Colpo di mare

Christiana de Caldas Brito
Colpo di mare
Effigi, Roma  2018

remo cacciatori

 

Christiana de Caldas Brito, Colpo di mare

Il mare è stato spesso considerato nella nostra tradizione un elemento ostile, un confine naturale, che l’uomo, animale terrestre dotato di gambe come mezzi di locomozione e di polmoni per respirare l’aria, può infrangere solo a costo di commettere un atto di hybris

Remo Bodei, Paesaggi sublimi

Il mare come “altro”

La protagonista  di Colpo di mare[1] è una donna stanca e fragile, in preda ad una profonda crisi di identità. È pittrice, ma vive al buio e da qualche tempo le sue dita sono devastate da piccole ulcere.  È un’artista, è sempre stata considerata un’originale, ma ultimamente i suoi comportamenti sono incomprensibili. Di notte, ad esempio, sogna luoghi e persone che le sono familiari,  ma che di giorno non sa riconoscere; tutto si è aggravato dopo il suo soggiorno a Carloforte, in Sardegna, dove è successo qualcosa che l’ha cambiata radicalmente. È agitata, strana, forse sta diventando pazza. Così, almeno pensa la sorella, che vorrebbe indirizzarla da uno psicanalista. Ma Flora, questo il nome della protagonista, è convinta che tutto quello che le succede sia “normale” e per convincere gli altri di questo ha deciso di raccontare la sua storia. Le mani piagate glielo impediscono e soprattutto è troppo coinvolta dalla metamorfosi che sta vivendo per poterlo fare direttamente. E così chiede l’aiuto ad Elisa, la sua migliore amica, quella che ha messo a sua disposizione la casetta sul mare a Carloforte e che ora dovrà ascoltare le sue parole e raccontare al suo posto ciò che è accaduto in quel luogo. Per farlo dovrà anche scavare nell’infanzia e nella vita di Flora, e ben presto il lettore si troverà di fronte a un piccolo colpo di scena (il primo dei numerosi presenti in questo Colpo di mare),  scoprendo che quella che sembrava una imparziale osservatrice dei fatti, in realtà ne fa pesantemente parte. L’indagine condotta da Elisa si addentra nelle problematiche affettive di Flora, ma, prima ancora di essere iniziato, il suo resoconto si imbatte nel vero protagonista di questa storia, il mare. “Siamo fatti d’acqua”, dice il padre di Flora (p.13), e lei, a sua volta: ”Parlare del mare o parlare di me è la stessa cosa Elisa”(10). In questo romanzo il mare non è il fondale delle storie, verrebbe da dire che non è paesaggio ma personaggio, soggetto che interagisce nelle svolte della trama, ma anche questo sarebbe riduttivo. In queste pagine la presenza del mare è pervasiva: esso è  l’altro elemento, l’altro lato del  pianeta (“Come il Brasile, anch’io avevo un lato mare e un lato terra”, dice Flora, p.105), ma è anche l’altro che alberga in ciascuno di noi, l’ineliminabile fronte-retro delle pagine  di ogni nostro processo cognitivo, affettivo o valoriale. Sfida di Colpo di mare è rendere conto di questa presenza, spesso inavvertita ma percepibile in ogni nostro gesto, ignorata ma costantemente interpellata, rimossa ma determinante in ogni nostra scelta. Tanti sono i modi di dare forma all’altro, quanti sono quelli per rappresentare la realtà. Christiana de Caldas Brito ha scelto l’acqua del mare, come già aveva proposto l’acqua nel suo primo romanzo, Cinquecento temporali[2], per riaffermare, forse, la sua alterità culturale verso chi si vanta delle proprie certezze e di camminare solo coi piedi per terra. Ma nella sua scelta non si può non notare, ancora una volta, la rivendicazione del diritto di appartenere a più mondi, in particolare quello delle sue radici “acquatiche”  (“In Brasile siamo oceano, fiumi, pioggia, laghi, cascate. Siamo sudore e lacrime” p.88, osserva un personaggio). Scrivere un romanzo “fatto d’acqua” costituisce anche un impegnativo ma utile esercizio: significa  esercitare il lettore alla ininterrotta ambivalenza del reale, aiutarlo a cogliere i suoi continui slittamenti, ricalcolando distanze, riaggiustando interpretazioni, giudizi su fatti e persone. Ciò comporta affidarsi a verità provvisorie, spurie e “corporee”, avendo il coraggio di abbandonare la pura razionalità (“Nel testo che avevo scritto e al quale mancava un finale, non ero affatto sicura di aver toccato la verità. La verità è sempre distante. È fatta di contatti, di odori e di corpi che si toccano, di confessioni che non vengono fatte, di rumori ascoltati dentro, suoni che vibrano, ricordi impiantati sulle dita finché non raggiungono la coscienza” p.112). La navigazione nel mare di questo romanzo dovrà abbandonare anche la pretesa di incontrare personaggi chiusi in rassicuranti caratteri univoci, perché “La verità di una persona è più nelle sue contraddizioni che nella logica che la rende uniforme” p.111. E così, invaso dalle onde del mare e messo in discussione alla luce del suo sguardo “altro”, il romanzo di Flora rimescola anche le sue convenzioni di genere, reinventa situazioni altrimenti prevedibili e quello che all’inizio potrebbe sembrare un “romanzo familiare” con le sue dinamiche padre-figlia, figlia-madre… si complica assumendo colorazioni fantastiche, mitiche, ma soprattutto mettendo in campo i toni problematici di una riflessione più generale e ambiziosa sul destino e l’esistere. Per questo Colpo di mare rappresenta una interessante evoluzione nella produzione di Christiana de Caldas Brito, che pure riprende in questo testo molte situazioni narrative e personaggi della sua “poetica del mutamento”, come ha opportunamente messo in rilievo Clotilde Barbarulli[3].

