Interventi

Materiali 3

TERZA PARTE (raccontare la cittadinanza)

Lavori introduttivi

Straniero e cittadino

 

SPUNTO

Delle faccende domestiche, l’unica che io disimpegni con qualche competenza e soddisfazione è quella di mettere fuori l’immondizia. L’operazione si divide in varie fasi: prelievo della pattumiera di cucina e suo svuotamento nel recipiente più grande che sta nel garage, poi trasporto del detto recipiente sul marciapiede fuori della porta di casa, dove verrà raccolto dagli spazzini e vuotato a sua volta nel loro autocarro. La pattumiera di cucina è un secchio cilindrico in materia plastica di color verde pisello. Per portarla via bisogna attendere il momento giusto, quando si presume che tutto ciò che c’era da buttar via sia stato buttato, cioè quando, sparecchiata la tavola, l’ultimo osso o buccia o crosta è scivolato giù dalla liscia superficie dei piatti, e lo stesso rapido gesto di mani esperte li ha portati uno a uno, i piatti, dopo un primo sommario sciacquo sotto il rubinetto, a incolonnarsi negli stalli del lavastoviglie. […] Questo è il momento per me d’entrare in azione. Ecco che già scendo le scale reggendo il secchio per il manico a semicerchio, attento a che non dondoli tanto da ribaltare il carico. […] Devo specificare che qui a Parigi abitiamo in una palazzina unifamiliare (tanto per usare una non bella ma comprensibile locuzione dell’italiano oggi corrente) o un pavillon (per dirla nel francese atemporale e ancora prodigo di connotazioni suggestive). Questo per spiegare il diverso valore che assumono i gesti del mio rituale rispetto a quelli che compie il condomino o inquilino d’un caseggiato dai numerosi appartamenti, il quale si dispossessa dei rifiuti della sua giornata versandoli dalla poubelle familiare nella poubelle collettiva che sta di solito nel cortile dell’immobile e che alla sua ora sarà la portinaia a esporre nella pubblica via per affidarla alle cure dei servizi urbani. Quel travaso da un recipiente all’altro che per la maggioranza degli abitanti della metropoli si configura già come un trapasso dal privato al pubblico, per me invece, a casa nostra, nel garage dove teniamo la poubelle grande durante il giorno, è soltanto l’ultimo atto del cerimoniale su cui si fonda il privato, – e in quanto tale viene compiuto da me paterfamilias – , perché il congedo dalle spoglie delle cose confermi l’appropriazione avvenuta e irreversibile. Occorre però dire che la poubelle grande, per quanto parte incontestabile dei beni di nostra proprietà in seguito a regolare acquisto sul mercato, si presenta già nel suo aspetto e colore (un grigio-verde scuro da uniforme militare) come una suppellettile ufficiale della città, e annuncia la parte che nella vita di ciascuno hanno la dimensione pubblica, i doveri civici, la costituzione della polis. La sua scelta da parte nostra non fu infatti dovuta all’arbitrio del gusto estetico o all’esperienza dell’uso pratico come per gli altri oggetti della casa, ma fu dettata dal rispetto delle leggi della città. […] Non per nulla la denominazione esatta di questo recipiente – così la designano il cliente che vuol comprarla in un negozio di chincaglieria e il negoziante che la vende – è poubelle agréé, come a dire pattumiera gradita, approvata, bene accetta (sottinteso: dai regolamenti prefettizi e dall’autorità che in essi si esteriorizza e che s’interiorizza nelle coscienze dei singoli a fondamento del contratto sociale e delle convenienze del ben vivere). Occorre ricordare a questo punto che nell’espressione poubelle agréé non solo l’aggettivo ma anche il sostantivo porta il sigillo delle paterne burocrazie. Poubelle nome comune di cosa ripete un nome proprio di persona: fu un Monsieur Poubelle prefetto della Senna che primo prescrisse (1884) l’uso di questi recipienti nelle fin allora infette vie di Parigi. Cosicché nel momento in cui svuoto la pattumiera piccola nella grande e trasporto questa sollevandola per i due manici fuori dal nostro ingresso di casa, pur ancora agendo come umile rotella del meccanismo domestico, già m’investo d’un ruolo sociale, mi costituisco primo ingranaggio di una catena d’operazioni decisive per la convivenza collettiva, sancisco la mia dipendenza dalle istituzioni senza le quali morrei sepolto dai miei stessi rifiuti nel mio guscio d’individuo singolo, introverso e (in più d’un senso) autista. Di qui devo partire per chiarire le ragioni che rendono agréé la mia poubelle: gradita in primo luogo a me, ancorché non gradevole; come è necessario gradire il non gradevole senza il quale nulla di quel che ci è gradito avrebbe senso.

I.Calvino, La poubelle agréé, in La strada di S.Giovanni, Milano, Mondadori (prima pubblicazione in “Paragone”, 1977)

ESERCIZI

1) Trovi pertinente all’argomento della cittadinanza il testo di Calvino? Perché? Quali parole del brano ti sembrano avere a che fare con l’idea di “cittadinanza”?
2) Ti è mai capitato qualcosa comparabile all’esperienza di Calvino, anche se in situazioni diverse? Rispondi, per ora, in una frase.
ALCUNE RISPOSTE dei frequentanti
Quando ho inviato o ricevuto corrispondenza. Quando vado a votare. Quando visito un museo. Quando invio una lettera di protesta
3) Annota un proverbio della tua cultura che faccia riferimento a “diritti” o “doveri”.
ALCUNE RISPOSTE dei frequentanti
Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio
Chi non è buono per il re non è buono neanche per la regina.

 

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Due diverse accezioni di “cittadinanza”

ESERCIZI

1) Che cosa significa per te la parola cittadinanza?
2) A proposito della definizione a) (cittadinanza come status), che diritti ti vengono in mente?
3) Quali doveri?
ALCUNE RISPOSTE dei frequentanti

1) Nessuna risposta

2) Diritto al voto, allo studio, alla salute, all’assistenza sanitaria, ai servizi sociali, al lavoro dignitoso, alla pensione, al culto, alla casa, allo sciopero, ai beni pubblici, alla sicurezza, alla mobilità, alla vita, alla libertà di cittadinanza, alla libertà di associazione e riunione, a essere accettato.

3) Dovere di voto, di prendersi cura degli spazi pubblici, di conoscenza della lingua, dell’obbligo scolastico, di protestare, di pagare le tasse, di rispettare le regole della convivenza.

ESERCIZI

4) A proposito della definizione b) presente nello schema (cittadinanza come partecipazione), quali attività, iniziative ti vengono in mente?
5) Annota un episodio della tua vita che associ alla parola “cittadinanza” (rispondi, per ora, in una frase)

ALCUNE RISPOSTE dei frequentanti.

4) Fare domanda di cittadinanza. Cominciare a lavorare e firmare il primo contratto. Organizzare gruppi di protesta. Spiegare la Costituzione in classe. Votare. Presentare la dichiarazione dei redditi.

5) Dichiarare la cittadinanza quando viene richiesto (per es. per entrare in un paese straniero). Stare attenta a non sprecare l’acqua. Accompagnare un’amica per rinnovare il permesso di soggiorno: come italiana mi fanno passare subito, è comodo ma ho provato rabbia.

ESERCIZI

6) Annota un episodio della tua vita che associ alla parola “non-cittadinanza” (rispondi, per ora, in una frase).

ALCUNE RISPOSTE dei frequentanti

6) Desiderare una cittadinanza che non posso avere. Arrivare a Milano e cercare di iscrivermi alla Università. Non riuscire a comunicare perché non conosci la lingua. Dover pagare l’assistenza sanitaria perché non hai la residenza. Andare al commissariato a rinnovare il permesso di soggiorno.
Vivere in Italia come clandestina, aspettando l’esito della domanda di cittadinanza dopo che è scaduto il visto turistico.

La Costituzione italiana. I diritti

 

DIRITTI CIVILI e POLITICI: Diritti che riguardano le libertà individuali (detti anche: a) diritti negativi, perché limitano l’intervento dello Stato, b) di prima generazione). Principi fondamentali e prima parte della Costituzione Italiana, Diritti e doveri dei cittadini (Art. 13-54)
DIRITTI CIVILI
◉ Alla cittadinanza. “Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome”. (Art. 22)
◉ All’asilo politico “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici” (Art.10). “L’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali. Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici” (Art.26)
◉ Di pensiero, parola, espressione, stampa. “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure” (Art. 21)
◉ Di confessione religiosa. “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge” (Art.8). “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività” ( Art.20)
◉ Di associazione. “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso” (Art. 17). “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale” (Art. 18)
◉ Alla libertà di coscienza. “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume ”(Art. 19).
◉ Alla sicurezza e alla vita. “La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge […] È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” (Art. 13). “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (Art.27)
◉ Alla segretezza, alla privacy. “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili” (Art. 15). All’inviolabilità della propria abitazione. “Il domicilio è inviolabile. Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale” (Art. 14)
◉ Alla mobilità. “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale [ …]. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge” (Art. 16)
◉ A ricevere un giusto processo. “Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale”(Art.13). E a ricorrere in processo. “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento” (Art. 24)
◉ A non essere torturati o fatti schiavi. “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”(Art.13)
◉ Alla famiglia. “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare” (Art.29). “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio” ( Art. 30)
◉ Alla proprietà. “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti” (Art.42). Alla iniziativa economica privata. “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (Art. 41)
DIRITTI POLITICI
◉ Diritto a partecipare al governo del paese (attivamente, votare, passivamente, essere votati). “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (Art. 49). “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”(Art.51)

DIRITTI SOCIALI, economici e culturali (detti anche: a) diritti positivi, perché implicano l’intervento dello Stato b) di seconda generazione). Diritto
◉ Al lavoro. “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” (Art.4)
◉ Alla sicurezza sociale. “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”(Art. 38)
◉ A un’ eguale retribuzione per un eguale lavoro. “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (Art.36)
◉ A un eguale trattamento lavorativo uomo/donna. “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” (Art.37)
◉ A fondare sindacati e ad aderirvi “L’organizzazione sindacale è libera “(Art.39). A scioperare. “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”. (Art. 40)
◉ Al riposo. “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”. (Art.36)
◉ A un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere. “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sè e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (Art.36)
◉ Alla salute. “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. (Art.32). Al mantenimento degli inabili e all’assistenza sociale. “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”. (Art. 38)
◉ All’istruzione. “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”.(Art. 33). “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. (Art. 34)
◉ Alla protezione della maternità e dell’infanzia. “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo” (Art.31)

DIRITTI di SOLIDARIETÀ Sono i grandi diritti collettivi dei popoli (o di terza generazione). In gran parte non presenti nella Costituzione. Diritti
◉ All’autodeterminazione dei popoli
◉ Al cibo
◉ Alla pace (Art.11 “L’Italia ripudia la guerra…”)
◉ Allo sviluppo
◉ Alla gestione delle proprie risorse
◉ All’ambiente non inquinato

La Costituzione italiana. I doveri

 

Doveri dei privati cittadini
“Il dovere è la proclamazione di un limite alla libertà di agire in nome di un valore che riguarda essenzialmente un rapporto con gli altri, l’unità politica e il principio di uguaglianza” (L.Violante, Il dovere di avere doveri”, Milano, Einaudi, 2014, p.64)
◉ Art. 2 della Costituzione italiana. “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
◉ Art.4 . “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
◉ Art. 48. “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”.
◉ Art. 52. “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”.
◉ Art. 53. “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.
Doveri di chi esercita funzioni pubbliche
◉ Art. 54. “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.
◉ Art. 3. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
◉ Art. 4. “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.
◉ Art. 5. “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali…”.
◉ Art. 6. “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.
◉ Art. 9. “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.
◉ Art. 31. “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”.
◉ Art. 32. “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non puòin nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
◉ Art. 35. “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni… Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero”.
◉ Art. 51. “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”

Possibili spunti narrativi a partire da alcune parole

 

Discussione fatta in aula e verbalizzata

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ESERCIZIO 1

Indicare quali sono i documenti di accesso alla cittadinanza

RISPOSTA: codice fiscale, permesso di soggiorno,, visto sul passaporto, certificato di residenza, carta di identità, certificato di ospitalità, contratto d’affitto, tessera sanitaria, SPP, certificato di cittadinanza, tessera elettorale.

ESERCIZIO 2

Produrre racconti sul tema della cittadinanza a partire da quattro parole selezionate tra quelle emerse nelle discussioni in aula.

