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Ius soli – è una bacchetta magica?

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Scritto da Božidar Stanišic

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L’inizio della primavera di quest’anno coincide con la proposta di legge per la cittadinanza firmata da quattro parlamentari del PD1 (Chaouki, Speranza, Bersani e Kyenge, futuro ministro). C’erano anche altre proposte parlamentari, però questa, in primis trattando lo ius soli (da tempo una delle problematiche più discusse sulla tematica generale dell’immigrazione), ha acceso polemiche anziché un ampio dialogo, non solo parlamentare. Credo che non abbiamo dimenticato alcuni episodi politicamente e umanamente vergognosi, i protagonisti dei quali, soprattutto a partire dal momento in cui C. Kyenge è diventata Ministro dell’integrazione, sono stati diversi parlamentari estremisti della Lega Nord, insultandola e attaccandola. Certo con metodi dissimili, ma tutti di stampo xenofobo e razzista i cui slogan sobillavano la parte più estremista del proprio elettorato. Tuttavia non ci si poteva aspettare altro da un partito che da anni costruisce le linee della propria politica basandola sugli slogan anti-immigrazione e sugli umori sociali più bassi. Purtroppo, neppure i sostenitori dello ius soli in quel periodo andavano lontano dagli slogan favorevoli alla proposta di Legge di cui sopra. In seguito alle discussioni sullo ius soli, sono venute fuori le polemiche pro e contro l’Imu e, a questo punto, è stato difficile non intuire che la coincidenza degli argomenti, entrambi sostenuti dall’alta politica, non sia stata casuale. I due argomenti palesemente diversi (che c’entra la tassa sulla casa con lo ius soli?) si sono dimostrati strumentalizzabili e largamente diffusi attraverso i media, e in qualche modo hanno offuscato problematiche economiche e sociali caldissime in un periodo di una crisi economica socialmente drammatica. In tutta questa cacofonia dei pro e contro lo ius soli mancava, oppure spesso veniva emarginata, la voce sia degli esperti in materia, sia degli operatori e volontari in diretto contatto con gli immigrati e degli immigrati stessi (a volte strumentalizzati ad aderire alla difusione degli slogan pro ius soli in modo acritico e propagandistico, soprattutto nei servizi di RAI32). A mio avviso, sintetizzando l’esperienza personale, si è trattato di un periodo in cui ogni voce indipendente poteva essere accusata di inciviltà per qualsiasi invito a ragionamenti più ampi e profondi, con il rischio di esprimersi con prudenza nei riguardi del fare tutto ad hoc, cioè molto all’italiana, non tendendo conto delle esperienze di altre società3, guadagnandosi anche l’etichetta di essere razzisti o xenofobi. Porre una domanda in quel momento sembrava fare resistenza, essere opositori a un diritto da più di qualcuno considerato sacrosanto o, semplicemente, essere considerato come uno di destra. Spinte dagli slogan pro ius soli s’erano svegliate anche varie associazioni (non serve una nota a piè di pagina, erano numerose), più o meno sensibili alla tematica dell’immigrazione, ma da tempo addormentate in assenza di un dialogo politico sul tema, oppure rassegnate da questa stessa assenza. Mi sembrava che, da un lato, l’argomento dello ius soli si fosse trasformato in una bacchetta magica che avrebbe potuto risolvere tanti problemi nel campo dell’immigrazione e, dall’altro, in una spugna con cui si poteva cancellare quel poco o niente d’impegno pluriennale di chi, per orientamento politico e vocazione sociale, doveva farne molto di più. Notavo la