Cucina

Con gli occhi ancora socchiusi e sonnolenti, non ancora del tutto sveglio, vado a preparare la colazione per tutta la famiglia.
E’ una giornata di primavera; la temperatura dell’aria è assai dolce e il cielo è limpido e cristallino, come dopo una tempesta.
Guardo fuori dalla finestra e vedo di fronte in lontananza la catena di montagne che luccicano al sole.
E’ giorno di festa; incomincio ad organizzare con la mia mente il programma della giornata: le letture da fare, le relazioni da finire.
Dopo qualche minuto mi sembra che sia in grado di muovermi con più sollecitudine. So cosa mi aspetta in questo benedetto giorno. Sono fatto così, ho bisogno di dare, mentalmente, ordine al futuro.
Ogni anno, a capodanno, mi piace riordinare la mia scrivania, risistemare i miei libri, ricollocarli, programmare la lettura per un intero anno.
Mi propongo di leggere per almeno tre, quattro ore al giorno; e immancabilmente non riesco a essere fedele ai miei propositi.
Se una persona vivesse da sola forse potrebbe gestire più direttamente la propria vita ed anche aver meno scusanti per tutte le infedeltà, le incoerenze.
C’è moltissima gente che oggi sceglie proprio una vita del tutto autonoma. Abita da sola, mangia da sola, dorme da sola. Controlla le sue relazioni sociali, organizza gli incontri, li stabilisce, li determina.
Forse è maggiore libertà, ma forse è anche volere la propria vita condizionata.
Le variazioni nell’esistenza di un uomo non dipendono tanto dagli oggetti, dalle cose, dal tempo, ma dalla relazione delle persone.
Sono le esigenze delle persone e i bisogni delle persone con cui viviamo, mangiamo, beviamo, condividiamo spazi e tempi che modificano anche sostanzialmente i nostri ritmi, le nostre abitudini, ci impongono la scelta immediata di fare altro di diverso da quello che il determinismo del nostro corpo, della nostra psiche imporrebbe.
Questa capacità di modificarci e saper scegliere è la libertà.
Prendo la caffettiera, svito la parte superiore, ripulisco il filtro dai residui del caffè del giorno prima; risciacquo la parte inferiore e mi astengo dall’usare del sapone per non alterare il gusto del caffè.
Chissà perché la caffettiera ha bisogno di non essere lavata in profondità per poter continuare a offrire una bevanda piacevole al palato.
Assomiglia a quelle persone che tendono a lavare poco il loro corpo o almeno lavare solo quelle parti che potrebbero emanare sgradevoli odori. Sembra che queste temano che ogni altra sostanza estranea alla loro le possa derubare, possa portar via qualcosa di loro. Vogliano conservare integra la propria persona fino al limite.
Il caffè già bolle e ribolle e spengo la fiamma.
Sento mia moglie che si è alzata e prendo un piccolo pentolino, lo riempio di acqua e riaccendo la fiamma per far bollire dell’acqua, per preparare un tè.
Dopo poco l’acqua è pronta, la verso nella teiera e chiamo mia moglie sperando che si possa fare una colazione insieme.
Per l’ennesima volta ritarda ed allora decido di sorseggiare il mio caffè senza più aspettarla.
Do ancora un’occhiata alle montagne che si stagliano nitide in lontananza e sempre più illuminate dal sole che velocemente si sta alzando.
Il caffè è ottimo. Chissà quale bevanda prendevano al mattino gli antichi, i primitivi. Acqua fresca? Qualche frutto?
Cisti fornaio offriva agli aristocratici che passavano di primo mattino del vino. Ma sarà stata un’abitudine! E più indietro nel tempo? Non immagino se non il selvaggio che si chinava per afferrare colle labbra l’acqua corrente.
Il lavandino e la cucina d’acciaio vanno puliti prima di rimettersi ad organizzare il pranzo domenicale che comunque ha sempre qualche pietanza particolare, qualche piatto insolito e quindi più elaborato.
Verso un po’ di detersivo liquido sul fondo del lavandino e insapono lo sgocciolatoio, tolgo via le macchie e poi risciacquo più volte per farlo risplendere nel miglior modo possibile.
Vigorosamente detergo e dopo aver tolto via ogni residuo di sapone mi accingo a far risplendere il piano fiamma.
Faccio sempre malvolentieri queste operazioni perché devo ripetere molte volte l’opera di risciacquo.
La tecnologia degli anni futuri forse risparmierà l’uomo da queste incombenze necessarie ma comunque frustranti come quando una pioggia fine ti costringe a portare l’ombrello e ad ogni passo lo ritieni inutile, fastidioso perché comunque l’acqua ti penetra nelle ossa, si appiccica ai vestiti, ti fa sentire le mani non solo bagnate ma sudice di nebbia, di umidità.
