Creolizzare l’europa,letteratura e migrazione

armando gnisci
creolizzare l’europa. letteratura e migrazione

raffaele taddeo

Chi, a partire dal sottotitolo, pensasse di leggere un saggio sulla letteratura per “addetti ai lavori”, rischierebbe di rimanere deluso.

Creolizzare l’Europa è prima di tutto un resoconto del percorso cognitivo, affettivo, “di cambiamento” che il prof. Gnisci afferma, anche con qualche punta di orgoglio, di aver subito personalmente dopo l’incontro con gli scritti degli immigrati e che, con cognizione di causa e con dovute e convincenti giustificazioni, egli chiama “letteratura italiana della migrazione”.

E’ un percorso, perché il testo raccoglie quattro scritti, i primi due già pubblicati negli anni ’90, il terzo inedito e il quarto riportante l’intervento del docente romano in occasione del primo Festival europeo degli scrittori migranti, tenutosi a Roma nel 2002.

Ma è un percorso anche perché i quattro testi raccolti, non sono semplicemente una miscellanea serialmente organizzata in ordine temporale, ma esprimono un cammino intellettuale, fortemente sentito dall’autore e che ancor più fortemente egli cerca di comunicare all’ipotetico lettore.

L’elemento più caratteristico che si coglie dopo una prima lettura è la `vis polemica’ del prof. Gnisci, che è presente in tutti gli scritti e che pone immediatamente il lettore in un atteggiamento di attenzione-scoperta-condivisione, o al contrario di cautela e di prudenza.

Tutti gli scritti presenti nel volume si caratterizzano per la forte carica emotiva, per la straordinaria efficacia sul piano della forma che non permette al lettore di rimanere indifferente.

Il “percorso” accennato ha inizio nel momento in cui il docente di Letteratura comparata all’Università La Sapienza di Roma, si imbatte in due scritti: il primo di Tahar Ben Jelloum e il secondo di Salah Methnani.

La riflessione su questi due testi porta lo studioso a vederne subito le potenzialità, le capacità di cambiamento sulla stessa letteratura italiana e lo spingono alla pubblicazione nel lontano 1992 de Il rovescio del gioco (riportato in questo volume).

In questo primo scritto egli pone alcune questioni di fondo: la definizione di letteratura, il metodo comparatistico, lo statuto del migrante, la definizione di letteratura comparatistica.

Lo spazio a disposizione non permette di dilungarsi su ciascuna di queste questioni fondamentali, ma è importante sottolineare la definizione che l’autore dà della letteratura; definizione mi pare significativa sia sul piano scientifico che su quello prettamente didattico.

“Parlare di letteratura – scrive il prof. Gnisci – vuol, dire parlarci, parlare a partire da un’esperienza che ci fa diventare più noi stessi”.

La letteratura non è quindi un oggetto da analizzare solo scientificamente in modo astratto, scisso da noi, distante, senza esserne coinvolti perché “essere comparatisti non significa più cercare leggi, strutture o modelli…ma esercitarsi in una disciplina di trattamento dell’altro e di rieducazione di sé nella mischia con l’altro. Si tratta di una ascetica dell’ospitalità”.

L’intervento più articolato e sistematico presente in questo volume è il testo dal titolo “letteratura italiana della migrazione”. Il prof. Gnisci , con lo stesso spirito caustico del primo scritto, affronta una serie di problematiche molto significative: l’incipit delle letteratura della migrazione (tema ricollocato storicamente con grande puntualità e precisione e che lui stesso dice di essere riuscito a comprendere dopo sette anni da quando aveva iniziato ad interessarsi dell’argomento), la definizione del termine creolizzare, ancora una definizione di letteratura, il compito dell’intellettuale, la funzione della letteratura della migrazione, l’oggetto della letteratura della migrazione, un primo accenno all’idea della decolonizzazione.

Sono proprio questi gli aspetti determinanti che danno consistenza e spessore culturale e – non me ne voglia il prof. Gnisci – scientifico al fenomeno della scrittura in italiano di coloro che, per necessità, sono migrati dal loro paese per approdare in Italia.

Ma, come afferma in questo volume il professore romano, la letteratura della migrazione non riguarda solo chi è arrivato in Italia, ma anche chi è partito.

“La letteratura della migrazione procede, con una camminata veramente critica, verso una società della convivenza e del reciproco arricchimento delle culture. Forse verso quella umanità futura, ma già in movimento della quale parlano scrittori come Edouard Glissant e che chiamano creolizzazione. Un mondo nuovo e imprevedibile che noi imperfettamente e senza alcuno sforzo creativo continuiamo a chiamare `società multiculturale o…multietnica’ “.

Di notevole importanza è anche l’affermazione secondo cui “la letteratura se studiata…in modo paritario, umanistico e mondialista,…ci appare come miglioramento del mondo umano”.

Siamo agli antipodi di una visione della letteratura considerata soprattutto come forma. Il prof. Gnisci si libera e supera ogni letteratura che sia solo studio e ricerca accademica, e che non serva a “cambiarmi” e a cambiare il mondo. Il terzo testo intitolato “perdurabile migranza” indaga su uno dei nodi fondamentali della cultura e della storia italiana o, meglio, della situazione socio-politica attuale che registra un rinvigorimento di forze razzistiche ed ostili allo straniero che diventa addirittura “estraneo”.

L’autore vede nella rimozione della stretta relazione esistente fra storia del Sud d’Italia, emigrazione, avventura della colonizzazione italiana, la matrice della nascente ostilità verso lo straniero. L’Italia non ha fatto i conti né con la conquista coloniale del Sud d’Italia, né con la cacciata di forze umane vive, avvenuta mediante l’emigrazione, né con le ondate colonizzatrici della fine del 1800 e la prima metà del secolo scorso. Un processo culturale di decolonizzazione è ancora tutto da fare in Italia specialmente a livello di scuola.

E’ questa una ipotesi che va ancora tutta esplorata e battuta, ma che sembra illuminante per comprendere certi fenomeni della storia italiana letteraria e non.

Ancora una volta il docente esprime un giudizio tagliente quando risponde a coloro che lo accusano di non usare strumenti di critica letteraria citando Montale per il quale “se un libro non ti cambia la vita almeno un po’, non è un’opera d’arte”.

L’ultimo scritto è una difesa appassionata della denominazione che egli ha dato alla letteratura prodotta dai nuovi cittadini stranieri che negli ultimi 10 anni hanno scritto in italiano. La letteratura della migrazione non è una “diminutio”, una ghettizzazione, ma una elevazione, perché la letteratura connessa con la migrazione , fatto costitutivo dell’essere uomo vitale, acquista una dimensione più elevata. Ad essa appartengono i migliori scrittori del nostro tempo.

Per uscire da ogni possibile diffidenza il prof. Gnisci lancia l’idea di chiamare il fenomeno come “lettere migranti”, e “scrittori migranti” coloro che le praticano perché “ciò in base a cui io penso e opero è il fine, il metodo e la pratica di realizzare l’Europa. E la migranza con le sue lettere nel cuore, è il cuore e il cammino di questa impresa”.

Sttembre 2003