Interventi

Per aspera ad asylum

 

Luoghi e nonluoghi del la differenza

 

Le migrazioni sono processi che si svolgono non solo in una dimensione orizzontale, come spostamenti fisici nello spazio, ma anche in una dimensione verticale, come eventi simbolici che hanno luogo nel tempo e nella mente. Comportano un’interrogazione rivolta ai luoghi in cui si sosta o in cui si è di passaggio. A maggior ragione quando a migrare sono le donne. La scrittura femminile infatti prende spesso la forma di una pratica di conoscenza rivolta verso un doppio interno: lo spazio dentro di sé, che si è pronte a scandagliare per fare chiarezza, e lo spazio fisico in cui si abita. I due interni tendono a sovrapporsi e la geografia dei luoghi frequentati dalle donne va a rispecchiare la geografia interiore delle protagoniste. Ma quali sono i luoghi attraversati dalle donne nei loro percorsi di migrazione? E dove possono trovare asilo?

Da un punto di vista etimologico, infatti, con la parola asylum, venivano indicati i luoghi sacri in cui potevano rifugiarsi coloro che erano perseguitati dal rigore della legge o dall’oppressione dei tiranni, e nessuno aveva il diritto di cacciare a forza da quei luoghi chi vi si rifugiava. Tuttavia, come emerge dai racconti del Concorso letterario nazionale Lingua Madre[1], le migrazioni sono oggi disseminate anche da quelli che Marc Augé[2] ha definito “nonluoghi empirici”: luoghi anonimi, neutri, privi di memorie che li rendano riconoscibili. Stazioni, aeroporti, questure. Posti che non sono in grado di offrire protezione, asilo, ma solo disorientamento e invisibilità. La grande sfida, che emerge con forza dalle narrazioni delle autrici del Concorso, è quella di uscire dall’anonimato, costruendo dei luoghi, fatti di incontri e di scambi, da sostituire ai nonluoghi che incontrano sul loro percorso. Che ne è, altrimenti, dell’identità? Ce lo racconta l’autrice Gül Ince nel racconto “Mare vuol dire Deniz”:

Ho paura. Ho troppa paura. Mi tremano le mani. Guardale! Non ce la farò mai, capiranno. Cosa ci faranno se lo capiscono, ci picchiano, o forse? Al massimo ci mandano indietro, no? Non è che ci fanno chissà cosa? No? O mio Dio, ho dimenticato come mi chiamavo! Dov’è il mio passaporto? Non riesco a trovarlo, dimmi tu, ti supplico, come mi chiamavo?[3]

Io mi chiamo “Nessuna” sono spesso obbligate a rispondere le migranti che narrano le loro odissee contemporanee: la perdita del nome, e con esso dell’identità, è talvolta la chiave che apre loro le porte dorate dell’Europa. Nel racconto sopra citato, alle due protagoniste, che devono raggiungere clandestinamente la Germania, vengono affidati due passaporti con le loro foto, ma con il nome di qualcun’altra. I loro nuovi nomi sono Deniz, che vuol dire mare, e Aişe. Una volta arrivate all’aeroporto di Berlino, le due ragazze devono passare l’ultimo controllo, ma Aişe dimentica il suo nome. In questa dimenticanza, e nel panico da cui è accompagnata, leggiamo tutta la forza straniante con cui un universo che non ha nulla di familiare si abbatte sulla ragazza: impossibile riconoscersi in un luogo neutro e privo di ricordi, come un aeroporto, dove a sancire il proprio diritto a esistere è un mero documento d’identità, che tuttavia, da solo, non potrà mai rispondere alla più importante tra le domande di senso: “Chi sono io?”. Negato il nome, la ragazza vede infatti negata la propria unicità e diventa estranea perfino a stessa. La sensazione di clandestinità e di essere in qualche modo esclusa dal consesso umano si insinua in lei: “Dimmi tu, ti supplico, come mi chiamavo?”, “Aişe, tu ti chiami Aişe” le risponde a bassa voce Deniz, riportandola alla realtà e calmandola, anche attraverso rimproveri. Aişe è il nome che le hanno dato per ingannare Polifemo. L’identità personale, come messo in luce da Adriana Cavarero[4] sulla scia di Hanna Arendt, ha carattere espositivo e relazionale. Non c’è io senza riconoscimento dell’altra. Grazie a Deniz Aişe si vede riconosciuta come essere umano e trova il coraggio per superare la paura e lo smarrimento. In questo modo, le due donne riescono a passare insieme i controlli e ad andare incontro al proprio destino. Ecco dunque ribadito il valore della relazione nell’affermazione dell’identità, di contro alla norma che vorrebbe ridurla ai dati scritti sopra a un documento.