Eppure, a volte per l’uomo è importante scaricare le proprie nevrosi, le cariche negative accumulate con queste attività, anzi, spesso, quando sei affaticato mentalmente, il lavoro fisico è capace di liberare scorie mentali, e riportarti ad una condizione di benessere sconosciuto.
Forse se non si facessero queste attività, con maggiore difficoltà si sarebbe capaci di riorganizzare anche la propria mente, di fare ordine e pulizia ai propri pensieri e forse l’uomo rischierebbe spesso di andare in tilt.
L’uomo primitivo, della caverna lavorando la sua pietra, pulendo la sua pelle, individuando luoghi precisi per ogni oggetto, facendo chiarezza con l’ordine avrà aiutato se stesso a dipanarsi fra le tante esperienze ed arrivare con chiarezza e distinzione a scegliere quelle impressioni in grado di farlo progredire e dominare meglio la natura.
Mia moglie arriva e come al solito mi dice che l’acqua è diventata fredda, che avrei dovuto introdurre la bustina del tè quand’essa era calda.
Le rispondo che se fosse venuta prima, quando l’avevo chiamata, l’acqua non sarebbe diventata fredda e avrebbe potuto prepararsi con cura il suo tè.
Poi la bacio su una guancia, quasi a farmi perdonare o a perdonarla per il tono di voce che ha usato.
In questi casi non si sa mai chi perdona e chi è perdonato; chi ha fatto il torto o chi l’ha subito.
Ripasso mentalmente il menù da preparare: una parmigiana, delle fave fresche, un arrosto, una torta di patate, mele cotte, carciofi bolliti.
La parmigiana richiede una discreta preparazione perché le melanzane vanno bollite ( è una variante della frittura di esse), asciugate ecc.
Comunque è ancora presto, sono appena le otto del mattino. I vari piatti devono arrivare caldi in tavola e non riscaldati; il momento migliore per iniziare è verso le 10.
In effetti sbucciare le fave e pulire i carciofi richiede da un’ora a un’ora e mezza.
Prendo con lentezza la borsa con le fave attendo che mia moglie finisca di bere il suo tè.
Si alza. Indossa una vestaglia rossa che le arriva sopra le ginocchia.
Mi passa davanti per porre nel lavandino la tazza sporca. Ne approfitto per infilare la mano sotto la vestaglia e carezzare i glutei.
Poi la trattengo, la faccio sedere, senza che ponga resistenza, sulle mie ginocchia e incomincio a baciarla in modo tenue e poi sempre più appassionatamente mentre la mia mano oltre i glutei ricerca con trepidazione altro. Stiamo qualche minuto a riscaldarci, ma poi ricordo che le fave mi aspettano.
Con cautela smetto di ricercare fra le gambe i segreti sempre più scoperti e sempre più misteriosi e attenuo l’intensità dei baci e impercettibilmente la sollecito ad alzarsi.
Va via con mio grande sconforto e mentre scompare le rivolgo senza che se accorga una occhiata piena di nostalgia.
Incomincio a sbucciare le fave ed intanto penso a lei, ai suoi rotondi seni da riempire la bocca, alla sua vulva turgida.
Guardo l’orologio e mi accorgo che sono già le otto e mezza e debbo affrettarmi a sbucciare le fave, perché poi mi attende un’ora circa per sfogliare i carciofi e ricavarne la parte più tenera.
Riorganizzo mentalmente le tappe della mattinata.
La sbucciatura delle fave è un’operazione lunga, al primo momento piacevole, poi sempre più sgradevole perché la parte vellutata all’interno della buccia dapprima è fresca, ma poi sempre più si lega alle mani, le incolla ed esse diventano ruvide, poco scorrevoli.
Quando inventeranno un oggetto domestico che sbucci le fave. Forse la robotizzazione porterà questi vantaggi. Un robot, fra qualche decina d’anni, munito di dita così articolate da sbucciare le fave potrebbe alleviare di molto la vita di un povero marito in cucina.
Sarebbe meglio, penso, guadagnare di più e permettersi una filippina che assolva alla stessa funzione del robot e forse ancora meglio.
Certamente per mia moglie sarebbe meglio un robot.
Riguardo l’orologio e accelero i movimenti.
Mi manca ancora poco. Ho tempo d’accendere la radio.
Sintonizzo sul terzo programma e mi immergo nella sinfonia di Mozart che stanno trasmettendo.
Pongo sul piano cucina lo scolapiatti ripieno a metà di fave. Prendo una vaschetta di terra cotta. Si trova nel mobile in basso a destra.
Apro lo sportello del mobile e, naturalmente, la vaschetta, che mi serve, si trova al di sotto di altre vaschette e di piccoli pentolini.