I quattro mari di Flora

Nel corso delle vicende del romanzo il lettore incontra più di un mare: quello di Puglia, della Sardegna,  di Ostia e poi il mare, lontano, dell’Oceano che bagna le spiagge brasiliane. Si può dire che ciascuno di essi rappresenti una fase della vita della protagonista, ma ogni incontro, ogni spiaggia della sua iniziazione sono metafora di un differente approccio alla realtà, di modi diversi di coniugare  la paura e il desiderio del diverso.

Uno. Il mare tenuto a distanza

Nel salotto buio di Flora non può entrare il sole, ma ci entra Elisa, la narratrice della storia, che, al suo ingresso, nota un quadro, scuro come la stanza, che rappresenta il mare. Più avanti, nel corso del testo, si capirà il significato di quel dipinto, che è il primo impatto del lettore con il mare del romanzo. È un mare in cornice, un mare da camera, senza suoni né odori, senza luce né movimento. Tenuto a distanza, il mare, come l’altro, può essere ammirato in tutta la sua bellezza e monitorato in tutta la sua pericolosità.

Fin da bambina, sulla spiaggia in Puglia, la piccola Flora, è stata tenuta lontano dalle “acque minacciose” (p.13). Giocava con la sabbia, toccava solo coi piedi le onde e, dalla riva, amava vedere il padre che nuotava così bene da sembrare, a volte, “un delfino” (p.13). Da quando aveva quattro anni è stata educata così da Vittoria, la madre italiana, che le ha insegnato a diffidare dei rischi del mare e del mondo (p.13), a non dare confidenza alle persone e alle onde e anche se le sue erano “parole-tuoni che guastavano l’estate, parole-frutti piene di vermi, parole-scarpe già strette prima di essere usate“ (p.14), “a lei il mare piaceva così, senza contatti, come un quadro appeso a una parete” (p.70).

