Recensioni

Città aperta

Teju Cole
Città aperta   –  traduzione di Gioia Guerzoni
Einaudi, Torino, 2013   pp. 271    € 17,50
(Open City, Random House, New York, 2011)

Itala Vivan

Il romanzo del nigeriano Teju Cole si presenta in un alone di plauso (più di venti importanti testate lo hanno elogiato come uno dei migliori libri dell’anno nel mondo di lingua inglese), e incoronato da vari premi letterari anche di rilievo, come il Pen/Hemingway Award e il New York City Book Award. Inoltre, il suo autore esce, per i tipi della Random House,  dalla scuderia guidata dal formidabile agente letterario Andrew Wylie: con simili origini, il libro non poteva non essere almeno un buon prodotto di mercato, dato che il sistema editoriale che lo ha messo in circolazione non si muove mai a casaccio né per azzardo. Confesso che perciò io l’ho preso in mano con qualche diffidenza, proprio a causa della mostruosa macchina da guerra che lo ha lanciato e lo sorregge.
Per fortuna, tuttavia, Città aperta è molto di più che un buon prodotto: è un libro ottimo, assai ben scritto e strutturato, ed è anche sorprendente per l’inventività narrativa e la capacità di attirare e mantenere desta l’attenzione del lettore. L’originalità della scrittura ritmica è di certo più palpabile in lingua inglese, ove dispiega una sua interessante eccentricità di base orale e di effetto squisitamente musicale nelle riprese, nelle ripetizioni variate,  nel fraseggio e nei collegamenti fra i segmenti narrativi. Il corpo del romanzo, benché sia suddiviso in due parti e ventuno capitoli, dà la netta impressione di articolarsi come un continuum unico le cui cesure sono pause di respiro indipendenti da fine o inizio capitolo (o anche paragrafo): è, insomma, una sorta di protratta performance che conserva tutte le caratteristiche tipiche dell’oralità.
Allo stesso tempo, comunque, Città aperta è anche un romanzo  colto e addirittura metaletterario, il cui percorso lancia arditi viadotti appoggiandoli su pilastri di discorso critico e disegnandoli lungo indicazioni stilistiche ben riconoscibili, e del resto concordemente e rapidamente individuate dai critici e recensori che lo hanno analizzato sinora.
Tale duplicità originaria coesiste senza contraddizioni nella faglia di modernità in cui si colloca Teju Cole, nato in Nigeria nel 1975 ma a diciassette anni trapiantato a New York, dove vive e lavora e che ha eletto a teatro di questo romanzo. Immagino che tosto o tardi si potrà leggere, in inglese o magari anche in italiano, il suo primo romanzo, Every Day Is for the Thief, pubblicato in Nigeria da Cassava Republic, nel quale narra il ritorno in patria dopo dieci anni di assenza. Intanto la New York percorsa a piedi e in metro dal giovane medico psichiatra Julius, voce narrante e motore esperienziale di Città aperta, è di fatto la vera protagonista del romanzo e ne segna i ritmi e il senso, sino dal titolo, mutuato al celebre film di Rossellini e allusivo a uno stato di guerra regolata da patteggiamenti, ma non per questo meno crudele e pericolosa.
La guerra si annuncia subito, nelle pagine del libro, con accenni alla voragine lasciata dal crollo delle torri gemelle – il 9/11, come viene ormai chiamato il luogo della strage, creando una “metonimia del disastro” – e prosegue legando con un filo sottile il racconto, attraverso le vicende di oma, l’ava tedesca le cui peregrinazioni nella Germania del dopoguerra egli a tratti rammemora, e che oscuramente ricerca con un viaggio a Bruxelles;  come pure attraverso la lunga scia di sangue lasciata dalla storia della schiavitù a New York, con l’ombra sinistra dei linciaggi, sino al momento finale che lo vede sostare pensoso sul sito del Negro Burial Ground. Continua, la guerra, negli episodi feroci di aggressione di cui Julius è via via testimone e infine anche vittima, durante un ritorno a casa nell’Upper West Side; si disegna nella violenza di cui lui stesso è stato responsabile nei confronti di una donna che scopre di avere stuprato molti anni prima, nell’ubriacatura di una festa  di adolescenti, rimuovendo poi il ricordo dell’evento; riemerge come memoria lontana di una crudelissima punizione sofferta da ragazzo all’accademia militare, per mano di un sadico sergente istruttore che lo accusa (ingiustamente)  di furto. Guerra è anche l’inaudita crudeltà del centro di detenzione per immigrati clandestini che visita nel quartiere di Queens, scoprendovi un’umanità oppressa. La guerra è una sorta di ragnatela sottile che sottende il presente, cioè l’arco di un’annata in cui si collocano i fatti di riferimento della narrazione. E i fatti di violenza sono la trama della storia collettiva – colonialismo, schiavitù, sfruttamento, esclusione – come pure di quella individuale, di cui marcano i passi.
