E chi se ne frega di Meryl Streep!

Rashid Daif
E chi se ne frega di Meryl Streep! (Tistifil Miril Strib)
Jouvence    2002

Giulia Giancuzza

L’autore del romanzo edito dalla Jouvence nel 2001, E chi se ne frega di Meryl Streep!, realizza una tagliente parodia sulla dinamica dei generi nell’odierna società libanese, suo contesto d’origine, e nel mondo arabo più in generale. Emergono gli anacronismi di una società fortemente contraddittoria, caratterizzata da un lato da inarrestabili venti di cambiamento ed emancipazione, dall’altro dal perdurare di una mentalità più conservatrice e intransigente.

La breve storia coniugale di una donna e di un uomo libanesi, che incarnano rispettivamente le due posizioni accennate, si cede quale paradigma paradossale e dai tratti comici di tali contraddizioni, in un panorama in cui i disastri della guerra civile vengono appena disordinatamente accennati, ma il secolare amore libanese per la cultura libera e un ideale democratico di società, riemergono forti, nonostante i fantasmi e le mortificazioni nichiliste di una discordia civile.

 Rashid Daif  nasce nel 1945 a Ehden, vicino Zgharta, città del Libano settentrionale,  la sua famiglia è cristiano-maronita. Ha studiato Letteratura Araba a Beirut, dove attualmente insegna dopo un’intensa esperienza parigina. Ha realizzato raccolte poetiche, romanzi, è umorista e linguista ed oggi è considerato un autore di rilievo nel panorama della letteratura araba contemporanea.

Dello scrittore libanese, oltre a E chi se ne frega di Meryl Streep! abbiamo solo un’altra traduzione in lingua italiana, ovvero il romanzo del 1998 Mio caro Kawabata, opera autobiografica attraverso il quale lo scrittore racconta uno squarcio di vita libanese, lacerata dai conflitti tra maroniti e mussulmani, e tra palestinesi e nazionalisti libanesi.

E chi se ne frega di Meryl Streep!, affronta invece il tema – più volte trattato da un punto di vista tutto occidentale ‒ della sessualità imbavagliata e del corpo velato del mondo femminile nei paesi ad osservanza mussulmana. Lo scrittore, tuttavia, approccia l’argomento con una modalità e con un’ apertura decisamente nuove e singolari. In particolare, questa singolarità non deve pagare il prezzo ad ingombranti influenze occidentali, in quanto Daif scrive da intellettuale mediorientale, e dunque allontana ogni topos e ogni clichè  sulla presunta afonìa delle donne arabe, «schiave di letto» sottomesse ai loro mariti.

Il calamo, il mezzo di comunicazione scelto, non è l’aggressività della denuncia sociale:  la narrazione scivola sotto impulso del gusto parodistico; ogni pagina sembra incalzare una burla e sorridere furtivamente alle melodie della biondissima Sabah, la cantante libanese amatissima dall’onnipresente moglie del protagonista.

 «Nel mondo arabo è l’uomo l’elemento conservatore […] Oggi è il letto il terreno di incontro e scontro tra la cultura occidentale e orientale. È nella moralità e nei tabù legati al sesso che in un paese come il Libano si bilanciano modernità e tradizione», sono le parole di Rashid Daif in un’intervista del 2009, che segue affermando che l’uomo arabo non voglia in realtà riconoscere che le donne siano andate avanti e che «il velo non copre nulla, rivela soltanto la paura dell’uomo».  