È in questo modo, tenendola lontana dai “germi della tenerezza” (p.17) che la madre l’ha preparata “alla società non alla vita” (p.21), perché le relazioni sociali sono fatte, appunto, da distanze da conquistare e mantenere, da posizioni da occupare e difendere. Non è forse un caso che nella prima parte del romanzo anche i rapporti affettivi siano invariabilmente caratterizzati da tensioni imitative e competitive portate da un terzo, un rivale da vincere o un modello da imitare, secondo quanto afferma Girard a proposito del “desiderio mimetico”[4]. Così la sorella Clori cerca in tutti i modi di spostare su di sé l’amore del padre per Flora senza riuscirci. Riuscirà invece a fare innamorare di sé Rodolfo, il primo ragazzino invitato a casa da Flora, per la soddisfazione di sottrarre alla sorella l’oggetto del suo desiderio più che di possederlo lei stessa. Anche Elisa, l’amica di Flora, cercherà di riconquistare l’amore di Danilo non appena Flora sembrerà lasciarle libero il posto a fianco dell’uomo. E ancora il padre di Flora non reggerà di fronte all’idea di dover competere con Danilo l’affetto per la figlia e risolverà questo suo conflitto con un gesto estremo, che creerà un incolmabile senso di colpa in Flora, ne impedirà il matrimonio e minerà, forse per sempre, il suo rapporto con  l’uomo. Anche i rapporti tra il padre e la madre di Flora, sono minacciati (o alimentati) dall’interesse  della donna per lo zio Aristide.

 Due. Sconfinamenti

La forma dell’acqua, si sa, sta nei suoi contenitori e quella del mare nei suoi confini. Non rispettarli crea sempre disastri, come dimostrano tsunami e inondazioni in cui è la violenza del mare a invadere il territorio del suo “altro” terrestre, ma spesso anche l’imprudenza  e l’avidità degli abitanti della terraferma che si avventurano nei territori del mare concorrono a farlo ammalare e a  snaturare l’equilibrio tra i due mondi confinanti. Da sempre le leggende popolari e in seguito la letteratura si sono incaricate di raccontare tali tragici sconfinamenti, interpretati da figure umane e mitologiche, come vedremo.

Le avventure marine di Flora non vivono di viaggi in mari sconfinati e neppure si alimentano dei pericoli cari alle leggende di un immaginario maschile e occidentale. La sua sfida avviene sulla spiaggia, lungo un confine tra terra e acqua secondo un rituale dosato da un complicato gioco di mosse e contromosse tra dentro e fuori. Dopo la prima tappa della sua iniziazione, basata sull’esercizio del tenere il mare a distanza, nella seconda spiaggia, a Carloforte, il difficile, tormentato rapporto della protagonista col mare riceve una svolta. Il tutto era partito all’arrivo a Carloforte di Flora, che, affascinata dalle bellezze del luogo e del suo mare, si era pericolosamente accostata al confine dell’altro. Per questo il suo corpo aveva azionato una serie di dolorose resistenze atte ad ostacolare ogni contatto: le piaghe sulle sue dita (un tempo profetizzate dalla madre italiana, p. 16), il fastidio provocato dall’ “assordante rimbombo”  delle onde  e del vento (p. 72), la repulsione per  la “saliva marina” che  il mare “sputava su di lei” (p. 72), tutto aveva reso vano il suo tentativo di avvicinamento e insopportabile  il suo soggiorno, tanto che la protagonista, sconfitta, stava per lasciare il mare e rientrare “negli argini della normalità” (p. 73). Poi un contrattempo, fatale, aveva ritardato il suo ritorno a Roma e innescato le tappe della metamorfosi di Flora. Contemporaneamente alle sue parole d’addio al mare “modulate sul movimento delle onde” (p. 73) ecco che un uomo, nuotando, si avvicina alla spiaggia, esce dall’acqua, si siede a pochi metri da lei e le sorride. In silenzio. Flora tiene gli occhi bassi, è attratta ma ha paura. Perché avvenga un contatto tra i due ci sono ancora un ostacolo da superare e un gesto da compiere. L’ostacolo è il padre, che già aveva impedito, con la sua morte, l’unione di Flora e Danilo. Ora egli, il padre-delfino, appare in un breve sogno alla figlia, quasi a dare il suo assenso all’incontro con lo sconosciuto venuto dal mare. E poi c’è un passo che Flora deve compiere, perché “il colpo di mare non viene dall’onda violenta che ti prende, ti alza sulla sua cresta e poi ti butta giù. No. Viene quando sono le acque del mare a chiamarti e a farti avanzare oltre la paura” (p. 77). Flora non deve accogliere passivamente la visita dell’altro, deve andargli incontro, “avanzare oltre la paura”. Lo sconosciuto ha manifestato la sua disponibilità, mostrandosi nel territorio della donna. Ora tocca a lei compiere un gesto di coraggio, inoltrandosi dentro le onde, accettando il loro abbraccio. È il momento di abbandonare le proprie certezze e affrontare il rischio dell’ignoto (“Non mi può capire chi solo si avvicina all’ignoto, senza entrarci.” (p. 21). Solo così crollerà la distanza tra lei e lo sconosciuto, l’uomo del mare che la salverà dal mare, e i loro corpi potranno reciprocamente accogliersi.  Sulla sabbia, zona di mezzo, né terra né mare.