Dopo aver rimosso gli oggetti di metà mobiletto, riesco ad impossessarmi di quella desiderata. La riempio d’acqua e vi spruzzo un mezzo limone per non far diventare neri i carciofi sfogliati. Sono circa 15. Incomincio l’operazione della sfogliatura facendo attenzione a non pungere le mani.
Mi accorgo che per sfogliare il primo carciofo, estrarre la barba e pulire una parte del gambo, che potrebbe essere cucinato insieme, mi occorrono circa 9 minuti.
Riprendo l’orologio. Sono le 8.50.
Se procedo con questo ritmo mi ci vogliono 2 ore per sfogliare tutti i carciofi. Devo aumentare il ritmo e velocità.
Ricompare mia moglie in cucina ed io deglutisco perché desidererei smettere l’operazione e rimpossessarmi del suo corpo.
La vestaglia è svolazzante ed è invitante. Involontariamente riguardo l’orologio, mando giù la saliva e continuo con maggiore lena proponendomi di finire alle 9.50 e riservarmi 15 minuti per corteggiare ancora mia moglie.
Una spina di carciofo mi punge il polpastrello del pollice e il dito incomincia a sanguinare.
Non ho tempo, mi succhio la ferita e cerco di tamponare con la saliva e spero che non sollecitando il dito il sangue si fermi.
Ma prima che affluiscano le piastrine il rivoletto incomincia a sgorgare copiosamente.
Apro il rubinetto dell’acqua e metto il pollice sotto lo scroscio per qualche decina di secondi.
Poi visto che il sangue continua ad uscire chiamo mia moglie pregandola di portarmi un cerotto.
Accorre frettolosa pensando che mi sia fatto molto male. Si informa del danno, scompare e dopo qualche secondo ritorna con il cerotto già pronto. Asciugo il dito e lo porgo leggermente in avanti perché sia ricoperto.
Mentre si procede all’operazione ne approfitto per avvinghiarla alla vita con l’altro braccio e avvicinarla.
” Non fare lo stupido”- mi dice
Ma quando ha finito di incerottarmi non si sottrae al bacio che le strappo mentre la tengo forte.
Le sollevo la camicia da notte. Sento già la rigidità del pene. Desideri intensi mi passano per la mente, ma sento rumore di passi in corridoio. Lascio andare tutto e trasformo il profondo bacio in un bacetto innocuo.
Mia figlia di 12 anni entra e ci saluta.
Ritorno alla mia occupazione di prima, quasi rabbioso e maledicendo in cuor mio la figlia che mi ha impedito di condurre a termine l’approccio amoroso.
Ogni volta che pulisco i carciofi mi viene sempre in mente una delle prime pubblicità televisive sul ” Cinar, aperitivo prezioso a base di carciofo”.
Come avrà fatto l’uomo a scoprire che quella pianta, così pericolosa, pungente, potesse avere le molteplici qualità curative e nutritive?
Ho finito la sfogliatura. Prendo una pentola circolare, dispongo i cuori di carciofi in forma concentrica, aggiungo olio, pepe in abbondanza, acqua, sale e dopo aver acceso la fiamma vi metto la pentola a fuoco basso.
Ci vorranno un paio d’ore perché cucinino bene, ma ormai sono autonome.
Non ho tempo, debbo subito dedicarmi alla cottura delle fave.
Prendo una pentola di terracotta, vi pongo dell’olio, preparo un battuto di cipolle e basilico; verso nella pentola e accendo il fuoco.
Faccio rosolare, poi aggiungo le fave e incomincio a girarle col mestolo perché le fave si insaporiscano.
Aggiungo qualche pezzetto di pancetta ed intanto preparo un po’ di brodo caldo.
Mentre continuo a rimestare le fave mi vengono in mente le collane di fave bollite che noi fratelli ci facevamo quando eravamo piccoli.
Era quasi un rituale. Avevamo al collo queste insulse serie di fave infilzate con un filo e poi ad una ad una le si mangiava.
Mi rivedo come un primitivo con addosso collane di conchiglie.
Per noi, bambini, quelle fave avevano un valore.
Anche per gli indigeni le collane di conchiglie rappresentavano tempo, lavoro e quindi valore.
E’ solo da qualche tempo che le mie figlie hanno scoperto il sapore delle fave che in effetti io da moltissimo tempo non mangiavo perché non era un cibo che rientrava fra quelli usati da mia moglie.
E’ abituata ad una cucina in gran parte lombarda e solo in qualche caso siciliana. Per lei la polenta è un piatto gustosissimo e quasi aristocratico, tanto da richiederla nelle feste; invece ogni tipo di piatto con legumi è qualcosa di infimo, di “plebeo”, di poco raffinato.
Nei primi anni del nostro matrimonio non ho lottato sulla prevalenza del tipo di cucina. Non penso sia necessaria che avvenga a meno che le nostre abitudini non siano importanti per un equilibrio affettivo.