SVOLGIMENTO

i semi delle storie

Trama e cittadinanza

SPUNTO

Allora che fine fanno le tasse che paghiamo allo stato? A che servono se non a proteggerci da questi delinquenti? Perché non acchiappano Iqbal e l’albanese e il resto degli immigrati delinquenti e li cacciano? Quella filippina non la posso proprio vedere perché mi provoca continuamente con cattiveria. Il problema mio è che quelli che non tengono voglia di fare niente mi stanno ’ncopp ’o stomaco. Ricordo ancora quando è venuta la prima volta per prendersi cura della vecchia Rosa, era secca secca, come una mazza di scopa, per la fame. Eh sì, ci sta ancora un sacco di gente in Africa e in Brasile e in altre zone del mondo che mangia dalle discariche pubbliche. Dopo pochi mesi s’è fatta chiatta chiatta per quanto mangia e dorme assai assai, esce di casa solo per emergenza e non dà importanza ai problemi come le tasse, la pigione, le bollette della luce, dell’acqua e del riscaldamento e il resto dei fastidi della vita quotidiana. Ha tutto gratis e si comporta come se fosse la padrona di casa. È giusto tutto questo? Che senso ha questa situazione? A me, vecchia italiana, malata, mi tocca faticare assai e lei, immigrata, giovane chiatta, tiene una salute esagerata. Si mangia quello che vuole e dorme quanto vuole come una gatta viziata! So che non tiene il permesso di soggiorno, ma non posso denunciarla per non causare guai ai parenti di Rosa. Potrebbero vendicarsi di me senza pensarci due volte. Io sono sicura che l’assassino di Lorenzo Manfredini è uno degli immigrati. Il governo deve reagire ampressa ampressa. Un altro poco ci cacceranno dal nostro paese. Basta che fai un giro di pomeriggio nei giardini di piazza Vittorio per vedere che la stragrande maggioranza della gente sono forestieri: chi viene dal Marocco, chi dalla Romania, dalla Cina, dall’India, dalla Polonia, dal Senegal, dall’Albania. Vivere con loro è impossibile. Tengono religioni, abitudini e tradizioni diverse dalle nostre. Nei loro paesi vivono all’aperto o dentro le tende, mangiano con le mani, si spostano con i ciucci e i cammelli e trattano le donne come schiave. Io non sono razzista, ma questa è la verità! Lo dice pure Bruno Vespa. Poi perché vengono in Italia? Non capisco, stiamo pieni di disoccupati. Mio figlio Gennaro non tiene un lavoro, se non fosse per sua moglie Marina che fa la sarta e per il mio continuo aiuto sarebbe finito a chiedere l’elemosina fuori dalla chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli! Se il lavoro non ci sta per la gente di questo paese, come facciamo ad accogliere tutti questi disperati? Ogni settimana vediamo barche cariche di clandestini al telegiornale. Quelli portano malattie contagiose come la peste e la malaria! Questo lo ripete sempre Emilio Fede. Però nessuno lo sta a sentire.

A. Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, Roma, e/o, 2006, pp. 53-55

NOTA
Come si vedrà nei condomìni è messa alla prova la nostra capacità di tolleranza. Sulle sue scale, nei suoi cortili condòmini e coinquilini di culture e provenienze diverse hanno modo di sperimentare forme di socialità e di solidarietà, ma anche di coltivare insofferenza, odi e rancori. Lo scontro di mentalità, la difficoltà a conciliare interessi degli uni e degli altri, abitudini nell’uso degli spazi comuni, creano continue occasioni di attrito, rese croniche da ignoranza e chiusure ideologiche. E così il mancato rispetto delle regole, inconvenienti, incidenti spesso banali, fraintendimenti facilmente risolvibili, se letti alla luce del pregiudizio, perdono i loro reali confini, assumono contorni universali e finiscono nel calderone di conflitti caratterizzati da ben altre dimensioni e cause. Il romanzoScontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, da cui è tratto il brano che qui commentiamo, si sviluppa ascoltando le voci tra loro contrastanti dei residenti in un condominio dove è stato ucciso uno di loro. In queste pagine è la portinaia a dare la sua versione dei fatti. Ed è proprio grazie ai suoi pregiudizi che la donna non ha dubbi: non importa chi sia, la cosa certa è che l’assassino è un immigrato.

ESERCIZIO
Raccontare una storia in cui i diversi interessi dei cittadini non si riescano a comporre, ma al contrario generino pregiudizi e conflitti.NESSUNO SVOLGIMENTO

SPUNTO
È solo verso i 21 anni che ho cominciato a comprendere il senso delle parole che mia nonna mi ripeteva da bambina: “Cerca di diventare qualcosa per non essere né carne né pesce”.
Per una qualsiasi altra bambina italiana queste parole non avrebbero avuto un significato particolare se non quello di diventare grande. Per me, invece, divisa tra una natalità italiana e una faccia scura, che parlava di una terra lontana, la frase da lei pronunciata voleva dire molto di più. Ora sono sicura che la mia attribuzione di significato fosse esattamente ciò che mia nonna.intendeva.
Tuttavia, sentivo di avere una possibilità tra la carne e il pesce: essere uovo.
Un qualcosa che è in sé la radice di entrambi ma allo stesso tempo, non è ancora né l’uno né l’altro. Per tutto il periodo che avevo vissuto con lei e mio “nonno”, assieme a mia mamma, ero stata la ragazzina di origine etiope che si sentiva bianca, perché tutto intorno a lei era bianco e italiano. Dopo di lei, sono diventata “una ragazza bianca” che si sentiva nera perché tutto intorno a lei era diventato scuro. Oggi, credo di essere entrambe le cose e nessuna delle due. Essere un figlio di immigrati, nella società italiana, e per di più “di colore”, non è né facile né difficile, È semplicemente una realtà nuova ed indefinibile. Siamo italiani, ma le nostre fattezze si presentano ancor prima delle parole, smentendo a primo impatto, qualsiasi appartenenza a questo Paese. Allo stesso tempo, quando ci affacciamo alle comunità di origine, la conoscenza frammentaria della cultura e della lingua ci allontana anche da loro.
Pertanto mi chiedo, abbiamo davvero le stesse problematiche di altri italiani? E soprattutto, considerando le poche opportunità lavorative concesse ai nostri genitori, non incorriamo più di altri nel rischio d’inciampare in un occulto (forse neanche tanto) perpetuarsi di un sistema di caste occidentale? Mi guardo intorno e vedo che ancor oggi sono pochissimi i figli di quegli immigrati che riescono a superare questo “destino già segnato”… Nasce l’esigenza di una legittimazione di questi nuovi figli d’Italia, con problematiche ed esigenze del tutto nuove. Soggetti fuori da quell’estenuante dialettica è/non è che li vorrebbe per sempre degli ibridi.

Lucia G., ragazza italo-etiopehttp://www.secondegenerazioni.it/2006/11/23/ne-carne-ne-pesce-probabilmente-uovo/ (url consultato il 7/6/2018)

NOTA e SCHEMA
Abbiamo visto che al centro di un testo narrativo c’è l’assenza di un oggetto di valore e il suo desiderio: nelle STORIE di CONFLITTO si tratta di qualcosa che non si ha, che è stato portato via o che non funziona a causa di qualcuno con cui lottare per riappropriarsene; nelle STORIE di ENIGMA sarà qualcosa che sfugge alla nostra conoscenza, la quale dovrà vincere le trappole della menzogna, gli ostacoli della confusione e dell’incertezza per fare chiarezza e raggiungere la verità.
Detto questo, se al centro delle nostre storie poniamo come oggetto di valore la cittadinanza, avremo da una parte narrazioni (basate sul conflitto) in cui essa è un obiettivo da raggiungere, combattendo con chi la nega, la minaccia o lede i suoi principi; dall’altra verranno narrate storie (basate sull’enigma), in cui l’appartenenza ad una cittadinanza è oggetto di dubbi, come nelle considerazioni di Lucia, la ragazza italo-etiope, oppure suscita perplessità, addirittura ripensamenti, come nella canzone di Gaber Io non mi sento italiano

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Il possesso della cittadinanza è un fatto oggettivo: o si ha o non la si ha.Ma la sua percezione dipende dal singolo individuo, che, avendola, può accettarla, sentirla sua ma anche disconoscerla o addirittura negarla. Viceversa si può non possedere la cittadinanza di un paese, come l’Italia, e sentirsene parte. Raccontare delle storie in cui siano presenti queste contraddizioni.

SVOLGIMENTO

 io non mi sento italiana

Cittadinanza tra conflitto e enigma

 

SPUNTO 1

«Lei è ben strano, signor agrimensore», disse l’ostessa, e faceva paura a vederla lì seduta diritta, le gambe divaricate, le ginocchia possenti che sporgevano sotto la veste sottile. «Lei chiede l’impossibile». «Perché è impossibile?», chiese K. «Glielo spiego io», disse l’ostessa, e dal tono si sarebbe detto che questa spiegazione non era un ultimo favore che lei gli faceva, bensì la prima punizione che gl’infliggeva, «glielo spiego subito. Io non appartengo al castello, sono soltanto una donna, e un’ostessa, di una locanda di ultima categoria – ultima no, ma poco ci manca – può darsi, quindi, che lei dia scarsa importanza alla mia spiegazione, ma in vita mia ho sempre tenuto gli occhi aperti e ho avuto a che fare con molta gente e ho portato da sola tutto il peso degli affari, perché mio marito è un bravo ragazzo, questo sì, ma non è certo un oste e che cosa voglia dire responsabilità non lo capirà mai. Lei, per esempio, deve solo alla sua negligenza – io quella sera ero già crollata dalla stanchezza – se si trova qui in paese, se può starsene seduto comodo e tranquillo su questo letto». «Come?», chiese K., scuotendosi da una certa distrazione, mosso più dalla curiosità che dall’irritazione. «Lo deve solo alla sua negligenza!», gridò di nuovo l’ostessa con il dito puntato su K. Frieda cercò di rabbonirla. «Che cosa vuoi?», disse l’ostessa voltandosi con un rapido movimento di tutto il corpo. «Il signor agrimensore mi ha fatto una domanda e io gli devo rispondere. Altrimenti come può capire quello che per noi è del tutto naturale, vale a dire che il signor Klamm non vorrà mai parlare con lui, cosa dico “vorrà”, non potrà mai parlare con lui. Stia a sentire, signor agrimensore! Il signor Klamm è un signore del castello, il che già di per sé significa, lasciando stare la carica che abitualmente occupa, una posizione molto elevata. Che cos’è lei, invece, lei a cui chiediamo con tanta umiltà di acconsentire a questo matrimonio! Lei non è del castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure, purtroppo, qualcosa lei è, un forestiero, uno che è sempre in mezzo ai piedi a dare impiccio, uno che vi procura continui fastidi, che vi costringe a far sloggiare le serve, uno di cui s’ignorano le intenzioni, uno che ha sedotto la nostra cara piccola Frieda e a cui, purtroppo, si deve darla in moglie. Di tutto questo, in fondo, non le faccio rimprovero. Lei è quello che è; nella mia vita ne ho già viste troppe per non sopportare di vedere anche questa. Ma s’immagini un po’ che razza di pretese sono le sue. Un uomo come Klamm dovrebbe parlare con lei!

F. Kafka, Il castello, Roma, Newton Compton, cap. IV

SPUNTO 2

A quanto pare, abbiamo molto trascurato la difesa della nostra patria. Fino ad oggi, non ce ne siamo occupati, intenti solo al nostro lavoro: ma gli avvenimenti recenti ci fanno stare in apprensione.
Io ho una bottega di calzolaio in piazza, davanti al palazzo imperiale. Appena aperta la bottega, di prima mattina, vedo gli accessi di tutte le vie che sboccano nella piazza occupati da gente armata. Non sono soldati nostri, ma nomadi del nord. Chi sa come hanno fatto a raggiungere la capitale, tanto distante dai confini. In ogni modo sono lì, e il loro numero mi sembra aumentare ogni mattina.
Sono accampati all’aperto, secondo la loro natura, perché detestano le abitazioni. Affilano spade, aguzzano frecce, compiono esercizi equestri; della piazza tranquilla, meticolosamente pulita, hanno fatto una stalla. A volte, usciti dalle nostre botteghe, cerchiamo di togliere almeno il grosso, ma lo facciamo sempre più di rado, perché non vale la pena e possiamo finire sotto i cavalli selvaggi o essere colpiti dagli scudisci.
Con i nomadi, non si può parlare. Essi ignorano la nostra lingua, e non si può dire che ne abbiano una propria. S’intendono tra di loro come le cornacchie, tutto il giorno è un incessante gracidio. Non capiscono le nostre abitudini e istituzioni, non vi prendono nessun interesse: quindi non gradiscono neanche che si parli loro a gesti. Puoi slogarti le mascelle e staccarti le mani dai polsi, non t’hanno capito, non ti capiranno mai. Spesso fanno delle smorfie; mostrano il bianco degli occhi, emettono schiuma dalla bocca, ma con ciò non vogliono esprimere nulla né spaventare: lo fanno perché è una loro abitudine. Quando hanno bisogno di una cosa, se la prendono. Non si può dire che ricorrono alla forza: ci facciamo da parte prima di averli addosso, lasciando loro tutto.
Hanno tolto diversa roba buona anche a me. Ma non posso lamentarmi, se considero quello che accade, per esempio, al macellaio di fronte. Costui ha appena finito di appendere la carne, che i nomadi già l’hanno strappata e ingoiata. Anche i loro cavalli mangiano carne; si vede spesso un cavaliere disteso accanto al suo cavallo mordere allo stesso pezzo di carne dell’animale. Il macellaio ha paura e non osa chiudere la bottega. Noi siamo comprensivi, raccogliamo denaro e lo aiutiamo. Se i nomadi non avessero più carne, cosa farebbero? Ma chi sa cosa faranno, anche se mangiano carne ogni giorno.
In questi ultimi tempi il beccaio pensò che poteva almeno risparmiarsi la fatica di macellare e una mattina portò un bue vivo. Non proverà più a rifarlo. Restai più di un’ora, lungo e disteso, in fondo alla mia bottega, dopo essermi buttato addosso tutti gli abiti, coperte e cuscini, per non sentire i muggiti del bue che i nomadi assalivano da ogni parte, per strappare, a morsi, brandelli di quella carne tiepida. Non ebbi il coraggio d’affacciarmi fuori, se non quando la calma era tornata da un pezzo; erano distesi, esanimi, intorno ai resti del bue, come ubriachi intorno a una botte.
Proprio allora, credetti di ravvisare l’imperatore in persona a una finestra del palazzo; di solito non mette mai piede nelle stanze esterne, il suo appartamento prediletto dà sul giardino più segreto; ma quella volta, almeno mi parve, stava alla finestra, e, a capo chino, guardava quanto accadeva davanti al castello.
Che accadrà? ci chiediamo tutti. “Fino a quando sopporteremo questo tormento? Il palazzo imperiale ha attirato i nomadi, ma non riesce a ricacciarli, il portone è chiuso; la guardia, che prima entrava e usciva solenne, resta dietro le finestre protette da inferriate. La salvezza della patria è affidata a noi artigiani e mercanti, ma noi non siamo all’altezza d’un compito simile né mai lo facemmo credere. Questo equivoco ci porterà alla rovina.”

