravigliavano, nei loro resoconti di viaggio, di come i paesi dell’Ovest fossero posti “sotto il centro della Terra […] per questo i loro costumi e le loro istituzioni sono tutti sottosopra”. È chiaro che, secondo il dire dei viaggiatori, il sopra è l’immensa Cina, barricata dietro la sua invalicabile muraglia. Proprio per questo si sono a lungo ritrovati reclusi in una visione sinicentrica del mondo, che li portava, ad esempio, a ricondurre l’invenzione tutta occidentale degli impianti di scarico dei bagni alla presenza di forze sovrannaturali legate alle religioni orientali: “senza un Dao, non ci sarebbero mai riusciti”. Oggi questa sentenza ci sembra buffa e può farci sorridere, ma altro non è che declinazione orientale dell’eurocentrismo con cui noi occidentali inquadriamo la realtà. Non sempre è per cattiveria o superbia, non sempre si può evitare: significherebbe strapparci di dosso parte della nostra essenza, della nostra identità. Ci sono muri che non devono essere scavalcati: senza muri, non c’è contrasto; senza contrasto, non c’è vita e non c’è morte, non c’è movimento, e nella stasi nulla può essere.
Capite, ragazzi?

Mesopotamia, Cina: muri storici, prof. Ma troppi muri ci sono adesso, imbrattati di graffiti, tentativo timido e suburbano di comunicazione collettiva, messaggi rilanciati alla massa o a nessuno, ultima ipotesi di confronto con un mondo frenetico e sordo.

Sì, hai ragione Tedeschi. Valerio Magrelli ben li descrive nella sua “La nostra città: Graffiti”. Te la leggo:

Da dove sbuca questa lingua fetale,
con i suoi guizzanti caratteri
alfanumerici?
Chi parla l’interlingua-spray
dai muri, dai tram, dai citofoni?
Cosa cerca di dire
questa citofonata lingua
che dal basso chiama?

Forse per questa loro acronia, per questa onnipresenza, i muri ben si prestano alla costruzione di leggende.
È il caso, ad esempio, del racconto “La leggenda di Rozafa e i ricordi della mia infanzia”, di Edona e Loreta Ndoci, dove un muro impertinente si disfa ogni notte, dopo che due fratelli impiegano quotidianamente ore a costruirlo. Finché un vecchio non suggerisce di murare la moglie di uno di loro, non appena verrà a portar loro da mangiare. Soltanto così, il muro si rafforzerà, diventerà indistruttibile.
Commovente è la frase dell’eroina: “Vi raccomando solo una cosa: quando mi murerete, lasciatemi scoperto l’occhio destro, lasciatemi scoperta la mano destra, il piede destro e la mammella destra. Perché mio figlio è ancora piccolo, e con un occhio voglio vederlo crescere, quando si metterà a piangere, con una mano lo accarezzerò, con un piede muoverò la culla, e da una mammella lo allatterò. Che il mio petto sia murato, che la fortezza sia costruita, che mio figlio diventi coraggioso, diventi un Re e possa regnare!”.
È il muro del sacrificio umano, il muro della pietà di una madre e del suo immenso amore per il figlio, per il futuro che gli spetta. Scissa, Rozafat, così come è scissa la giovane protagonista che ne racconta la storia:
“Pensieri dolci e tristi, come il giorno della partenza di mia sorella per l’Italia, giorno che ha segnato il cambiamento della vita di entrambe. Perché una parte di me è partita con lei, l’altra è rimasta lassù, sulla collina che racconta l’antica leggenda di un dolce profumo di sacrificio. Sacrificio che ha il sapore della voglia di vivere e di ritornare.”
Così facendo, la protagonista affianca la sua storia al mito e si fa eroina, come Rozafat. È proprio in questo innalzamento interiore, reso nella scrittura attraverso il ricorso alla leggenda, che sta la salvezza della ragazza dalla sua solitudine. Magra consolazione, forse, ma non per questo bugia. Perché dei muri non si può fare a meno, ma in qualche modo si deve sopravvivere. Una mia prozia lo diceva sempre: “Ho eretto un muro di cinta attorno al mio corpo: è stata mia libera scelta. Non abbasso quasi mai il ponte levatoio, da quando i barbari mi hanno attaccata. Era l’unica maniera per sopravvivere”. Lei, ragazzi, è stata violentata quando era piccina. Povera prozia. Ma non voglio intristirvi.
Consolazione nel creare attorno a sé una leggenda, dicevamo. Consolazione ma non bugia. Forse, infatti, la risposta è proprio qui: i muri possono ingabbiarci a metà, custodi dei nostri segreti, catene dei nostri sentimenti più celati, ma qualcosa continuerà a sfuggire, perché ognuno di noi ha figli da crescere, sorelle lontane a cui pensare. Sono quegli sguardi carichi di emozioni di cui neanche ci accorgiamo eppure parlano a chi li sa guardare, è la curiosità di assaggiare un cibo nuovo, di fare un viaggio, di dare una chance ad un conoscente che – chissà – potremo un giorno definire amico, sono i libri che leggiamo, è la scoperta quotidiana e l’espansione del nostro essere. Tutto questo è ciò che fuoriesce dal muro, ostinatamente.
Che ne pensate, ragazzi?