Man mano la cucina nella famiglia di cui sono il padre sta variando. Accanto alla polenta, ora ci sono le lenticchie, i fagioli. Come contorno, oltre ai funghi, ci possono essere anche le fave.
Ormai queste ultime si sono insaporite a sufficienza, aggiungo il brodo e anche questo cibo acquista la sua autonomia di cottura.
Posso passare ad altro.
Non so se incominciare la preparazione della parmigiana, oppure dell’arrosto.
Opto per quest’ultima soluzione. Prendo una pirofila di vetro color lattiginosa. Verso dell’olio che copra tutta la base, scaldo l’olio, vi adagio il pezzo di carne di vitello che faccio rosolare ben bene, aggiungo un bicchiere di vino, vi spruzzo mezzo limone e poi insaporisco con salvia, rosmarino, bacche di ginepro, sale.
Osservo se la quantità di ingredienti mi permetterà di ottenere un buon arrosto.
“Più vino” – mi sembra suggerisca la carne.
Quella massa rotondeggiante, lì inerte può essere capace di sensazioni anche se completamente staccata dal corpo e senza nessun collegamento con i centri nervosi.
Mentalmente prendo in esame ogni parte del mio corpo.
Ciascuna di essa è capace di emozioni, di sentimenti. Ogni singola cellula ha una sua unità ed autonomia e anche se non lo avvertiamo ognuna di essa contribuisce al nostro stato d’animo, di gioia, di felicità, di depressione, di serenità.
Ogni cellula risente delle intense emozioni, dei traumi che poi si accumulano, si sedimentano e diventano trasmissioni genetiche.
Le nostre paure derivano dalle nostre esperienze, ma sono anche effetto delle sedimentazioni passate, delle paure che i nostri antenati hanno avuto fin dai primi momenti in cui hanno incominciato a provare coscienza della realtà.
Mi preparo gli ingredienti per la parmigiana. E’ lunga da preparare. Sono quasi le 10. Sento mia figlia in un’altra stanza che attenua il volume del disco di musica metallica.
Anche la radio che ho in cucina ha smesso di irradiare musica sinfonica e sta trasmettendo le solite rubriche domenicali.
Chiudo la radio. Prendo le melanzane, prosciutto, mozzarella. Mi ricordo che è necessario preparare la salsa. Ci vorranno circa 15-20 minuti perché sia pronta. Rischio di essere in ritardo.
Apro tre scatole di pelati, li passo ponendo il passato in un tegamino, vi aggiungo un po’ di olio e uno spicco d’aglio, poi del sale e zucchero e metto sul fuoco. Urto leggermente la pentola sul bordo alto.
“Ahi – mi sembra di sentire – vai troppo di fretta, devi essere più calmo”.
Anche le pentole adesso parlano, penso.
“Perché solo tu puoi pensare e parlare? Devi sbrigarti altrimenti la salsa che vuoi fare non sarà mai pronta”.
Accendo la fiamma sotto la pentola dopo qualche minuto di indugio; poi sento ancora esclamare: “Metti un coperchio sopra, farai più alla svelta”.
Mi rivolgo alla preparazione della parmigiana anche se avverto che sto entrando in sintonia con tutti gli oggetti di cucina
Prendo il formaggio e la grattugia a mano, un piatto e incomincio a grattugiare il parmigiano.
Mi accorgo che il formaggio non è troppo stagionato perché in parte rimane attaccato ai solchi.
“Non preoccuparti, sento dirmi. D’altra parte perché non ti comperi una grattugia elettrica? Potresti fare più alla svelta!”
Penso, intanto, che la grattugia elettrica è sempre stato un arnese che mentalmente mi sono rifiutato di comperare, quasi fosse un oggetto inutile.
“Certo tu continui a trascorrere le tue domeniche in cucina, ormai conosciamo le tue paure, i tuoi pensieri, le tue ansie, i tuoi progetti, ogni angolo di te stesso. I tuoi sogni ci sono del tutto familiari: le tue improbabili vincite al totocalcio, la progettazione dei tuoi lavori, le novelle e i romanzi che vorresti scrivere e che non fai mai; i rimbrotti contro i tuoi figli che vorresti istintivamente fare e che poi ti convinci a non mettere in pratica perché pensi comunque che sono altre persone, che sono diverse da te. Conosciamo persino le tue fantasie sessuali”.
Mi accorgo che il formaggio ricavato è ormai abbondante, ma continuo per poter ancora ascoltare.
“E’ inutile che ti soffermi su di me, oggi tutti abbiamo deciso di parlare. Vorremmo comunicarti una maggiore saggezza di vita perché troppo spesso sei nelle nuvole, col cervello per aria; guarda come siamo fatti noi: di materia. Tutta la realtà è fatta di materia”.
