Stanza degli ospiti

Modena dagli stivali

Quel che non mi serve mi pesa.

(Madre Teresa di Calcutta)

Costantemente avverto il bisogno di eliminare il superfluo. Considero l’accumulo di beni materiali un ostacolo al fluire della creatività. Disfarmi di ciò che è inutile mi aiuta a tendere all’essenziale. Elimino oggetti anche nei casi in cui contrastano con il mio senso estetico, oppure mi causano sofferenza perché ripropongono il ricordo di situazioni sgradevoli. Non sempre posso liberarmene allorché prendo coscienza della loro negatività, ma da quel momento hanno i giorni contati.  L’atto del riorganizzare, ridistribuire, è la rappresentazione  materiale dell’esigenza di far chiarezza dentro me,  di ordinare il caos mentale.  Non saprei dire se è  l’azione a mettere in moto il  meccanismo interiore che sospinge verso il cambiamento, oppure se è il bisogno di quest’ultimo che induce all’azione. Sobrio, essenziale, è il mio ambiente ideale. Le energie positive debbono circolarvi liberamente. Armoniosa dev’essere la disposizione di tutto ciò che ne fa parte. Lo spazio in cui vivo  deve contribuire a farmi sentire a mio agio, a rasserenarmi; esso è anche il riflesso di chi sono o mi accingo ad essere.

Nuovi di zecca, un paio di stivali di cuoio erano finiti in un centro di raccolta e smistamento dell’usato. Pensando che avrebbero potuto proteggermi dai rettili una volta giunta in Amazzonia, li tenni per me. Si rivelarono impropri per habitat e clima, ma non riuscii a separarmene. Li riposi in un mobile precario  in cui i serpenti avrebbero potuto introdursi con facilità e magari scegliere proprio loro per nascondersi. Ricordo il terrore che mi assaliva quando dovevo aprire quell’armadietto. Per quattro anni e mezzo blatte e lucertole cagarono sugli stivaletti alterandone i connotati, ma nemmeno questa ragione mi impedì di metterli in valigia quando mi accinsi a tornare in Italia per un periodo di riposo.

Dovendomi recare al nord, e pensando che questa volta avrei avuto modo di calzarli, ancora una volta mi portai dietro gli stivali. Transitando nella stazione ferroviaria di Modena, mi venne in mente la ragazza che con me aveva voluto corrispondere mentre operavo fra gli Yanomami. Le telefonai, in cuor mio disposta a modificare la tabella di marcia pur di rendere possibile il nostro incontro. Non era in casa. Rispose la madre. Nulla incuriosì la donna: scelta di vita, indios, foresta, Amazzonia, Brasile, amicizia epistolare. Acida, disse che avrei dovuto accordarmi in anticipo. Non tentennò, non prese tempo, non mi invitò a richiamare al rientro della figlia, non mi fornì altro recapito telefonico, non considerò alternativa alcuna. L’esperienza esistenziale nel terzo mondo mi aveva fatto completamente dimenticare che nel primo, per incontrare qualcuno,  bisogna prendere appuntamento. La costatazione non mi aiutò a stare meglio. L’atteggiamento della donna mi aveva addolorata profondamente. Elucubrazioni e tristezza caratterizzarono le ore che seguirono nell’attesa del treno successivo. Prima di lasciare Modena celebrai un rituale. Mi chiusi nella toilette. Aprii la valigia, estrassi gli stivaletti, li guardai, rimirai, accarezzai, me li strinsi al cuore, li incartai separatamente. Uscii dal bagno solo quando mi sentii pronta per affrontare la separazione.  Introdussi i due involucri in differenti contenitori per rifiuti.

     Nel 1697 Charles Perrault pubblicò I racconti di mia madre l’Oca, di cui facevano parte  alcuni di quelli che sarebbero divenuti i più famosi  esempi di letteratura infantile. Ripresi dall’antica tradizione orale della favolistica popolare, e grazie alla semplicità e naturalezza dello stile, i soggetti raggiungono l’evidenza dell’opera d’arte. Con questi racconti l’autore inaugurava un genere letterario che in Francia non vantava alcun precedente (1). La memoria suggeriva che il titolo originale della fiaba letta da bambina fosse Il gatto dagli stivali. Nella maggioranza delle fonti consultate prima di accingermi a scrivere questo brano si legge Il gatto con gli stivali. Sempre che posso, utilizzo di proposito termini e modi di dire considerati in disuso: essi rimandano a letture, epoche, ambienti specifici; è una maniera per tenerli in vita,  valorizzarli, aiutarli a resistere. A far bella una lingua non è certo la moda, l’omologazione, la colonizzazione; essa raggiunge lo splendore quando è libera e originale, perché diversificate, plurime, specializzate ne sono le espressioni. Il titolo del presente brano si è in me introdotto all’epoca del viaggio di ritorno da Modena, ma la stesura è avvenuta a trent’anni di distanza. Non ricordavo affatto il contenuto della fiaba; impressa nella memoria, invece, era ed è conservava l’elaborata, minuziosa, elegante immagine di copertina. “È l’azione a mettere in moto il meccanismo interiore che sospinge verso il cambiamento, oppure è il contrario?”, mi chiedevo nel primo paragrafo.  L’esigenza di far chiarezza dentro di me, di ordinare il caos mentale  mi ha indotta a riorganizzare i ricordi. Eliminando dal mio precario armadietto mentale un vecchio paio di stivali di cuoio, ho fatto spazio a questo racconto.

(1) Enciclopedia della Letteratura, Garzanti, 1997:795.

* Il brano “Modena dagli stivali” è uno dei capitoli dell’inedito A passo di tartaruga.

** Loretta Emiri è nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il Dicionário Yãnomamè-Português, il libro etno-fotografico Yanomami para brasileiro ver, la raccolta poetica Mulher entre três culturas, i volumi di racconti Amazzonia portatile e Amazzone in tempo reale (premio speciale della giuria per la Saggistica, del Premio Franz Kafka Italia 2013), il romanzo breve Quando le amazzoni diventano nonne. È anche autrice dell’inedito A passo di tartaruga, mentre del libro Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più, anch’esso inedito, è la curatrice.

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Loretta Emiri

Loretta Emiri è nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il Dicionário Yãnomamè-Português, il libro etno-fotografico Yanomami para brasileiro ver, la raccolta poetica Mulher entre três culturas, i libri di racconti Amazzonia portatile, Amazzone in tempo reale (premio speciale della giuria per la Saggistica, del Premio Franz Kafka Italia 2013), A passo di tartaruga – Storie di una latinoamericana per scelta, il romanzo breve Quando le amazzoni diventano nonne. È anche autrice dell’inedito Romanzo indigenista, mentre del libro Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più, anch’esso inedito, è la curatrice. Suoi testi appaiono in blogs e riviste on-line, tra cui Sagarana, La macchina sognante, Fili d’aquilone, El ghibli, I giorni e le notti.