Il racconto si apre con la presentazione di un uomo di 35 anni, Rashud, appena sposato e innamoratissimo della propria moglie, di cui nel corso dello svolgimento della storia non verrà mai menzionato il nome. Questo sentimento che invade Rashud, descritto come «una macchina senza freni in una discesa ripida», ben presto si rivela solo come gretto e ossessionante desiderio di possesso del corpo e della mente della novella sposa, che di canto suo è una donna istruita, di libero pensiero, intellettualmente sensibile, forte e sicura di sé. Il prototipo di donna libanese, dunque, che lo scrittore definirebbe “contemporanea, libera ed emancipata”.
La donna si mostra riluttante alla vita sessuale con il marito, che non accetta tale comportamento e sempre di più vuole affermare attraverso il corpo di lei e sul corpo di lei la propria virilità. Ma la moglie mostra di non sentirsi “in obbligo” nei confronti della volontà del marito, e sempre più spesso dorme a casa dei genitori, dove può godere della vicinanza della madre; anch’essa da subito mostra naturalmente la sua indole anticonformista, donna settantenne di ampie vedute e amante di Sabah, simbolo stesso di emancipazione sessuale. La cantante libanese infatti nel corso della sua vita si sposò e divorziò diverse volte, dimostrando di essere assolutamente al di fuori di ogni costrizione sociale o religiosa.
Il protagonista si sente minacciato dal temperamento della suocera e di sua figlia.
Si sconvolge di fronte ai comportamenti della moglie sin dal primo appuntamento, nel momento in cui lei al bar ordina una birra; si sconvolge per il suo linguaggio spinto, non esita a definirla “volgare”, “bassa” e “immorale”, desidera puntualmente mortificarla, soprattutto nella sua sessualità.
L’ossessione di Rashud si fa sempre più morbosa, fino a diventare una condizione maniacale: il sesso è possesso e sottomissione, condizione che l’essere femminile deve accettare. Il momento dell’eiaculazione e lo sperma sul corpo della moglie diventano dei momenti e delle immagini necessarie per la mentalità di Rashud che costringe la moglie a quella che lui considera una normale attività sessuale tra moglie e marito, un diritto legale e religioso. In realtà è una perversione volta alla sodomizzazione del corpo, che sopperisca a una mancata sottomissione psicologica e sentimentale. Emblematico un racconto d’infanzia di Rashud:« Io sono il re. Scrivevo questa frase sui miei libri e sui quaderni, come pure sulla lavagna dell’aula, al punto che i miei compagni mi chiamavano “io sono il re” e questo mi addolorava perchè desideravo che mi chiamassero “il Re!”».
Dall’esperienza mostrata nell’intimità dalla donna, tra l’altro per nulla soddisfatta dai rapporti sessuali con Rashud, si fa strada nei pensieri del protagonista che in realtà la moglie, trentenne, abbia avuto diverse relazioni prima di lui e che non si  fosse consegnata vergine al momento del matrimonio, voluto in quanto ormai “compromessa” dalla storia con un ragazzo francese.
Rashud costringe quindi la donna a delle visite ginecologiche, e accertandosi di avere a che fare con una dottoressa e non con un dottore, pone a questa domande molto invasive sulla presunta vita sessuale passata della moglie: «Le chiesi se poteva determinare almeno approssimativamente, non con precisione, la data della rottura dell’imene. “Si può determinare lo strumento con la quale è avvenuta la cosa? Può essere uno strumento affilato, oppure un dito, o qualcos’altro? Può stabilire la grandezza dell’oggetto, voglio dire il suo diametro?” chiesi. Sembrò infastidita da quella domanda.».
Nonostante il fanatismo esasperato del marito, la moglie non è minacciata dalla sua figura. Non ha bisogno del contrasto e della battaglia per imporsi, sa di essere molto influente e soprattutto sa di avere il coraggio necessario per cambiare le cose, nel momento in cui queste intacchino pesantemente il suo benessere, la sua volontà e la sua rispettabilità. Per tutto lo svolgimento dei fatti è lei l’unica ad agire, il marito sarà solo spettatore passivo delle sue decisioni oltre che dei suoi modi di fare.
Bisogna inoltre evidenziare che le considerazioni offensive e machiste di Rashud, la maggior parte delle volte avvengono solamente nella sua mente. Infatti la narrazione è per lo più un lungo monologo, anzi sproliloquio, del protagonista che stravolge l’ordine del racconto e, attraverso flashback continui e un filo temporale disordinato, mette a conoscenza il lettore – e anche se stesso – dei fatti e della propria identità tragicomica.
Si può affermare infatti che Rashud non abbia nulla di mostruoso, e che non offenda in alcun modo sua moglie o nessun altra mente femminile: Rashid Daif crea una figura grottesca, che non vuole ammettere la sua ironica tragicità, propria di qualcuno che è fuori tempo e fuori luogo.
L’aspetto grottesco è dato dal fatto che Rashud non riuscirà mai a possedere la moglie, mentre lei lo mortificherà prima mostrando costantemente la sua noia e il suo completo disinteresse in sua presenza, infine con  l’abbandono e con l’aborto. Il protagonista è un uomo semplice, come lo definisce la curatrice del libro, Isabella Camera d’Afflitto, « un conservatore e tradizionalista che cerca a modo suo di combattere la globalizzazione dilagante nei paesi arabi. Il suo candore fanciullesco contrasta violentemente con l’atteggiamento maschilista che il protagonista si impone, tanto che finisce per intenerire e divertire anche la più incallita delle femministe
Perchè Isabella Camera d’Afflitto parla di globalizzazione?
Nelle interminabili giornate passate nell’attesa del ritorno della moglie, Rashud viene letteralmente ipnotizzato dalle immagini a scorrimento della tv via cavo, nuovo acquisto inizialmente mirato all’intrattenimento della moglie.
Guardando il film Kramer contro Kramer, Rashud viene catturato dalla bellezza del volto di Meryl Streep, protagonista del film, e della pace interiore che esprime; in realtà Maryl Streep recita la parte di una donna che lascia per un periodo figlio e marito, infelice della sua vita coniugale. Subito sorge spontaneo il parallelismo con la moglie, trasfigurata nel volto della bella attrice, ma tale accostamento è sintomo di un ulteriore paragone, quello tra la donna orientale e tra donna occidentale.

