Se io michiamassi demostene

claudileia lemes dias

Dicono che i filippini sono piccoli di statura quanto affidabili e meticolosi. Sarà per questo motivo che, così rassicuranti, li vogliono tutti come collaboratori domestici, come la signora Susanna, che dà lavoro ai miei genitori da quando arrivarono in Italia.
Mamma, diligente e silenziosa, attese che la signora Susanna partisse per Capri e in un’umida notte di agosto di dodici anni fa mi mise alla luce all’Ospedale San Giovanni, qui a Roma.
Papà non c’era quando sono nato. Era intento ad accudire Astrid, la cagnetta di casa caduta in depressione da quando la padrona era partita.
Il giorno del mio sesto compleanno Astrid morì di parto lasciando in eredità il mio acerrimo nemico Demostene. Nella casa della Signora Susanna, papà curava il giardino e accudiva il cane mentre mamma puliva, cucinava e stirava.
I compiti che toccavano a me erano due: studiare e cercare di non disturbare mamma e papà mentre lavoravano.
Se i miei genitori avessero accettato le mie insistenti offerte di aiutarli, invece di ricevere in risposta tonnellate di caramelle, bibite gasate e lunghissime sessioni solitarie di cartoni animati oggi non sarei obeso, ma magro come il mio amico Ettore che, pur aiutando i suoi genitori nel loro ristorante il sabato sera, è così smilzo che distinguiamo che è di profilo solo se tira fuori la lingua.
“Perché non vai a giocare con Demostene? Guarda com’è solo! Spogliati di questo musone e vai a giocare a palla avvelenata con Demostene, vi divertirete insieme!”
Era sempre così. Il tempo di pronunciare queste parole e mamma spariva tra i vestiti della Signora Susanna nell’immensa cabina armadio all’interno della suntuosa camera da letto. Non mi dava mai il tempo di poter ribadire che io, quel cane, lo detestavo.
Già. Sono proprio un filippino cattivo.
L’unico filippino cattivo di tutta Italia.
Mi sono guardato allo specchio e ho compreso che mancava questa categoria e allora eccomi qua, che alla veneranda età di dodici anni scappo da casa, solo con lo zainetto di scuola e il mio rivale che, vestito e pettinato come un neonato, con il fiocchetto blu sulla testa, cattura l’attenzione di tutti i passeggeri del 714.
L’autobus gira, prendendo la direzione di Via Merulana.
Grazie a lui non passo inosservato.I viaggiatori mi guardano con simpatia e, addirittura, qualche d’uno mi offre anche il posto per far sedere il “piccolino”.
DEMOSTENE, QUANTO TI ODIO!
“Fai un piccolo sforzo, figlio mio” la voce dolce di mamma mi trafigge il cervello mentre premo il pulsante per farmi scaricare davanti al Teatro Brancaccio.
La scorsa settimana, guardandomi da dietro i suoi spessi occhiali con aria preoccupata, come se leggesse i miei pensieri più intimi, mamma mi aveva ordinato:
“Cerca almeno di giocare un po’ con Demostene. Tutti i bambini vorrebbero un’animale domestico in casa e tu sei fortunato a vivere in questa bellissima villa avendo sempre un cane con cui giocare.” E poi, per finire in bellezza la stessa litania, mi aveva consigliato con fare distratto, prima di rinchiudersi per ore in cucina: “Perché non prendi il pallone e vai a giocare in giardino?” Perché il padrone del giardino è Demostene, cara mamma, avrei voluto rispondergli. Perché ogni volta che sgualcisco con il pallone il curatissimo prato all’inglese diligentemente tagliato da papà e immagino di essere Totti o De Rossi, arriva puntuale la vostra datrice di lavoro per farmi vedere cosa ha imparato a fare il suo dolcissimo cagnolino Demostene, fermando il mio palleggio. Grazie a lei non arriverò mai al Guinness dei primati!
“Rolando, non essere sempre così scontroso! La signora Susanna ti vuole bene, lo sai? Eppure tu non fai un gesto affettuoso, che ne so, un sorriso. Stai diventando un ragazzo maleducato!”rincarava dispiaciuto mio padre, vedendomi roteare gli occhi e lanciare la palla con precisione balistica dritto sul muso di Demostene, che dopo un soffocato guaito continuava a scodinzolare e a sbavare sul mio pallone
Scendiamo dall’autobus e proseguiamo su via dello Statuto fino a raggiungere Piazza Vittorio.
Sento lo zaino che si appesantisce per la responsabilità di aver marinato la scuola stamane. Ho paura. Esiste la parola paura nel vocabolario dei filippini? Non credo. Noi, filippini, racchiusi all’interno delle case italiane a riordinare incessantemente il loro incessantemente caos, abbiamo dimenticato tutti i sentimenti umani, compreso questo panico che mi attanaglia lo stomaco e mi vorrebbe far piangere. Io, però, non piango. Sono uno duro, anzi durissimo.