mancanza di domande logiche, alcune elementari, a partire da quella se i genitori stranieri residenti in Italia non trovassero delle ragioni per la cittadinanza italiana del neonato a quella su cosa avrebbe fatto il bambino italiano i cui genitori (che restano stranieri) per mancanza di lavoro e, soprattutto, se disoccupati (sappiamo cosa prevede la Bossi-Fini) fossero stati costretti a lasciare il nostro Paese. Dire, anche in modo semplice (di occasioni allora ne ho avute diverse, soprattutto con cittadini di orientamento politico di sinistra) che ci vuole un dibattito su ampia scala e non soltanto sullo ius soli, ma anche sull’integrazione degli immigrati in senso più complesso, inclusi gli argomenti sulla multiculturalità (quanto davvero esiste un’osmosi sociale e culturale?) non era semplice, solo pochi mesi fa. Ora, in questo periodo (siamo nel novembre 2013) di nuovi silenzi, si può dire che non è stato molto “simpatico” quello che diceva: il ministro per l’integrazione c’è, però manca un dibattito sull’ìmmigrazione e pure la conoscenza che cosa davvero faccia, non solo il ministro, ma l’intero governo. Per me, tuttavia, erano momenti significativi, momenti in cui scoprivo quanto la stragrande maggioranza dei sostenitori dello ius soli in realtà fosse lontana dall’intera scala delle problematiche (e dei problemi) dell’immigrato, dallo sfruttamento (non solo nei campi del Sud) alla non conoscenza dei diritti (e pure dei doveri), dai costi dei permessi di soggiorno4 al riconoscimento dei diplomi e delle lauree dei “veri” estracomunitari, dalla paura dei disoccupati di dover lasciare l’Italia ove hanno passato molti anni di emarginazione in un contesto abitativo e sociale, e cosi via, fino a restare sordi su alcune problematiche 5 importanti la cui risoluzione non è ancora neppure all’orizzonte.
Poi, il fenomeno da me notato come più “interessante” (e non solo in questo periodo) è la quasi assoluta lontananza politica sull’argomento dell’accoglimento. Anche quest’anno la questione è scoppiata di nuovo a Lampedusa, luogo simbolo degli approdi di chi è in fuga dalla carestia e dalle guerre, raggiungendo l’apice nella tragedia del 3 ottobre scorso, con 346 morti. Serve raccontare i vari arrivi dei politici da Roma e da Bruxelles – accolti giustamente con i suoni di protesta delle sirene dei pescherecci di Lampedusa e dagli occhi colmi di umanità del sindaco Giusi Nicoletti? Oppure c’è semplicemente da dire che le sirene di quei pescherecci hanno espresso tutto, non solo sul Mare Nostrum dei morti, degli ultimi, dei disperati per i quali all’orrizzonte non c’è nessuna politica mondiale seria, inclusa quella dei G-20, una politica che fermi le guerre e apra a delle prospettive economiche su ampia scala planetaria, ma pure su quanto ormai, troppo spesso, ci si trovi soli nell’accoglienza dei profughi.

È tempo per una conclusione: la propaganda politica sullo ius soli evidentemente non ha aiutato a cancellare l’assenza di un progetto complessivo sul fenomeno dell’immigrazione, né al dibattito (non solo parlamentare) sulle proposte esistenti, ma emarginate da un suo impianto organico serio, impianto che dovrebbe abbracciare l’assenza assurda di una legge completa sull’asilo politico e sulla problematica dei CIE e dei CARA che, ancora si pensa, hanno risolto il problema dell’accoglienza e della già famigerata sicurezza. In un progetto (non eventuale, né procrastinabile in eterno) certamente dovrebbe trovare spazio un serio dibattito su una ius soli ragionata su un’ampia scala sociale, culturale e politica con sobrietà e chiarezza, utile a tutti in questa nostra società.

