CECILIA, comunità anarchica sperimentale

Giovanni Rossi
CECILIA, comunità anarchica sperimentale
Ortica Editrice   2011

Sabatino Annecchiarico

Sono noti gli sconvolgenti anni di fine Ottocento che mutarono socialmente l’Italia all’indomani dell’Unità del regno. Tra questi sconvolgimenti l’emigrazione degli italiani verso l’estero fu un fatto storico rilevante al punto tale che diede inizio alla maggior diaspora degli italiani mai avvenuta prima.
Una massiccia emigrazione con molteplici sfaccettature: partirono alla ricerca di una migliore stabilità economica, o semplicemente per fame, o per rifugiarsi nell’esilio in altri confini di terre straniere, o per proprie scelte alla ricerca di sperimentare nuove forme di vita non facilmente concesse in Italia.
Fu così che “Il 20 febbraio 1890, a bordo del piroscafo «Città di Roma» salpa da Genova un piccolo numero di pionieri diretti al Brasile, per iniziarvi una colonia socialista sperimentale” (p.9) “Le circostanze, più che il loro volere, li condussero al municipio di Palmeira nello stato di Paraná (Brasile)”. (p.10).
Con quest’incipit storico lo scrittore Giovanni Rossi, meglio conosciuto con lo pseudonimo «Cardia», anarchico nato a Pisa nel 1856 e di professione agronomo, colloca i lettori innanzi al suo analitico racconto di quello che fu Cecilia, comunità anarchica sperimentale; un’esperienza trascorsa dal 1890 al 1893 in terre brasiliane che visse in prima persona lo stesso autore.
Una singolare “comunità anarchica sperimentale” che non risparmiò modi di vita contrari alla cultura sociale della borghesia, in particolare quella europea lasciata alle spalle: “Si attese con cura scrupolosa che nessuno assumesse la rappresentatività del gruppo […] Si combatterono energicamente i tentativi individuali di assumere influenze all’interno del gruppo; e così i nomi di fattore, di direttore, di padrone, ambiti nella società borghese, erano epiteti ingiuriosi nel gruppo anarchico, e ciascuno evitava di meritarli. […] il  gruppo volle essere assolutamente disorganizzato. […] Nessun patto, né verbale né scritto, fu stabilito […] nessun regolamento, nessun orario, nessuna carica sociale, nessuna delegazione di poteri, nessuna norma fissa di vita o di lavoro” (p.17).
Un’esperienza di vita empirica, nel filo dell’inverosimile, raccontato dallo stesso «Cardia» in un elegante italiano fine Ottocento ricco di vocaboli, alcuni oggi persi nel disuso, che “tutto questo è così semplice, così elementare, così naturale, quasi direi così infantile, che sembra perfino impossibile” (p.24). Senza occultare le difficoltà concrete dell’esperienza, della stentata vita dei coloni che al dir dell’autore, scrivendo in prima persona, “la nostra vita materiale è ora molto misera, assai più misera di quella che in questo paese fanno gli operai sotto il regime capitalistico […] Il nostro vestiario è ancora quello che portammo dai nostri paesi, e oggi variopinto di rappezzature” (p.25). Una convivenza in una comunità anarchica con “oltre trecento persone, che per un tempo più o meno lungo hanno soggiornato alla Cecilia […] Tra queste persone si trovavano non solo i rappresentanti delle due classi sociali più numerose, quella dei contadini e quella degli operai, ma c’erano anche persone uscite dalle classi medie, come professionisti e impiegati […] Per il grado d’istruzione abbiamo avuto tutte le varietà, dall’analfabetismo all’istruzione superiore […] Per le qualità morali: egoisti ed altruisti, credenti, indifferenti e scettici; benevoli e intolleranti, pregiudicati e superstiziosi; miti e violenti; ottimisti e maligni… tanto da rappresentare fedelmente la media della popolazione italiana” (p.35-36), e dove l’autore mette a disposizione del lettore tutte le concrete difficoltà che comportò questa ricerca di una nuova società. Egli stesso si domanda se “le nostre fatiche, le privatizzazioni, i tormenti morali che ci procura il timore dell’insuccesso, hanno giovato a qualche cosa” e ancora se, nella concretezza del dubbio, “hanno aggiunto un dato positivo al patrimonio scientifico della sociologia.” (P-31).
Risposte aperte che si trovano dal secondo capitolo in poi prima ancora di affrontare l’altro profondo argomento del libro che invita a porci un mare di riflessioni: “Un episodio d’amore nella colonia «Cecilia»”. In questo capitolo si mettono sotto i riflettori tutte le diatribe culturali tra la borghesia e le idee socialiste riguardo all’emancipazione della donna e al libero “diritto alla piena libertà d’amore”, mettendo persino in discussione la famiglia monogamica di cultura borghese: “famiglia e libertà sono termini contradditori” (p.82).
«Cardia» termina quest’affascinante racconto storico con un suo diretto appello rivolto “Alle federazioni, alle sezioni, ai circoli e ai nuclei socialisti per la formazione di colonie socialiste sperimentali in Italia” (p.95), un socialismo molto osteggiato dalle politiche italiane di quegli anni e persino dallo stesso Crispi, che mise fuori legge al Partito Socialista Italiano nel 1893. Un osteggiamento già avvertito dallo stesso Giovanni Rossi con riferimento all’esperienza della colonia Cecilia quando ci segnala che in quegli stessi anni “Il Ministero degli esteri d’Italia ha raccomandato al governo di questo Stato [Cardia si riferisce al Brasile] che sorvegliasse la Cecilia” (p-44). Un appello che fu divulgato in data incerta, probabilmente 1890, come segnalato dalla stessa casa editrice Ortica, che però, ha accolto la firma di numerosi intellettuali dell’epoca, tra cui, da Milano, appare in calce il nome del politico, avvocato e giornalista italiano, Filippo Turati.

08-11-2011