Chissà se invece di questi abiti da dodicenne, domani dovrò indossare la divisa del carcere? Quella con le strisce bianche e nere. Accidente a me, che sono pure romanista! Chissà se su internet apriranno un blog sul primo delinquente filippino della storia italiana, se gli psicologi mi analizzeranno e ricostruiranno il mio profilo nei dibattiti televisivi?
La pelle d’oca mi assale le braccia fino alle guance.
A strattoni trascino Demostene come uno singhiozzo, oppure la mia croce.
Vedo i pesanti cancelli in ferro battuto della Piazza e accelero il passo per entrare e accasciarmi sulla prima panchina che trovo.
Al centro della Piazza ci sono delle anziane signore con dei camicioni bianchi. Inseguono i movimenti lenti e continui di una giovane donna minuta dai caratteri orientali. Il loro poetico ballo stride, come le ruote di un tram in frenata, con il mare di persone che si allontanano frettolose dal Mercato con delle buste farcite di pomodori, cavoli, patate e tutto il ben di Dio per colmare gli stomaci. E la mente? Penso io, mentre osservo le anziane signore…
«Ehi, Roland!» sento una voce alle mie spalle.
La riconosco senza voltarmi. Mi ero appostato qui proprio per incontrarlo.
«Ettore!» rispondo, alzandomi di scatto.
«Oggi hai segato la scuola. Bravo raga’! Dove sei annato? Hai ravanato una banca e la pula t’insegue? Sia chiaro che se hai bisogno di money io non ce l’ho!» mi dice ridendo, tutto di un fiato, il mio amico Ettore.
«Ho fatto di peggio. Ho rapito un tipo.» rispondo a bruciapelo, abbassando gli occhi.
«Ma che stai a di’?»
«La cosa è seria. È questo cane qua.»
«Stai a scherza’? Alla faccia der cane! Questo qua me sembra un sorcio cor fiocco!»
«Solo tu puoi aiutarmi! Devo liberarmi di questa specie di cane.»
«E che te posso fa’? Magnatelo!»
«Hai centrato l’argomento! Proprio ieri sera ho visto un documentario sulla Cina. È vero che voi cinesi mangiate i cani?» sparo, guardandolo dritto negli occhi e abbassando il tono di voce sulle ultime parole.
«Scialla, frate’! Io so’ italiano come te! Romano de Roma quanto Romolo, Remo e er Piotta messi assieme! Ma che to’ mai invitato a casa mia e to’ dato da magna ‘na bestia del genere?» risponde, alterato, il mio amico Ettore «Guarda che ‘sto panino c’ha la porchetta, mica un Chiwawa dentro!»
«Mi dispiace, non volevo offenderti! È che…»
«Io in Cina non ci sono mica mai stato!»
«Che c’entra? Neanche io sono stato mai nelle Filippine, ma a casa ogni tanto mangio il lechón de leche»
«E che è? »
«È una specie di porchetta!»
«Anche io la Domenica a pranzo mi sparo i gamberetti cor miele ma er cane farcito mai!» puntualizza Ettore, accovacciandosi accanto a Demostene. «A me ‘sto poraccio me fa pure pena e me lo voi fa ‘ngozza’?»
«Non esagerare dai, non puoi capire quanto è malvagio questo… essere!» esclamo esasperato.
«E che t’ ha fatto ‘sto porello? Non mi sembra Hannibal Lecter rimpicciolito! »
«Questo qua fa una vita da re, caro mio! Gli fanno la messa in piega, i massaggi, mangia carne sceltissima che io e te ce la sogniamo e veste abiti da boutique comprati a Via Condotti!»
«A me sta simpatico, invece. Co’ ‘sti’ occhietti vispi!»
«Stai attento Ettore, che l’amico del mio nemico è mio nemico! O stai dalla parte di Demostene o dalla mia.»
«Demostene?» Ettore scoppia in una fragorosa risata «E chi è ‘sto Demostene?»
«Il sorcio!» sbraito esasperato.
«Ho capito, frate’. Aspetta che chiamo mi’ nonno, forse lui ce pò consiglia’.» gracchia Ettore, togliendosi dalla tasca il telefonino e attaccando a parlare in cinese con il nonno.
Evidentemente in quei tre minuti di conversazione non riuscii a comprendere una sola parola. Solo i gesti mi fecero interpretare quello che Ettore mi spiegò in romano.
«Niente da fa’, Roland. Er nonno nun lo sa, anzi non se lo vuole manco ricorda’ come se cucina un cane. Dice che quando era piccolo ner suo villaggio se magnavano cani e gatti perché nun c’era artro da papparsse. O ‘ste bestie o se moriva de fame. Ma da quasi sessant’anni non tocca più ‘ste creature. Mo’ gli fanno strigne er cuore quanno le vede! Sa però che nella provincia de Guangdong dove vive er fratello ancora se li magnano. Mi nonno dice che ner suo villaggio c’erano dei San Bernardi grossi come armadi. Addirittura se è messo a ride’ quanno gli ho detto che ‘sto cane qua era meno de un bassotto. A frate’, è mejo che te ne torni a casa! Con questo cane non ce poi fa’ la trippa!»