La svolta di Flora è stata fondamentale, ma non definitiva. L’ha liberata, per ora,  dalle sue paure ma non dalle ristrettezze della sua condizione di donna. Infatti nel momento in cui sceglierà la sua strada lei si accorgerà che è la stessa già percorsa da sua madre, dalla madre di sua madre e da tante donne, secondo una comune sorte di seduzioni e abbandoni maschili, perché “Più che alla sua destinazione Flora era arrivata al suo destino” (p.69).

 

 Tre. Andare oltre

L’incontro con lo sconosciuto, naturalmente, non è destinato a durare: ha avuto un valore epifanico, il lampo di una rivelazione, qualunque sia stata l’identità di quell’uomo, che  “Con un’onda era venuto, con un’onda se ne andò” (p. 80). Lasciando, però, una concreta testimonianza del suo passaggio. Di ritorno a Roma, Flora porta il mare dentro e di fronte un futuro complesso ed incerto. Ma anche dietro di sé il suo passato, quello che riteneva lo fosse,  si sfalda dopo la lunga lettera che le ha spedito dal Brasile la madre naturale. La sua identità ora è monca: ciò che ricorda le appare frutto di un inganno e quello che dovrebbe sapere non lo ricorda. Come dirà la sua amica Elisa: “Fino a quel momento credevo che esistesse una grande differenza tra il presente e il passato di una persona. Il presente mobile e fugace; cristallizzato e rigido il passato. Non era affatto così. Anche il passato era soggetto a cambiamenti. Quella storia venuta dal Brasile aveva avuto il potere di modificare profondamente i giorni vissuti da Flora” (p. 107). La quale adesso deve lasciare spazio non solo a un bambino che verrà, ma anche a un’altra Flora, una bambina straniera con un nome diverso dal suo, cresciuta in un mondo straniero che però ha scoperto che è il suo.  La protagonista, alla ricerca di se stessa, un tempo si sentiva  “due” (p. 41) e ora scopre di esserlo: con due ma(d)ri, due padri, due patrie, due lingue, due nomi, uno di terra e l’altro, Marelina, tutto d’acqua.

Se prima era impegnata nello sforzo di capirsi, ora Flora deve essere capace di accettarsi. Per farlo dovrà affrontare nuove prove, cercare, come ha sempre fatto, “di andare oltre i limiti” (p. 21), ma prima di tutto dovrà sapere se ne ha il coraggio. Per questo sfiderà di nuovo il mare e il suo richiamo ambivalente, di vita e di morte. Tra le onde di Ostia non è sola, c’è chi la osserva: il padre, ancora una volta, che proprio in quelle acque ha optato per la morte ma che alla figlia ripeteva che “l’acqua ci è amica”; c’è Terry, l’ultima di una lunga catena di donne abbandonate  apparse nel romanzo e, infine, una  presenza non riconosciuta, ma che si intuisce sia la madre naturale. Anche a Carloforte c’era chi la osservava immergersi nell’acqua, ma stavolta lei dovrà salvarsi da sola. E si salverà, perché sulla spiaggia ora l’attendono un bambino e una madre.