Ormai il formaggio è troppo. Lascio stare la grattugia e mi metto a tagliare a fettine la mozzarella.
Anche il coltello si risveglia e mi dice:
“Si crede che il confine fra materialità e spiritualità sia segnato da pratiche, da riti, da modi di vita. Chi frequenta luoghi di culto, che fa pratica di meditazioni, che prega sembra che abbia organizzata la sua vita in modo spirituale. Anche coloro che si dedicano a pratiche orientali, come yoga o zen, sono considerate persone che hanno spiritualizzato la loro vita. Noi sappiamo che non sempre è così. La spiritualità percorre strade e vie diverse. Perché tutte queste persone sopra dette sono legate alle loro cose, come a catene, così che tutto quello che fanno diventa un fatto materiale. Anche la preghiera se fatta con costanza tale da non poterne fare a meno, se diventa una ritualità tale da non poter vivere senza di essa, assume l’aspetto di una materia. E’ un oggetto pesante, una pietra. Chi medita anche nella maniera più purificante può trasformare tale meditazione in un oggetto materiale più duro e resistente della stessa silice”
Ho finito di tagliare la mozzarella e penso a quali possano essere le mie dimensioni spirituali che materializzo.
La salsa sta cuocendosi, posso però ormai riempire la pentola per far bollire l’acqua che mi serve alla scottatura delle melanzane.
Prendo la pentola, abbastanza larga, la riempio di acqua fino alla metà e la metto su un’altra fiamma della cucina.
“Aggiungi un po’ di acqua, ho visto che le melanzane che hai preso sono molte. La bollitura consumerà parecchia acqua”-sento dirmi dalla pentola.
Faccio come mi è stato detto. Rimango poi fermo, come aspettando che continui a parlare.
“Lavora, che fai, non incantarti, continua a ragionare mentre fai altre cose, altrimenti il tuo pranzo potrai servirlo solo a cena”.
Incomincio a preparare l’asciugatutto su cui deporre le melanzane scottate, il prosciutto e prendo una teglia rettangolare, bassa e abbastanza grande.
Intanto la pentola con l’acqua continua:
” Prima di procedere rimescola le fave e guarda se si è consumata l’acqua dei carciofi. Ti stavi chiedendo prima se i tuoi fatti spirituali si trasformano in te in oggetti. Forse crederai che siano i tuoi sogni di vincitore di lotteria o i tuoi desideri di celebrità per libri sempre pensati e mai scritti con costanza e fatica. Forse crederai che i tuoi desideri di possedere alcuni oggetti, che non hai, rendono la tua persona spirituale ripiena di materialità. Dovrai ancora cercare dentro di te, nei tuoi sentimenti, nei tuoi affetti per scoprire cosa è oggetto in te e cosa non lo è. I sogni, i desideri in sè sono insignificanti, sono neutri. Possono essere sia materia che spirito”.
Mi ribello a tutti questi discorsi. Mentre prendo le melanzane, esclamo con stizza:
“Ma che ne sapete voi di spiritualità, di materialità? Che cosa sapete di me? Pensate di conoscermi solo per qualche pensiero lasciato andare durante la preparazione dei cibi? Ci sono molte altre mie attività, molti altri pensieri a voi ignoti”.
“Ti sembra – continuò sempre la pentola – ma quali possono essere i pensieri più veri, più profondi, più vicini alla persona se non quelli liberati in cucina, là dove l’uomo è più a contatto con i suoi bisogni più primari, più necessari e quindi privati di ogni sovrastruttura, di ogni impiastro di sofisticata civiltà. Riprendiamo, ad esempio il discorso su di te. Ti sei, tempo fa, allontanato dalla religione ed hai pensato di esserti sottratto dal gioco della superstizione, del ricatto di un legame affettivo che è quanto di più corporeo possa esistere. I tuoi ideali, la tua esigenza di giustizia ti sono sembrati non solo degni sostituti, ma i valori per cui valesse la pena vivere. Organizzare la vita in funzione della uguaglianza, della tolleranza, della giustizia umana e sociale è stata considerata da te la vera vita spirituale. Ed hai pensato che anche una totale e a volte eroica fedeltà ai tuoi affetti potevano rappresentare il momento più elevato di una esistenza superiore. I tentativi di organizzare storicamente la giustizia sociale si sono frantumati in un nonnulla. Qualche tua speranza è venuta meno. E’ vero ciò non ha toccato i tuoi ideali perché la loro incarnazione, la loro realizzazione pratica può essere un impegno che richiederà secoli di continua sperimentazione, di fallimenti, di piccole vittorie. Sono le tue idee che io ora ti ripeto. Ma veniamo all’altro aspetto della tua spiritualità, a quello che consideri il più esaltante e degno di essere vissuto anche perché è il meno soggetto alla necessità, ma più che altro alla libertà. A cosa si riduce, ad esempio, il tuo affetto per la donna che condivide la vita con te. Pensi che se non venga alimentato di continuo da scambi di rapporti carnali resisterebbe?”.