F. Kafka, Una vecchia pagina, in Racconti, Milano, Feltrinelli, 1964, pp. 135-136

NOTA

Questi due testi scritti da Kafka, il primo un brano preso dal romanzo Il castello il secondo un breve racconto intitolato Una vecchia pagina, sembrano tra loro contraddittori. Nel brano del romanzo, il “forestiero” a cui si rivolge l’ostessa è vittima di una esclusione: a lui è precluso l’ingresso nelle mura del castello. Invece nel racconto sono i “forestieri”, qui descritti come individui dai tratti animaleschi, a fare violenza al calzolaio e agli altri abitanti del villaggio. Se adottiamo solo la chiave interpretativa del conflitto, i due testi sembrano fare passare messaggi diversi: l’uno in difesa dello straniero respinto, l’altro del cittadino autoctono soggiogato. Lette, però, alla luce dell’enigma, le due storie offrono molti elementi di sovrapposizione, a partire dall’atteggiamento dei due protagonisti. I quali, infatti, non si collocano in opposizione al loro rispettivo “altro” (il signor Klamm e i nomadi): nelle loro parole non c’è antagonismo, aggressività, neppure ostilità. Entrambi osservano passivamente e si fanno piuttosto delle domande. Il protagonista de Il castello si chiede perché è impossibile che Klamm lo riceva; il calzolaio, a sua volta, non sa spiegarsi come hanno fatto i nomadi ad entrare nel villaggio, si domanda che cosa farebbero se non avessero più carne, che cosa sta facendo l’imperatore, come finirà quella storia.
Entrambi i protagonisti (straniero e cittadino) vivono una uguale situazione di esclusione, l’uno fuori, l’altro dentro le mura del villaggio ed entrambi si comportano come chi sta di fronte ad una disgrazia di cui non capiscono il senso, piuttosto che davanti a un nemico da combattere. È così che i due testi raccontano la stessa storia, in cui l’essere straniero, fuori o dentro la propria terra, diventa una condizione esistenziale, la condanna a essere esclusi dal significato del proprio essere al mondo.
Perché questa digressione? Per suscitare almeno tre riflessioni: a) solo i racconti banali sono semplificabili in uno schema; b) i racconti dove succedono tante cose anche mirabolanti (scontri, inseguimenti, colpi di scena) sono spesso più noiosi di quelli in cui pochi fatti inquietanti suscitano dubbi e curiosità nel lettore; c) lo stesso accade nelle narrazioni basate sul solo antagonismo, dove c’è un nemico da odiare o da eliminare, che al massimo possono aiutare a scaricare adrenalina, come nei video giochi sparatutto.

ESERCIZIO

Raccontare una storia in cui il meccanismo delle azioni sia tenuto in carica dal conflitto, ma la narrazione della lotta non rinunci a rendere conto delle ragioni dell’uno e dell’altro antagonista, rendendo problematico il raggiungimento della verità e stimolando, attraverso dubbi e perplessità, il senso critico del lettore.

NESSUNO SVOLGIMENTO

Punto di vista e cittadinanza

Premessa

SPUNTO

Il mio sguardo si sposta da un luogo all’altro e devo ricordarmi che ci sono anche io su cui farlo scorrere e posare. Il privilegio di questo tipo di atteggiamento può essere qualcosa di molto vicino all’ubiquità. Essere al margine e al centro di volta in volta. Essere il margine e il centro quasi contemporaneamente […] Ma dove osservo? Dove prendo il materiale da osservare? Guardo indietro, guardo il presente, guardo chi ha fatto della mia diversità una colpa, dimenticando la propria; le diversità sono sempre almeno due. Guardo chi ha fatto del colore della mia pelle una malattia; guardo chi, con convinzione, pensa che io debba e possa solo servire. Voglio guardare chi mi scommette contro, come se fossi una posta in gioco. Guardo me che guarda loro che da sempre mi guardano […] Come faccio ad avere la certezza che il mio sguardo sia nel giusto? […] Come faccio a sapere che il mio sia un guardare corretto, senza speculazioni di sorta, solo perché sono una minoranza? […] L’eccentricità diventa la mia strategia, il luogo da dove fare partire la mia voce. Io sono eccentrica. Appartengo a un centro che non è il loro […] io sono il centro di quelli come me e tutti insieme poi siamo il margine.

G. Makaping, Traiettorie di sguardi, Catanzaro, Rubettino, 2001, p 37, p.41, p.132

APPUNTI

A proposito di punti di vista e cittadinanza è importante:
1) Accostare al punto di vista di un individuo quello di una comunità (con culture, sistemi cognitivi, valoriali, comportamentali diversi); passare dal modo di reagire individuale al collettivo, dalla psicologia alla mentalità, consapevoli che la stessa realtà assume aspetti spesso contrastanti a seconda dei parametri culturali con cui è percepita. Un esempio per tutti è quello di Tuiavii di Tiavea, Papalagi, Millelire, Stampa Alternativa, 1997 (ora disponibile in http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/varia/papalagi.pdf url consultato il 7/6/ 2018): in questo libretto un capo indigeno delle isole Samoa, dopo avere visitato agli inizi del Novecento l’Europa, descrive al suo popolo i comportamenti, assurdi dal suo punto di vista, del “papalagi”, ovvero dell’uomo bianco.
2) Tenere fermo, però, che nella nostra società ogni individuo è portatore di più punti di vista, appartiene a più culture e che quest’ultime sono a loro volta trasversali, si contaminano a vicenda (al contrario di quanto sostiene S. P. Huntington in Scontro delle civiltà, Milano, Garzanti, 2000, il cui titolo è stato parodiato nel romanzo di Lakhous qui citato a p.49)
3) Ricordare la differenza tra a) integrazione e b) interazione, ovvero
a) la cittadinanza come inclusione, assimilazione. Secondo questa accezione, essere accolti dentro un sistema di valori, dentro un punto di vista, significa rinunciare al proprio. La cittadinanza è qui intesa come adeguamento, come qualcosa che viene concesso e si accoglie in cambio della rinuncia alla vecchia identità, alle proprie tradizioni: io ti riconosco solo se diventi simile a me.
b) la cittadinanza come qualcosa che si vive nel riconoscimento reciproco delle diversità. Questa accezione aperta, in movimento, multiculturale e multietnica della cittadinanza comporta una attiva convivenza tra punti di vista differenti, con inevitabili, spesso faticosi confronti, aggiustamenti tra divergenti punti di vista e ineguali rapporti di potere.

Il punto di vista del migrante

 

SPUNTO

Sono nato in Russia. Mio padre era russo, mia madre romana. A sei mesi di età mia madre mi riportò in Italia e qui crebbi, e la mia lingua madre fu l’italiano, e non ho mai più saputo altre lingue. Verso i diciotto anni diventai straniero, qui a Milano. Fino ad allora ero vissuto a Roma, in mezzo alle mie cugine, parlavo romanesco come loro, loro lo sentivano che io ero italiano, mia madre era la loro zia, dicevamo le stesse parolacce. Le mie cugine erano belle e terribili, esclusa una che era molto buona, Fernanda, e che morì. Fu la mia prima conoscenza con la morte, ma ero troppo bambino e i bambini non capiscono la morte. Avevo molti zii e i nonni materni, anche loro lo sapevano che ero italiano, per loro Scerbanenco era un nome come Fontanesi o Brambilla, Anche per me. Mio padre lo avevano fucilato in Russia i comunisti, ma dal modo come ne sentivo parlare dalla mamma, dagli zii, dai nonni, sembrava un italiano anche lui. Più tardi ho imparato che gli ucraini, e mio padre era ucraino, sono i latini di Russia, ma allora lo sapevo d’istinto, senza neppure pensarci.
D’improvviso, appena arrivato a Milano, verso i diciotto anni, divenni straniero. Fuori dalla mia famiglia, in una città dove nessuno mi conosceva, rimaneva soltanto il mio nome, che era Vladimiro Scerbanenco. Lei è russo? Rimanevo incerto. Cominciavo a spiegare ansioso: sono nato in Russia, ma ci sono stato solo fino a sei mesi di età, mia madre era italiana. Gentilmente fingevano di capire, ma io sentivo che non mi capivano, e provavo un’oscura pena che mi ha seguito sempre, e mi segue ancora. Trovavano che ero il tipo slavo, così alto, longilineo, con quel profilo, quel naso. Io avrei voluto spiegare che i miei zii di Roma e mia madre erano così, alti come me, con quel profilo, quel naso, avevamo preso tutti da mia nonna materna, ma ero timido e lo dicevo confusamente. Più tardi trovai anche un tipo di sinistra che mi chiese duro se mi vergognavo a essere russo, visto che insistevo tanto a spiegare che ero italiano. Gli avrei messo la testa in un cassetto, e poi chiuso con forza, perché questo capiva ancora meno degli altri.
Al principio ero tanto straniero, per tutti, poi lo diventavo un po’ meno, ma qualche cosa rimaneva sempre. Io tolsi la K da Scerbanenko e feci Scerbanenco, anche perché questa K è una stupidaggine che imita la grafia francese e inglese dei nomi stranieri, in italiano il suono di K è identico al c duro e non c’è quindi nessun bisogno di scrivere K. Tolsi anche il Vladimiro e usai il mio secondo nome, Giorgio. Ma non serviva. Rimanevo sempre un poco straniero, sempre un poco meno, man mano che mi conoscevano, ma pur sempre un poco. È una sensazione triste.
Poi un giorno mi chiamarono per la visita militare. Avevo paura. Mi avevano detto che da soldato facevano degli scherzi terribili e avevo paura di questi scherzi perché ero certo che li avrebbero fatti tutti a me. In caserma ci riunirono tutti in uno stanzone, eravamo una trentina, in un’alba fredda. Ci fecero spogliare completamente e rimanemmo lì ad attendere la commissione. L’unico a essere vestito era il carabiniere che ci sorvegliava. Stavamo in piedi e pestavamo i piedi in terra per il freddo. Alcuni si vergognavano un poco. Poi si rideva. Un giovanotto sentendomi parlare mi guardò incerto.
«Sei romano?» mi disse. Ero da poco a Milano e conservavo l’accento della lingua di mia madre. Stavo per cominciare a spiegare: sono nato in Russia, mio padre era russo, mia madre era romana, col solito, oscuro senso di sofferenza, ma forse quando si è così nudi in mezzo a tanta gente nuda, non si può più mentire.
«Sì», dissi. Io sono romano, questa è la verità.
Era romano anche lui. «A te te riformano, sei fortunato a esse così secco.»
Cominciammo a parlare. Non so che cosa dicemmo, ma io calcavo sul mio accento romanesco ed ero felice che egli mi sentisse suo simile, non alieno, nel senso inglese di straniero, ma suo compaesano, suo compagno.
Più tardi sempre più persone mi dettero la stessa felicità, ma quel ragazzo fu il primo che mi dette la speranza che forse gli altri un giorno avrebbero capito che io ero veramente dei loro.

G. Scerbanenco, Viaggio in una vita, in Il falcone e altri racconti, Milano, Garzanti, 1993, pp.150-51

SCHEMA

Essere cittadino in un paese straniero implica vedere la quotidianità attraverso un continuo esercizio di adattamento del punto di vista. La cittadinanza del migrante infatti, è all’incrocio di punti di vista diversi, in un sistema relazionale complesso, sottoposto a un continuo variare di mentalità.

◉ Migrante ⇔ Madre patria
◉ Migrante ⇔ Italiani
◉ Migrante ⇔ Connazionali
◉ Migrante ⇔ Migranti di altre nazionalità

Il caleidoscopio dei punti di vista è anche un potente generatore di storie

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Ciascuno dei soggetti citati nello schema, e molti altri, è portatore di un punto di vista (un parente nel paese nativo, un connazionale, un compagno di lavoro di un’altra nazionalità, un impiegato italiano, una dottoressa italiana…). Tale punto di vista può generare equivoci, fraintendimenti cioè piccole storie di quotidiana intolleranza o convivenza (come in Imbarazzismi di Kossi Komla-Ebri)

SVOLGIMENTO

lei non sa chi sono io

ESERCIZIO 2

La diversità di punti di vista tra soggetti può generare anche storie tragiche, dove il mancato riconoscimento è angosciante, la sofferenza è insopportabile e il conflitto è incolmabile.

