Ciao mamma un saluto da Bolzano

Tratto da “ Ciao mamma un saluto da Bolzano”
Collana
I GRANATI
Casa Editrice : Terra d’ulivi

1.

Fortunato colui che prese in sposa mia madre.

La ragazza annaffiava con lacrime le montagne della patria
lontana mentre il ragazzo, da sopra l’albero, sull’entrata
del ponte di Pechino,

l’albero circondato dai salici inchinati e silenziosi, le
spargeva sui capelli le foglie appassite di ginkgo .

A lui mancava Leningrado e camminando
abbracciati per la piazza Tienanmen
le raccontava della Madre Russia, come ci si vestiva spesso di bianco,

della vodka a fiumi, dei canti d’amore e delle lacrime degli
amanti ubriachi.
Ballava per la ragazza la danza della Kalinka….

Poi si fermarono a Durazzo, accanto al porto.
Da una stanza con la finestra verso il mare la
sposa poteva sentire le sirene delle navi

quando lui sbarcava nella terra amata con gli occhi
lucidi, e le tasche piene di conchiglie.

Nel cuore ho inciso un tatuaggio della mezza luna e di una
stella. Ai genitori agnostici serve una preghiera occulta.

 

2.

Stamattina mi sono messa alla
finestra e ho pensato a mia mamma.
Oggi, si sarà svegliata anche lei pensando a me…
La sento quando nel sonno le sue dita
si allungano dentro la sua stanza e cercano
inutilmente il mio cuore, la casa piena di
sangue dove per entrare ad accarezzarmi è un
gioco.
Ormai è da tempo che nella notte in cui pensa a
me agita le mani cieca dalla nostalgia e dalla
lontananza. Teme che non mi manchi, soffre che
non la pensi cosi, come vorrebbe.
Soprattutto, dopo aver visto il film che le piace tanto.

Seduta sul divano ha dietro il muro con sopra il
toro inferocito dalla spada del torero
col vestito impregnato di sangue.

Ma lei sarà già sveglia adesso. Ha girato le sue
spalle ha lasciato aperto sul tavolo il suo libro
e racconta fuori, vicino al basilico a voce bassa
il suo sogno a memoria, prima che il sole lo asciughi.

Poi si siederà sulla vecchia sedia al poggiolo
sul cuscino marroncino, e mangerà un frutto,
sperando che lo faccia anch’io.

Stamattina le sue dita hanno attraversate le terre.
Hanno percorso i confini. Sono diventate clandestine.

Hanno sfiorato il mio cuore
perforato dai rimpianti miei e suoi.

 

3.

Abbiamo messo il letto in mezzo e ci siamo
sdraiati. Vuota e bianca la stanza senza niente,
ma ci basta quello che lo specchio butta dentro.

Un ramo e un pugno di foglioline
con sopra una calza da donna color latte.

Da destra a sinistra i muri sono incisi
da tracce larghe e lunghe. Ma ho dormito bene
e ho sognato di nuovo lei. Non so chi è…
Si mette di fronte al letto con una pettine in bocca.

Forse sono io quella donna
che sciolgo i nodi prima di venire da te.
Siamo cosi lontane noi due.

C’era anche un bimbo che la teneva stretto
e un branco di cani intorno. Ma solo uno era
feroce. Più in là la città spogliata e stanca si
spostava verso non so dove,
a parte lei, che sembrava me,
e seduta fuori teneva il figlio,
spingendo col piede destro
il cane randagio.

Il fanciullo non piangeva più sul suo seno.

 

4.

Oh, mamma, chi è tornato indietro nel
tempo per vederti all’angolo della stanza a
solo dodici anni
dopo aver bevuto un bicchiere di latte?
È pomeriggio in quel tempo, e intravedo
dei fiumi di luci dietro i vetri.

La bisnonna e le sue amiche, il gatto grigio di
sempre, non li ho mai visti. Adesso si.

So di essere amata ma non hanno bisogno di me.
Nessuno sa chi sono.
La mamma ha questi pochi anni
e tira il pallone come un marmocchio arrabbiato.
Ha un corpo fragile ma so che sarà forte e guerriera.

Idillico il ritorno sublime dove niente e nessuno
muore. Il paradiso è cosi lontano ma non mi perde
laddove
tutto partì verso di me.

5.
Ciao mamma, un saluto da Bolzano.
Sento il bisogno di dirti che mi manchi.
Avrei potuto essere anch’io di Kobani, essere chiamata
Narin. E se mi trovassi sotto un mucchio
di sassi, oppure violentata in una casa
abbandonata, desiderosa di avere addosso
un grembo di fiore tra le crepe?
Se fossi Narin, e se fossi viva, avrei potuto
scriverti per spiegarti dove mi trovo.
È facile se segui le tracce di altri spettri,
ti accorgi del muro con sopra il mio nome all’inchiostro rosso.
Il muro con le tre finestre, sul lato est di Kobani.
Ti avrei indicato
la porta verde bucata dal cecchino. Se fossi Narin.
Altrimenti,mi troveresti un po’ dappertutto. La testa appoggiata
sul tronco di un albero.
La mano, quella con quale ti scrivo, sopra il fucile.
L’occhio destro che guarda le malve,
l’altro che segue il merlo sopra il tetto.
Ti amo più di quanto pensassi.
Hai letto della morte del ragazzo Azad,
che cantò l’ultimo canzone per la sua madre?

Tutto sommato, io sto bene. Ogni mattina bevo un
macchiato e leggo i giornali. Da lì osservo a malapena il
mondo come si sanguina, e le ali dei corvi che spediscono
i messaggi dei combattenti come polline per il futuro