“Il volo della rondine”, “La tortorella”, prof. Capovolgimento del Muro è il volo. Il suo contrario, l’antidoto.
Fluttuare continuo contro la stasi.

“Tu sei marmo, ma io canto
tu – statua, ma io – volo”

Eppure anche le bombe che piovono dal cielo, nel loro tragitto, volano, prof.

La Donna tace assetata di nuove voci.

Io che non so come dirtelo.
Quarta voce. Il sedicente, vanaglorioso poeta

Ci ho provato centinaia di volte, a far arrivare fuori quello che dentro di me arde ogni giorno ed ogni notte.
Non ci sono riuscito. È come se ci fosse un muro: c’è un muro. Lo so per certo, lo so perché non sono pazzo, amici. Voi vedete soltanto quelli concreti, di muri. Quelli politici, quelli sociali. Quelli blablabla: siete gente impegnata, voi. È normale che io con voi non riesca a parlare. Forse per questo scrivo: per scrivere quello che ho dentro, per poi sapere che incontrerò un muro e poi infine per narrare quel muro, almeno a me stesso, almeno come ultimo tentativo di capirci, di spiegarlo, di fare pace.
Non sono il solo. Sono ultimo della fila in cui si trovano anche Caproni, Montale.
Scrivo di muri perché sono correlativo oggettivo di incomunicabilità.

“M’avete fucilato
la bocca,” disse. “Ho tanto
amato (idest cercato
amore) ch’ora
io mi trovo murato
in questa torre. Fuori,
è il deserto del sole
e delle ortiche – il gelo
abbagliato del giorno
sul ghiacciaio. Dentro,
rimato tutt’intero
col mio egoismo, il forno
cieco del mio sgomentato,
illacrimato altruismo.”

L’ossimoro del gelo abbagliato esposto al sole e di un forno interiore, riparato, non visto ben rendono l’idea dell’impossibilità di varcare il muro che separa il poeta dal resto del mondo, composto da singoli chiusi nel loro voluto isolamento.
Come avrei voluto scriverle io, queste parole, prima di Giorgio.
O Eugenio: anche nei suoi confronti provo una sana invidia. Più d’uno è il richiamo che Montale fa ai muri: in “Non chiederci parola” c’è “uno scalcinato muro”: invalicabile esattamente come quello di Caproni. E poi i notissimi versi di “Meriggiare pallido e assorto”: i “cocci aguzzi di bottiglia” si trovano proprio su una muraglia. Ve li ricordate? Sì, ve li ricordate perché ora li fanno leggere anche a scuola, li fanno leggere ma nessuno li capisce davvero, perché ognuno sta ben nascosto dietro il suo muro. E anche il meriggiare, guarda caso, si colloca proprio “presso un rovente muro d’orto”. Secchezza, è l’immagine lampante.
[….]

Nabokov era più ottimista. Assai.
Tanto da sostenere che l’ispirazione possa spingere il lettore verso una sincera empatia con il mondo.
“ È una sensazione nella quale contemporaneamente l’intero universo entra in voi e voi vi dissolvete interamente nell’universo che vi circonda. È il muro della prigione dell’ego che d’un tratto si sbriciola e il non ego che irrompe dall’esterno per salvare il prigioniero – che sta già danzando all’aperto”

Piango sempre, leggendo questo passaggio. Piango perché io non danzo all’aperto, non riesco neanche ad uscire in giardino. Piango perché non capisco la sensazione che Vladimir descrive. Sono più consone, per me, le parole tristi e malinconiche di Marina Cvetaeva, anima sventurata.