Quattro. Il sesso del mare

I mari delle nostre storie si alimentano nei mari dell’immaginario collettivo, che non è universale, ma nel tempo e nello spazio assume nomi e forme diverse.  Così i tre mari di Flora arrivano da un lontano oceano, che a sua insaputa la abita già dalla sua prima infanzia. Sono luoghi, gesti, parole, persone che Flora ha ospitato inconsapevole e che l’hanno visitata, chissà quante volte: presenze silenziose, familiari e sconosciute, come le figure angoscianti del perturbante freudiano. È un passato rimosso, che Flora porta nelle posture del suo corpo, nella forma dei suoi pensieri: “Vorrei riprodurre il vento che spinge le acque del mare a invadere le città, le chiese, le scuole, gli ospedali. Il mare che vorrei disegnare vince la gravità e sale le montagne, entra da sotto le porte e, a poco a poco, prende possesso anche di me e mi porta via” (pp. 41-42) dice e non sa di evocare la storia di Braulina. Dipinge un quadro strampalato di uno scuro getto d’acqua che nasce dalla pancia di una zucca, non ne sa il significato, perché “Sentiva come se fosse il quadro a creare lei” (p. 71). Disegna, ancora bambina, figure ibride metà umane e metà marine, come Boto, l’uomo-delfino del tutto sconosciuto alla sua coscienza ma non al suo inconscio.

Gli eroi di quelle storie, raccontate a Flora da una donna sconosciuta che canta senza voce e che l’abbraccia sulla spiaggia, sono i protagonisti di un mare di storie che l’occidente non conosce. Al di qua dell’oceano erano i marinai e i pescatori a raccontare le avventure, ispirati dai loro desideri e paure maschili. Il loro è un mare popolato da donne, dove la soglia tra la terra e l’acqua è ben delineata: gli uomini che si inoltrano sulle onde si imbattono nelle sirene, amanti fatali che li stregano e li uccidono. Se, viceversa, è una sirena a innamorarsi di un uomo e per suo amore mette piede sulle terra, incontra un destino altrettanto tragico, perché in quel caso vivrà da eterna straniera, debole, incompresa e nella migliore delle ipotesi, destinata ad una desolata casalinghitudine[5]. In quel mare le creature maschili sono mostri, di preferenza squali spaventosi o esseri anfibi che preferiscono sonnecchiare in solitarie lagune; se ci sono figure maschili positive, come i delfini, esse sono relegate al ruolo di aiutanti degli umani.

Nel mare, invece, che racconta Maria do Mar, la (prima) madre di Flora, dall’altra parte dell’Oceano, non ci sono minacce femminili paventate da fantasie maschili, ma creature maschili nelle cui sembianze si manifesta la carica vitale di Yemanjà, la dea delle acque, come nel mito del delfino Boto, che sotto l’aspetto umano seduce e ingravida fanciulle. Nella grammatica elementare di quegli amplessi non ci sono paure di insidie e neppure le complicate triangolazioni sentimentali dei rapporti amorosi occidentali: nessun mediatore del desiderio, nessun compiacimento di Boto per le sue conquiste,  nessuna rivalità o gelosia tra le numerose sue amanti, ciascuna delle quali sogna semplicemente un rapporto autentico, unico, totale con lui.

Tuttavia sbaglieremmo a cercare in queste storie aspirazioni regressive o esotiche mitologie, senza  accorgerci della voce della giovane madre che, quasi a nome di tante madri come lei, le racconta alla sua bambina, ormai non più sua.  C’è un sofferto insegnamento in quelle storie passate da donna a donna.