 Troviamo la stessa mancanza di un riconoscimento e lo stesso senso di spersonalizzazione nel racconto di Monica Vodarich “Florence e il suo mondo parallelo”:

Sono Florence e ho ventidue anni, sono viva ma non esisto, ho un padre e una madre ma sono sola al mondo, ho cinque fratelli ma nessuno da abbracciare, sono una ragazza innamorata ma da un anno nessuno sfiora il mio corpo, ho un sacco di cose da dire, di sogni da inseguire, di desideri da esaudire. Sono la protagonista di un mondo parallelo, vivo nel limbo, galleggio in un mare salato, con le mani e i piedi divaricati, crocifissa, inchiodata a un’esistenza triste e silenziosa. Mi nascondo.

Sono invisibile.

Sono clandestina.

Detta così non sembra terribile, la clandestinità in fondo è una condizione comune a milioni di individui in ogni parte del mondo, è solo un modo di dire, e se rimanesse tale non farebbe tanto male. Ma, purtroppo, diventa anche un modo di essere, ti penetra nelle ossa, ti cambia i lineamenti, ti corrode la pancia al punto da rendere possibile che qualcuno ti guardi attraverso e tu diventi invisibile. Essere invisibili in fondo non sarebbe una cosa brutta se non fosse per il fatto che il corpo c’è, è di carne e ossa e ha delle esigenze strane come il cibo, il calore, l’acqua e poi anche esigenze assurde come le carezze, l’amore, due braccia che ti tengono ancorata e ti producono tepore dentro.[5]

Florence allora si fa chiamare Clara. Non c’è alcuna differenza tra Florence e Clara, tranne il fatto che quest’ultima ha il permesso di soggiorno e l’altra no. Una è visibile, può esprimersi, trovare ascolto e dunque esistere. L’altra è invisibile, non ha diritto di parola, non trova ascolto e accoglienza da nessuna parte. Deve nascondersi. È un fantasma che si aggira per le strade, circondata non solo da nonluoghi, ma anche da nonpersone, che guardano attraverso di lei, incapaci riconoscerla come essere umano. Con la perdita del nome troviamo di nuovo la perdita dell’identità. Florence esprime infatti il desiderio ontologico di poter dire alle persone che la circondano non che cosa è, ma chi è, raccontando la propria storia di vita. Tuttavia, se svelasse la sua vera identità, verrebbe “rimandata indietro” verso una miseria senza scampo, fatta di fame e di guerra, che può essere compresa solo da chi l’ha vissuta in prima persona.

Poi, un giorno, ha una folgorazione e riesce a dare un senso all’indifferenza che la circonda e alla sua stessa identità nel nuovo paese. Si accorge che Florence fa paura:

Florence è venuta da un paese lontano, come un uccello che attraversa il mare e le montagne, a portare il segnale che la vostra bella Italia è solo una piccola porzione di un mondo che ha bisogno dell’aiuto di tutti per sopravvivere.