“Io ci sono. Tu – ci sarai. Ci divide un abisso.
Io che bevo. Tu .. che riardi. Come fare a trovarci?
Dieci anni, anzi no, centomila
ci separano. I ponti Dio non li fa”

I ponti Dio non li fa.

Muri mascherati.
Prima voce, di nuovo.

Un attimo, un attimo. Vorrei dire una cosa. Il muro di Berlino è sineddoche. Te l’ho detto, Donna. E come ci sono i non-muri, allo stesso modo ci sono anche i muri mascherati. Di recente mi è capitato di leggere un libro che raccoglie i resoconti dei viaggiatori cinesi nell’Europa dell’Ottocento. Con occhio alieno, questi analizzano la realtà di una Francia e di un’Inghilterra in piena rivoluzione industriale con la stessa meraviglia dei protagonisti delle “Lettres Persanes”. Solo che quelle Montesquieu se le era inventate di sana pianta, i cinesi invece ne erano convinti. E scrivono, sui muri mascherati:
“Londra non è circondata da mura, ma i ponti sui quali passa la ferrovia hanno l’aspetto di una cinta di mura”
Ve l’ho già detto, della visione sinicentrica del mondo, no? Tutto si riconduce al loro schema mentale: la patria e le mura, tutt’attorno.
La differenza è che il treno collega, avvicina, le mura invece separano. Ma chissà cosa avranno pensato, invece, i viaggiatori, fieri della loro Muraglia nazionale.

Voci quinta e sesta. Una pittrice e un’attivista. Si presentano insieme.

Avete parlato già di donne murate: alla stessa immagine, più o meno, mi fa pensare il racconto di Annamaria Ippolito, “Io non so parlare”. Una donna, il suo compagno e una colf. Una donna annientata dentro da quando, in tempi remoti ma indelebili, è stata infibulata. Pessimo il rapporto che si instaura fra la donna e Adla, la colf di colore. Ma il male della donna ha radici profonde: “Io non ho voce, non ho vocali. Io non so urlare” – dice – “Io non so parlare”. “Adam canta. Adla canta. Io grugnisco”. La sensazione di fallimento percepita dalla protagonista le erige attorno una corazza che la isola, ma ad ancorarla ad essa è il trauma passato. Adla è capro espiatorio del malessere interiore che la donna si porta appresso. “Io, di Adla, ho paura. Adla è oscura”.
Il muro sembra indistruttibile, quando all’improvviso, partito l’uomo per un breve periodo, le due donne, confidandosi, scoprono di aver entrambe subito l’infibulazione. Da quell’istante, la sfida della donna silente è riappropriarsi della parola, forte di una raddoppiata ingiustizia da cui riscattarsi e di una raddoppiata sofferenza. Riprendere a parlare per non tacere più, probabilmente. Infrangere il vetro spesso che la rinchiudeva nella caverna.

Okay, infibulazione e empatia. Ma non parlare della protagonista, parla di Adla, un attimo. Parla di tutte quelle Adla che ogni giorno hanno a che fare con le mura burocratiche che l’Italia si diverte ad interporre qua e là fra il migrante e il permesso di soggiorno. Le mura che ti fanno pensare di essere un alieno, di provenire da un altro pianeta invece che da uno stato in fondo non troppo distante da qui.
Mi chiedi cosa sono? Sono quelle riscontrate tanto da Irene Barbero Beerwald nel suo “Strano, estraneo, straniero” e ne “Il luogo dei confini” di Kamela Guza. Quelle che ogni giorno affrontano centinaia di immigrati per rinnovare il kit, verificare l’idoneità di alloggio, tentare ricongiungimenti familiari. Sotto uno stress costante in cui si deve chiedere il permesso a lavoro e passare il pomeriggio senza certezza di portare a termine la propria odissea, sopportare le risposte sbrigative e a volte sgarbate di mediatori sottopagati – maniera indiretta di non riconoscere all’Altro il diritto a trovarsi a suo agio in terra italiana. Non sono forse questi, i muri con cui più quotidianamente ci troviamo ad avere a che fare? Tu, non li vivi? Adla, non li vive? Chi li vede, fra quelli che non se li trovano addosso? Chi si rende veramente conto?
“E ogni tentativo di fuga ti porta ad un nuovo fallimento, e tu resti entro quelle sei pareti come dentro ad un mondo che per te si è fatto angusto”, dice la Beerwald. E poi: “ho camminato in un solco tracciato per me da generazioni di migranti […] ho approfondito il solco”. Non soltanto un muro, una distanza, ma addirittura una pianura che, rispetto alla realtà, affonda, sprofonda nell’anonimato, nel buio della confusione. Nel buio interiore, anche.
Ma alcuni muri, sempre secondo Kamela Guza, sono necessari: così ho voluto interpretare la sua frase -che riporto- quando si reca in Questura per il permesso di soggiorno: “in questa divisione/condivisione di sicurezze/insicurezze non si coglievano mai i limiti di niente”. Gelosa dei propri spazi, la Guza la si immagina riservata, sensibile all’ambiente che le sta attorno. Ecco perché denota così a fondo l’assenza di muri in Questura, dove i migranti quasi si fondono in una massa unica, dove ognuno vorrebbe reclamare la propria identità, le proprie origini, la propria storia, ma nessuno ci riesce davvero perché l’istituzione livella tutti, li spinge giù nel solco. Nessun muro, quindi: “Né quelli fisici dei corpi accostati gli uni agli altri. Né quelli più sottili legati all’emotività umana, sbriciolata e scomposta in frammenti di immagini e sensazioni indistinte”. Un ulteriore, accanito monito gioca con le due accezioni della parola limite: si parte da quella matematica per finire a parlare di limiti in quanto confini.
E dunque dicevate: muri buoni o muri cattivi? Muri solo buoni o solo cattivi? Muri e basta?

