Recensioni

Terra mobile

 

Yousef Wakkas
Terra mobile
Cosmo Iannone Editore, Isernia 2004
12.00 €

raffaele taddeo

“…chi sono mai questi tutti? Perché, ecco, sono già otto anni che vivo a Pietroburgo e non sono riuscito a fare quasi nessuna conoscenza. Ma perché dovrei fare conoscenze?”
Questa frase si trova all’inizio del piccolo romanzo, anzi della breve storia di Dostoevskij intitolata Le notti bianche, a cui Yousef Wakkas si è ispirato in uno dei racconti più lunghi e significativi di questa raccolta. L’assenza della conoscenza, del rapporto, della comunicazione esperenziale è alla base della creazione artistica del testo dello scrittore russo.
Che relazione esiste fra Le notti bianche e la scrittura di Wakkas?
Terra mobile è stato concepito e scritto nelle varie carceri per le quali è passato Wakkas. Della condizione di detenuto, quindi ne è una espressione significativa. Ma quali fra gli aspetti della sua esperienza di detenzione assume qui carattere significativo e specialmente letterario?
Renato Curcio nel libro Il bosco del bistorco riporta questo pensiero di Walter J. Ong: “un essere vivente ha bisogno in ogni momento, per vivere, di qualcosa di estraneo a sé con cui interagire. La vita è aperta. Un essere umano totalmente isolato muore immediatamente”.
E’ evidente che la privazione dell’interazione per un recluso assume caratteri fisici, ma può assumere molti altri aspetti e forme, da quella del solitario, del timido, del letterato, incapace di rapportarsi immediatamente a una realtà che non lo comprende, a quella del clandestino, tipico dei nostri giorni. Nell’autore di Terra mobile si sono aggruppate, agglutinate parecchie di queste condizioni: straniero, clandestino, carcerato, letterato.
E d’altra parte lo stesso Wakkas nella premessa afferma: “cercai di schizzare un ritratto pressappoco reale dell’immigrato contemporaneo in Europa, forse un po’ sconfitto ma sicuramente non arrendevole. Per meglio esaltare gli elementi che compongono il suo carattere, pensai che fosse opportuno alternare i ruoli tra autore e personaggio, in modo che entrambi avessero la possibilità di condividere lo stesso spazio concesso loro dalle autorità competenti, adoperando lo stesso permesso di soggiorno, lo stesso appartamento e la stessa auto comprata a rate.”
Un’analisi di solo queste poche righe ci porterebbe lontano, basti però qui prendere atto della necessità di identificare (alternare) l’autore e il personaggio, ciò che in letteratura è impossibile, ma che può far parte di una finzione che restituisca la possibilità dell’interazione, almeno con un personaggio letterario, là dove esso manca nella realtà. Un altro piccolo indizio emerge dal fatto che la condivisone è tipologicamente rapportato alla categoria dello spazio che è la condizione di impedimento della relazione con l’esterno.
Questi elementi esterni sono i condizionanti della creazione artistica di Yousef Wakkas, almeno in questo testo, la cui caratteristica fondamentale è ascrivibile alla forma del surreale, ove la dimensione della realtà è riconoscibile solo attraverso metafore e simboli non sempre del tutto ovvi e immediati, per cui spesso il testo è di difficile lettura.
Si prenda ad esempio il racconto la forma del rispetto il più lungo e più complesso presente nella raccolta. E’ evidente un parallelismo metaforico fra la “forma del rispetto” e l’eroina Nasten’ka del testo di Dostoevskij le notti bianche. Perché è la forma del rispetto che impedisce al protagonista di questo racconto di potersi emancipare, sfuggire alla mancanza di lavoro come è Nasten’ka che, con la sua superficialità e leggerezza affettiva, condanna il protagonista de le notti bianche alla perpetuazione della sua solitudine. Però tutto è giocato su rimandi e intrecci i cui significati metaforici sono nascosti, celati. Il racconto ripresenta caratteristiche proprie della scrittura di Wakkas ove gli spazi, i tempi si rincorrono, si sovrappongono, si dilatano, svaniscono perché tutto è frutto della fantasia che non può assegnare colpe, che non può essere morale, ma che è funzionale a non rimanere imprigionati all’interno della non comunicazione.
Ma non solo in questo testo i tempi, i luoghi sono strutturati in modo creativo ed insolito. Quasi tutti gli altri manifestano una eguale abilità narrativa e un uso inusitato dello spazio e del tempo, che lascia stupiti per la maestria che se ne evidenzia.
Al di là, però, di queste abilità tecniche è possibile scorgere una sottile ironia che si tramuta in amarezza per la condizione di sofferenza, di emarginazione di quella parte dell’umanità che non partecipa al banchetto del mondo.

Dicembre 2004

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.