1 Nel periodo antecedente le ultime elezioni politiche ho scritto due lettere (entrambi pubblicate sul danielebarbieri.wordpress.com). Sia la prima: Domande ingenue ai giovani parlamentari (Pd e Sel)- del 25. 01. 2013, che la seconda: Pd: 4 parlamentari migranti- del 12 febbraio 2013, hanno provocato un dialogo che, su alcuni versanti (l’etica della politica e la critica dei parlamentari nei confronti del management che la serve; lo strapagamento dei politici in tempo di crisi; il ruolo ingannevole dei forum immigrati; il ruolo più attivo della politica nel campo dell’immigrazione; la mancata analisi delle attività dei parlamentari di origine straniera eletti nell’ultimo ventennio…) si è ribaltato in una polemica alla quale ha partecipato anche l’attuale ministro Cecile Kyenge con la lettera intitolata PD e candidatura dei “nuovi italiani” – del 18. 02. 2013, alla quale ho risposto in pari data. La ragione principale delle mie lettere è stato il vuoto politico, ormai pluriennale, sul tema dell’immigrazione a cui si aggiunge la sordità della politica nei confronti dell’associazionismo impegnato da anni in questo campo sociale e culturale. A chi pare che la Bossi-Fini, legge sull’immigrazione a volte solo tiepidamente criticata dall’oposizione, abbia davvero piombato ogni dialogo politico serio sugli argomenti essenziali per l’immigrazione, credo si inganni. A questo punto ritengo sia evidente un consenso politico bipartisan.
2 In uno dei telegiornali del periodo estivo una ragazza immigrata ha dichiarato che non porta con se il permesso ma solo la copia, perché se lo perde può essere espulsa (!)
3 Il contesto europeo (dall’articolo Ius soli all’italiana, al resto d’Europa come funziona di Gabriella Bertocchi, lavoce.info del 11 maggio 2013). E’ importante tuttavia capire come si inserirebbe una nuova legislazione con un orientamento a un regime misto nel contesto europeo. Storicamente, mentre nel Regno Unito e in Irlanda era originariamente applicato lo ius soli, il resto d’Europa vanta una tradizione di ius sanguinis, per motivi legati sia alla tradizione giuridica del diritto civile che all’esperienza prevalente di emigrazione. Dagli anni Settanta, si sta assistendo però a una generale revisione delle norme, con la sempre più diffusa applicazione di regimi misti che accostano allo ius sanguinis elementi di ius soli.
Nella banca dati “The Citizenship Laws Dataset”, insieme a Chiara Strozzi ho ricostruito la legislazione di 162 paesi, non solo europei, dal 1948 al 2001. (2) Già nel 2001, in Europa per la maggioranza dei paesi l’acquisizione della cittadinanza alla nascita risulta regolata da regimi misti: dei 34 paesi rappresentati, solo uno (l’Irlanda) applica ancora lo ius soli incondizionato (abbandonato da tempo dal Regno Unito), mentre 14 applicano lo ius sanguinis e 19 hanno regimi misti. Nella maggioranza dei casi, si tratta però di regimi misti con elementi di ius soli molto tenui (come nel caso della legge italiana del 1992). Dal 2001 vengono introdotte in Europa tre riforme di rilievo. (3) Da un lato l’Irlanda, con un referendum del 2004, abbandona lo ius soli incondizionato, proprio a causa del crescente manifestarsi di un “turismo” della cittadinanza (aggravato dal fatto che il paese era ormai il solo caso di ius soli rimasto all’interno dell’Unione Europea). Dal lato opposto, il Portogallo (nel 2006) e la Grecia (nel 2010) ampliano marcatamente gli elementi di ius soli introducendo una combinazione di doppio ius soli e di ius soli per i residenti, molto simile alla combinazione prevista dalle due proposte di legge sopra descritte.