ESERCIZIO 3

Immaginare il resoconto di un parente di un paese lontano in visita a un familiare in Italia. Il suo rappresenta un punto di vista “straniante”, che coglie macroscopici problemi o piccole smagliature a cui noi (nativi e migranti alle prese con le contraddizioni della quotidianità) non facciamo caso.

SVOLGIMENTO

ospite

ESERCIZIO 4

Raccontare, invece, un ritorno (magari temporaneo) in patria di un migrante e gli eventuali spaesamenti nel modo nuovo in cui egli è visto e vede i suoi familiari, amici e vicini di prima

SVOLGIMENTO

tornando a casa

Il punto di vista delle “Seconde generazioni”

 

SPUNTO

Quello che importa, è che nella vita di tutti i giorni esistono tanti veri Paolo Diop Ravenna, con un padre bianco e una madre nera. Sono i nuovi cittadini italiani! Definiti erroneamente immigrati di seconda generazione, soprattutto quando la loro pelle non è bianca. Sono figli o figlie nati dai matrimoni misti tra italiani e straniere, tra stranieri e italiane. Sono i bambini adottati sin dalla nascita e cresciuti in famiglie con la pelle diversa dalla loro. Sono semplicemente persone nate e cresciute qui da genitori stranieri. Questi ragazzi, spesso non sono né bianchi né neri o sono entrambe le cose insieme, si identificano con i ragazzi della loro generazione, sono attaccati all’Italia e l’amano con spontaneità.
Mi perdonerà, signor giudice se mentre esporrò la mia tesi difensiva chiamerò man mano su] banco dei testimoni questi giovani e nuovi cittadini italiani o europei. Yassin, Saba, Matteo, Adama, Francesco. E ancora Yao, Karima, Patrick, Hermann Ebongué, Claude. Persone in carne e ossa che raccontano storie vere, storie di persone abbracciate da due mondi, che si radicano in quello nuovo ma non sono indifferenti a quello d’origine, giovani che hanno orizzonti più ampi e che saranno il futuro, in un mondo sempre più meticcio.

P. Khouma, Noi italiani neri, Milano, B. C. Dalai ed., 2010, pp.11-12

SCHEMA

Il sistema relazionale delle seconde generazioni di migranti vive di nuove dinamiche e contraddizioni. Nati o cresciuti in Italia,“i figli di immigrati”, a differenza dei loro genitori “immigrati”, hanno ricevuto un’educazione nelle scuole italiane. La loro rivendicata cittadinanza è all’incrocio di altri punti di vista. Nel loro caso, infatti, mentre si sono allentati di molto i contatti con il paese di provenienza dei propri genitori, non sono stati riconosciuti i legami con il paese dove hanno vissuto. Inoltre è andata acquistando rilevanza la rete di relazioni in quel territorio apolide che è costituito dal web.
◉ Seconde generazioni ⇔ Prime generazioni (genitori)
◉ Seconde generazioni ⇔ Italiani (e compagni di altre nazionalità)
◉ Seconde generazioni ⇔ Connazionali
◉ Seconde generazioni ⇔ Comunità virtuali @

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A proposito del problema delle ”Seconde generazioni”
◉ È possibile trovare alcune indicazioni bibliografiche relative a testi narrativi che affrontano il tema in http://www.integrazionemigranti.gov.it/archiviodocumenti/minori-e-g2/Documents/INSIDE%20OUT%20l%27Italia%20sono%20anch%27io.pdf (url consultato il 7/6/ 2018)
◉ Cfr. anche http://www.secondegenerazioni.it/ (url consultato il 7/6/ 2018)
◉ Per una documentazione da parte dei ministeri interessati cfr.
http://www.integrazionemigranti.gov.it/ (url consultato il 7/6/ 2018)
◉ Può essere significativa la lettura del racconto di H.Kureishi, Mio figlio il fanatico, in Love in a blue time (1996), ora in Tutti i racconti, Milano, Bompiani, 2011 (cfr. anche il film omologo di U.Prasad, 1997) per il diverso significato che il testo assume letto a distanza di vent’anni dalla pubblicazione. Nel 1997, infatti, poteva sembrare comica e paradossale la storia di un tassista pakistano perfettamente integrato nei valori e nelle debolezze della società inglese, il quale si trova in casa un figlio che si radicalizza nella religione islamica. Oggi, al contrario, è impossibile leggere quella stessa storia, senza provare una profonda inquietudine.
◉ È possibile confrontare il brano di Pap Khouma qui riportato con quelli di,Lucia G., I. Scego,  G. ScerbanencoA.Sayad. Tutte queste situazioni “in between”, nel mezzo, a metà strada, sono vissute in modo diverso ed offrono contraddittori punti di vista per altrettanti personaggi che si incontrano/scontrano in una o più storie.

La cittadinanza percepita. Tra due patrie

 

SPUNTO

Oggi, mercoledì 14 agosto, ore 9 e 30, mi è accaduto un fatto strambo. Per ragioni mie e ancora poco chiare ho comprato una grande quantità di salsicce. Il fatto strambo non consiste naturalmente nel comprare salsicce. […] La stranezza infatti non è nell’oggetto comprato, ma nel soggetto compratore di salsicce: io, me medesima, in persona. Io, una musulmana sunnita. […] Sono andata a comprarle da Rosetta, quella che ha la drogheria dietro l’angolo. […] Rosetta naturalmente s’è un po’ stranita alla mia richiesta di salsicce, di prima mattina poi. Allora mi ha guardato con i suoi occhietti furbi, abbozzando uno di quei sorrisi per cui è famosa nel circondario, e poi ha detto con una voce melliflua melliflua, così sapor melassa da poterci nuotare dentro: «Ma che cara, ti sei convertita? Non era peccato per te mangiare salsicce?» […] Ora sto chiusa in cucina con il mio pacco pieno di salsicce impure e non so che fare! […] Guardo l’impudico pacco e mi chiedo: ma ne vale veramente la pena? Se mi ingoio queste salsicce una per una, la gente lo capirà che sono italiana come loro? Identica a loro? O sarà stata una bravata inutile? La mia ansia è cominciata con l’annuncio della legge Bossi-Fini: A tutti gli extracomunitari che vorranno rinnovare il soggiorno saranno prese preventivamente le impronte digitali. Ed io che ruolo avevo? Sarei stata un’extracomunitaria, quindi una potenziale criminale, a cui lo Stato avrebbe preso le impronte per prevenire un delitto che si supponeva prima o poi avrei commesso? […] La domanda troglodita che mi facevano era: «Ami più la Somalia o l’Italia?». Gettonata era anche la variazione sul tema: «Ti senti più italiana o più somala?» […] Più somala? Più italiana? […] Non so rispondere! Non mi sono mai «frazionata» prima d’ora. […] Credo di essere una donna senza identità. O meglio con più identità. […] Vediamo un po’. Mi sento somala quando: 1) bevo il tè con il cardamomo, i chiodi di garofano e la cannella; 2) recito le 5 preghiere quotidiane verso la Mecca; 3) anche quando mi metto il dirha, quel tradizionale abito femminile somalo; 4) anche quando profumo la casa con l’incenso e l’ounsi; 5) mi sento somala quando mangio la banana insieme al riso. Nello stesso piatto, intendo; 6) quando parlo in somalo e mi inserisco con toni acutissimi in una conversazione concitata; 7) quando ci vengono a trovare i parenti dal Canada, dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna, dall’Olanda, dalla Svezia, … e da una lunga lista di stati che per motivi di spazio non posso citare in questa sede, tutti parenti sradicati come noi dalla madrepatria; […] 12) quando piango la mia terra straziata dalla guerra civile; 13) quando faccio altre 100 cose, e chi se le ricorda tutte!
Mi sento italiana quando: 1) faccio una colazione dolce; 2) quando vado a visitare mostre, musei e monumenti; 3) quando parlo di sesso, di uomini, di depressioni con le amiche; 3) quando vedo i film dei seguenti attori: Sordi, Manfredi, Gassman, Totò, Tognazzi, Benigni e soprattutto Troisi […] 6) quando mi ricordo a memoria tutte le parole del 5 maggio di Alessandro Manzoni; 7) sento per radio o in tv la voce di Gianni Morandi; […] 10) gesticolo; 11) Quando piango per i partigiani troppo spesso dimenticati; […] 13) quando faccio altre 100 cose e chi se le ricorda tutte!
Un bel problema l’identità, e se l’abolissimo? E le impronte? Da abolire anche quelle! […] Guardo le salsicce e le getto nell’immondezzaio. Ma come ho potuto pensare di mangiarle? Perché voglio negare me stessa. […] O far contenti i sadici che hanno introdotto l’umiliazione delle impronte? Sarei più italiana con una salsiccia nello stomaco?

I. Scego, Salsicce, in AAVV, Pecore nere, racconti di immigrate di seconda generazione, Bari Roma, Laterza, 2005 (cfr. anche
http://www.albesteiner.net/radiotvweb/wp-content/uploads/2011/06/salsicce.mp3)

ESERCIZIO

Sulla falsariga della confessione di identità plurima di Igiaba Scego, compilare un elenco in cui si dica: “Mi sento italiana quando…” / “Mi sento… quando…”

SVOLGIMENTO

LA CITTADINANZA PERCEPITA

Caroline Braga e Aiko Milagros samanez Flores

La cittadinanza percepita. Senza patria

 

SPUNTO 1

Vogliono darmi per forza una patria
io penso all’alba
che mi porta all’indomani
G.Hajdari da Corpo presente, Lecce, Besa, 2011

Ogni giorno creo una nuova patria
in cui muoio e rinasco quando voglio
una patria senza mappe né bandiere
celebrata dai tuoi occhi profondi
che mi accompagnano per tutto il tempo
del viaggio verso cieli fragili
in tutte le terre io dormo innamorato
in tutte le dimore mi sveglio bambino
la mia chiave può aprire ogni confine
e le porte di ogni prigione nera
ritorni e partenze eterne il mio essere
da fuoco a fuoco e da acqua a acqua
l’inno delle mie patrie è il canto del merlo
e io lo canto in ogni stagione di luna calante
che sorge dalla tua fronte di buio e di stelle
con la volontà eterna del sole

G.Hjdari da Stigmate, Lecce, Besa, 2016

ESERCIZIO 1

In linea con le poesie qui riportate di Gezim Hajdari, raccontare la propria appartenenza alla cittadinanza del mondo

SVOLGIMENTO

LA CITTADINANZA PERCEPITA

Rita Colombo

SPUNTO 2

Io Non Mi Sento Italiano
– [Parlato]:Io G. G. sono nato e vivo a Milano.
Io non mi sento italiano …
ma per fortuna o purtroppo lo sono
Mi scusi Presidente,
non è per colpa mia,
ma questa nostra Patria
non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli,
che sia una bella idea,
ma temo che diventi
una brutta poesia.
Mi scusi Presidente,
non sento un gran bisogno
dell’inno nazionale,
di cui un po’ mi vergogno.
In quanto ai calciatori
non voglio giudicare…
i nostri non lo sanno
o hanno più pudore.
– Io non mi sento italiano …
– ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi Presidente
se arrivo all’impudenza
di dire che non sento
alcuna appartenenza.
E, tranne Garibaldi
e altri eroi gloriosi,
non vedo alcun motivo
per essere orgogliosi.
Mi scusi, Presidente,
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo
da cui un bel giorno nacque
questa democrazia,
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.
– Io non mi sento italiano,
– ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese
pieno di poesia
ha tante pretese,
ma nel nostro mondo occidentale …
è la periferia.

Mi scusi, Presidente,
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po’ sfasciato.
È anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che tutto è calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani,
per lunga tradizione,
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in Parlamento
c’è un’aria incandescente,
si scannano su tutto
e poi non cambia niente.
– Io non mi sento italiano,
– ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Mi scusi, Presidente,
dovete convenire
che i limiti che abbiamo
ce li dobbiamo dire.
Ma, a parte il disfattismo,
noi siamo quel che siamo
e abbiamo anche un passato
che non dimentichiamo.
Mi scusi, Presidente,
ma forse noi italiani
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo …
son fiero e me ne vanto,
gli sbatto sulla faccia
cos’è il Rinascimento.
– Io non mi sento italiano,
– ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Questo bel Paese
forse è poco saggio …
ha le idee confuse.
Ma se fossi nato in altri luoghi …
poteva andarmi peggio.

Mi scusi, Presidente,
(ormai ne ho dette tante)
c’è un’altra osservazione
che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri
noi ci crediamo meno,
ma forse abbiam capito
che il mondo è un teatrino.
Mi scusi, Presidente,
lo so che non gioite
se il grido “Italia, Italia”
c’è solo alle partite.
Ma un po’ per non morire,
o forse un po’ per celia,
abbiam fatto l’Europa …
facciamo anche l’Italia.
– Io non mi sento italiano,
– ma per fortuna o purtroppo lo sono.
Io non mi sento italiano,
ma per fortuna o purtroppo,
per fortuna o purtroppo,
per fortuna,
per fortuna lo sono.

