Editoriale

 Appunti di un ritorno a casa
Quante volte sento parlare di problemi etnici e religiosi quando si parla di Africa! Eppure, quanto ha l’Africa da insegnare all’Europa in materia di convivenza! Se è vero che abbiamo alcune malattie, ne abbiamo anche la cura. Una cura dolce, che lascia in bocca il sapore del sogno.

Era da tanto che avevo in mente di andare a Gishen Mariam, il monastero sopra un’amba, nella regione Wollo, nord Etiopia, dove, si dice, sia sepolto un pezzo della croce di Cristo. Un desiderio che non ero riuscita a realizzare in tanti anni. Ogni volta che menzionavo il monastero, tutti si premuravano di raccontarmi quanto fosse difficile raggiungerlo, come fosse pericoloso l’ultimo tratto di pista, che si inerpicava su per le montagne come farebbe una crepa sul muro verticale di una stanza. Ed ecco arrivata l’occasione: un viaggio di lavoro, io, da sola, senza famiglia. E quando mai mi sarebbe capitata un’altra volta? Per lo più quando chiesi informazioni mi dissero che avevano sistemato la strada ed era diventato più semplice raggiungerlo.
Così mi sono fatta coraggio e sono partita con un’amica.
Nel pomeriggio del primo giorno siamo arrivati a Kombolchà, dove avremmo trascorso la notte. Abbiamo preso una stanza in un albergo e la sera, con mia grande sorpresa, ci ha servito un cameriere anziano, con il cappellino musulmano, che parlava l’Italiano con un forte accento napoletano. Potete immaginarne il motivo: era figlio di un italiano andato in Etiopia durante gli anni dell’occupazione e rimasto lì fino alla fine dei suoi giorni. Abbiamo cenato e poi siamo andate a letto con quel lieve pizzicorino emotivo che ci scorreva
nelle vene.
La mattina alle 6 siamo partite. Siamo uscite dalla città e dopo un paio di chilometri il nostro autista si è infilato in una pista. 5 ore su e giù dalla cassa di espansione di un fiume, fino a che non abbiamo intravisto la seconda pista, quella che si inerpicava su per la montagna. Gli ultimi quindici chilometri non avevano nulla da invidiare al muro verticale di una stanza.
Finalmente dopo un’altra ora e mezza siamo arrivate alla fine della pista. Siamo scese e abbiamo percorso l’ultimo tratto a piedi. Il monastero distava ancora qualche centinaio di metri. I monaci e le monache ci hanno accolto con calore, era molto strano ricevere visitatori in un giorno in cui non vi era alcuna festa. I bambini dei contadini ci hanno accompagnato fino nel cortile della chiesa. Siamo entrate, la chiesa era chiusa. Ho chiesto ai bambini di andare a cercare le chiavi. Loro sono usciti correndo e per noi è iniziata l’attesa. Nel cortile hanno incominciato ad entrare persone incuriosite dalla nostra visita: diaconi, monache, contadini…! Tutti volevano sapere cosa facevamo lì. E intanto noi attendevamo… le chiavi… che non arrivavano. Dopo quasi un’ora viene un uomo. Si avvicina. Prima ci saluta, sembra sia lì per caso, ma non è così.
Capisco solo dopo le prime domande che sta usando la tattica dell’avvicinamento graduale tipica della nostra cultura etiopica.
Prima ci chiede da dove arriviamo, come mai siamo lì, se ci piace, ci parla dei miracoli di quel posto… poi inizia a venire al punto
“Dormite qui da noi stasera?” chiede “No, torniamo a Kombolchà” rispondo io. “Ah!” dice e poi fa una lunga pausa di silenzio “Ma come siete venute fino quassù?”, come siamo venute? Lo sanno pure le foglie come siamo venute, penso, ma rispondo come se così non fosse “Con un fuoristrada”. Ancora silenzio “Il vostro fuoristrada è pieno?”, dagli… anche su questo punto sanno già tutti che siamo in due più l’autista. Anzi, sanno già anche che il nostro autista è Musulmano!