Passi che, nel romanzo, costruiscono materialmente la narrazione come se fossero essi stessi parole. Appena libero dal lavoro, Julius si abbandona a interminabili camminate, “un contrappunto alla frenesia delle giornate in ospedale”, e che “pian piano si erano allungate, portandomi sempre più lontano, tanto che a volte, di notte, dovevo tornare a casa in metropolitana. E’ così che – conclude Julius —  all’inizio dell’ultimo anno di specializzazione in psichiatria, New York si era fatta strada nella mia vita passo passo.” Questi vagabondaggi sono una sorta di erranza in cui Julius va più o meno consapevolmente alla ricerca di segni e di senso – come indicato in un famoso testo di Sebald, suo scrittore preferito e spesso citato – grazie ai quali il labirinto della città, la arruffata matassa dell’esistenza, possano assumere un ordine, edificare un sistema.
Il romanzo si spegne senza che ciò avvenga. La città brulicante di personaggi e di situazioni esistenziali rimane magmatica e dispersa, e il suo visitatore appare fasciato da un silenzio sempre più fitto, immerso in una solitudine via via più densa e impenetrabile. La New York di Julius, sebbene colma di diversità e di differenze d’ogni tipo, si chiude in forme gelide, strozzando il viandante in itinerari che egli è costretto a ripercorrere, in una ineliminabile coazione a ripetere senza sosta, nonostante le pause nei musei, a contemplare i quadri, o negli slarghi delle rimembranze musicali: un conforto psichico che si insinua costantemente nella meditazione, insieme ai ricordi del passato e ai miti e alle credenze dell’infanzia africana.
Questo errare per le vie di New York è la forma che assume l’esistenza stessa di Julius, e perciò contiene in sé il proprio scopo: è una cartografia segreta che si disegna e si anima mentre si vive, e che si abbandonerà quando si abbandonerà anche la vita. Ma all’interno di tale ampia metafora esistenziale, il romanzo è colmo di una serie di elementi culturali di grande interesse. Vi si traccia infatti il profilo di una città multiforme e multirazziale in cui le storie si intrecciano senza sosta e i destini si intersecano, narrandosi l’uno all’altro, come è il caso di Julius e del suo vecchio professore di letteratura, il giapponese Saito, i cui incontri protraggono l’amicizia attraverso le tappe di una conversazione interminabile. Questa storia costituisce quasi l’epitome del romanzo, nella bellezza della sua gratuità e nella valenza dei suoi riferimenti alla ricerca gnoseologica cui si sta dedicando il giovane medico: il senso della memoria e la forza della dignità, il bisogno del metodo e le descrizioni “del territorio solitario” che la sua mente sta esplorando. E se la trama dei passi, la sfida degli sguardi incrociati, l’intrico dei rimandi creati dalle sintonie e dalle simpatie hanno un senso, questo va cercato nella scioltezza del gioco che si viene formando, esempio del vivere ed esso stesso vivere.
Ci si chiederà, forse, che razza di romanzo sia questo, firmato da un nigeriano ma radicato nella realtà di New York, fregiato del titolo d’un indimenticabile film del neorealismo italiano e disseminato di una complessa segnaletica culturale che rimanda a un intero firmamento di pensatori e scrittori di estrazione la più varia,  complessivamente internazionale. Si potrebbe dire che Città aperta sia un tentativo – più o meno riuscito, questo saranno i lettori a deciderlo – di articolare con libera creatività una rappresentazione della condizione umana del XXI secolo,  così come si è incarnata nei panni del giovane Julius, nelle sue tracce e nelle sue memorie, nei suoi impulsi e nei suoi istinti, ma soprattutto nel suo sguardo e nel suo orecchio di artista.