Sfuggire al Bene e al Male.
Voce ultima. L’intruso.

Ma non è ennesimo muro, questa smania di definire cosa sia un muro?
Scusi se mi intrometto, Signora. I muri mica sono una roba strana: sono bene e male insieme, sono come siamo noi. Dei muri ci serviamo per distinguere la realtà. Per non finire nel magma umano evocato dalla Guza, probabilmente.
E c’è chi, fra le due nature murarie, tende a vivere con più enfasi quella positiva. È il caso di Edouard Glissant, certamente ma, con un po’ di fantasia, anche di Sartre.
Glissant, scrittore, poeta e saggista, grande studioso in ambito interculturale che ha approfondito proprio le zone interstiziali che si pongono fra una cultura e l’altra. Nella sua “Introduction à une poétique du divers”, leggiamo:
“…je réclame pour tous le droit à l’opacité. Il ne m’est plus nécessaire de “comprendre” l’autre, c’est-à-dire de le réduire au modèle de ma propre transparence, pour vivre avec cet autre ou construire avec lui. Le droit à l’opacité serait aujourd’hui le signe le plus évident de la non-barbarie.”
Non è forse il muro una possibile trasposizione dell’innegabile diritto all’opacità, a non dover rendere conto di tutta la nostra essenza, a preservare la nostra intimità? Il muro è diritto legittimissimo finché non lede, con la violenza, il diritto altrui.
Ho sentito che parlavate e mi sono permesso di ascoltare, è da un po’ che sono qui. Riprendo per un attimo l’esempio della coppia che compra casa a Milano e si chiede dove andrà a stare la madre. Legittimo, no?
Le mura sono una roba di cui è inutile stare a blaterare, come tutto d’altronde.
Muri positivi sono i già citati graffiti di Magrelli ed i murales in generale: capovolgimento del senso stesso del muro che non è più barriera, ma avvicinamento comunicativo.
E poi c’è il muro che dà il titolo ad un racconto di Sartre ambientato nel 1939, in piena guerra civile spagnola. Rappresenta la parete contro la quale i detenuti vengono fucilati. Ci si chiederà perché oso definire “positivo” anche un tale muro. Semplice: c’è una frase in cui la voce narrante scopre la sintonia, la solidale fratellanza improvvisata dei condannati a morte che attendono la loro ultima ora. Per la profondità di questo atroce sentimento, definisco il muro raccontato da Sartre come qualcosa di positivo.
“Et je savais bien que, tout au long de la nuit, à cinq minutes près, nous continuerions à penser les choses en même temps, à suer ou à frissonner en même temps. Je le regardai de coté et, pour la première fois, il me parut étrange: il portait sa mort sur sa figure. J’étais blessé dans mon orgueil: pendant vingt-quatre heures, j’avais vécu aux cotés de Tom, je l’avais écouté, je lui avais parlé, et je savais que nous n’avions rien de commun. Et maintenant, nous nous ressemblions comme des frères jumeaux, simplement parce que nous allions crever ensemble.”