Accogliere un clandestino e riuscire ad ascoltarlo senza paura è la più grande dimostrazione di civiltà che possa essere concepita dall’uomo e lo rende maggiormente degno di rispetto di quanto potrà mai fare qualsiasi opera di intelletto.[6]

Florence, proprio in virtù della sua marginalizzazione, e della sua differenza, si fa portatrice di una verità eversiva, che può gettare da fuori nuova luce sul dentro. Richiama in un certo senso la funzione della figura del matto, che proprio grazie alla sua esclusione dall’ordine sociale può permettersi di dire ciò che agli altri è vietato. A Florence appartiene dunque una diversità che non può essere messa a tacere. Ci dice che il mondo è interconnesso e che appartiene a tutti: tutti dobbiamo allora prenderci cura l’uno dell’altro e del mondo stesso. In questo senso, accogliere e ascoltare un/a clandestino/a, ovvero offrirgli asilo, è il più grande segno di civiltà che la donna e l’uomo possano concepire. La nascita del sé a soggetto infatti può dirsi compiuta non al momento dell’esprimersi, ma al momento dell’ascolto. Chi narra aspira a trovare il proprio posto nel mondo e a lasciare il proprio segno nel grande racconto umano.

Un’umanità nel limbo, composta da esseri umani smateriati, privati di corpo e di voce, che aspettano l’autorizzazione a esistere in coda per il permesso di soggiorno, è quella che ci viene narrata anche da Kamela Guza nel racconto “Il luogo dei confini”:

C’erano due file. Quella a sinistra era quella dove si attendeva il numero per richiedere i moduli per il rinnovo del permesso di soggiorno. Il numero dava la possibilità di tornare la volta successiva ed essere parte della seconda fila, quella a destra, dove si attendeva il tempo di consegna dei documenti necessari.

A sinistra c’era un’altra fila dietro quella di prima. Era la fila dei privilegiati: coloro che ritiravano il permesso di soggiorno.

C’era un mischiarsi di sicurezze e insicurezze molto curioso tra le file. La prima a sinistra era la meno sicura di tutte. Se finivano i numeri non c’era nulla da fare. Si doveva tornare un’altra volta, rivivendo lo stesso viaggio e le stesse angosce che iniziavano alle 05.45. Del resto, non avevi nulla in mano.

Nella fila a destra c’era già più sicurezza. Avevi in mano una letterina della volta precedente che dava la possibilità di consegnare i documenti richiesti.

La seconda fila a sinistra era la più sicura in assoluto. Il permesso era pronto per essere ritirato.

In questa distinzione/condivisione di sicurezze/insicurezze non si coglievano mai i limiti di niente. Né quelli fisici dei corpi accostati gli uni agli altri. Né quelli più sottili legati all’emotività umana, sbriciolata e scomposta in frammenti di immagini e sensazioni indistinte.[7]

L’autrice ci narra una mattina di ordinaria amministrazione nel cortile di una questura, animata da uomini e donne la cui esistenza è appesa a un numero. Un’umanità in cui non si colgono più i limiti di nulla. I confini da un corpo all’altro svaniscono in un’amalgama comune di speranze, angosce, sogni e dubbi. Eppure i confini fra le file sono netti, come forse lo sono i confini tra Stati. Quando l’ufficiale si avvicina alla protagonista, il rotolo dei numeri è finito: l’identità dovrà attendere ancora per un altro giorno.