La mia sensibilità personale ha trovato in questo libro un universo di riferimenti a figure e movenze del mondo letterario, talvolta giocose, come il custode dell’American Folk Art Museum, un tizio le cui “gambe smilze ricordavano Pnin di Nabokov”. Altre volte, il peso greve della storia incide sul presente, come quando  l’errabondo Julius si spinge sino a Trinity Church fondata dai balenieri a fine Seicento: e qui rammemora l’inquietante “messaggio degli abissi” attribuito alla balena bianca. “Il fatto di trovarmi tutto solo nel cuore della città mi sembrava stranamente rassicurante”, osserva Julius pensando a Melville – e forse non solo al Melville di Moby Dick, ma più ancora a quel suo sconcertante personaggio, Bartleby, che finisce imprigionato fra le mura di una città di pietra. E con gli occhi fissi sul mare che circonda Manhattan, osserva: “Che strana isola […], un’isola che si era rivoltata su se stessa a da cui l’acqua era stata bandita. La spiaggia era un carapace, permeabile solo in alcuni punti. Dove si poteva avere davvero la sensazione di stare su un fiume, in quella città fluviale? Era tutto costruito, cemento e pietra, e i milioni di persone che la abitavano avevano una percezione vaga dell’acqua che li circondava. Era una sorta di segreto imbarazzante, una figlia poco amata, trascurata […]”.
La curiosità del viandante Julius abbraccia memorie letterarie e osservazioni naturalistiche, individuando in alberi e uccelli altrettanti abitanti della metropoli, parte di essa e del suo habitat contemporaneo, non meno degli umani di vario colore e linguaggio.
Numerosi sono i rimandi ad opere di Coetzee, che alcuni recensori hanno visto come il maestro di stile di Teju Cole. Personalmente, ritengo che la scrittura traumatizzata e quasi crocefissa di Coetzee sia lontana dall’ispirazione sciolta e diffusamente narrativa di Cole. Vero è che quest’ultimo deve aver guardato alla lezione di nitore e precisione espressiva che caratterizza la prosa di Coetzee, ed è indubbio che nella figura della dottoressa Maillotte – che Julius incontra durante un viaggio in aereo, e con cui cena a Bruxelles — si ritrovano i lineamenti di Elizabeth Costello, le sue solitarie riflessioni meditative, le sue eccentricità  di anziana accademica; ma si tratta di strizzatine d’occhi, di allusioni, anche qui, giocose e di segnali di simpatia. La dottoressa Maillotte (alias Elizabeth Costello) finisce per sostituire quell’ava lontana che Julius aveva vagamente voluto ricercare a Bruxelles, ma di cui non si era poi curato di individuare le tracce. Così Julius riparte per New York senza più cercare la sua oma, ma avendo trovato la dottoressa Maillotte. Una conversazione a cavallo dello spazio  e del tempo, come nel caso di Melville.
E infine, questo romanzo contiene un personaggio narrativo davvero intrigante, il musulmano Farouq con cui, durante il viaggio a Bruxelles, nasce una intensa conversazione su temi intellettuali e politici. Farouq è un ammiratore di Mohamed Choukri, con cui invece Ben Jelloun era in disaccordo, e di quest’ultimo dice che “la gente come Ben Jelloun fa la vita dello scrittore in esilio, e questo gli dà una certa […] poeticità […] agli occhi dell’Occidente. Essere uno scrittore in esilio è una gran cosa. Ma che cos’è l’esilio al giorno d’oggi, ora che tutti vanno e vengono liberamente?” Al che Julius, dopo una riflessione, osserva: “E’ sempre difficile, vero?  Intendo, resistere all’impulso di orientalizzare. Se non lo fai, chi ti pubblica? Quale editore occidentale  vuole uno scrittore marocchino o indiano che non offra spunti di immaginario orientale, o che non soddisfi il desiderio di esotismo? E’ per quello che esistono il Marocco e l’India, per essere orientali”.
In un sol colpo, Teju Cole ha ripreso il discorso di Edward Said sull’orientalismo e l’esotismo, ed ha anche assestato una frecciata a Ben Jelloun e al suo esilio dorato, concludendo con una riflessione sulla mutata natura dell’esilio nel mondo cosmopolita cui lui stesso, e Ben Jelloun, appartengono.
Il romanzo di Teju Cole, insomma,  è un testo di ottima qualità, da assaporare lentamente, con gusto, con attenzione. E il libro di uno scrittore africano di nuovo tipo, oltre che di nuova generazione.

09-10-2014

 

 

 

 

 

 

 

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Itala Vivan