Ma, nuovamente, rispondo. A quel punto l’uomo mette una mano sotto la cuffia che ha in testa e si gratta, credo stia arrivando al punto “Io sono uno dei preti della chiesa” mi dice “Domani si inaugura una chiesa, ad alcuni chilometri da qui, verso Kombolchà; non abbiamo un mezzo per raggiungerla, dovremmo andare a piedi, se non vi arreca fastidio, ci dareste un passaggio?” “Con piacere” rispondo, e non ho ancora terminato di parlare che vedo i diaconi iniziare a muoversi velocemente.
Quando, terminate le nostre preghiere, torniamo al fuoristrada per riprendere la via del ritorno, i diaconi e il prete sono già lì, con il loro carico: Croci, incenso, candele, libri sacri, ombrelli da cerimonia. Il nostro fuoristrada si riempie e partiamo. Ed è lungo la strada che il prete inizia a raccontare della storia
della nuova chiesa in cui l’indomani, all’alba, lui celebrerà la prima messa: “Un musulmano ha iniziato a sognare la Madonna che gli chiedeva di lasciarle un pezzo della sua terra, e precisamente quello sopra la collina vicino al fiume. La sognava ogni notte e in sogno lei lo portava sulla collina per fargli vedere qual era esattamente il pezzo che voleva. Il musulmano dopo alcune settimane non ne poteva più di sognarla; una mattina si è svegliato dicendo: “mi arrendo”; dico: “va bene; hai capito tu lassù? Va bene, te la lascio basta che mi lasci in pace”, e il giorno stesso è venuto qui da noi per dire che da un po’ sognava la Madonna e che lei voleva la sua terra, e lui gliela dava, quindi che la consegnava a noi per lei, e che quando lei avesse fatto sapere cosa ne dovevamo fare, di avvisarlo perché anche lui avrebbe in qualche modo partecipato alla realizzazione delle sue indicazioni. Pochi giorni dopo la sua visita erano arrivati alcuni giovani universitari dalla città di Dessié, e ci dissero di avere un voto. Avevano dei soldi per la costruzione di una nuova chiesa. Così i giovani universitari, il Musulmano e io abbiamo creato un comitato per la costruzione di una chiesa nella terra indicata dalla Madonna. Ci abbiamo messo un anno, la chiesa ora è pronta e domattina ci sarà la prima messa. Perché non rimanete con noi?”.
Io e la mia amica ci guardiamo, sarebbe bello ma non è possibile. Percorriamo parecchi chilometri, tutti e quindici, quelli della prima pista, e una trentina della seconda, e ad ogni chilometro che si aggiunge penso che se non fossimo arrivate noi, tutta quella strada se la sarebbero dovuta percorrere tutta a piedi.
Dopo due ore e mezza il prete ci dice che eravamo arrivati, punta il dito verso l’alto e indica un’amba. L’autista si ferma. Il prete scende. Sulla pista c’è un uomo, un musulmano: è quello della terra.
Il prete e il musulmano si abbracciano “Ringrazio Dio che ti ha permesso di vedere la luce di questo giorno” dice il prete “Ringrazio che ci abbia permesso di vederla assieme” dice il musulmano, poi scendono i diaconi, il musulmano ha con se un aiutante, si dividono le croci, i libri di preghiera, i sacchetti di incensi, di candele. Ci salutiamo abbracciandoci e poi il piccolo gruppo inizia la salita verso l’amba dove c’è la nuova chiesa. Il prete, i diaconi, il signore musulmano e il suo aiutante, tutti assieme, e domani, tutti assieme, parteciperanno alla prima messa.
Riprendiamo la nostra strada con un lieve rammarico, peccato, sarebbe stato bello potere partecipare. Lungo il tragitto ad un certo punto incrociamo una corriera, l’esterno decorato con alcune bandiere etiopi, sul parabrezza una croce. Sono gli universitari che arrivano da Dessié. Li salutiamo strombazzando; loro, pur non sapendo chi siamo, rispondono.

