Racconti e poesie

Il giorno del pane

Della mia vita prima del viaggio non ricordo nulla. Guardo le mie mani asciugate dal sole e mi chiedo  Ma tu, chi sei?  I ricordi sono svaniti quel giorno, come i gabbiani spaventati dal nostro arrivo sull’isola dei granchi carnivori. Svaniti con i pianti e le invocazioni dei miei compagni.  Perché non sono stato con loro fino alla fine?
Hanno impiccato Hussein sulla piazza del mercato, dopo avergli tirato le pietre. Un colpevole dovevano trovarlo. Io so che Hussein è innocente, e lo sanno anche loro. Ma sono i padroni, i predatori della nostra terra, noi non abbiamo voce.
Uno di noi vale l’altro, così si sono tolti il pensiero. Hanno trovato un colpevole che é innocente.

 Hussein pregava in silenzio, e qualcuno gridava Datelo a noi, maledetto.
Il giudice voleva farla finita con quella storia, dopo che ebbero trovato le ossa sull’isola.
Lo vidi da una grata di questa stanza buia, Hussein, trascinato dai poliziotti.  Avevo tentato di insistere, inutilmente. Tu sei un povero pazzo, nessuno potrà vederti, ascoltarti, mi dissero.

Una donna, forse sua madre, urlava, implorava, gettandosi in terra ai piedi di un poliziotto. La portarono via. Poi la tunica bianca di Hussein si staccò dal corpo e volò sempre più in alto, una vela nel mare azzurro del cielo. Le lunghe maniche si sollevarono come ali, e lentamente scomparvero. Era arrivato all’improvviso il vento del deserto, spazzando via i tendoni del mercato delle granaglie, abbattendo l’albero del pepe. La polvere rossa avvolse la piazza.

 La barca approdò all’isola dei pescatori, mi costrinsero a salire, e mi portarono fin qua perché dicessi che quel terribile giorno avevo visto il colpevole,  Hussein. Ero sicuro che non fosse lui, gliel’ho detto, ma mi hanno picchiato.

I miei ricordi cominciano dal viaggio, prima c’è il vuoto.  Stavamo andando nel porto delle sete per comprare tessuti, il tempo era buono, c’era vento, il sambuco procedeva veloce. Conoscevo i miei compagni di viaggio, eravamo in dieci. Un mattino, all’alba, il proprietario del sambuco fece attraccare la barca in una piccola isola deserta, ci disse di scendere, c’era un problema da risolvere.

Scendemmo. Speravamo che il guasto fosse risolto in fretta, faceva molto caldo, sarebbe stato meglio stare sulla barca, sotto il tendone. All’improvviso vedemmo che il sambuco si stava allontanando.  Pensammo che il padrone volesse provare la barca, sarebbe subito tornato indietro a prenderci.

Ma lui non tornò. Era fuggito con il nostro denaro, chiuso in buste nella cassetta.

Urlammo per tanto tempo, sperando che qualcuno ci sentisse, ma c’era soltanto il silenzio e il richiamo degli uccelli.

Era l’alba quando decisi di andarmene, non volevo rassegnarmi a una lunga agonia, speravo di trovare un’isola abitata, altrimenti sarei morto in mare. Nessuno dei miei compagni mi seguì, non avevano più la forza di affrontare il mare, Henok e suo fratello sembravano impazziti. Io ero il più giovane ed  ero un bravo nuotatore; nuotai per ore, finché giunsi, stremato, in un’altra isola. Vidi delle capanne, e mi sentii salvo.

C’erano pochi abitanti sull’isola. Cercai di parlare, ma persi i sensi, e nella mia mente si cancellò la mia vita prima del viaggio. I pescatori mi tennero con loro, ero un mistero venuto dal mare, un ospite da proteggere. Il più vecchio guardò con attenzione il mio anello cifrato, l’ultima cosa che mi rimaneva, e scosse pensieroso la testa.

Si viveva soltanto di pesca. Sono diventato anch’io un pescatore.  Giovani e vecchi perdevano lentamente la vista, stando tutto il giorno sott’acqua. Ma bisognava mangiare.

Un mattino è arrivata una barca, è sceso un ragazzino, ci ha dato del pane caldo avvolto in un tessuto, e se n’è andato.  Abbiamo pregato prima di spezzare quel pane, benedicendo il ragazzo. Mentre stavo per portarne alla bocca un pezzetto ho percepito una profonda emozione,  tremavo. Avevo già sentito quel profumo.  Nella mia mente confusa si accese una piccola luce. Vidi una donna  vestita di bianco che tagliava il pane, un grande tavolo con macchie di sole. Fu un attimo, cercai ancora un’immagine, ma la scintilla si spense.

Un pezzetto di quel pane l’ho sempre conservato, avvolto in uno straccio.  Ci sono stati momenti di gioia  nel  “giorno del pane”, io cercavo di nascondere il mio turbamento. Il ragazzino non è più tornato, ma dopo pochi giorni é arrivata un’altra barca, hanno chiesto se c’era un ospite sull’isola. Il pescatore più vecchio, meravigliato,  ha indicato me. Mi hanno portato via.

 Dopo molte ricerche erano stati trovati i resti dei miei compagni divorati dai granchi. Si era poi saputo che su una piccola isola di pescatori poteva esserci uno degli uomini del sambuco scomparso, uno sconosciuto arrivato a nuoto su quell’isola. Le voci corrono anche da un’isola deserta all’altra, soltanto le nostre nessuno le aveva sentite. Mi portarono in città perché riconoscessi il capo che ci aveva abbandonato, mi dissero che finalmente l’avevano preso. Le facoltose famiglie degli uomini scomparsi volevano giustizia.

Quando ho visto Hussein, nella stanza del comandante, ho detto che non era lui, ne ero certo; il proprietario del sambuco aveva il viso segnato  dalle cicatrici, i capelli bianchi e lunghi, era molto più vecchio di Hussein. Perché io non smentissi pubblicamente, e perché nessuno mi riconoscesse, mi hanno chiuso in una stanza buia, con una piccola grata dalla quale si vedeva la piazza del mercato. Mi è stato tolto l’anello cifrato, questo non ti serve. Era una parte di me, quell’anello, una parte della vita di prima.

Hanno detto e scritto che avevano trovato il testimone, un pescatore che quel giorno aveva visto passare il sambuco vicino a lui, mentre era in mare, ed era certo che ci fosse sopra soltanto un uomo, lo aveva visto bene. La data era quella, la sera prima era comparso il primo quarto di luna.

Finalmente si era saputa la verità, il colpevole era stato impiccato. Il guardiano che sta davanti alla mia porta, un uomo alto, grosso, con un’espressione minacciosa, è stato invece gentile e mi ha offerto una sigaretta. Sa che non dovrebbe parlare con me, ma mi detto che sarò portato lontano, in una prigione nell’isola di Nocra.

Non pagheranno per  l’assassinio di un innocente,  né per la mia scomparsa nella prigione di un’isola sperduta, una prigione dove nessuno ha più voce.

Si metteranno l’anima in pace, e la mia famiglia mi crederà morto insieme agli altri.

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Erminia DellOro