“Ma chi ha mai pensato o ipotizzato una affettività senza baci, senza coito.” – Dico io.
Intanto ripenso alla piacevolezza di mia moglie pochi minuti prima e al desiderio che avevo di lei.
“Sono sicuro -affermo a me stesso- che ogni fatto di pensiero, di spirito se non si materializza, non ha alcun significato. Se l’affetto per mia moglie non si manifestasse nel desiderio continuo di corteggiarla e possederla non avrebbe senso”.
Intanto l’acqua bolle. Pelo le melanzane e tagliandole a fettine sottili le immergo nell’acqua bollente, abbondantemente salata.
Non posso che scottare una melanzana alla volta, qualche decina di fettine.
Nella teglia bassa e rettangolare verso qualche cucchiaio di salsa che ho precedentemente tolto dal fuoco; preparo scolapasta e un recipiente cui poggiarlo per farlo sgocciolare.
Mi accerto sul grado di scottatura delle melanzane.
Bisogna saper tagliare delle fette di misura adeguata perché se troppo spesse diventano scure e si induriscono, se invece troppo sottili si dissolvono.
Bastano sempre pochi minuti perché la scottatura avvenga. Pelo intanto un’altra melanzana, poi con una paletta bucherellata tolgo via le melanzane bollite e le pongo nello scolapasta e intanto taglio a fettine l’altra già pelata.
Quando anche la seconda melanzana è dentro la pentola, dispongo quelle già cotte su fogli di asciugatutto e li ricopro con la stessa carta perché ne sia assorbita la turgidità.
Incomincio poi a disporre le melanzane nella teglia tenendo d’occhio quelle che sono a bollire.
La parmigiana è uno dei pochi piatti che mi riporta indietro nel tempo e mi fa regredire alla mia infanzia quando da piccolo, con le ginocchia, sopra la sedia guardavo con incanto la preparazione dei vari cibi fatti da mia madre.
Ricordo che rimanevo estasiato quando col mento appoggiato al paniere osservavo con un candore mistico, con una attenzione quasi religiosa il movimento delle mani che lavoravano la pasta di pane, base essenziale per la focaccia, per il pane, per le frittelle.
La trasformazione degli elementi in qualcosa di commestibile che assumeva gusto e sapore e che poteva essere mangiato con piacere da tutti, mi ha sempre affascinato.
Tutti si era felici. Ho sempre pensato ai legami, al rafforzamento delle strutture affettive che si stabiliscono nelle ritualità della preparazione del cibo.
L’attesa per qualcosa di buono che si sta preparando e confezionando e che si trasforma sotto i nostri occhi, accomuna le persone per un unico progetto.
Anche la seconda melanzana ormai sembra essere cotta a sufficienza. Prendo le fette, le scolo. Pelo una terza e quarta melanzana e poi comincio la preparazione ponendo a strati alterni melanzane, prosciutto cotto, fette di mozzarella, cucchiai di salsa, spolverando il tutto con formaggio parmigiano.
Arriva in cucina la mia seconda figlia e osservo che si siede all’angolo del tavolo. Vi appoggia le braccia e sopra queste il mento.
Mi rivedo in lei. Probabilmente fra 30 anni anche lei starà preparando, in una domenica qualsiasi, una parmigiana e un suo figlio o una sua figlia appoggiata all’angolo del tavolo guarderà con intenso affetto ciò che sua madre starà facendo.
Ma può anche darsi che ci si sarà abituati ad usare solo parmigiana precotta e solo da riscaldare e che forse tutto il cibo non sarà più da preparare.
Cosa ne sarà della condizione psichica dell’uomo?
Interrompo la preparazione di questo impegnativo piatto. Ormai sono le 10,30. Accendo il forno elettrico e introduco l’arrosto. Controllo la cottura delle fave, aggiungo un po’ di acqua ai carciofi, metto delle patate nella pentola a pressione, vi spargo un po’ di sale e poi pongo anche questa sulla fiamma dopo aver chiuso accuratamente il coperchio.
Completo la preparazione della parmigiana e mi ci vuole un buon 20 minuti circa.
Introduco anche questo piatto nel forno ed in attesa della cottura vado in frigo a prendere parecchie mele gialle per pelarle, tagliarle a pezzetti e quindi cuocerle.
Mia figlia ormai si è allontanata.
Ritorna mia moglie in cucina e ne approfitto per darle una pacca sul sedere.
Sto pelando mele e mi accorgo che anche il coltello ha bisogno di esternare.
Nessuno mi lascia più tranquillo.