La sera, sdraiata nel letto, non ho potuto che ripercorrere quella giornata, e mi è venuto da pensare che avevo vissuto una magia inattesa, una dimostrazione di come si possa stare assieme condividere percorsi spirituali anche quando si hanno un credo diversi.
Una magia usale in Etiopia. Quante volte ho sentito di musulmani che hanno donato terre per una chiesa e viceversa? Quante volte ho avuto la dimostrazione che le persone che seguono veramente un sentiero
spirituale sanno rispettare i percorsi diversi. Un piccolo grande messaggio di pace, un piccolo grande insegnamento per chi non sa accogliere i sentieri diversi dal proprio.

Gabriella Ghermandi

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Cari lettori,
questo numero di el-ghibli tenta di affrontare il tema immenso della forza della donna, attraverso racconti, poesie, saggi… Il concetto dell’identità potrebbe essere una delle tante vie per arrivarci. A mio parere, è la strada intrapresa da Gabriella Ghermandi nel suo editoriale.
M’immagino che se avesse letto Appunti di un ritorno a casa, Amin Maalouf, scrittore francese di origine libanese, arabo e cristiano, autore del saggio L’Identità (Bompiani Editore) e di altri libri, avrebbe potuto dire una frase più o meno simile a proposito del signore musulmano: “E’ la semplice complessità d’identità personale”, e per quanto riguarda tutti i protagonisti, inclusa Ghermandi, il professore anglo-polacco Zygmunt Bauman, ci avrebbe ricondotto nelle pagine delle sue opere pubblicate in Italia dall’editore Laterza e tra cui Paura liquida, Vita liquida e particolarmente Intervista sull’identità.
In una recensione di quest’ultimo libro il professore Marco Aime, antropologo all’università di Genova, cita a sua volta Bauman che afferma: Trovare un’ identità, un’appartenenza diventa sempre più difficile e altrettanto più necessario. La forte tensione tra la presunta adesione a comunità sempre più virtuali, dove le rubriche dei cellulari vorrebbero sostituire il giro degli amici e il senso di solidarietà dell’individuo ridotto a consumatore e oggetto di consumo acuisce il bisogno di definire chi siamo… Così facendo smaschera la finzione che l’identità sia un dato anagrafico e “naturale”, quando invece è sempre un processo di costruzione, lungo, elaborato e mai finito. «L’identità è un grappolo di problemi piuttosto che una questione unica – dice Bauman e ci si rivelano unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come il traguardo di uno sforzo, un “obiettivo”, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero o selezionare tra offerte alternative, qualcosa per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora». Alcuni, per indicarne la frammentarietà e l’articolazione, parlano di identità puzzle, ma Bauman non gradisce il paragone, perché, dice, un puzzle parte da una soluzione definita. Hai un determinato numero di pezzi e un’immagine conosciuta da comporre. Nel costruire un’identità, invece, gli individui non sanno quali e quanti pezzi hanno a neppure dove possono arrivare, quale figura ne uscirà. Questa realtà sempre più mobile e fluida finisce per trasmettere incertezze e paure: «Sembra di vivere in un universo di Escher, dove nessuno, in nessun punto, è in grado di distinguere una strada che porta in cima da una china discendente… » Però ci si sforza e ci si arrabatta, quasi sempre sotto la spinta di stati o di élites di potere che spingono per crearci nuove forme di appartenenza spesso camuffate da identità etniche, nazionali o religiose.
In Appunti di un ritorno a casa, cronaca di viaggio nell’Etiopia profonda, terra della cristianità primordiale, ci sono personaggi in carne ed ossa, uomini e donne di diverse identità, età, religioni, ruoli sociali, alcuni forti, altri fragili, determinati, generosi, sognatori. C’è il personaggio centrale Maria, sapete, quella donna tramite cui è cambiato il corso della storia dell’umanità. Maria, la donna più glorificata dal Corano e quindi la donna più venerata dai musulmani. Quale icona più adatta per rappresentare la forza della donna? Maria non si presenta con il volto della vergine intriso di lacrime di sangue, immagine (fragile) nella quale siamo abituati a vederla in tante località d’Italia. Qui Maria è insistente, è una rompiscatole che irrompe nei sogni di un contadino musulmano e non lo lascia più dormire fino a quando non concede un pezzo del suo terreno per la costruzione di una moschea, pardon di una chiesa. Da fare inorridire la seta Bokko Haram che rapisce bambine e fa saltare chiese, scuole e mercati zeppi di persone in Nigeria e anche tutti gli Al Qaeda del mondo e non solo gli estremisti musulmani ma ugualmente di religione cristiana o indù, mentecatti che hanno come cavallo di battaglia o identità farneticante l’odio profondo verso l’altro che non crede come loro e che disprezzano in particolare tutte le donne. In Medio e Estrema Oriente le donne musulmane sono sfregiate con l’acido o frustate e lapidate a morte, a nome di Allah. In India branchi di maschi non esitano a stuprare e dopo a impiccare o ad ammazzare ragazzine, soprattutto quando le prede appartengono a minoranze religiose o a caste dette inferiori. Nei paesi occidentali, a maggioranza cristiana, donne sono quotidianamente assassinate tra le mura di casa dai propri compagni. Qui in Europa e negli Usa i moventi non sono probabilmente religiosi o etnici ma non tolgono nulla all’orrore. I carnefici appartengono a quello che viene definito il sesso forte.

Si ringraziano gli scrittori collaboratori del presente numero. Per la sezione “Racconti  e Poesia”: Christiana De Caldas Brito, Mohamed Malih, Julio Monteiro Martins, Barbara Pumhösel, Candelaria Romero, Abdelmalek Smari; per la sezione “Stanza degli ospiti”: Tiziana Altea, Marco Manzoni, Anna Fresu, Eloisa Ticozzi, Mariarita Caiani, Monica Dini, Valentina Calista, Clementina Coppini; per la sezione “Parole dal mondo”: Ankur Betageri, Ram Krishna Singh, Titilope Sonuga; per la sezione “interventi”: Giulio Soravia, Angela Caputo

Pap Khouma

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