Recensioni

I canti dell’interregno

Pina Piccolo
I Canti dell’interregno
Lebeg Edizioni    gennaio 2018  € 10,00

raffaele taddeo

Ritengo che un poeta scriva essenzialmente per se stesso indipendentemente che la sua poesia parli si sé o di altro: Non so se altri abbiano usato la stessa metafora ma mi sembra che il testo poetico per un poeta sia come uno specchio con cui si confronta. Anche una poesia lontana da ogni forma di romanticismo, che affronti quindi solo e solamente temi di ordine sociale, è il rispecchiamento del poeta, del suo animo, della sua più intima posizione e concezione della realtà. Quando lo specchio rimanda in maniera coerente quello che è il poeta allora la poesia assume valore, valenza artistica perché denuncia la coerenza di chi ha scritto, denuncia una verità umana.
Perché questa lunga premessa? Nella silloge di Pina Piccolo non troviamo poesia di stampo romantico, le sue poesie affrontano temi di ordine sociale e tuttavia la poetessa attraverso le sue poesie  tenta di confermarsi in quello che pensa. Così la poesia assume la  funzione di consolidamento della propria identità che non si lascia distogliere da suggestioni da varia natura, pur avendo  una particolare attenzione a suscitare pensieri e riflessioni in chi ascolta.

Uno degli elementi che permettono  di individuare la linea poetica di fondo di questa raccolta è quello relativo alle citazioni presenti nelle varie poesie. Due in particolare sono di grande importanza anche perché sono riferite ad uno stessa poeta  e alla medesima composizione di quest’ultimo. Mi riferisco alla citazione da “La ginestra o il fiore del deserto”  di Giacomo Leopardi. Una citazione si trova nella  poesia: ”Messaggio degli alberi recisi nell’ex manicomio dell’Osservanza”.  Nei primi versi di questa poesia si trova: ”Forse a chiamarmi sono state le anime degli alberi/ recise, segate dalle magnifiche sorti rossastre/ e progressive qui in questo primo scorcio di millennio”. Ma poi abbiamo in “Versetti dell’alta velocità” il verso “al banchetto del progresso/ mai invitata”. Ed ancora in  “canto del caos” è scritto: ”nei depositi fatiscenti/ delle nostre magnifiche sorti e progressive”. La domanda che ci si può porre è se le citazioni stiano anche a significare una consonanza di idee di Pina Piccolo con quelle di Leopardi o, in alternativa al percorso filosofico, forse nell’atteggiamento di vita rispetto alla realtà. Leopardi nel canto di cui si fa citazione per ben due volte esprime il totale pessimismo  sulle vicende umane incapaci di scorgere che l’unica possibilità che si ha è quello della pace e non belligeranza fra gli uomini, che invece orgogliosamente si sono ascritti alla deità e si sono inventati un futuro, che non può esserci, pieno di grandezza dato dalle magnifiche sorti e progressive. Nella poesia leopardiana non c’è un benché minimo indizio di speranza, di possibile svolta positiva sulla condizione di infelicità dell’uomo. Nella poesia di Pina Piccolo sia che parli degli uomini o di cose della natura, viene veicolato un medesimo pessimismo così che gli alberi del manicomio dell’Osservanza fremono “fino al momento che l’accetta/ del Comune/ non si sarebbe abbattuta/ facendone strazio”. Anche nella seconda poesia non si ha un minimo spiraglio di possibile redenzione o riscatto. La citazione viene posta come contraltare del richiamo al fuoco appiccato a indiani dormienti: “talvolta appiccando fuoco/ a indiani dormienti/ nei depositi fatiscenti/ delle nostre magnifiche sorti e progressive/”.