Riassumendo, attualmente sono pochi i paesi europei che contemplano questa combinazione: solo il Belgio aveva infatti preceduto Portogallo e Grecia in questo orientamento. Negli altri regimi misti viene applicato uno solo dei due principi: il doppio ius soli è adottato in Francia, Lussemburgo, Olanda e Spagna, mentre lo ius soli per residenti è previsto oltre che in Germania anche in Irlanda e Regno Unito. Per i restanti paesi europei, prevale ancora lo ius sanguinis. Se le innovazioni proposte venissero approvate, l’Italia si troverebbe quindi con una legislazione tra le più avanzate. Di per sé questo non dovrebbe però fare necessariamente pensare a un’accelerazione eccessiva, in quanto una caratteristica della legislazione in materia di cittadinanza è la sua relativa inerzia, che comporta riforme rare e di conseguenza spesso non incrementali. Inoltre, in Italia il doppio ius soli avrebbe un impatto molto limitato per almeno altri venti anni.
4 Ricordo bene il momento, otto anni fa, in cui quasi unanimamente dal parlamento viene confermata la proposta che “l’immigrato passi alle poste,” con un aumento significativo dei costi. Poi, bisogna ricordare quale personaggio della politica italiana sia uno dei maggiori proprietari della parte privatizzata delle Poste italiane.
5 Nel corso degli ultimi quindici anni in Italia il diritto alla registrazione anagrafica per i bambini nati da genitori cittadini stranieri ha conosciuto un’evoluzione pericolosa. Cerchiamo di riassumerla in modo semplice, chiarendo prima di tutto una questione essenziale: se la nascita non viene registrata, un bambino è privo di esistenza giuridicamente riconosciuta e, conseguentemente, apolide, senza cittadinanza e senza i diritti fondamentali che questa garantisce. Non ha diritto ad avere dei genitori che possano esercitare su di lui una tutela, perché non è riconosciuto alcun legame giuridicamente fondato con mamma e papà, non può essere iscritto al nido e alla scuola dell’infanzia, né ad alcuna scuola che non sia quella dell’obbligo. Al compimento del diciottesimo anno non potrà giovarsi della misura che consente a chi sia nato e abbia vissuto sempre nel nostro Paese di chiedere la cittadinanza italiana. Privo di codice fiscale, avrà accesso agli elementari diritti e alle cure solo attraverso misure di sapore assistenziale. È banale, ma non potrà unirsi ai compagni di scuola in una gita e sarà più esposto, per la vita nascosta e non protetta cui è costretto, a rischi di abusi ben noti. Quel bambino semplicemente non esiste. Ecco perché richiedere a un genitore burocraticamente irregolare il permesso di soggiorno per registrare la nascita del figlio – ma anche diffondere una comunicazione confusa o scorretta sul tema, come racconta su questo numero di Ho un sogno Augusta De Piero – espone il nuovo nato a rischi concreti e gravi. E contemporaneamente crea una situazione sociale e sanitaria rischiosa per la collettività.
Ecco, in sintesi, come è evoluta la questione in Italia.
1998-2009 La legge Turco-Napolitano (40/1998) non prevede la presentazione del permesso di soggiorno per gli atti di stato civile: dichiarazioni di nascita, morte e matrimonio.
2002 La Legge Bossi-Fini (189/2002) non introduce modifiche in proposito.
2009 Il pacchetto sicurezza (legge 94/2009) a firma del ministro Maroni include gli atti di stato civile fra quelli per cui è necessario il permesso di soggiorno.
2009 A pochi giorni dall’approvazione della legge il ministero emana una circolare (n. 19/7 agosto 2009) che esclude il permesso di soggiorno dai documenti necessari per la registrazione anagrafica. Ma una circolare non è una legge: può essere cancellata senza interpellare il parlamento e i sindaci, responsabili dell’anagrafe, possono provare ad aggirarla appellandosi direttamente alla legge. Non devono essere dimenticati su questo fronte i medici, che nel 2008 si mobilitano contro l’abrogazione del segreto sanitario prevista dalla proposta di legge: i medici – dichiara l’Ordine – non sono disponibili alla delazione e non denunceranno situazioni di irregolarità. La richiesta va contro il loro dovere deontologico alla riservatezza e contraddice un principio fondante della professione medica ribadito dalla nostra Costituzione: l’universalità delle cure. Ecco perché oggi le prestazioni sanitarie sono erogate senza richiedere il permesso di soggiorno e qualunque paziente è protetto dal segreto sanitario, comprese quelle mamme “irregolari” che partoriscano, nonostante tutto, in ospedale.