Writer(s): Alessandro Luporini, Giorgio Gaberscik
http://testicanzoni.mtv.it/testi-Giorgio-Gaber_28896/testo-Io-Non-Mi-Sento-Italiano-2304945

ESERCIZIO 2

Sulla falsariga della canzone di G.Gaber, compilare un elenco in cui si dica
“Mi sento italiana(o) quando…” / “Non mi sento italiana(o) quando…”

SVOLGIMENTO

LA CITTADINANZA PERCEPITA

Nadia Colella

SPAZI, TEMPI E CITTADINANZA

La città diffusa

 

SPUNTO

Per parlarti di Pentesilea dovrei cominciare a descriverti l’ingresso nella città. Tu certo immagini di vedere levarsi dalla pianura polverosa una cinta di mura, d’avvicinarti passo passo alla porta, sorvegliata dai gabellieri che già guatano storto ai tuoi fagotti. Fino a che non l’hai raggiunta ne sei fuori; passi sotto un archivolto e ti ritrovi dentro la città; il suo spessore compatto ti circonda; intagliato nella sua pietra c’è un disegno che ti si rivelerà se ne segui il tracciato tutto spigoli.
Se credi questo, sbagli: a Pentesilea è diverso. Sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori. Come un lago dalle rive basse che si perde in acquitrini, così Pentesilea si spande per miglia intorno in una zuppa di città diluita nella pianura: casamenti pallidi che si danno le spalle in prati ispidi, tra steccati di tavole e tettoie di lamiera. Ogni tanto ai margini della strada un infittirsi di costruzioni dalle magre facciate, alte alte o basse basse come in un pettine sdentato, sembra indicare che di là in poi le maglie della città si restringono. Invece tu prosegui e ritrovi altri terreni vaghi, poi un sobborgo arrugginito d’officine e depositi, un cimitero, una fiera con le giostre, un mattatoio, ti inoltri per una via di botteghe macilente che si perde tra chiazze di campagna spelacchiata.
La gente che s’incontra, se gli chiedi: — Per Pentesilea? – fanno un gesto intorno che non sai se voglia dire: «Qui», oppure: «Più in là», o: «Tutt’in giro», o ancora: «Dalla parte opposta».
– La città, – insisti a chiedere.
-Noi veniamo qui a lavorare tutte le mattine — ti rispondono alcuni, e altri: – Noi torniamo qui a dormire.
– Ma la città dove si vive? – chiedi.
– Dev’essere, – dicono, – per lì, – e alcuni levano il braccio obliquamente verso una concrezione di poliedri opachi, all’orizzonte, mentre altri indicano alle tue spalle lo spettro d’altre cuspidi.
-Allora l’ho oltrepassata senza accorgermene?
– No, prova a andare ancora avanti.
Così prosegui, passando da una periferia all’altra, e viene l’ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s’illuminano le finestre ora più rade ora più dense.
Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c’è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è più angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all’altro e non arrivi a uscirne?

I. Calvino, Le città invisibili, Torino, Einaudi, 1972, pp. 162-3

APPUNTI

La città come spazio senza soluzione di continuità: Campagna – spazi rururbani (spazi agricoli più industriali) – spazi periurbani (non più campagna, non ancora città) – paesi limitrofi (confinanti), confusi con la periferia – periferie (un tempo spazi industriali) – centro.

La “scena urbana”: una realtà in continua evoluzione, che sta traghettando in un’altra. Quale?
◉ Spazi che si modificano (erano garage ora sono ristoranti, erano cinema, ora sono spazi per sfilate di moda… )
◉ Spazi che si ibridano (ci vivevano gli operai ora ci abitano anche o soprattutto gli immigrati stranieri…)
◉ Spazi che si abbandonano, che si perdono (l’archeologia industriale), che si occupano abusivamente, che si reinventano (i graffiti…), che si riqualificano (musei, università…)
◉ Una città senza centro. O con tanti centri.

ESERCIZIO

Alla luce di quanto dice Calvino, la città è leggibile come un testo. I suoi edifici, le strade, le piazze, i parchi, i negozi, i palazzi del potere e del culto, il loro aspetto, i rapporti tra loro costituiscono i segni, le parole, la punteggiatura di una grammatica dello spazio urbano. Le case come parole, i quartieri come frasi, tutto nella città comunica al cittadino un significato e gli indica un atteggiamento da assumere. Scrivere una storia in proposito.

SVOLGIMENTO

Caroline Braga

ESERCIZIO

Raccontare (non necessariamente alla prima persona)
– Quando mi sono sentito milanese (io che sono milanese, io che invece vengo d
– Quando ho mandato al diavolo le mie radici, perché radicamento vuol dire anche controllo sociale e immobilità

NESSUNO SVOLGIMENTO

Cittadinanza e vita domestica: LA CASA

 

SPUNTO

G.Perec, Specie di spazi, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p.34

APPUNTI

Abitazione e privacy

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Cinque modi di abitare la casa
– La casa che ho lasciato
o Quale era il mio ruolo in quella casa? Quali i miei spazi? (Quali nella nuova casa?)
– La casa che mi ospita
o L’alloggio precario (a casa di amici, di parenti…)
o Il “posto letto” (condividere gli spazi, il bagno, la cucina, il frigorifero in comune; strategie, conflitti)
o La difesa della privacy (i propri pensieri, i propri affetti…)
o I personaggi: la padrona di casa o l’amico ospitante, gli altri pensionanti, chi non può entrare in casa…
– La casa che governo
o Donna (uomo) di casa (altrui)
o Governare la casa altrui (le mansioni, cosa devo/non devo fare…)
o Essere “a servizio” (a chi devo obbedire…)
o Vivere “a servizio” (a ore, dormire, mangiare…)
o L’ingresso “di servizio”, il bagno “di servizio”, la camera “di servizio”
o I rapporti di lavoro
– La mia casa
o Padrone a casa propria (fine del “non toccare”)
o Donna di casa e/o padrona di casa
o Ruoli familiari (e spazi: “zona giorno”, “zona notte”, “servizi”)
o Spazi femminili / maschili
– La casa che porto con me
o Come una tartaruga: la casa in una valigia
o La casa – automobile

Momenti legati all’abitare
– la ricerca dell’abitazione, il trasloco, il contratto, il mutuo da pagare, il “prendere possesso”, l’arredare, lo spostare (mobili, manifesti, quadri, oggetti, fiori, fotografie…), l’ereditare, lo sfratto…

ESERCIZIO

I cinque modi qui proposti sono pensati come suggerimenti narrativi da sviluppare. A partire da uno di essi, raccontare storie, vissute o immaginate, di “case”

SVOLGIMENTO

LA CASA

Cittadinanza e convivenza: IL CONDOMINIO

 

SPUNTO

Regolamento condominiale multietnico
Nel corso degli anni i mutamenti intervenuti nella società italiana, dovuti alla crescente immigrazione, hanno avuto conseguenze anche in una realtà diffusa come quella della convivenza in condominio.
Un numero sempre maggiore di cittadini provenienti dall’estero, infatti, ha iniziato ad integrarsi nel nostro territorio, prendendo immobili in locazione o – secondo una tendenza in aumento negli ultimi tempi – acquistando una casa.
Molti amministratori di condominio hanno dovuto affrontare un problema che fino a qualche anno fa era quasi impensabile: la spiegazione del contenuto del regolamento di condominio da parte di cittadini stranieri abitanti in edifici condominiali. Da qui è nata l’esigenza, da parte di alcune associazioni di categoria, di dover approntare un c.d. “regolamento condominiale multietnico”.
Tale tipologia di regolamento ha la finalità di rispondere alle esigenze di questi nuovi cittadini, per facilitare gli stessi, attraverso la traduzione del regolamento, l’utilizzo e la comprensione delle norme in esso contenuto.
Ecco cosa dispone il regolamento di condominio multietnico.
Un vademecum bi-lingue
Su questo fronte anche alcuni Assessorati si sono mossi al fine di ridurre le distanze fra i condomini di diversa nazionalità. Per esempio il Comune di Reggio Emilia, grazie al co-finanziato dalla Regione Emilia-Romagna, ha realizzato un “Vademecum della buona convivenza in condominio”, con formula redazionale bi-lingua appositamente studiata per fare in modo che il vademecum possa essere utile, oltre che per la sua funzione sociale, anche per l’avvicinamento degli stranieri alla lingua italiana.
Le nuove clausole da inserire
L’interazione di diverse culture all’interno di un edificio comporta sicuramente anche una diversità di approccio alla vita comune. Basti pensare alle abitudini alimentari ed al modo in cui professano la loro fede. A tali ipotesi è necessario che l’assemblea ponga un rimedio preventivo al fine di evitare controversie, mediante la previsione di apposite clausole da inserire nel regolamento del proprio condominio.
Tra le questioni particolarmente ricorrenti che andrebbero affrontate ricordiamo:
· la facoltà o meno di tenere in casa “animali vivi non da compagnia” destinati alla macellazione rituale;
· sovraffollamento dei locali risolto con l’indicazione di indici di densità massima di abitabilità per singola unità immobiliare;
· il divieto di utilizzo di solai, box e cantine quali dormitori comuni;
· immissioni derivanti dalla preparazione di pietanze tipiche della cucina etnica (per esempio piatti esotici, aromi di curry e spezie);
· riutilizzo di spazi comuni come luoghi di culto;
· convocazione delle assemblee condominiali tenendo conto non solo del calendario civile, ma anche delle altre festività legate ai diversi credi religiosi.

https://www.condominioweb.com/convivenza-in-condominio-regolamento-condominiale-multietnico.1502 (url consultato il 7/6/2018)

APPUNTI

– Il condominio, definizione: “complesso edilizio che ospita una serie di famiglie o di singles in strutture abitative che salvaguardano la privacy, ma offrono nel contempo servizi comuni e da tutti usati, cioè gli spazi connettivi, come scale, cortili e altro” (cfr. R. Taddeo, http://archivio.el-ghibli.org/index.php%3Fid=1&issue=06_26&section=6&index_pos=2&lettura=1.html (url consultato il 7/6/2018)
– Significato ambivalente del condominio
o Il bisogno di privacy (appartarsi, appartamento) / “la presenza tangibile dell’altro” (con-dominio)
o Può garantire l’anonimato (essere invisibile, passare inosservato) / Ma può aprire all’ identità sociale (essere visibile, riconosciuto, i vicini di casa…)
o Può permettere la solitudine (evitare, essere evitato) / Ma può indirizzare verso la comunità (entrare in relazione con l’altro, i problemi di condominio, le assemblee…)
– Il contesto del condominio
o Diverse collocazioni, diversi condòmini, diversi problemi condominiali: quartiere rururbano (es. oltre la zona urbana della metro) / della periferia /del centro
o Quartiere postindustriale (archeologia industriale, convivenza vecchi abitanti dell’ex quartiere operaio con nuovi abitanti… reinvenzione degli spazi…)
– Le differenze sociali (contatti, conflitti, alleanze, amicizie…)
o Es. chi abita i piani alti/ bassi
o Rapporti padroni di casa / pigionanti
o Rapporti condòmini / coinquilini
– Le differenze etniche (contatti, conflitti, alleanze, amicizie…)
o Rapporti italiani / stranieri
o Rapporti stranieri / stranieri
o Confronto tra i sistemi di relazione dei diversi paesi d’origine
o Convivenza come tolleranza /convergenza di abitudini
– Gli spazi privati
o Persone, famiglie, abitudini
o Colori, luci, rumori, suoni, odori, profumi… degli appartamenti
o Cantine, garage privati
– Gli spazi comuni: androni, ascensori, scale, cortili, giardini, posteggi, spazio giochi, interstizi…
o La facciata (il portone, il citofono, le telecamere, i graffiti…)
o Le scale (A, B, C…)
o La portineria

ESERCIZIO

Le voci di questi appunti sono pensate come suggerimenti narrativi da sviluppare. A partire da una o più voci, raccontare storie, vissute o immaginate, di condomìni.