Dunque spostamenti identitari, difficoltà a riconoscersi e ad ottenere riconoscibilità, ma anche capacità femminile di affermare il valore fondante della relazione e del legame. Centrale è la disposizione ad accogliere l’altro da sé, sia esso umano, vegetale o animale, e a riconoscerlo come proprio simile, nel rispetto della sua diversità.  Anche se non è processo facile. Il senso di profonda estraneità, che talvolta segna le migrazioni, può estendersi anche ai luoghi che consideriamo più familiari. Per esempio, nel racconto “Oltre la paura” di Irina Turcanu, l’autrice descrive la camera da letto della protagonista in questi termini: «Nina si rifugiò nella sua stanza tetra, senza ricordi e tracce di sé. Un letto, una scrivania e un armadio: i mobili di un albergo, di una prigione arredata più dell’indispensabile»[8]. Il luogo familiare per eccellenza, la stanza, diventa quindi fonte di disorientamento. Sancisce l’impossibilità di aderire a uno spazio privo di ricordi, dove il passato è assente e il futuro è ancora tutto da costruire. La stanza diventa allora spazio provvisorio, camera d’albergo, ma anche luogo opprimente e costrittivo. Poi, nel corso del racconto, il senso di smarrimento e di non appartenenza svaniranno. Grazie alle relazioni che la protagonista riesce a intessere nel nuovo paese, infatti, quella camera può essere modificata e aprirsi sull’esterno. L’autrice ci spiega che la protagonista capisce che: «Essere romena in Italia, un dettaglio per Nina, un punto di forza, una nuova occasione per ripartire e reinventarsi. L’Italia, un’occasione per arricchirsi interiormente, edificando sulle meraviglie portate nel cuore da duemila chilometri di distanza»[9]. Dunque, si crea una nuova identità basata sulla relazione e sull’interdipendenza, che rende la protagonista del racconto capace di costruire una nuova casa tra due culture, fondendo insieme il proprio passato e il proprio presente, il qui e l’altrove, in un’identità che si apre a una dialettica della contaminazione. Il riconoscimento, potremmo affermare con Judith Butler[10], è dunque un processo irreversibile per cui io divento altra/o rispetto a quello che ero: il risultato non è il trionfo di un soggetto unitario, auto-cosciente e trasparente a sé stesso, ma di un soggetto ex-statico, continuamente sospinto dall’altra/o fuori di sé in un divenire che è alterazione, espropriazione ed estroflessione. Questo processo è la sostanza stessa della relazione con l’altra/o e fa di essa/o una dimensione costitutiva dell’io. Dunque per Butler si tratta di una dialettica tra differenze insuperabili e tuttavia alterabili.

Il rapporto con l’altra/o, l’interdipendenza e la relazione sono proprio il filo rosso che lega tutti i racconti. Un suggerimento che potremmo trarne, per rispondere alle pressanti domande che la contemporaneità ci pone, è allora quel che è stato già affermato da Elena Pulcini: la necessità di riabilitare la cura come risorsa socialmente ed eticamente rilevante. Questo significa, da un lato, sfatare il mito dell’autosufficienza del soggetto e della libertà da ogni forma di dipendenza, dall’altro affrancare le nozioni di dipendenza e di relazione da ogni connotazione oblativa e sacrificale. Riabilitare la cura vuol dire quindi pensare a un soggetto che Pulcini definisce vulnerabile, ovvero in relazione in quanto vulnerabile, che si fa carico dei bisogni e della fragilità dell’altro in base alla consapevolezza della propria costitutiva fragilità e dipendenza. La cura, a lungo marginalizzata alla sfera privata, può allora essere estesa al piano pubblico e divenire risorsa politica. Spingendosi ancora oltre, Pulcini auspica un’estensione della cura alla dimensione globale: il mondo stesso è interconnesso. In questo senso, l’altro di cui prendersi cura è quello che Simmel ha definito «lo straniero interno», che penetra i nostri confini, ma anche “l’altro “distante”, che vive in territori lontani e chiede la nostra solidarietà, e le generazioni future, cui si deve rispondere con la consapevolezza che l’attenzione all’ambiente e le scelte fatte oggi incideranno sul destino dell’umanità futura”[11].  Una cura da pensare quindi non soltanto nella sua dimensione privata e politica, ma anche globale, come cura del mondo. La massima responsabilità verso sé stessi corrisponde così al massimo impegno verso gli altri e verso il mondo. Prendersi cura di un mondo che appartiene a tutti dunque come pratica diffusa che vede nelle donne un soggetto fondamentale.