“Quando la cucina sarà solo e solamente composta da una serie di apparecchi che riscaldano, cucinano in brevissimo tempo tutto il cibo e qualsiasi piatto dal più semplice al più elaborato che sia, si sarà fatto un gran passo in avanti. L’uomo incomincerà finalmente ad essere liberato da una delle più grandi schiavitù: la preparazione del cibo. Sarà un notevole elemento di progresso. Finalmente all’uomo sarà permesso di dedicare tempo al suo spirito, alla sua più elevata creatività.
Anch’io mi stanco quando incontro sostanze dure da tagliare; tutti saremo meno affaticati da una conquista della tecnologia”.
Guardo perplesso quel coltello che ho per le mani e che sembra aumentare il tono e volume della voce preso dall’entusiasmo di quello che sta dicendo.
“Quali saranno allora per l’uomo i ricordi piacevoli? Noi ricordiamo con felicità non tanto stati di benessere personale, ma rapporti, relazioni felici con gli altri; i nostri ricordi più belli si hanno quando abbiamo provato la indimenticabile esperienza di essere amati, quando abbiamo potuto constatare che qualcuno stava facendo qualcosa per noi, per il nostro benessere. Per questo i ricordi dell’infanzia, quando maggiormente sentiamo la necessità di essere amati, sono i più graditi. Per questo vedere che qualcuno sta preparando il cibo per noi è di grande gioia”.
” Bisogna saper pensare con acutezza, saper penetrare nelle cose come una lama di coltello. Pensa un po’ alla sessualità. Fino a che era legata alla procreazione, l’uomo ha dovuto mettere in secondo piano il piacere che ne derivava e che, anche quando era presente, era accompagnato sempre da grandi preoccupazioni, ansie ed angosce: Il concepimento di un figlio, il peso della educazione, delle bocche da sfamare. Specialmente per la donna il piacere diventava l’onere della gravidanza, del parto. Per un piacere di qualche minuto ci si addossava responsabilità enormi.
Da quando non solo culturalmente, ma anche tecnicamente è stato possibile separare la sessualità dalla procreazione e quella si è arricchita di piacere, è diventata un fatto in sé e per sé, avulso da ogni altro oggetto. L’uomo è stato così liberato. Ora si sta progredendo e molto su questa strada. La procreazione è un fatto a sé e può essere anche del tutto indipendente dall’atto sessuale. Forse in futuro, ma già al presente, è un costume, una cultura la visione della separazione fra atto sessuale e procreazione.
Così avviene anche per il cibo. Un conto è la preparazione, fatica, lavoro, perdita di tempo ed un altro è quello del mangiare, che acquista non solo dimensione di conservazione della vita ma anche di piacere.
L’uomo potrebbe anche rispondere alla necessità della sua esistenza senza neppure il piacere del mangiare; ma come non vuole perdere il piacere del sesso così non vorrà perdere il piacere del gusto. Potrà fare insieme l’una e l’altra cosa. Importante è aver eliminato la fatica per entrambi i bisogni”.
“Ho qualche dubbio – dico io intanto che finisco di sbucciare le mele – che in seguito per un nonnulla l’uomo manderà in tilt, in cortocircuito, la sua sfera emozionale, i suoi controlli nervosi”.
Prendo il recipiente nel quale ci sono le mele, tagliate a piccoli pezzetti, lo pongo sulla fiamma disponibile e vi aggiungo del vino.
Sono ormai le 11.
Do un’occhiata alle fave. Sono abbastanza cotte. Vedo i carciofi. Debbo aggiungervi un po’ di acqua e lasciare ancora sul fuoco.
La parmigiana e l’arrosto sono in forno. Mi manca la preparazione della torta di patate. Spengo la fiamma sotto la pentola a pressione, ne faccio uscire il vapore.
Ho desiderio di sapere che cosa dicono i giornali.
Apro la mia porta d’ingresso e prendo il quotidiano infilato nella maniglia della porta.
Un giornalaio che abita nello stesso caseggiato ogni giorno mi fa trovare il quotidiano preferito.
Sfoglio attentamente le pagine, leggo i titoli degli articoli, qualche sottotitolo. Considero se l’articolo di fondo merita di essere letto e poi vado alla pagina culturale.
Un famoso studioso di storia affronta l’argomento della fine del comunismo nei paesi dell’Est. Mi propongo di leggerlo.
Ritorno in cucina con una carica emotiva in più per la risonanza che titoli e sottotitoli hanno lasciato in me.
Apro la pentola a pressione, scolo l’acqua e tolgo via la pelle dalle patate. Sono abbastanza cotte. E’ una operazione fastidiosa perché le patate sono bollenti.
Non riesco quasi a pensare così grande è la mia sollecitazione cutanea.
Finisco in breve tempo questa incombenza. Ora debbo sminuzzare le patate col passino. Ritorno ad una calma dei nervi e quindi mi è possibile distendere la mente.