Proprio qui sta la chiave di comprensione del titolo; “e chi se ne frega di Meryl Streep!” può voler dire simbolicamente: “e chi se ne frega dell’emancipazione?”.
La moglie ha un’ottima conoscenza della lingua inglese, può comprendere i film, quello che comunicano alla CNN, annuisce usando l’ok e utilizza altre parole del repertorio globale, come condom ad esempio, e quando conversa, gesticola «imitando le colte presentatrici televisive», come dichiara Rashud. Anche se non ce ne frega niente di Maryl Streep, la “colpa” di queste libertà viene comunque data soprattutto a lei, la nuova Sheherazade, la televisione.
Nonostante tutto, il parallelismo donna occidentale/donna orientale finisce per unire i due estremi di paragone, che tanto estremi non sono, in nome di un diverbio che, più che altro, risulta essere di genere: Rashud, innamorato deluso, si scaglia contro le donne tutte.
Detto questo si può capire come il parallelismo non pecchi in realtà di nessun etnocentrismo, nel senso che la femminilità occidentale, grazie all’espediente parodico, non è posta come “superiore” o maggiormente all’avanguardia rispetto alla orientale.
Vige in questo senso un relativismo non di poco conto, che permette anche al bigotto protagonista di chiedersi chi in fondo sia la vera occidentale, se l’attrice o la moglie, dal momento che le donne occidentali sono libere a tutti gli effetti, anche se sono schiave della propria reputazione, recitano nei film al contrario delle donne orientali, che recitano nella vita e guardano ai fatti.
“Non sono poi tanto diverse”, sembra dire lo scrittore, senza analisi e particolari studi, solo osservazione di vita e di esperienze che portano questo grande cambiamento come un limpido dato di fatto.

Rashid Daif, intellettuale di sinistra che ha militato nella sinistra libanese, si cimenta in questa occasione in un romanzo di ampio respiro che cerca di dare spazio alla donna orientale, senza appellarsi ad un anacronistico e occidentale femminismo che avrebbe banalizzato di gran lunga la sua perfetta padronanza e comprensione della contemporaneità. Efficace la scelta parodistica, unico metodo per affrontare le assurdità e le insormontabili incomprensioni di mondi che a ben vedere inconciliabili non sono, di una società violentata ma intellettualmente più che mai viva, delle libertà che non sono mai concesse ma prese “con la forza” della cultura e del dibattito.

ottobre 2012