Infine, se la cura è anche “la manifestazione di una sensibilità per i dettagli, per il particolare, che consente di svelare e di dare importanza a ciò che in genere viene trascurato, vale a dire a quel microcosmo di bisogni, aspettative, legami che tendiamo a dimenticare, a relegare in una zona di opacità e di invisibilità, nonostante che essi formino il tessuto quotidiano di ognuno”[12], allora il luogo in cui può essere esercitata nel modo più adeguato è il territorio senza confini della scrittura. In essa le esuli/autrici trovano accoglienza e riconoscimento: è lo spazio che si propone di offrire loro il Concorso letterario nazionale Lingua Madre, come luogo libero di relazione e di scambio. Attraverso la scrittura infatti le autrici possono ricucire insieme tutti i tasselli di un’identità che si vorrebbe slegata e composita. Riescono a sottrarre il proprio vissuto personale all’invisibilità e a trasformarlo in dato della cultura, restituendolo infine alla storia. La voce di queste donne infatti esiste solo se trova chi potrà e saprà ascoltare. Da qui il ruolo fondamentale delle lettrici e dei lettori, invitati a prendersi cura delle loro storie, a entrare in un rapporto di scambio e di riconoscimento che non termina con il trionfo dell’identità sull’alterità, bensì procede con la continua trasformazione delle identità coinvolte.

[1] Il Concorso letterario nazionale Lingua Madre, ideato da Daniela Finocchi, nasce nel 2005, è un progetto permanente del Salone Internazionale del Libro di Torino e della Regione Piemonte con l’Assessorato alla Cultura e la Consulta Femminile Regionale, è diretto a tutte le donne straniere (o di origine straniera), residenti in Italia, con una sezione per le donne italiane che vogliano “raccontare” le donne straniere. Si può partecipare – a qualsiasi età, da sole, in coppia o in gruppo – inviando un racconto o/e una fotografia. In questi 10 anni il Concorso si è arricchito di adesioni e di collaborazioni: il bando viene distribuito in tutte le scuole italiane di ogni ordine e grado, nelle carceri, nelle tante associazioni ed enti che seguono e sostengono il progetto e conta centinaia di partecipanti ogni edizione. La premiazione avviene nella giornata di chiusura del Salone del Libro e i racconti selezionati sono raccolti in un libro. L’attività si svolge durante tutto l’anno su tutto il territorio nazionale con incontri, laboratori, convegni, spettacoli teatrali, video, mostre fotografiche, volumi di approfondimento sui temi della migrazione. Il Concorso si avvale del patrocinio di: Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Expo Milano 2015 e We Women for Expo, Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Pubblicità Progresso Fondazione per la Comunicazione Sociale. www.concorsolinguamadre.it

[2] M. Augé, Nonluoghi, Elèuthera, Milano, 2009.

[3] Gül Ince (Turchia), MARE VUOL DIRE DENIZ, Lingua Madre Duemilatredici. Racconti di donne straniere in Italia, (Edizioni Seb27)

[4] A. Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano, 2011, pg.32.

[5] Monica Vodarich (Croazia), FLORENCE E IL SUO MONDO PARALLELO, Lingua Madre Duemiladieci. Racconti di donne straniere in Italia, (Edizioni Seb27)

[6] Ivi.

[7] Kamela Guza (Albania), IL LUOGO DEI CONFINI, Lingua Madre Duemiladieci. Racconti di donne straniere in Italia, (Edizioni Seb27).

[8] Irina Turcanu (Romania), OLTRE LA PAURA, Lingua Madre Duemilaundici. Racconti di donne straniere in Italia, (Edizioni Seb27).

 [9] Ivi.

[10] J. Butler, La disfatta del genere, Booklet, Milano, 2006.

[11] E. Pulcini, “Cura di sé, cura dell’altro”, Thaumàzein, numero 1, 2013, cit., pg.95.

[12] Ivi, cit., pg. 98.

L'autore

Avatar

Valeria Marino

Valeria Marino è nata a Torino nel 1989. Laureata in Comunicazione Interculturale, studia un anno a Parigi, dove frequenta il Master «Genre(s), pensées de la différence, rapports de sexe» presso l’Université Paris 8 Vincennes-Saint-Denis. Si sta specializzando in Culture Moderne Comparate, con una tesi nell’ambito della letteratura della migrazione in lingua francese. Attualmente svolge uno stage presso il Concorso letterario nazionale Lingua Madre dedicato alle donne straniere, ideato nel 2005 da Daniela Finocchi, progetto permanente della Regione Piemonte e del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Lascia un commento