Ricomincio a pensare a quanto leggiucchiare sul giornale: Fine del comunismo. Ripenso a quanto letto un anno fa e cioè che la fine del marxismo significa una tragedia per l’intera umanità.
L’uomo che ha tentato per qualche tempo di dominare la storia razionalmente ha visto il fallimento di questo progetto.
Chi ha appena avuto come riferimento questo tentativo di esperienza storica ora si sente quasi disperato, senza più patria e padre.
Fortunatamente è salvato dalla propria madre, la propria emotività, i propri sentimenti che in fondo impediscono la totale disperazione e forse il suicidio.
“E’ il vecchio errore dell’uomo di separare corpo e mente”.
E’ la zuppiera, nella quale sto lavorando le patate, che incomincia a parlare e continua: ” un uso della ragione totale è impossibile, è determinismo, non è libertà. Invece l’espandersi della storia con tutta la tradizione dei singoli popoli, con tutte le lotte per la vita, per la sconfitta della fame che determina poi usi e costumi diversi che possono sembrare strani ma che derivano da un unico elemento: l’organizzarsi per sopravvivere. Perché non prevedere già da anni, appena si guardavano le vicende storiche, gli avvenimenti del giorno, la storia événementielle, la necessaria caduta dell’esperienza del comunismo reale? Ogni momento in cui l’uomo ha voluto gestire razionalmente se stesso ha incontrato sconfitte”.
“Ma il contrario – dico io – rischia di essere una grande barbarie. Se l’uomo in parte non gestisce se stesso razionalmente rischia non di lasciarsi sopraffare dai sentimenti che sarebbe ancora positivo, ma dagli istinti regressivi che lo riportano alla volontà di distruggere e quindi alla violenza. In fondo – aggiungo – un puro capitalismo è la regressività totalmente esplicata”.
“E cosa è stato il comunismo reale? Una razionalità che appena ha dovuto fare i conti con un po’ di resistenza si è subito trasformata in totale dominio e totale animalità. Ma perché poi pensi ad una sconfitta del comunismo. Tommaso Moro nella sua Utopia sognava una società comunista. Il sogno, difficile da trasformare in realtà, può essere sempre vivo e vivificante. L’importante è non negare il sogno e farlo diventare confronto con i propri atti, metro di giudizio delle proprie azioni. Perché comunismo vuol dire considerare il tuo simile uguale a te stesso e fare di tutto perché questo avvenga socialmente, ma nel rispetto di tutta la libertà e nel rispetto anche della negazione di quello che tu auspichi”.
Finisco di lavorare le patate alle quali ho aggiunto due tuorli d’uovo, del formaggio grattugiato e qualche sfoglia di burro.
Monto l’albume e quando è abbastanza sodo e simile a neve lo aggiungo alle patate rimescolando ben bene.
Posso adesso versare il tutto in una pirofila, spianare la superficie, sfarinare con formaggio, aggiungerci qualche piccola scaglia di burro.
Apro il forno. Ormai l’arrosto è pronto.
La parmigiana ha bisogno di rimanervi circa mezz’ora ancora. Tolgo via l’arrosto e vi pongo le patate.
Siamo alle 11,40. Fra circa 40/45 minuti si potrà mangiare.
Osservo a che punto è la cottura dei carciofi. Immergo la forchetta in uno di essi. Mi sembrano ben cotti. Spengo la fiamma sotto la pentola.
Posso dedicarmi veramente alla lettura del giornale. Dico a mia moglie e figlia di apparecchiare la tavola mentre io vado nello studio, riprendo il giornale e l’articolo che avevo intenzione di leggere e rincomincio.
Leggo per due o tre volte la prima frase. La mia mente è però assente. Non riesco a concentrarmi. Mi sento stanco.
Ripasso i dialoghi avuti con le varie pentole; le questioni che mi sono state poste senza però riuscire a riflettere e ad approfondire. I concetti mi si presentano come in un film.
Mi pare di essere in riva al mare e in procinto di entrarvi per fare una nuotata corroborante.
“Papà, svegliati, si può andare a tavola”.
“Oh, mamma -esclamo- la parmigiana, la torta di patate?”.
“Stai tranquillo, abbiamo spento al momento giusto”.
Mi calmo, guardo il mio orologio. Sono già le 12,30.
Avrò dormito circa trequarti d’ora.
Mi alzo dalla poltrona nella quale ero sprofondato, mi dirigo in bagno per lavarmi le mani e ravvivare un po’ l’aspetto.
I miei familiari stanno portando sul tavolo della sala imbandito le diverse pietanze.
Mi siedo a tavola, guardo la pentola con cui ho intessuto il dialogo per tutta la mattina e mi sembra che ciascuna di esse mi faccia un occhiolino di intesa e di saluto come un arrivederci alla prossima volta.