SVOLGIMENTO

IL CONDOMINIO

Gli SPAZI del CONSUMO

 

SPUNTO

Vista da fuori, l’Ikea non lascia spazio al sognare.
È’ tutto.
Quando tu sei bambino e sogni un posto dove andare a vedere delle cose da acquistare, sogni l’Ikea.
Solo all’Ikea trovi gli scaffali in pino massiccio grezzo, prof. cm. 28, cm. 60 per 180 a 95.000 invece che a 129.000 lire.
Solo all’Ikea ci sono le lampade alogene da terra o da tavolo Vig, in lamiera d’acciaio e policarbonato, telescopiche, con trasformatore, vetro di protezione e lampadina alogena da 20w a 25.000 invece che a 79.000 lire. All’Ikea, c’è il tappeto gioco in peluche Gosingen, con imbottitura in poliestere, pelo in acrilico, lavabile a 4o° con all’interno spazio per un cuscino e un piumino, di cm. 111 per I69, al prezzo di 49.000 invece del prezzo normale di lire 79.000.
All’Ikea, il tavolino in truciolare Hogerod più il set di due tovagliette Isdans in poliestere e cotone, che assieme costerebbero 39.000 lire, costano soltanto 29.000.
Oggi, è il quattro luglio 1997. Sono all’Ikea di Cinisello Balsamo. Francis e io ci siamo sposati il 2 giugno, a Puerto Plata.
Abbiamo comperato un bilocale a Sesto San Giovanni, con un mutuo alla Cariplo, dodici anni e tutto è a posto.
Arrivare all’Ikea, da Sesto, è facile.
Dalla stazione fai tutta via Monte Grappa, all’angolo F.lli Picardi, ti immetti in Fulvio Testi e invece di uscire in via Ferri vai avanti un po’, arrivi all’Ikea.
Ci siamo sposati nel residence.
Sono venute le sue amiche del Nuovo Re, facevano colore. Avevano un furgoncino con tutto, piatti bicchieri di carta tovaglioli di carta pollo alla creola e una torta di sei piani. Il giorno del matrimonio, io ero sudato.
Avevo i pantaloni corti Armani blu, i calzini blu, la camicia Frarica bianca e una cravatta che mi aveva prestato Paolo, rossa a righine blu. Francis un vestito bianco con lo spacco dietro e i capelli acconciati da libidine calmissima. Quella, per me, era la favola che nella mia vita ho trovato più conveniente, più d’amore.
Mentre mangiavamo il pollo ci sorridevamo, e tutti facevano battute volgari sull’uccello degli italiani.
Entrando all’Ikea, quasi subito sulla sinistra c’è il posto con le reti, dove si entra dentro attraverso un tubo colorato.
Dentro centinaia di palline di tutti i colori, per giocare.
Una cosa così c’è anche da McDonald’s ma è molto più piccolo. Si chiama «Il paradiso dei bambini».
Quando io e Francis avremo un bambino lo guarderemo giocare dentro la rete delle palline dell’Ikea, lo vedremo fare tutto quello che noi, nati in un’era più infelice, non abbiamo potuto fare.
Nostro figlio potrà scambiarsi palline con altri bambini, fare amicizia con bambini dalla pelle diversa dalla sua, perché lui probabilmente verrà mischiato, metà normale e un po’ nero, mulatto. Io e Francis abbiamo deciso che, appena finito il mutuo della casa, la prima cosa che facciamo è un bambino.
Quando io e Francis avremo un bambino, lo porteremo vicino a Mendrisio, in Svizzera, al Serfontana, dove ci sono tutte le cose che un bambino può desiderare di guardare, lo porteremo a vedere gli animali preistorici a Varallo Pombia.
All’Ikea, prendi un foglietto gratis e una matita gratis, dove segni la cosa che vuoi comprare, quanto costa e quante ne vuoi. Così, man mano che vai avanti e scegli, sei sempre consapevole della spesa complessiva che hai fatto, di quello che hai acquistato. Se è una cosa non troppo ingombrante, sul cartello dell’articolo che hai scelto c’è anche l’indicazione di dove la puoi trovare in magazzino, tu da solo. Ad es. la poltrona Kimsta, rivestita holm naturale, con fodera asportabile e lavabile, in pelle marrone chiaro o pelle nero, tu la trovi al reparto «Self – service mobili», allo scaffale I2 settore C.
Al matrimonio, c’erano anche Luis e Miguel, il fratello e il padre di Francis. Erano venuti apposta in pullman per vedere la figlia che si sposava con un macho italiano. Erano commossi e continuavano a bere ron e a baciarmi.
Erano seduti sempre assieme spaesati, in un angolino vicino alla piscina. Poi ogni tanto si alzavano e mi dicevano che erano felici che Francis sarebbe venuta a vivere in Italia, ma si raccomandavano di tornare sempre a trovarli.
Il massimo, all’Ikea, è il reparto letti.
Li puoi provare tutti, all’Ikea ti ci butti proprio sopra, rimbalzi come le pubblicità Permaflex di moltissimi anni fa, e Francis e io non riuscivamo a scegliere tra la struttura letto <i<Fjord in pino massiccio cm 160 per 200 a 495.000 o la struttura letto Holleby in legno massiccio mordente bianco cm. 174 per 208 a 530.000.

A.Nove, Puerto Plata Market, Einaudi, Torino, 1997, pp. 193-196

APPUNTI

Le modalità del consumo sono profondamente cambiate: a) fino alla fine degli anni ’50, un consumo legato alla produzione locale; b) negli anni ’60, un consumo di massa; c) dagli anni ’80, un consumo globale; d) dagli anni ’90, un consumo “glocale”; e) oggi, sempre più presenti forme di e-commerce, forme di consumo online (crisi non solo dei negozi, ma anche dei supermercati…)
– Tutto ciò vale anche per i consumi culturali (cinema, letteratura, musica…)
– Che cos’è un prodotto “glocale”: comporta una produzione globale ma con strategie di vendita locale o viceversa. Sua strategia: “think global – act local” . Es. Mc Donald con prodotti tipici locali, Ikea, Inka Cola…

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ESERCIZIO 1

Se guardo cosa mangio, come vesto, che musica sento, che oggetti posseggo, che cellulare uso ecc. a quale paese appartengo? Costruire storie (non necessariamente in prima persona) in cui gli oggetti e il loro “made in…” giochino un ruolo narrativo nei meccanismi psicologici o sociali della cittadinanza.

NESSUNO SVOLGIMENTO

ESERCIZIO 2

La merce è sempre più pensata in funzione del legame affettivo e identitario col consumatore piuttosto che per la sua reale utilità. Raccontare (non necessariamente alla prima persona) una storia di una cittadinanza che diventa appartenenza a un marchio

NESSUNO SVOLGIMENTO

Gli SPAZI del TEMPO LIBERO e del CULTO

 

SPUNTO

Uscirono. L’Istituto adesso era aperto. Karim si trovò davanti a una serranda sollevata a metà. “Ma questo è un garage!” disse quasi sgomento. “Sì, lo era. Poi è stato anche una discoteca, pensa un po’ ” disse Mahdi “e adesso è la nostra moschea; c’è anche il ristorante halal”. Pranzarono lì, ma niente sapori di casa, il cuoco doveva essere egiziano. Poi salirono nella sala della preghiera. C’era tutto per farne una moschea, un grande tappeto azzurro, la libreria con tanti Corani, gli Hadit, i commenti dei dotti, la kiblah – la Mecca rispetto a Milano è in quella direzione, pensò con grata sorpresa Karim. Il meharab, nella fantasia di Karim un Imam solenne e tonante si materializzò su quel pulpito – tutto, per farne una moschea. Eppure, un odore di garage, di morchia e benzina ancora stagnava nell’aria.

A. M. Smari, Fiamme in paradiso, Milano, il Saggiatore, 2000, pp. 30-1

NOTA

Nella città multiculturale non ci sono ghetti. Teoricamente tutto il suo spazio è aperto a tutti. I luoghi degli “altri”, che pure ci sono, sono “visitabili”. Alcuni di essi, come i ristoranti “etnici”, sono volutamente imprestati alla diversità, per renderne possibile un’esperienza esotica. Ma nella città ci sono anche spazi “esclusivi”, per soli italiani o per stranieri di una sola nazionalità. Sono negozi, vie, zone, a volte interi quartieri, dove a volte si sconsiglia di andare se non si parla una certa lingua. E poi ci sono i luoghi di culto, che a volte sono condivisi da più religioni e spesso, come nella moschea qui descritta a Milano da Smari, sono ricavati da spazi laici riadattati (garage, magazzini che diventano moschee…).

ESERCIZI

Racconto (non necessariamente alla prima persona) quando mi sono “infiltrato” (o sono capitato casualmente) in uno spazio degli “altri” (luogo di consumo, di culto, di divertimento…)

SVOLGIMENTO

enclaves

Gli SPAZI della MEMORIA: i MONUMENTI

 

SPUNTO

Accantonate le sue gole selvagge, luoghi di eiaculazione morale, la Spagna della Guide bleu conosce solo uno spazio: quello che attraverso alcuni vuoti innominabili tesse una fitta catena di chiese, sacrestie, pale d’altare, croci, paramenti, torri (sempre ottagonali); gruppi scolpiti (la Famiglia e il Lavoro), portali romanici, navate e crocefissi a grandezza naturale. È evidente, tutti questi monumenti sono religiosi, poiché da un punto di vista borghese è quasi impossibile immaginare una storia dell’arte che non sia cristiana e cattolica. Il cristianesimo è il primo fornitore del turismo e non si viaggia se non per vedere chiese. Nel caso della Spagna questo imperativo è grottesco, poiché il cattolicesimo vi figura spesso come una forza barbara che ha ottusamente degradato i precedenti risultati della civiltà musulmana: la moschea di Cordova, la cui meravigliosa foresta di colonne è continuamente ostruita da altari dall’aspetto gastronomico, o un qualche luogo deturpato dall’aggressiva imminenza di una Vergine monumentale (franchista), dovrebbero indurre il borghese francese a intravedere almeno una volta nella sua vita che c’è anche un’altra faccia storica del cristianesimo.

R.Barthes, La Guide Bleu, in Miti d’oggi, Torino, Einaudi, 1989

APPUNTI

I MONUMENTI, ovvero i cittadini di pietra della città, che incontriamo tutti i giorni e (nella maggioranza dei casi) non conosciamo mai, sono stati eretti:
– per celebrare uno Stato che, se sono straniero, non è mio;
– per celebrare una cultura che, anche se sono italiano, spesso non conosco;
– per celebrare un ordine simbolico che è totalmente diverso da quello reale.
A questo proposito si veda l’uso delle donne nei monumenti: fondamentali protagoniste nell’immaginario, ma spesso ancora escluse nel mondo reale, come, per citare un caso su mille, l’immagine della giustizia (una donna che regge una bilancia) e la pratica della giustizia ancora a maggioranza maschile, oppure la vittoria (donna spesso svestita e armata) e la pratica tutta maschile della guerra…
– Per celebrare la bellezza
Una bellezza che non solo gli stranieri, ma anche noi, cittadini italiani, non abbiamo spesso gli strumenti per apprezzare. Educati ad ammirare il “made in Italy” che si compra e ad ignorare quello gratis che abbiamo sotto gli occhi.

ESERCIZIO

I monumenti sono il modo in cui una nazione, una religione, un’istituzione dello stato marchia il territorio, lascia i segni della sua presenza. Chi gli passa davanti è invitato implicitamente a riconoscersi in essi, nei valori, negli avvenimenti, nei personaggi che rappresentano. Raccontare una storia in cui questo avviene (o non avviene affatto).

SVOLGIMENTO

MONUMENTI

SPUNTO

Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti raccolti, l’uno sull’altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano i cinesi che non muoiono mai. Gli eterni che si passano i documenti l’uno con l’altro. Ecco dove erano finiti. I corpi che le fantasie più spinte immaginavano cucinati nei ristoranti, sotterrati negli orti d’intorno alle fabbriche, gettati nella bocca del Vesuvio. Erano lì. Ne cadevano a decine dal container, con il nome appuntato su un cartellino annodato a un laccetto intorno al collo. Avevano tutti messo da parte i soldi per farsi seppellire nelle loro città in Cina. Si facevano trattenere una percentuale dal salario, in cambio avevano garantito un viaggio di ritorno, una volta morti. Uno spazio in un container e un buco in qualche pezzo di terra cinese.

R.Saviano, Gomorra, Milano, Mondadori, 2006, p. 11

NOTA

In televisione vediamo, quasi ogni giorno, come i migranti arrivano nel nostro paese. Ogni giorno i giornali, i politici ne parlano. Ma non vediamo e nulla sappiamo di come se ne vanno quando muoiono. Quali spazi ospitano i loro corpi morti, quali riti li accompagnano? In parecchie città italiane ci sono cimiteri per stranieri; alcuni, come quello acattolico di Roma, sono parchi monumentali dove riposano le salme di personaggi illustri. Ma la gente comune che da cittadino straniero vive e lavora in Italia, da morto non finisce lì. In genere, la famiglia del defunto che ha messo da parte i soldi o che viene aiutata da una colletta preferisce seppellire i propri cari nella propria terra. Gli indiani, quasi sempre, cremano i loro morti, mentre gli arabi, se non hanno i soldi per trasportare il defunto in patria, chiedono che la bara sia comunque rivolta verso la Mecca. Poi ci sono i migranti che sono morti ai confini di terra o di mare dell’Italia prima di essere stati chiamati per nome. I loro corpi, non identificati, sono stati esclusi anche dall’elenco dell’ultimo appello della morte.

ESERCIZIO

Morire in terra straniera: raccontare una storia vista, vissuta o immaginata
NESSUNO SVOLGIMENTO

Lo spazio della lingua

SPUNTO

Viene da pensare che i ricordi parlano solo la lingua in cui sono accaduti. Ricordarli in un’altra lingua è come mascherarli (A.Bravi)

Che cosa sono le parole italiane per una persona straniera appena arrivata in Italia? Sono suoni, senza significato. Ma se tu, dopo aver acquistato la padronanza della nuova lingua, esplori questi suoni, se tu approfondisci le sensazioni che i suoni ti avevano prima svegliato, se tu unisci suoni diversi e inventi delle parole per il tuo racconto, tu stai già trasformando l’ostacolo in un’opportunità. (C. de Caldas Brito)

 

APPUNTI

Quello della lingua
– È lo spazio più importante: è quello che dà ordine e senso a tutti gli altri. Quello che dà “forma” alla realtà
– È strumento della conoscenza
– È strumento del potere
o a) l’ordine del discorso sistema il reale in modelli, in “luoghi” comuni, in “copioni” e in valori. L’ordine del discorso modella l’ordine simbolico
o b) l’ordine del discorso comporta dinamiche di assoggettamento (Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, 1967)
o c) l’ordine del discorso comporta dinamiche di disuguaglianza. Colui che ha la parola stabilisce chi è l’altro. La rappresentazione dell’altro è inscritta in un dispositivo di potere. La descrizione dell’altro sottostà sempre a un rapporto di dominazione. Il fatto è che “l’altro” in natura non esiste: è sempre uno dei due termini di una relazione, una delle due facce di una pagina bianca, dove il “fronte” e il “retro” lo stabilisce chi incomincia a scriverci sopra. Chi è “l’altro”, infatti, lo decide chi ha il potere di rappresentarlo, chi ha la parola con cui esprime il suo punto di vista, i suoi interessi e valori.
L’altro è il diverso da chi parla, non è chi parla. Non è il soggetto, ma l’oggetto della narrazione, del discorso. È vittima di una asimmetria.
o d) Per questo è importante, per lo “straniero”, usare la lingua per “disfare il gioco dell’altro”, sia rifiutando false mediazioni (“Voglio essere io a dire come mi chiamo”, G. Makaping), sia reinventando creativamente la lingua dell’altro, cioè del paese di arrivo (o di accoglienza).