Tutti con lo stesso volto, con la morte dipinta in faccia. Storie che fino a poco prima non avevano nulla in comune, storie che disgraziatamente si sono incrociate proprio per finire insieme: crolla il muro contro l’Altro, proprio quell’Altro che lo stesso Sartre in Huis Clos aveva definito « inferno ».
Ma sono mie chimere, queste.
Sui muri è inutile spendere parole. Si metterebbero altri muri già parlando in una lingua piuttosto che un’altra, indirizzandosi ad una persona piuttosto che ad un’altra. E si costruirebbero muri tacendo, anche. I muri non sono il Male. I muri dividono quello che ognuno crede bene da ciò che crede male. Che poi spesso coincide, per chi pecca di scarsa umiltà, con la lotta fra sé e il mondo. Potremmo parlare piuttosto di questo: di quanto vanesio è l’uomo.
Cosa si troverebbe, se si salissero tutti i muri del mondo, se tutti li scavalcassimo, li abbattessimo?
Non per niente, Salman Rushdie nei “Versi Satanici” fa dire ad Allie Cone, scalatrice di montagne: “Sai perché in realtà sono andata lassù? Non ridere: per sfuggire al bene e al male.” Intuizione geniale, la sua. Le montagne come muri separano, e soltanto nell’isolamento del loro apice desolato si sfugge alle leggi morali. Soltanto oltre i muri si sfuggirebbe a tutto, forse – spaventa dirlo – anche all’essenza di sé.

*

Cosa si troverebbe, se si salissero tutti i muri del mondo, se tutti li scavalcassimo, li abbattessimo?

La Donna si arrampica, improvvisamene invidiosa di Allie Cone, con la mano afferra il punto in cui i mattoni mostrano di nuovo la loro superficie orizzontale. È arrivata. Riflette: ancora un passo, uno solo, verso l’alto, e vedrei una realtà altra. Ma non saprei comprenderla. Potrei tentare, ma finirei per ricondurla – ridurla– a semplice appendice di me.
Potrebbe osservarla, immaginare un saluto – senza la certezza che il gesto sia accolto in quanto tale nel paese straniero. Potrebbe procedere per tentativi, avanzare pianissimo e lasciare che siano i suoi eredi a stabilire un vero punto di contatto. Ad esplorare con cura il mistero di differenze che vorrebbe conoscere ma non appiattire, accogliere ma non fare proprie.
Così, per rispetto devoto di quel mondo – e del suo – , decide di lasciarlo in pace.
Balza giù, recupera il bastone che ha lasciato un solco nella sabbia e volta le spalle.
Reclamo il mio diritto all’opacità.

Deve narrare questa storia, ognuna di queste voci, agli abitanti del suo popolo. Rivelare che al di là del muro c’è una vita ugualmente degna. Stabilire insieme la ricerca di ciò che accomuna i due popoli, perché persino con il Cielo la Donna condivide a tratti l’ira tonante della tempesta, a tratti la calma placida dell’alba sonnolenta. Quindi, di certo, un punto di incontro sussisterà, con quegli esseri. Che sono piccoli, visti da lontano. Che sono gechi su muri, su distese, su pianeti.

La Donna dà le spalle al Muro, torna al paese.

Questa è la Storia – disse la Donna – o forse l’Uomo.
Dall’altra parte del muro, un’altra Donna, specchio fedele dei suoi lineamenti e della sua corporatura, pronunciava le stesse parole, dopo aver narrato la sua versione della Storia.
Annunciò tante verità – forse non ne annunciò nessuna.
Ma questa è un’altra storia.

Bibliografia:
AA.VV. , Lingua madre Duemilasei – Duemilaquindici, Edizioni Seb27, 2006-2015
Baudelaire C., “L’homme et la mer”, da Les fleurs du mal
Caproni G., Il muro della terra, Garzanti
Cvetaeva M., Scusate l’amore, Passigli Edizioni
Glissant E., Introduction à une poétique du divers, Éditions Gallimard, 1996
Magrelli V., Didascalie per la lettura di un giornale, Einaudi
Mantovani G. (a cura di), Intercultura e mediazione, Carocci
Masci R. (a cura di), L’Oceano in un guscio d’ostrica, Costa e Nolan Edizioni
Rushdie S., Versi satanici, Mondadori
Smith Z., Cambiare idea, Minimum Fax

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El Ghibli

El Ghibli è un vento che soffia dal deserto, caldo e secco. E' il vento dei nomadi, del viaggio e della migranza, il vento che accompagna e asciuga la parola errante. La parola impalpabile e vorticante, che è ovunque e da nessuna parte, parola di tutti e di nessuno, parola contaminata e condivisa.