Il coraggio delle donne

Perché, come abbiamo detto, il sapersela cavare da sola è il destino delle donne che ricorre in questo romanzo, popolato di figure forti di madri precocemente private dei propri figli o dei propri compagni, illuse dagli amanti, lasciate dai mariti, sacrificate in famiglie asfittiche. Nessuna polemica nel riportare queste storie, solo tanta disillusa saggezza. Dice Maria do Mar, la cui lettera  svelerà il segreto del romanzo: “Da molti anni lavoravo in casa di Fausto Limeira, un colonnello, vedovo e benestante, di quasi vent’anni più grande di me. Mi chiese di sposarlo. Non lo amavo. Non accettai. Se avessi detto di sì, avrei continuato a stirare i suoi vestiti e a pulire la sua casa, ma senza stipendio” (p. 105). Lo stesso disincanto è nelle parole di  Bozena, la giudiziosa domestica, la cui dolente saggezza ricorda quella della Ana de Jesus dell’omonimo famoso racconto di Christiana de Caldas Brito[6]: “Ho imparato che non si può forgiare il destino degli altri, nemmeno quello dei propri figli, che la Provvidenza non offre garanzie” (p. 65).  Nei racconti di queste donne emerge la straordinaria capacità di trasformare la sofferenza in favola (“Forse le leggende esistevano proprio per dare un senso al dolore”, p. 101). Nelle storie di Yemanjà e di Boto, infatti, la meraviglia si mescola a una sottesa amarezza, l’esaltazione della vita con l’accettazione della morte, la prepotenza maschile si confonde con la potenza del desiderio. La piccola Braulina, ad esempio, che il mare è venuto a portare via scalando le montagne, è morta vedendo esaudito un  suo desiderio o è stata una delle tante vittime di una terribile inondazione? E Boto, l’uomo-delfino da tutte amato, quanto è simile agli squallidi seduttori della quotidianità? È Boto, il pesce leggenda, a creare donne incinte o sono le donne incinte a creare la sua leggenda?   “In Brasile sono molti i figli del Boto?” “Sì, molti” dissi” (p. 91).

Anche Elisa, la narratrice del romanzo, condivide la stessa disillusa cautela dei personaggi femminili. Prima di tutto Christiana de Caldas Brito le impresta il suo umorismo, cifra peculiare della sua scrittura (“Fu il mio primo bacio, un bacio-espresso, finito prima che il caffè fosse salito nella macchinetta” p. 48;  “L’amore è come un cartone di latte che prendiamo al bar. Può capitare che solo a casa ci rendiamo conto che è passata la data di scadenza”, p. 48; e si potrebbe continuare). Un altro espediente narrativo che la voce narrante utilizza per esprimere la sua distaccata saggezza sono le frasi gnomiche, atte a rendere esplicite le sue riflessioni  (”Ci sforziamo per dare un senso agli eventi, ma presto ci accorgiamo che vivere significa immergersi nell’assurdo”, p. 79; “Una cosa, comunque, era certa: nessuno è libero di scegliere la propria famiglia. Certi fatti dipendono dal destino. Uno può impedire che tali fatti contino troppo, può scegliere gli amici, gli studi, i libri da leggere, il lavoro, i compagni di vita, non la famiglia” p.63).  Infine ricordiamo che Elisa deve riportare la storia di Flora e ciò le permette di ragionare sul senso di ciò che va scrivendo. Non a caso, poi, la protagonista sua amica è un’artista, figlia di un pittore, di cui può riportare i suggerimenti:  “Mio padre mi diceva di disegnare quello che mi spaventava. Mi domandava: “Com’era l’animale che voleva inghiottirti? Disegnalo!” Io mi rifiutavo, ma lui aspettava finché mi vedeva scarabocchiare l’animale del sogno. Sulla carta, l’animale non mi spaventava come prima. Era diverso dentro di me”, p.41). L’arte, come la letteratura, infatti, ha il potere di “creare una nuova realtà” (p. 66),  che non risolve i problemi, ma li rende condivisibili (compito che oggi scimmiotta quel grado zero della letteratura scritta da milioni di persone sui social media). In ogni pagina di questo romanzo si sente questa fiducia dell’autrice verso il potere trasfigurante della letteratura, che qui, come è stato giustamente notato da Roberta Yasmine Catalano[7], passa attraverso la sperimentazione di una sensualità inedita nei suoi precedenti testi. Una corporeità però sempre pronta a volar via, come le farfalle delle parole che aprono e chiudono il romanzo.