ESERCIZIO 1

Nello “Spunto” che apre questo capitolo le opinioni di Bravi e di de Caldas Brito rappresentano, semplificando, due modi (non necessariamente contrapposti) di pensare al rapporto tra “lingua madre” e “lingua nuova”. Raccontare una storia di plurilinguismo vissuto da chi, in una terra non sua o sua per necessità di lavoro, si trova a passare spesso da una lingua all’altra.

NESSUNO SVOLGIMENTO

ESERCIZIO 2

Raccontare una storia (non necessariamente in prima persona) in cui un personaggio si trovi nella situazione di sentire il suo nome (e/o cognome) immancabilmente storpiato

NESSUNO SVOLGIMENTO

ESERCIZIO 3

Raccontare la storia di un personaggio perennemente in lotta con le doppie (e alle prese con altre battaglie linguistiche)

NESSUNO SVOLGIMENTO

Lo spazio del Web

SPUNTI

Genera ancora stupore (e non poche polemiche) il fatto che molti migranti e rifugiati dispongano di un cellulare: il possesso di uno smartphone sarebbe la prova che non si tratta di persone povere, quindi perché dovremmo pagare la loro accoglienza? Tanto più che passano ore assembrati, attaccati ad internet o a parlare al telefono. Per sgombrare la mente da pregiudizi, basta riandare alla nostra esperienza quotidiana, alle decine di chiamate che facciamo per dire “sono arrivato”. I migranti e rifugiati percorrono rotte pericolose e lunghissime: a volte lasciano dietro di sé parenti, altre volte attraversano mari e deserti per raggiungere qualcuno che li aspetta in Europa. Il cellulare è quindi indispensabile per comunicare con la famiglia. Non solo: grazie allo smartphone, i migranti scambiano informazioni “di servizio” legate al viaggio e ai possibili rischi.
A questo proposito, qualche mese fa uno studio condotto da Open University ha evidenziato l’importanza della tecnologia e dell’uso dei social nei viaggi dei migranti, sottolineando che la mancanza di informazioni li spinge ad affidarsi a soluzioni illegali e pericolose. Inoltre, è solo grazie alle immagini catturate di nascosto che sappiamo delle torture cui i migranti e i rifugiati sono sottoposti mentre attendono di imbarcarsi. Ecco perché il cellulare è il primo bene che le persone si portano dietro in Italia e al loro ingresso nella struttura di accoglienza, le persone ricevono una ricarica telefonica. Un aiuto, che però non basta in mancanza di una connessione gratuita. Ecco che la mancanza di una rete a cui connettersi spinge le persone a protestare, o ad assieparsi nei pressi di wi-fi aperti, inducendo alcuni amministratori a decisioni miopi e non risolutive.

F. R .Genoviva in www.unhcr.it/risorse/carta-di-roma/fact-checking/rifugiati-4-luoghi-comuni-smentire

(url consultato il 7/6/2018)

APPUNTI

Il web è
– Il più grande spazio pubblico mai esistito. Uno spazio senza pareti, ma reticolare, “relazionale”. Uno spazio proteiforme (dalle infinite forme, dimensioni) e utilizzi (economico, sociale, culturale…). Questo comporta:
– a) il più alto livello di partecipazione alla sfera pubblica; ma anche
– b) il più grande pericolo di controllo della sfera privata.
– Il web cambia la città. Dalla città industriale alla città “informazionale”. Questo vuol dire: perdita di importanza del “centro”, sua sostanziale inutilità funzionale, perché ogni computer è “al centro”.
– Il web cambia il sistema di potere. Dal potere legato al POSSESSO (di oggetti) a quello che controlla l’ACCESSO (alle informazioni, ai servizi…). Dai proprietari, padroni dei mezzi di produzione si passa ai fornitori di servizi, naturalmente su supporti digitali (telefonia, finanza, intrattenimento, comunicazione, infinite forme di assistenza, sorveglianza e sicurezza, gestione banche dati…).
– Il web cambia la nostra identità. Dalla appartenenza a una nazione (territorio, etnia, lingua, popolo, cultura, tradizione, entità stabili, immodificabili) come elemento principale di riconoscimento (la carta d’identità) alla appartenenza a reti relazionali, a molteplici ambiti che attribuiscono riconoscimento e esclusione (indipendentemente dal riconoscimento giuridico della cittadinanza).
– Basta vedere il cellulare per constatare le nostre identità molteplici e in parte provvisorie a seconda dei punti di riferimento (i parenti, i connazionali nel proprio paese d’origine, i connazionali qui, gli amici di diverse nazionalità, i colleghi di lavoro, i compagni del tempo libero, i codici memorizzati delle tessere fedeltà dei supermercati, le app….).
– Il protagonista di questa rivoluzione non è l’uomo, ma l’intelligenza artificiale, in particolare nella sua presenza come algoritmo, che raccoglie e tratta le informazioni su di noi, trasforma i dati sensibili in unità finite e univoche, li ordina in sequenze, mette in relazione ogni traccia da noi lasciata con tracce di altri profili con caratteristiche compatibili, li raggruppa, collega il nostro passato in un programma che prevede, calcola nostre possibili scelte future…
– Alla luce di tutto questo si può ricavare che lo schermo che guardiamo ci guarda. E ricorda, come solo una macchina può fare, senza dimenticare nulla: in essa tutto diventa memoria indelebile. La nostra vita risulta perennemente “monitorata” (dati sensibili, scelte economiche, politiche, sessuali, culturali e etniche, preferenze, salute personale…) e (potenzialmente) consegnata alla logica di mercato (se hai comprato questo, allora compra quest’altro…), e/o ai datori di lavoro (se so che hai avuto problemi di salute o altro non ti assumo…) e/o ai politici (vedi campagne elettorali manipolate e “personalizzate”). Tutto è messo “in piazza” . La mia identità è trasformata in un “profilo”, “tracciabile”, disegnato da algoritmi e gestito dai giganti globali della rete (Google, Facebook…) o, in subordine, dai vari governi.

ESERCIZIO

Raccontare una storia (non necessariamente alla prima persona), in cui il cellulare ha le stesse funzioni di un personaggio: è il “doppio” del suo proprietario (che cambia personalità ad ogni telefonata); è il suo aiutante polifunzionale (lo salva quando…); è la sua spia (rivela i suoi segreti a un altro/a…); è la sua droga (come nel caso degli hikikomori, ragazzi “chiusi in disparte”, che si autoescludono dal mondo per stare davanti a uno schermo); è la sua arma (come nel caso di un hacker, di un terrorista…); è il suo mestiere (come nel caso di un influencer…); è il suo nemico (che ruba i suoi dati personali…).

NESSUNO SVOLGIMENTO

Un tema

Il lavoro

 

SPUNTO

Storie di donne che lavorano nei campi sfruttate e molestate dai padroni

6 aprile 2017
«Si avvicinava, mi metteva le mani addosso, diceva cose sporche. Io gli chiesi più volte di smetterla, spiegandogli che ero lì solo per lavorare. Una volta lo spinsi via, gridai basta e lui se la prese. Mi disse: da settimana prossima non venire più». Annalisa ha 30 anni, tre figli e da quando è stata lasciata a casa dal suo “padrone” è rimasta disoccupata. Racconta le molestie subite per mesi mentre lavorava alla raccolta dell’uva, nelle campagne in provincia di Bari. «Non ne parlo volentieri. A mio marito non l’ho raccontato, mi vergogno». La sua storia è simile a quella di altre donne, italiane e straniere, che lavorano nell’agricoltura, braccianti e operaie che raccolgono e impacchettano la frutta e la verdura che arrivano sulle nostre tavole, esportate anche all’estero.
Le lavoratrici subiscono discriminazioni, abusi e violenze. Non esistono dati ufficiali del fenomeno, ma testimonianze dirette, analisi dei sindacati e associazioni indicano che è diffuso in diverse regioni. Va ben oltre la zona di Vittoria, in Sicilia, salita agli onori della cronaca tre anni fa, in seguito a un’inchiesta di Antonello Mangano, pubblicata sull’Espresso, e allo studio di Alessandra Sciurba, ricercatrice di Sociologia all’Università di Palermo.
Nella campagna in provincia di Ragusa, coltivata prevalentemente a pomodori, zucchine e melanzane, disseminata di serre, fino a formare un paesaggio di metallo e plastica, dall’odore di fertilizzante, lavorano oltre 5.000 donne originarie della Romania, che subiscono violenze. Nonostante l’interpellanza parlamentare italiana del 2015 e le promesse di intervento del governo rumeno, per loro non è cambiato nulla, come dice anche don Beniamino Sacco, il primo a denunciare, anni fa, “i festini agricoli nelle campagne”, e a impegnarsi per contrastare il fenomeno.
Secondo le braccianti la situazione è peggiorata a causa della crisi, dell’arrivo, con i flussi migratori, di nuova manodopera a basso costo e del “Jobs Act”. Lavorano tra le 10 e le 12 ore al giorno, per 500 o 600 euro al mese, in serre dove tra aprile e ottobre la temperatura raggiunge anche i cinquanta gradi. Non sono arrivate in Italia per prostituirsi, ma si trovano, loro malgrado, a vivere in un sistema che prevede che per ottenere e mantenere il posto debbano accettare uno scambio sessuo-economico. Spiega Emanuele Bellassai, per anni operatore Caritas: «Ribellarsi e denunciare gli abusi alle forze dell’ordine è quasi impossibile: le lavoratrici non vengono facilmente credute e soprattutto non si riescono a raccogliere prove sufficienti per un processo». Inoltre, il pregiudizio “non è violenza perché se la sono cercata” resta diffuso. La situazione di difficoltà è aggravata dal fatto che molte vivono isolate, in magazzini dispersi tra le coltivazioni, senza mezzi di trasporto.
Su 430 mila lavoratori vittime di caporalato e sfruttamento, secondo i dati del rapporto della Flai Cgil 2016, il 42% sono donne. In certe zone più del 30% lavora nell’illegalità. Le donne vengono preferite perché sono pagate meno per le stesse mansioni svolte dagli uomini, anche quando si tratta di zappare, e sono ricattabili sessualmente. «Su dieci datori di lavoro della nostra zona, cinque ci provano e pesantemente, di più con le straniere che con le italiane, perché per loro è quasi un diritto, uno ius primae noctis odierno», aggiunge Rosaria Capozzi, responsabile del progetto Aquilone di Foggia.
«La quantità di offerta di manodopera e la mancanza di denunce sono tali che rifiutare le avance significa perdere il posto», nota Maria Viniero, ex bracciante, adesso sindacalista della Flai Cgil di Bari. «Si tratta di situazioni diffuse. Le lavoratrici vengono a raccontarmele, ma poi non vogliono procedere per le vie legali. C’è un regime di terrore: nei magazzini per andare in bagno devi timbrare il tesserino. Se stai più di tre minuti ti fanno il richiamo. Quando ricevi lo stipendio, spesso devi tornare indietro parte dei soldi. Le aziende si approfittano delle situazioni di disagio, delle donne con i mariti disoccupati, separate, delle ragazze madri, che per forza devono lavorare. Mettono le donne una contro l’altra e ribellarsi diventa impossibile». […]

S. Prandi
https://www.glistatigenerali.com/agroalimentare_questioni-di-genere/caporalato-braccianti-agricole-violenze-sfruttamento/ (url consultato il 7/6/2018
cfr. anche l’interessante progetto http://www.iraccontidellavoroinvisibile.it/

APPUNTI

Soprattutto per chi non si trova già cucite addosso la cittadinanza e l’appartenenza a un territorio (gli indigeni) e deve costruirsele, il lavoro è (dovrebbe essere) un momento fondamentale, una opportunità eccezionale, per l’individuo stesso e per la società:
– per sentirsi parte di una comunità
– per vedersi riconosciuto(a) da essa.
Questo vale soprattutto se si è
– in assenza di un riconoscimento affettivo familiare, perché, per esempio, si è lontano da casa, e
– in assenza di un riconoscimento giuridico (come la cittadinanza) o in presenza di un riconoscimento giuridico precario, come il permesso di soggiorno.
MA il lavoro costituisce una opportunità se rispetta la dignità della persona.AL CONTRARIO.
Come è possibile costruire APPARTENENZA senza PERMANENZA?
– Cioè: in presenza di una serie di esperienze lavorative temporanee, provvisorie, che non permettono un reale inserimento in un ambiente lavorativo?
Come è possibile costruire RICONOSCIMENTO se sono MISCONOSCIUTI il valore e la professionalità dell’altro?
– Cioè: in presenza di mansioni dequalificate, non congrue con le competenze e titoli di studio di chi lavora e
– non retribuite o retribuite in modo irrisorio.
Come è possibile costruire CITTADINANZA senza STABILITÀ?
– Cioè: senza una salda collocazione contrattuale
– Senza una assistenza giuridica e sindacale
– Senza un reale accesso alle informazioni
Come è possibile costruire NORMALITÀ e GIUSTIZIA sociale se si continua a tollerare lavori “ANOMALI”?
– Quali lavori stagionali, “a progetto”, interinali, a tempo determinato, a chiamata, stage non retribuiti, retribuiti in nero…
Come si può pensare che un cittadino possa lavorare da schiavo e pensare che comunque lo possa fare chi non è “cittadino” italiano? La flessibilità erode comunque la cittadinanza: difficile pretendere che un lavoratore “usa e getta” si comporti invece da cittadino a tempo pieno. La cittadinanza si basa sulla reciprocità del riconoscimento.

