Recensioni

Il canto del Djali – Recensione

Cheikh Tediane Gaye
Il canto del Djali
Edizioni dell’Arco   2007

raffaele taddeo

Leggere la poesia di scrittori africani, specialmente del centr’Africa, provoca nel lettore una sorta di straniamento, sia perché ci si trova davanti ad una organizzazione strutturale della poesia per certi versi dissimile da quella europea, sia per  l’uso di immagini e termini a volte distanti dai canoni poetici a cui siamo abituati.
Lo straniamento deriva dal fatto che ritmi, suoni delle parole della lingua italiana  hanno risonanze diverse quando sono usati da persone d’altra lingua materna, specie quando la   fonia di questa lingua è del tutto diversa dal nostro idioma. Anche quando   si acquisisce una nuova lingua – in questo caso l’italiano – con una certa padronanza, l’eco dei suoni e ritmi della lingua madre tenderà a sovrapporsi o a mescolarsi con quella acquisita dando luogo a un meticciato linguistico che produce appunto negli “indigeni” lo straniamento di cui abbiamo parlato
Anche la poesia di Cheikh Tediane Gaye non sfugge a questa impressione perchè una delle sue caratteristiche è quella di una sorta di anafora concettuale ove un concetto poetico  viene ripetuto molte volte con metafore e immagini  diverse fino ad esaurirne la sua tensione.   Spesso le stesse metafore appartengono alla cultura originaria,  come ad esempio la seguente:  “L’acqua calda non dimentica di essere tiepida”.
Ma successivamente   il lettore  è avvinto dalla bella poesia di questa silloge e ne  apprezzare le qualità; anche perché poi non mancano risonanza della poesia
Dal punto di vista tecnico è da sottolineare che la versificazione è varia perché Tediane Gaye passa dal versicolo alla proesia, né pare interessarsi molto di una costruzione di rime.
Ma l’aspetto più significativo del lavoro del poeta di origine senegalese è quello di un perenne canto alla forza della parola e al suo valore civile, profetico, educativo.
La parola, esaltata nella sua forza evocatrice, nella sua potenza creatrice, a volte ha necessità di essere rafforzata, come sembra avvenga nella cultura senegalese e africana, dall’accompagnamento di uno strumento a percussione che le dà vitalità e sacralità.
La poesia di Tediane Gaye è un vero inno alla parola fattasi poesia mediante l’accoppiamento alla “Kora”.  Un insieme consistente di poesie della silloge proposta dal poeta senegalese, è proprio dedicato alla disanima del vigore e valore della parola poetica.
Ma un secondo nucleo poetico ricorrente è quello della sua terra d’origine: l’Africa, di cui   canta come in sogno la speranza della una riconquistata di una dignità protettrice dei suoi abitanti (“all’alba sorrideremo al mondo / perché questa terra è sempre in piedi.”).
E tuttavia il poeta è consapevole della tragedia che incombe perennemente sulla sua terra e i suoi abitanti. “Il mio paese sanguina e del suo sangue tradisce le cantiche dei saggi,/ sanguina e del suo sangue asciuga i sorrisi,…./…./sanguina e disseta lingue di vipera / sanguina e nella corrente delle onde piange /d’aver mentito ai saggi, ai bambini, ai sorrisi di meraviglia.”
Egli è pronto a sacrificare la sua vita per riportare serenità e verità alla sua Africa “Il mio corpo, la mia anima / offrirei la mia anima per illuminare le voci credule /all’orizzonte, la Verità.”, senza perdere mai il desiderio conclamato di inneggiare alla sua terra e ai suoi giovani abitanti. “Infine cantiamo le nostre terre /le mani accoglienti /cantiamo questa bella terra /…../la forza dei bravi ragazzi che irradia /sotto il cielo di speranza”.
La silloge è arricchita da molti altri spunti e illuminazioni poetiche che vanno dal riconoscimento della grandezza di Senghor, al debito di amore e di dedizione per la figura della madre.
Una cifra caratteristica della poesia di Tediane Gaye è data, però, dal fascino dell’innocenza del bambino e dell’evocazione della dolcezza,   serenità e bontà;   oltre a dedicare una intera poesia al  “bambino”, il poeta, infatti,   nell’intera sua produzione richiama spesso il bambino come espressione di speranza e  depositario di un futuro migliore.
La disperazione per le vicende storiche dell’oggi viene stemperata dalla speranza dei bambini che, nel recupero delle tradizioni veicolate dalla parola, accompagnata dalla kora, sapranno ridare grandezza all’Africa.
Ci sono altri spunti poetici, alcuni anche singolari, ma una poesia in particolare ci riporta al centro del gusto poetico europeo, italiano, ungarettiano : “L’uomo, nella terra/ è ospite / ci vive nel male / come nel bene / e nessuno ci abita / non è la dimora.”

 

 

08-11-2007

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.