Abbassai la testa senza il coraggio di guardare Ettore. Provavo vergogna per me stesso. Mi sentivo talmente infame e vile che nuovamente mi assalirono le lacrime, ma le respinsi. In silenzio, Ettore mi riaccompagnò alla fermata dell’autobus.
Quando, stanco e affamato, varcai il cancello di casa, avevo perso la cognizione del tempo. Demostene aveva il fiocco storto ma ero io ad avere la coda tra le gambe.
Ad attendermi, dopo le lacrime di sollievo per il mio ritorno, furono lo schiaffo di mio padre seguito da un lungo sermone nel quale mi condannava a rimanere senza computer e telefonino per tre mesi.
Le lacrime di mia madre, così come la richiesta a papà di alleggerire la mia pena furono del tutto inutili.
Guardai con occhi supplici la signora Susanna ma lei, terribilmente ferita, non fece alcuna obiezione alla severità di mio padre.
Ero nei guai!

Quella sera mio padre si avvicinò al mio letto: «Quando avrai diciotto anni e nei tuoi documenti verrà finalmente scritto: Rolando Puentes Gonzales, nato il cinque settembre del duemilauno, italiano, sarai finalmente un ragazzo libero come tutti i tuoi amici italiani. Smetterai di seguire la mamma e il papà alla Questura e non dovrai più prendere un numeretto per una fila lunghissima. Niente più attese all’alba. Niente più emozione quando arriva il tuo turno per chiedere di rinnovare il Permesso di Soggiorno. Quando avrai diciotto anni tutto cambierà. Non voglio sentirti parlare un italiano da cane come me perché tu sei nato qui e non potrai giustificarti come faccio io. Ricordati che il tuo unico compito è studiare. Studiare per crescere. Studiare per fare una vita da uomo e non una vita da cane.» Poi mi abbracciò e, con gli occhi lucidi, mi disse «C’è stato un uragano nel luogo in cui sono nati la tua mamma e il tuo papà. Non sono riuscito a sentire nessuno dei miei fratelli. È difficile comprendere perché Dio continua a flagellarci con vento e pioggia, so però che non potrei mai fermarmi a guardare il mare in tempesta, dallo scoglio dove giocavo da bambino, perché ne sarei travolto. Per questo siamo fuggiti. Il mare della miseria si era fatto rabbioso e non vedevamo altro che le nuvole grigie sopra le nostre teste.»
Ogni volta che guardo Demostene, il cane della signora Susanna, la datrice di lavoro dei miei genitori, penso che mio padre non mi dica tutta la verità. Se io mi chiamassi Demostene nessuno mi costringerebbe ad attendere il mio diciottesimo compleanno per farmi stare bene e tutti mi tratterebbero per ciò che sono: un ragazzo italiano. Stanotte, però, dopo l’abbraccio di mio padre, mi sono messo a pensare sulla vita che fa Demostene e mi sembra che, tutto sommato, nemmeno lui sia così felice.
Ho l’impressione che Demostene odi il fiocchetto blu che gli mettono in testa per distinguerlo dagli altri cani ed è probabile che si vergogni anche dei suoi abitini ridicoli.
Ho sempre odiato Demostene senza sapere bene il perché. Ora, però, mi fa una gran pena e comincio persino a volergli bene. Lui non sarà mai trattato per ciò che è: semplicemente un cane. Almeno io ho la speranza, quando compirò diciotto anni, di essere trattato come un italiano, anche se dal nome filippino. E comunque, se qualcuno non dovesse essere convinto della mia vera nazionalità, potrò sempre protestare ed esibire il mio bel passaporto bordeaux. Demostene, purtroppo, anche se abbaiasse fino a perdere la voce, nessuno lo capirebbe.
A volte, quando sbaglio e mio padre mi rimprovera, penso che se fossi Demostene mi darebbe, invece della solita sgridata, qualche carezza in più e uno sguardo indulgente.
Domani lascerò la porta aperta e farò entrare il cane. Guarderemo insieme la TV.
Voglio capire cosa sta succedendo nelle Filippine e perché mamma e papà sono così tristi in questi giorni.
Stanotte pregherò per i miei zii in silenzio, come spesso resta Demostene, in attesa che Dio, invisibile come il vento che fa vibrare le bandiere e alzare la polvere sulle strade, si materializzi, mi faccia una carezza, mi perdoni e mi comprenda ma, soprattutto, mi risparmi dal dolore di non avere la possibilità di scegliere e dover un giorno fuggire in balia della tempesta, come mio padre e mia madre.

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