Raccontarsi su misura

Tuttavia il ruolo di Elisa, narratrice e personaggio del romanzo, non può limitarsi a quanto si è detto. Tra lei e Flora si instaura nel testo un legame che va oltre il suo compito di portavoce e che forse può essere chiarito ipotizzando un rapporto di entrambe con l’autrice.  Nel momento di accettare l’invito dell’amica a scrivere della sua esperienza a Carloforte, Elisa esita: “Le biografie mi avevano sempre attirata, ma da lettrice. I biografi, come i sarti, dovevano preparare un abito su misura per un personaggio, ma immaginavo che gli uni e gli altri a un certo punto si sentissero persi: i sarti con pezzi di tessuto in mano, che non sapevano come utilizzare; i biografi con frammenti di vita con i quali cucire una storia senza sapere da dove iniziare”, p. 12. Va detto che le sue resistenze non riguardano solo le difficoltà dell’impresa, ma anche la sua dubbia correttezza: “Ma sarebbe stata vera la mia lettura della sua infanzia? E se fossero stati miei i sentimenti descritti come suoi?” (p. 12). Elisa (e con lei si intuisce l’autrice) teme di far parlare l’amica con la propria voce. Tra le due donne, infatti, si produce nel corso della narrazione una osmosi che lascia pensare alle due facce di un’unica personalità o, meglio, a due fasi di uno stesso percorso. Per chiarire: durante una presentazione del suo libro a Milano[8], de Caldas Brito ha parlato di “distonia”culturale, concetto usato dallo psichiatra Bruno Callieri a proposito di persone sradicate dal loro paese e costrette a vivere altrove, le quali mostrano frequentemente personalità scisse, disturbate fino a raggiungere la schizofrenia. È il disagio provato da Flora, protagonista assai vicina ai primi personaggi femminili dei racconti della  nostra scrittrice, “figure di donne difficilmente ascoltate […] imprigionate in situazioni familiari complesse […] donne-bambine emarginate dalla società […] che dicono solitudine”[9].  Diversa, invece, la personalità di Elisa, che appare più equilibrata e razionale, più vicina, forse, alla maturità raggiunta dell’autrice, che da tanti anni ha imparato a curare la ferita del distacco. “Ci vuole del tempo perché il dolore di chi vive lontano dal proprio paese possa passare da un dolore-ostacolo ad un dolore-crescita che culmina in una nuova identità arricchita[10]. Tuttavia, nel personaggio di Elisa restano le tracce di una diversità che de Caldas Brito sembra voler segnalare nell’origine genovese della donna (sono risapute le affinità linguistiche tra lingua genovese e portoghese), e riaffermare nel racconto dei cittadini carlofortesi, sardi per forza, perché anch’essi originariamente genovesi, liberati dalla schiavitù in Tunisia e trasferiti da Carlo Emanuele III in Sardegna. In questa prospettiva, Flora allude a una lontana Christiana de Caldas Brito,  dimidiata ospite in Italia, a cui dà voce e comprensione una Elisa-Christiana non più straniera, che però non vuole rinunciare al suo fecondo granello di distonia.

 La statua di Carlo Emanuele III

Il lavoro ermeneutico su un testo sembra raccontato nella storia della statua di Carlo Emanuele III, privata di una mano per essere  messa al sicuro e restata monca perché quella mano è andata persa al momento in cui la statua è stata restituita al suo pubblico. Come chi cerca di portare alla luce un reperto archeologico, il critico letterario prova a ridare al testo che legge tutto ciò che gli appartiene. Ma per tanto che ci provi e per tanto che ci riesca c’è sempre qualcosa che nella sua ricostruzione manca. Era stato nascosto, messo al sicuro, ma forse neanche l’autore di quel salvataggio ora sa più dove.

[1] Christiana de Caldas Brito, Colpo di mare, Roma, Effigi, 2018
[2] Isernia, Cosmo Iannone, 2006
[3] http://www.letteratemagazine.it/2018/09/14/flora-la-visionaria/
[4] cfr. R.Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, Milano, Bompiani, 2002
[5] cfr. L. Harf-Lancner, Morgana e Melusina. La nascita delle fate nel Medioevo, Torino, Einaudi, 1989; M.Bettini, Il mito delle sirene, Einaudi 2007
[6] in Amanda Olinda Azzurra e le altre, Roma, Lilith edizioni, 1998, pp. 29-34
[7] http://www.noidonne.org/articoli/colpo-di-mare-di-christiana-de-caldas-brito-14984.php
[8] mi riferisco all’incontro tenutosi alla Biblioteca Affori di Milano il 27 settembre del 2018
[9] Christiana de Caldas Brito, Postfazione a Amanda Olinda Azzurra e le altre, Roma, Lilith Edizioni, 1998,  p.113
[10] Id. p. 117

25-ottobre-2018