ESERCIZIO

Caporalato, precariato, sfruttamento femminile: tanti spunti per tante storie da raccontare (non necessariamente alla prima persona)

SVOLGIMENTO,

lavoro

Quattro scenari

Storie di cittadinanza?

Per non affrontare il tema della cittadinanza in modo generico, abbiamo provato a raccontarlo, come testimoniano i capitoli precedenti, utilizzando alcuni modelli di trama e differenti punti di vista; poi l’abbiamo “ambientato” in certi spazi della città e in quelli della lingua e del web (anche se questi aspetti sono stati solo accennati). Fatto questo, ci siamo chiesti se nella vita di ogni giorno esistono delle situazioni che possiamo raccontare per esemplificare i diversi modi di vivere l’appartenenza a una comunità di cittadini. Per rispondere abbiamo ipotizzato quattro “scenari”, che corrispondono ad altrettante modalità di vivere la cittadinanza e che sono descritti nella nella breve nota introduttiva. Qui di seguito, invece, proponiamo gli “spunti” narrativi e saggistici che sono serviti a introdurre quel modello, con i relativi testi prodotti dai frequentanti. Chiudono questi Materiali una rivisitazione degli spazi della cittadinanza alla luce degli “Scenari” e, infine, uno schema riassuntivo che può costituire un repertorio, molto aperto, di elementi narrativi per continuare il discorso.

Esclusione

SPUNTO

Io sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro, come quelli che ossessionavano Edgar Allan Poe; e non sono neppure uno di quegli ectoplasmi dei film di Hollywood. Sono un uomo che ha consistenza, di carne ed ossa, fibre e umori, e si può persino dire che posseggo un cervello. Sono invisibile semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi: capito? Come le teste prive di corpo che qualche volta si vedono nei baracconi da fiera, io mi trovo come circondato da specchi deformanti di durissimo vetro. Quando gli altri si avvicinano, vedono solo quel che mi sta intorno, o se stessi, o delle invenzioni della loro fantasia, ogni e qualsiasi cosa, insomma, tranne me.
Né d’altra parte questa invisibilità si può attribuire a una particolarità biochimica della mia epidermide. L’invisibilità di cui parlo si verifica per la speciale disposizione degli occhi di coloro con i quali vengo a contatto. Dipende dalla struttura dei loro occhi interni, quelli cioè coi quali, attraverso gli occhi corporei, guardano la realtà. È a volte vantaggioso essere invisibile, anche se, per lo più, la cosa ha un effetto alquanto snervante. C’è poi anche il fatto che le persone di vista corta urtano continuamente contro di te. E ancora, dubiti spesso della tua esistenza, e finisci per chiederti se non saresti per caso un semplice fantasma nella mente degli altri. Una figura in un sogno, diciamo, che il dormiente cerca con tutte le forze di distruggere. Quando hai questa sensazione, ti vien voglia di restituire gli urtoni, per la rabbia. E vi confesserò che questa sensazione ce l’ho quasi sempre.

R. Ellison, Uomo invisibile, Torino, Einaudi, 1956 (ed. or. 1947).

storie di esclusione

Non inclusione

 

SPUNTO

Passare un’intera giornata in giro per Roma, uno zaino sulle spalle e due ore di sonno, è dura. È dura la solitudine. Non tanto il fatto di stare da soli, quanto piuttosto avvertire la propria assenza. Fantasmi. Quando non hai nessun posto dove andare, quando non hai nessuno da cercare e nessuno che ti cerchi, di fatto non esisti. Ecco il senso più profondo di una semplice frase di Martin Buber, che scrive: «Non è bene che l’uomo sia solo». L’estrema solitudine. C’è di più. C’è il fatto che, sbattuti in mezzo a una strada, continuamente di passaggio su un suolo pubblico, di altri e di nessuno, si è privati dei propri spazi, dei propri tempi, dei propri ritmi, delle proprie abitudini. In una parola, della memoria di sé.
Tutto questo è disumanizzante. D’un tratto non c’è più niente che ti ricordi chi sei. Penso alla disposizione dei mobili nella mia stanza, al profumo della mia cucina, al colore delle lenzuola, a un album fotografico, al paio di scarpe preferite, all’odore del caffè al mattino, alla musica, ai quadri alle pareti. Penso alla frequenza con cui uno incontra amici, parenti, figli, amanti, colleghi, vicini di casa. Ognuno di noi ha una storia e compie quotidianamente un’opera di documentazione autobiografica, accumulando oggetti che di quella storia gli parlano, e incontrando persone che gli ricordano a chi appartiene, da dove è venuto e dove vorrebbe andare. In strada tutto questo va perso.

G. Del Grande, Senza fissa dimora, Roma, Infinito ed., 2009

storie di non inclusione

Non esclusione

SPUNTO

Un giorno, mentre si trovava nel corridoio della corsia dove lavorava come infermiera, Akolè vide arrivare un signore elegante e distinto. Con premurosa gentilezza, gli andò incontro e gli chiese: «Mi scusi, posso esserle utile?» Lui rispose con un secco “no” oltrepassandola per recarsi diritto verso la dispensa dove le ausiliarie stavano approntando i pasti per i degenti. Arrivato lì disse: «Sono il figlio della signora Galimberti del letto 130 che è stata operata stamani e vorrei avere notizie dalla caposala sulle sue condizioni.» Gli fu indicata la caposala, che era l’infermiera “di colore” che aveva appena sorpassato nel corridoio.

K. Komla-Ebri, Imbarazzismi, Milano, Ed. Dell’Arco – Marna, 2002, p. 21

 storie di non esclusione 

Inclusione

 

SPUNTO

– Se non sei francese, che cosa sei?
Dj.: – Non so cosa sono, ma so cosa non sono: non sono francese pur essendo di nazionalità francese e sono ancor meno algerino
– E questo cosa vuol dire? Sei apolide? È un nuovo modo di essere apolide?
Dj.: – Forse… Ma è peggio. Perché l’apolide, colui che è stato bandito dalla propria patria, che è stato privato del suo paese, o la cui patria è sparita, lui, in fondo a se stesso, sa cos’è e sa che è qualcosa. Ma io, e anche lei, tutti noi, niente ci ha vietato di essere algerini e niente ci ha vietato di essere francesi. Non siamo stati banditi da qualche parte. La Francia è sempre qui, con la possibilità per tutti di essere francesi e noi siamo dei francesi. L’Algeria ora è qui, è come prima quando non c’era la nazionalità algerina, e anche qui l’Algeria non ci ha proibito di essere algerini. Al contrario. Nessuno ce l’ha vietato. Non siamo algerini, è così, questo è tutto. Quindi non siamo apolidi. Forse ci sono persino troppe patrie, una sovrabbondanza di patrie, due patrie nello stesso tempo sono troppe… Qual è di troppo?… Ma forse non
rappresentano nessuna patria! È questo l’apolide forse? Ci sono due patrie possibili, ma sono esteriori… Come dire?
Sono intorno a noi, è l’ambiente. Ecco. Esistono solo in teoria. Passi per la Francia, dove stiamo, dove viviamo, ce la sorbiamo tutti i giorni, con le sue seccature ma anche con le sue gioie, perché ce ne sono. Ma l’Algeria è pura finzione. È come Marte. Questo significa che non abbiamo nessuna patria dentro di noi. Dentro di noi davvero non c’è niente… Ma da chi dipende tutto ciò? Dipende da noi o no? Dipende da noi, dipende da me; non da me solo, non solo da me, ma da tutti noi. Dipende dal rapporto con la nazionalità francese che possiedo, che ho sempre avuto. Anche mio padre ci scherzava sopra… Ma era uno scherzo serio. Credo che la sua formula sia più vera di tutto ciò che si dice.
– Qual è questa formula?
Dj.: – Ci diceva questo: “In centotrenta anni che siamo stati francesi sotto la Francia, non siamo diventati francesi. Ora voi, a dieci anni, siete già francesi come i francesi…”. E per consolarlo, io gli dicevo: “Prima era la Francia che era da voi…, ora siamo noi a essere in Francia. Questo cambia tutto”.

A. Sayad,La doppia assenza, Milano, Cortina, 2002 (ed. or. 1999) pp.364-365
storie di inclusione

Spazi per quattro scenari

 

APPUNTI
Gli spazi dell’escluso dalla cittadinanza
– Essere “fuori”.
– Essere mandato via (“Vai a casa tua”)
– Il viaggio e i suoi “non luoghi” (barconi, treni, aerei, stazioni, porti, aeroporti…)
– Il confine, la frontiera
– I luoghi proibiti (i vagoni ferroviari, sotto i portici, i luoghi abbandonati e abusivi…)
– I centri di “accoglienza” (CDA), Centri di primo soccorso e accoglienza (CPSA), Centri di accoglienza per richiedenti asilo (CARA). Centri di accoglienza straordinari (CAS). Centri di identificazione ed espulsione (CIE)
– Le prigioni
– Il tempo del “fuori” (il passato della nostalgia e della memoria, il futuro delle illusioni, il presente senza tempo)

Gli spazi del non incluso nella cittadinanza
– Essere “ai margini”
– Le mense, i dormitori
– Le stazioni
– Spazi multiculturali: coesistenza senza interazione di culture (condomini, mezzi di trasporto…)
– Senza uno spazio, senza “fissa dimora” (senza indirizzo = senza identità), stranieri, homeless, outsider
– La soglia
o Lo spazio della soglia: “stare davanti a” (i luoghi inaccessibili, proibiti, incomprensibili, i luoghi degli altri, dei ricchi, dei poveri…)
o Il tempo della soglia: stare in attesa (la speranza, la paura, il rancore, il tempo del “non ancora”)

Gli spazi del non escluso dalla cittadinanza
– Essere nel mezzo, o meglio, “essere tra”, in between
– Zone di contatto (tra culture)
– Spazi interculturali: reciproca interazione di culture (potrebbe essere un condominio, una scuola, una biblioteca, un luogo di lavoro, una associazione, una parrocchia…)

Gli spazi dell’incluso
– Essere dentro
– “Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti: anche, e soprattutto, a coloro che sono reciprocamente estranei e tali vogliono rimanere”
J.Habermas, L’inclusione dell’altro,Milano,Feltrinelli, 2003

– Quattro modi per condividere a pieno diritto tutti gli spazi della cittadinanza.
o A) atteggiamento mimetico: assumere completamente mentalità e costumi del paese d’arrivo
o B) atteggiamento “transculturale”: condividere un progetto culturale comune
o C) atteggiamento cosmopolita: “ Chi riconosce o afferma di riconoscere quale sua patria il mondo intero; chi non restringe i proprî affetti e i proprî interessi alla nazione dov’è nato, ma li estende alle altre nazioni e agli altri popoli” Dizionario Treccani
o D) Atteggiamento antagonista. Rifiuto dell’inclusione: avere la cittadinanza, ma sentire di appartenere a un’altra cultura e praticarla in modo intransigente.

SCENARI NARRATIVI DELLA CITTADINANZA

Alcune precisazioni a proposito di questa mappa cognitiva.
o La sua funzione non è di ingabbiare l’immaginazione, ma piuttosto di accrescerne le potenzialità narrative, indirizzandole verso precisi contesti (breve nota introduttiva)
o L’ottica da cui parte la mappatura degli scenari appartiene al punto di vista della società cosiddetta “di accoglienza”
o Le caselle del nostro schema, se lette verticalmente, possono fornire alcuni elementi (come personaggi, spazi, sentimenti…) del repertorio di uno scenario e contribuire alla sua costruzione narrativa. Viceversa, la lettura orizzontale delle caselle lungo il percorso Esclusione–Inclusione o viceversa, può suggerire spunti di storie di progressiva integrazione o emarginazione.
I contenuti di questi quattro scenari sono:
o incompleti: sono volutamente abbozzati
o modificabili: sono indicativi e passibili di variazioni
o trasferibili: possono appartenere a scenari diversi
o ambivalenti: possono avere valori diversi in situazioni diverse
o provvisori: una volta emersi dalla discussione e collocati nei loro ambienti o quadri di riferimento, questi spunti narrativi andranno “messi in scena”, dopo avere individuato “che cosa” si potrebbe raccontare e “come” raccontarlo.

schema

 

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L'autore

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Remo Cacciatori

Remo Cacciatori, attualmente insegnante in pensione, è stato docente di scuola media superiore e animatore di numerosi progetti nell’ambito della formazione e dell’editoria scolastica, per la quale ha pubblicato antologie e curatele. Professore a contratto dal 2007 al 2016 presso Università degli Studi di Milano, si occupa di problemi di teoria del romanzo e di narrativa del Novecento.