Il caffè delle donne

Widad Tamimi
Il caffè delle donne
Mondadori  2012  € 17,50

raffaele taddeo

Il romanzo di Widad Tamimi si presta o molteplici piani di lettura. E’ un libro inteso in cui sono presenti molte più problematiche di quelle che forse sono percepibili ad una prima lettura. Spesso il senso ultimo di un romanzo si ricava da descrizioni, comunicazioni del narratore veicolate dai personaggi, in questo caso molti sensi e significati si ricavano con altri strumenti. Il testo per essere compreso fino in fondo deve essere sezionato mediante macro sequenze, la loro successione e giungere così significato che da questa analisi se ne può ricavare.
Una tematica peraltro molto implicita che è possibile rintracciare in più parti è il confronto fra mondo occidentale e mondo arabo. L’attenzione del narratore si accentua molto nel sottolineare che accanto alla diversità fra una cultura e un’altra vi è comunque una complementarietà, vi è comunque un cammino che si sviluppa secondo modi e ritmi diversi, ma entrambi pieni di senso e di valori. “Qamar – dice Leila, cugina di Qamar – non sono mai stata in Occidente, ma non credo che queste cose vadano tanto diversamente. Un uomo e una donna si incontrano e vibrano per un po’, poi si conoscono, si accettano e camminano a lungo l’uno a fianco dell’altra. I problemi stanno ovunque”. Nell’essenza, nella quotidianità, nella vita concreta di ogni giorno, tutto il mondo è paese diremmo noi, e non ci sono differenze fra una cultura ed un’altra.
La protagonista ritrova in sé elementi di arabità che si coniugano assieme alla sua cultura e modalità di vita di donna occidentale. “Ora mi rassicuro che Giacomo indossi la camicia ben stirata, lo inseguo per casa con un rotolo appiccicato per togliere i pelucchi dal suo abito, gli preparo il pranzo al sacco per paura che non mangi. Tracce di un’arabità vissuta in modo del tutto originale, sempre in conflitto con l’emancipazione della donna occidentale, cresciuta a ritmo di marce femministe”.
Tuttavia quasi in netto contrasto con questi intenti conciliativi si sviluppa la storia d’amore fra Qamar e suo cugino Yousef. I due hanno giocato insieme da piccoli, hanno scherzato, riso, e poi arriva il momento dell’adolescenza e Qamar nell’ultima estate che trascorre ad Amman si innamora del cugino. Anche questi è innamorato di lei. Si preannuncia una storia d’amore, che, interrotta da eventi e tempo, sembra ad un certo momento possa riprendere con pieno vigore, quando Yousef, ormai adulto e Iman, arriva in Italia per una serie di conferenze sulla cultura islamica. Questo amore però viene frustrato per il secco rifiuto da parte di Yousef di riprendere anche minimamente una traccia di confidenza e dar adito ad una infinitesima possibilità di riprendere la storia d’amore. Emerge l’impossibilità dell’amore. Sul piano narrativo la storia affettiva fra Yousef e Qamar ha un esito totalmente negativo.
Il senso di questo elemento narrativo è indizio dell’impossibilità di un incontro, di uno sposalizio fra i due mondi culturali, quello arabo e quello occidentale. Proprio il fatto che l’amore nato fra i due non arrivi a concludersi positivamente pone di fatto l’affermazione implicita della incommensurabilità fra le due culture.
Sono indifferenti gli elementi narrativi che sostengono l’impossibilità della perpetuazione dell’amore fra Yousef e Qamar, il dato più significativo e determinante ai fini della comprensione del significato del romanzo è proprio la mancanza della continuazione del rapporto d’amore fra i due.
Strettamente connesso a questo tema vi è quello della dialettica fra mondo della fanciullezza e quello della maturità.
Il romanzo, penso volutamente, pone in strutture parallele l’evoluzione della crescita e del rapporto che Qamar ha col mondo arabo da bambina, con quello del rapporto da adulta con Giacomo, suo convivente e successivamente marito, con il quale cerca di dar luogo ad una generazione nuova, cioè ad avere un figlio, che poi perderà prima che possa nascere e diventerà l’elemento di crisi della protagonista.
Il parallelismo, però poi si risolve in una dialettica fra il tempo della fanciullezza- adolescenza e quello della maturità, della vita adulta. Il primo che è fatto di giochi, di piccole trasgressioni, di sapori, di profumi, di sole, di polvere, si svolge ad Amman e viene contrapposto ad una vita da fanciulla in occidente piena di regole e sotto molti aspetti costrittiva; il secondo fatto di sogni frustrati, di paure, di angosce, di incapacità di riconoscersi, di continue domande, di contorsioni psicologiche.
