Racconti e poesie

Esalazioni

Monica Dini
Scritto da Monica Dini

Suo figlio, un ragazzo, soffriva di unghie incarnite. C’era una persona sola da quelle parti in grado con rapide mosse di risistemargli il piede. Un’ anziana pedicure che, in casa sua, arrotondava la pensione con il mestiere fatto da sempre.

Una donna eccezionale.

Quando scesero dalla macchina c’era un puzzo nell’aria. Disgustoso. Cos’era?

Suonarono il campanello al portone bianco del dignitoso palazzo vista mare, salirono in silenzio per non disturbare. La signora Carla pretendeva che non si facesse rumore sulle scale, perché non era regolare fare i piedi in casa. “Non si sa mai, diceva, tutta brava gente però …”.

Quando la madre aprì la porta andò a sbattere contro qualcosa. Un rumore sordo, attutito ma evidente.

Disse, “Oh Dio, cosa c’è?”.

Aveva sbattuto la porta contro le ginocchia di un vecchio seduto su una sedia impagliata.

Lei disse ancora, “Mi scusi io…”.

Ma l’urto non aveva interessato l’uomo. Era immobile, privo di espressione. Non era morto. Questo si capiva.

Il ragazzo fece un sorrisetto.

” Cos’ha o ma’?”, le chiese in un orecchio.

“Di preciso non so dirtelo.”, disse seria lei,” Una specie di depressione. Così mi ha accennato una mia collega. Lei conosce la famiglia dell’appartamento di sopra.”

Nell’altra stanza parlavano,  a tratti si  distingueva la voce della padrona di casa.

Si sedettero sul divano ad aspettare. Il ragazzo in ciabatte, alzava e abbassava  l’alluce gonfio e rosso,  un moscone gli ronzava intorno attratto dalla materia che usciva dall’unghia. La madre pensò che i mosconi  erano schifosi. Che non era giusto lasciare un uomo in quelle condizioni lì nella sala d’aspetto. Per lei non era un problema, ma mica tutti sono uguali. Non poteva fare a meno di guardarlo. Cercò di distrarsi osservando gli oggetti sulle mensole. C’era una bamboletta in costume da Flamenco seduta scomposta. Un bicchiere di vetro opaco la teneva in posizione. C’era una candela mai accesa su una base di fiori secchi scoloriti dalla polvere. Un piattino di peltro con sopra Firenze appoggiato a una caraffa di ceramica bianca. Un cigno di porcellana senza confetti. La foto in primo piano di un grassone che mangiava un panino. Aveva la faccia sporca di rosso. Ketchup senz’altro.

Un rumore.  La signora Carla e la cliente, nel corridoio, si sorreggevano l’una l’altra. Salutarono appena  alzando il mento,  poi la porta d’uscita si aprì nascondendo il vecchio. Sentirono “Si faccia coraggio” e il ticchettio della luce a tempo.

L’uomo non si mosse.

La pedicure chiese scusa per l’ora alla madre e al ragazzo e li fece accomodare.

Lei  spesso era in ritardo. Con gesti lenti ma decisi tagliava unghie e toglieva calli. Anche alle anime. Per questo i suoi orari erano elastici.

La stanza era una camera da letto, una porta a vetri dava su un terrazzino. Si vedevano i tetti delle case, e appoggiate al muro, una granata e una pattumiera. L’acqua nella bacinella fumava. La signora Carla si sedette sullo sgabello e osservò i piedi del ragazzo.

“Ma tesoro mio, come fai a conciarti le unghie a questo modo? Sei un giovanotto ormai, devi capire come vanno tagliate. Mettile un po’ in ammollo… vai.”.

La madre seguiva attenta.

“Come vanno le cose, signora Carla?”. Domandò.

Con un asciugamano bianco l’anziana donna tamponò il piede del ragazzo. Assestò gli occhiali sul naso ma  non le rispose.

Seduta sul letto lei si sentì a disagio, lisciò la coperta. Un filo le rimase impigliato nei ghirigori dell’anello. Una formica si affacciò dal bordo esterno dell’armadio. Un’ambulanza corse via.

Quando ormai non si aspettava più niente la sorprese.

“Male cara mia. Molto male. Ha visto mio marito … non se ne fa una ragione.”.