Aprile 2013 Il deputato Ettore Rosato presenta la proposta di legge 740 per modificare il pacchetto sicurezza in materia di atti civili. È solo l’ultimo atto di una vicenda iniziata nel 2011 con la prima proposta di modifica presentata da Leoluca Orlando. Vicenda che finora non ha avuto esiti concreti.
Ottobre 2013 E qui da noi, che cosa succede? Di recente uno schieramento trasversale di consiglieri regionali ha presentato una mozione (mozione 21, 23 ottobre 2013) per richiedere che la Regione garantisca in tutte le anagrafi del territorio l’applicazione della circolare ministeriale e il diritto alla registrazione dei nuovi nati, che si impegni perché i deputati eletti in Friuli Venezia Giulia sostengano la proposta di legge 740 e perché sia lanciata una campagna di sensibilizzazione sul diritto di tutti i bambini a essere registrati. (Cronostoria di un diritto negato, in Ho un sogno, numero 8/anno XXII, pag. 2, Udine 20.11. 1993)

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Božidar Stanišic

Božidar Stanišic: In Italia, accanto a numerosi contributi in riviste, quotidiani, blog e portali on line, ha pubblicato “I buchi neri di Sarajevo” (MGS Press, Trieste,1993, con una prefazione di Paolo Rumiz, tradotto da Alice Parmeggiani, traduttrice di tutte le sue opere scritte in serbo-croato); un racconto di questo libro è stato inserito anche nel “Dizionario di un Paese che scompare”, a cura di Nicole Janigro, Roma 1994. Ha pubblicato tre raccolte poetiche, “Primavera a Zugliano” (1994), “Non-poesie” (1996) e “Metamorfosi di finestre”(1998) ed un libro di prosa intitolato “Tre racconti” (2002), tutte opere edite dall’Associazione “Ernesto Balducci” di Zugliano. “Bon Voyage”, il libro di narrativa, è pubblicato nel 2003 dalla case editrice Nuova Dimensione di Portogruaro, con la prefazione di Paolo Rumiz. Nel 2006 ha pubblicato Il sogno di Orlando, testo teatrale scritto in italiano; nel 2007 Il cane alato e altri racconti, Perosini editore, Verona. È presente con una racconto nella panorama della narrativa bosniaco-erzegovese del Novecento “Racconti dalla Bosnia”, a cura di G. Scotti, Diabasis edizioni, Reggio Emilia 2006. Nel 2008 ha pubblicato un libro di vecchie e nuove non poesie, La chiave in mano/Kljuc na dlanu, edizione bilingue, Campanotto editore, Udine. Diverse prose e poesie sono sparse in numerose antologie italiane e straniere, tra cui in “Quaderno balcanico volume 1“ (a cura di Mia Lecomte e Francesco Stella, Loggia de’ Lanzi, Firenze 1998) e in “Conflitti – poesie delle molte guerre” (a cura di Idolina Landolfi, Avagliano editore, Cava de’ Tirenni 2001); in “Ai confini del verso” Le Lettere, Firenze (a cura di Mia Lecomte, pubblicata anche in inglese. “A New Mapp: The Poetry od Migrant Writes in Italy”, New York 2011) e in “L’italiano degli altri” (a cura di Dante Marianacci e Renato Minore, Newton Compton Editori, Roma 2010). Nel 2011 esce La cicala e la piccola formica, libro per bambini, illustrato da Dušan Kállay, bohem press, Trieste. Nel 2012 ha pubblicato il libro dei racconti scritto in italiano Piccolo, rosso (a cura di Rosa Di Violante, Cosmo Iannone editore, Isernia 2012).

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