E’ una dialettica fra i due tempi, e fin qui siamo nella normalità della vita, dell’esistenza dell’uomo, ma poi se si va a riflettere attentamente si constata che il tempo libero della fanciullezza-adolescenza è descritto in uno spazio e quello della maturità in un altro spazio; il primo in una certa cultura e il secondo in un’altra. Allora la dialettica ancora una volta si stabilisce fra i due mondi culturali che confliggono fra di loro, conflitto che viene impersonato da Qamar, la quale per cercare di ritrovare se stessa ha bisogno, adulta, di rimmergersi nel mondo, nello spazio che l’ha vista crescere da bambina. Non avviene una sintesi, perché ancora una volta Qamar decide di riconquistare Giacomo, da cui s’era momentaneamente separata e ritornare allo spazio dell’Occidente. Ancora una volta è la descrizione narrativa ad affermare l’impossibilità di coesistenza fra i due mondi.
Oltre tutto la arabità è strettamente connessa a sogno, a libertà, a giochi, a cibo, sapori, mentre l’occidentalità, pur nella sua emancipazione, è intessuto di regole, di logica, anche se piena di libertà personale, dal muoversi, al vestirsi, al rapportarsi agli altri.
L’impossibilità di una sintesi, ancora sul piano narrativo viene accentuato dall’esito della storia di Aymad.
Questi è figlio piccolo di Leila cugina di Qamar. E’ l’unico maschio avuto dopo molte femmine. Qamar, entra in un rapporto affettivo intenso con lui quando ritorna ad Amman. Leila le fa la proposta di condurlo con sé in Europa per dargli una possibilità di futuro migliore, certamente negato in Giordania date le condizioni economiche della famiglia e di un rapporto difficile con il padre. A Qamar non sembra vero, anche se decide di rinunciare momentaneamente perché è sola e non si sente sicura di poter curare questo ragazzetto.
Una volta sposatosi con Giacomo e condotto quest’ultimo ad Amman perché conosca la famiglia che era stata così importante nella sua crescita, si pone veramente il problema se portar via il ragazzetto in Europa o lasciarlo alla famiglia. Decidono di lasciarlo ad Amman dalla famiglia e di aiutarlo economicamente negli studi.
Indipendentemente ancora dalle ragioni, dalle logiche, dai sentimenti che non permettono che si realizzi il trasferimento di Aymad in Europa, il fatto narrativo denota ancora una volta l’impossibilità di una conciliazione fra i due mondi, che devono procedere separati nel loro percorso e nel loro destino.
Aymad rappresenta emblematicamente la possibilità concreta di meticciare le due culture. L’esito della vicenda nega ogni possibilità di questo genere.
Altri piani di lettura sono possibili come ad esempio, il rapporto d’amore fra Qamar e Giacomo, tutto giocato all’interno della cultura occidentale, ma proprio per questo risoltosi positivamente.
Poi ancora quello della ricerca del figlio, naturale dapprima, ma poi adottivo forse. Ma ce ne possono essere ancora altri come il rapporto fra la protagonista e la madre, quello di Qamar col territorio della metropoli giordana.
Sul piano strutturale per buona metà del libro si assiste ad una sorta di conduzione parallela e binaria, con tempi sfasati, quello delle sue vacanze ad Amman e l’altro di vita con Giacomo e della gravidanza, trasformatosi poi in aborto. Sono posti in parallelo due maturazioni, la prima che sfocia nella frattura della vita di vacanze di Qamar che non ritornerà più per molti anni in Giordania, la seconda che sfocerà nella rottura con Giacomo. Due storie parallele in due spazi diversi, ancora una volta in una sorta di dialettica osservazione, entrambe concluse con fratture e rotture. Ma mentre la prima non porterà a riconciliazione, la seconda invece si risolverà positivamente.
Anche quindi sul piano strutturale, la dicotomia Occidente-mondo arabo continua ad esistere.
La cornice del romanzo è dato dalla ritualità del caffè, tutta femminile e corale, nonchè dai sensi nascosti che essa veicola, dalla possibilità di una predizione. E qui siamo in totale immersione del mondo arabo e islamico perché la realtà sembra quasi già precostituita, l’uomo non farebbe altro che seguire quanto il destino, o meglio Allah, ha già scritto per ciascuno di noi.
E’ indicativo il fatto che il libro si chiude con queste parole: Bismillah arrahman arrahim” che vogliono dire “Nel nome di Allah, Clemente Misericordioso”.

  Mi pare che i testi, di qualunque natura siano, prodotti nel mondo islamico in special modo dagli osservanti, dai più pii, partano ancora oggi da un’invocazione ad Allah. Ciò avveniva anche nel mondo occidentale fino all’epoca rinascimentale, quando si ebbe la rottura e totale emancipazione dell’uomo rispetto alla divinità.
La chiusura del romanzo rimarcherebbe con più intensità le tracce di arabismo in questo caso di islamismo presenti nel testo, contraddette però dalle strutture narrative.
Gli elementi di dialettica interna, di contraddizioni e contrasti fanno del romanzo di Widad Tamini un interessante e bel libro segnato anche dalla delicatezza di descrizione delle varie storie che si intrecciano.

1 giugno 2014