Recensioni

Il fuggitivo

Pramoedya Ananta Toer
Il fuggitivo
AIEP editore    2007

raffaele taddeo

Il romanzo, opera di uno dei massimi scrittori indonesiani del secolo scorso, fu pubblicato nel lontano 1949, quando l’autore era in carcere a causa della lotta per dell’indipendenza dell’Indonesia dall’Olanda. Il testo risente di questo clima perché la tematica descritta è incentrata sulla resistenza all’invasione giapponese e sulla speranza della creazione di una nazione indipendente.
Il romanzo costruisce tipologie di persone che pur collocate all’interno di un momento di lotta militare impersonano l’essere umano con le sue contraddizioni e le sue incertezze. Tipologie che vanno dalla figura dell’eroe, non colto nei momenti dell’atto eroico, ma visto proprio nella sua dimensione più umana: un eroe che sa perdonare, che sa comprendere, che sa amare.
La lotta, la fatica di una vita di stenti nel continuo fuggire, non impediscono ad Hardo, il protagonista della vicenda, di avere la consapevolezza che prima di tutto o insieme ad ogni altra cosa contano i sentimenti. E’ qualcosa di totalmente diverso da quello che ciò che solitamente pensiamo di un guerrigliero, che deve essere duro e inflessibile. Hardo, pur nella sua grandezza mitica, non si lascia sopraffare da sentimenti di odio e violenza.
A questa tipologia si contrappone nello stesso romanzo di Pramoedya quella dell’eroe tutto dedito alla causa, per sostenere la quale è disposto a sacrificare amicizie e sentimenti.
Né poteva mancare la figura del traditore e quella che noi chiameremo del collaborazionista.
Tutti questi personaggi hanno però una tipicità non tutta definita perché ripensamenti, riconsiderazioni, ne fanno delle figure incerte, dubbiose.
Il tentativo del narratore non si limita a definire i vari tipi di eroi, ma vuole descrivere anche le lacerazioni interne che li accompagnano in ogni azione che intraprendono. I personaggi vengono umanizzati più che tipicizzati.
Tuttavia la caratteristica più significativa del romanzo sta nella struttura formale. Nella romanzo occidentale le dimensioni dello spazio e del tempo sono modulate con totale libertà; i personaggi percorrono in tutte le direzioni lo spazio e attraversano il tempo con un andamento pendolare perché il tempo scorre avanti e indietro secondo l’esigenza della narrazione.
In questo romanzo indonesiano lo spazio e il tempo sono invece ben delineati. Tutta la vicenda si svolge in 24 ore circa in una unità di tempo che ricalca molto da vicino la concezione aristotelica dell’unità di tempo della tragedia.
Ma anche lo spazio è definito. Il romanzo lo suddivide in quattro quadri all’interno dei quali lo spazio risulta unitario. Vi si riconosce una legge di prossimità, il legame di una stessa unità geografica. Infine non poteva mancare l’unità di azione, perché la vicenda è unica e riguarda Hardo, la sua fuga e il tentativo dei giapponesi di catturarlo.
La teoria aristotelica delle tre unità si applica alla forma letteraria più sviluppata della Grecia antica e cioè al teatro, e in particolare al teatro drammatico. Infatti la sua applicazione aveva la funzione di comprimere i sentimenti che solitamente nella storia (come affermava Manzoni ) si sviluppano diluiti nella dimensione spazio – temporale. I sentimenti non arrivano a tragedia se non quando sono costretti, compressi e quindi capaci di esplodere. Ma perché ciò avvenga è necessario che le categorie in cui i fatti avvengono, cioè lo spazio e il tempo siano legati da un vincolo unitario. Il massimo della compressione temporale e spaziale determina il massimo della esplosione del sentimento e quindi del dramma.
E’ un po’ quanto accade in questo romanzo di Promoedya perché la sostanziale atipicità dei personaggi è spiegabile per il fatto che tutta la vicenda volge al dramma finale; la lotta di liberazione, la fuga di Hardo, si risolvono in una tragedia finale, in una morte che assume il carattere di un atto sacrificale, forse necessario per l’esito finale della lotta di liberazione e la nascita di una nuova nazione.
Il romanzo merita di essere letto proprio per conoscere la cultura letteraria dell’origine di una nazione come l’Indonesia.

02-06-2008

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.