E tutta via il pessimismo di Pina Piccolo è del tutto diverso da quello indicato da Leopardi, perché quest’ultimo insiste sulla infelicità dell’individuo a cui concorre come elemento fondamentale la natura, per la poetessa di origine statunitense la dimensione dell’individuo è indifferente è cioè ha poco interesse che l’io sia felice o meno, ciò che si mette a fuoco è lo sfruttamento dell’uomo perpetrato da un altro uomo, l’ingiustizia  continuamente attuata da alcuni contro altri. Non c’è alcuna soluzione di riscatto o visione positiva in prospettiva. Si prenda ad esempio l’ultima poesia della raccolta “I tempi come i nostri” in cui ogni possibile svolta storica per l’umanità è data solo dalla rivoluzione. Non sappiamo in che anno sia stata scritta questa poesia, se a ridosso degli anni ’70 o degli anni ’80, certamente l’intonazione di fondo farebbe pensare alla prima ipotesi  perché negli anni ’80 siamo nel cosiddetto riflusso e ha inizio una forte espansione del consumismo. La poesia si pone in netto contrasto, quasi una sorta di ossimoro con il titolo dato alla sezione della raccolta a cui la poesia appartiene “suonare il piffero della rivoluzione”, che ha in sé una forte critica all’ideologia della rivoluzione che si è rivelata un piffero, cioè un inganno per tutti quelli che l’hanno seguita e si sono sentiti sedotti.   La rivoluzione non è la soluzione e la storia dell’umanità è fatta di continui soprusi, ingiustizie e sfruttamento. L’unica cosa che rimane è farlo presente e il mezzo principe è proprio quello della poesia, far conoscere questa continua ingiustizia. Avviene così una trasformazione dell’intenzionalità del fare poesia perché questa forma letteraria dopo aver messo a fuoco l’identità ideologico di chi scrive si proietta all’esterno per dire la verità sulla situazione della storia odierna. Così la poesia di Pina Piccolo, pur mantenendo la dimensione di specchio dell’ideologia della poetessa, assume la funzione della rivelazione della epifania della realtà della storia umana e viene costruita per essere ascoltata, per essere declamata.

La spia di tutto questo ci viene narrata dalla strutturazione dei versi. Il ricorso all’anafora ha la funzione di incidere idee,  metafore, che veicolano  concetti mediante la ripetizione così come si ha la ripetizione del suono del martello che ritmicamente colpisce un chiodo. Così nella poesia “muore il vecchio” si ha: “muore il vecchio che ci faceva ascoltare/ …/muore il vecchio che ci faceva viaggiare/…/muore il vecchio che il nome/…/ muore il vecchio nell’afasia/…”. Ma nell’ultima strofa, quando ci si aspetterebbe ancora “muore il vecchio” arriva questo verso: “ma non muore la giustizia” che però è “in attesa” di schiudersi. La intenzione dell’anafora serve proprio a mettere l’accento sull’elemento dissodante rispetto al suono anaforico. E’ come se ci si fosse abituati rispetto ad un colpo di cannone sparato ritmicamente e all’improvviso ne fossero sparti due contemporaneamente. E’ chiaro che questo evento farebbe da richiamo a tutto ciò che poi segue.
La stessa organizzazione si ha con la poesia “Mediterraneo 2011: terzo capo d’accusa”. L’anafora “per noi” ripetuta 8 volte anche non in posizioni  similari si interrompe con:  “Di noi nessun griot decanterà” . In questo caso poi il “di noi” acquista più rilevanza  perché viene coinvolta anche la forma della poesia che è strumento principe del griot.
Ed è così anche per altre composizioni. Pina Piccolo in questo modo vuole richiamare l’attenzione, vuole che sui fatti, sui versi da lei proposti si  possa pensare e non rimanere insensibili godendosi solo la musicalità delle parole.

Un altro aspetto va sottolineato e riguarda i temi che vengono affrontati che vanno dalla violenza nei confronti della natura alle tragedie del mare di questi ultimi anni.

La silloge di Pina Piccolo è molto intensa fatta, proprio per essere recitata. Si avverte un forte accento passionale per le ingiustizie le violenze che oggi sono all’ordine del giorno.
Il pessimismo di fondo che pervade l’opera  in qualche modo contraddice il titolo perché sembra di essere non in un interregno, cioè in un momento di crisi che si risolverà verso un futuro più o meno positivo, ma in una situazione dove l’interregno è in verità un regno anzi un impero permanente.

Intensa sul piano della comunicazione poetica perché assume un aspetto teatrale fino a riproporsi come nuovo mito è la poesia “rose di mare”. Questo testo nella parte centrale, con la proposizione di tutti i nomi colpiti dalla morte a seguito di nubifragio, assume l’aspetto di una litania che conferisce dignità religiosa e sacrale a tutto il testo.  Non ci sono parole che possono onorare la loro morte se non il suono e la ripetizione del loro nome.

20 febbraio 2018

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi "Il carro di Pickipò", ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa "La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione".
In e-book è pubblicato "Anatomia di uno scrutinio", Nel 2018 è stato pubblicato il suo romanzo "La strega di Lezzeno", nello stesso anno ha curato con Matteo Andreone l'antologia di racconti "Pubblichiamoli a casa loro". Nel 2019 è stato pubblicato l'altro romanzo "Il terrorista".