Milano, fin qui tutto bene

Gabriella Kuruvilla
Milano, fin qui tutto bene
Laterza      2012

raffaele taddeo

Sono andato a comprare il testo della Kuruvilla alla Feltrinelli della stazione centrale di Milano, mi sono recato al terzo piano, come al solito dove stanno I libri di letteratura. Mi hanno spedito al piano terra dove sono collocati i libri che riguardano viaggi e guide geografiche. Ho chiesto alla commessa perché il libro era in quella sezione e non al terzo piano. La commessa mi ha guardato meravigliata e nello stesso tempo stizzita per quello che avevo chiesto dicendo con fare altezzoso che non tutti i libri potevano star al terzo piano. Non so se Gabriella Kuruvilla sia felice di questo ed è pur vero che il titolo di questo bel libro può lasciar adito a qualche equivoco ma io ritengo che un po’ di ingiustizia, se non di vera e propria discriminazione razziale sia stata commessa nei confronti della scrittrice italianissima ma dal nome esotico perché suo padre moltissimi anni fa dall’India si trasferì a Milano. I capitoli prendono il titolo da zone significative della città, alcune di esse sono assurte a rinomanza nazionale, via Padova, via Sarpi, per fatti di cronaca legati alla presenza di stranieri e ad avvenimenti che li hanno posti all’attenzione di tutti.  Ogni capitolo propone un personaggio diverso che si muove nell’ambiente con sicurezza perché lo conosce, ci vive, intesse le sue relazioni.  Non vengono descritte azioni particolari ma specialmente il modo con cui ciascuno dei personaggi si muove e vive in una metropoli come lo è Milano cambiata in un ventennio e specchio del mutamento che sta avvenendo in Italia. Al centro di ogni episodio vi sono gli stranieri e il cambiamento che stà avvenendo a Milano a causa della loro presenza. Emerge in particolar modo la progressiva sostituzione nelle attività commerciali dalla conduzione di italiani a quella di persone di origine straniera. Via Padova sempre più multietnica, via Sarpi progressivo regno della comunità cinese.  Un mutamento che viene quasi fotografato con le attività commerciali sempre più visibilmente multietniche e così pure quella dei locali di  ristorazione come bar e ristoranti. I personaggi non svolgono attività importanti, vivono della loro precarietà, del poco reddito, delle relazioni che  determinano l’identità di ciascuno. Un capitolo, un personaggio però mi sembra che emerga fra tutti,  quello di Tony,  la cui personalità viene caratterizzata oltre che dalle azioni che compie e dagli atteggiamenti che manifesta, ma dalla lingua che esprime.  Tony  appartiene ad una numerosa famiglia che vive in spazi ristrettissimi, sovraffollata in cui ha ritagliato la sua personalità fra il bullo e il coatto.  Il suo obiettivo è quello di emanciparsi dalla famiglia e incominciare ad avere spazi più ampi dove vivere.  Ciò che è significativo specialmente dal punto di vista letterario è la lingua che usa che si struttura fra il dialetto napoletano, perché la sua famiglia è di origine napoletana, il dialetto milanese appreso in quella zona periferica di Corvetto ove è ancora presente la milanesità, ma accanto a questo è possibile riscontrare un slang inglese assieme alle tipiche espressioni del linguaggio giovanile. Viene fuori la costruzione di una lingua che volutamente si mantiene bassa perché è essenzialmente costruita da gerghi che ormai non sono più ascrivibili ad una solo origine ma frutto della creolizzazione, linguistica oltre che etnica. che sta avvenendo in Italia e a Milano in particolare.

L’ultimo capitolo di questo testo è in fondo una sperimentazione linguistica  che Gabriella Kuruvilla sta provando per vederne i risultati e la coerenza stilistica. E’ una esperienza che mi sembra positiva. In questo libro è riuscita a mantenere una coerenza linguistica del personaggio per  oltre 40 pagine dimostrando maestria oltre che coraggio.

Luglio 2012