“Mi spiace … ho visto,”, disse la madre, ” Cosa è successo?”.

“Stai attento… non aver paura.”.

Con gesti sicuri, la pedicure spruzzò il ghiaccio spray sul dito poi affondò le forbici dalla punta fine.

Il ragazzo trattenne il fiato, alzò gli occhi al soffitto, le sue mani divennero bianche stringendo i braccioli della sedia.

Il pezzo d’unghia ricurvo, misto a sangue e materia gialla, fu estratto.

Il ragazzo sbuffò afflosciandosi.

“Ecco qua. Hai visto? Sei stato coraggioso.”.

“Me lo dà il pezzetto, lo voglio guardare?”.

“Tieni. Logico che ti facesse male.  Guarda com’è, aveva fatto un ramo che piano piano ha bucato l’alluce. Tagliale così. Hai capito ora? Così…”.

Anche la madre sapeva che le unghie producono rami autonomi se mal tagliate.

“Cara signora,  è evidente che le cose vanno male, non sa cosa è successo? Non ha visto quanti morti in questa città? È la bella stagione che fa dimenticare?”.

“La strage alla stazione? Parla di quello… certo. Di quel treno che ha perso gas e ha fatto esplodere un quartiere. È stato terribile. Non sono più passata da quelle parti.”.

“Molti dei nostri amici, dei miei clienti, abitavano là. Morti. E i figli, i nipoti … anche loro. Tutta gente che conoscevamo da una vita. E l’odore? Qui nessuno fa più carne alla brace. “.

“Ho sentito dire che qualcuno è stato addirittura polverizzato…”.

“Cani, gatti, alberi, gente che dormiva, passeggiava, pensava. Bruciati. Case che da sempre erano lì. Mio marito non ce l’ha fatta. Lo tengo di là perché stia in compagnia ma…”

Il sole è sceso un po’ e il vetro della porta lo riflette, un passerotto abbagliato, vi sbatte contro. Un tonfo.

“Cos’è o ma’”, dice il ragazzo.

“È senz’altro un uccello.”, risponde la signora Carla mentre finisce il lavoro legando una garza intorno al dito. “A quest’ora del giorno seguono il miraggio che provoca il sole sui vetri. Spesso ne trovo di morti sul terrazzo.”.

“Posso andare a vedere?”, chiede il ragazzo.

“Và pure …”.

La madre adesso si sente un po’ in colpa per aver fatto la domanda.

“Ci saranno dei colpevoli, qualcuno avrà sbagliato! Troveranno un perché a questa strage …”. Dice piano.

“Eh già … lo troveranno …”

“Guarda o ma’. È morto.”.

Il ragazzo tiene per un’ala un passerotto. Lo fa dondolare. Ha nel becco un grumo di sangue come un frutto.

“Posalo per favore. Ti prego …”, dice la madre muovendo la bocca come sentisse un saporaccio.

“Lascialo lì tesoro, poi lo butto nella spazzatura … raccolta differenziata. Lo metto nel contenitore dell’umido. Ricorda di tagliarti bene le unghie. Mi raccomando.”.

Il ragazzo lo appoggia sul parapetto del terrazzo, cerca in tasca  il pezzo di unghia e lo infila tra le piume.

Prima di uscire, la madre posa la mano sulla spalla del vecchio. La stringe. E’ ossuta. La pelle che la riveste è vuota.

Fuori c’è ancora quell’odore disgustoso.

Meglio non ricamarci troppe fantasie.

 

L'autore

Monica Dini

Monica Dini

Monica Dini vive e lavora a Camaiore paese della campagna toscana. Ha pubblicato le raccolte di racconti: Sulle Corde a cura della Società Speleologica Italiana (2006), Leggerezze – Besa Editrice (2009), Lezzo – Tralerighe Libri (2015), Angoli Acuti – Tralerighe Libri (2017). Uno dei suoi lavori è presente nella raccolta di racconti HOTell Storie da un tanto all’ora edita da WhiteFly Press. Ha collaborato fino alla fine con la rivista on-line Sagarana diretta dal Prof. Julio Monteiro Martins, è stata più volte ospite della rivista on-line El-Ghibli diretta dal Prof. Pap Khouma, ha collaborato la rivista Prospektiva di Andrea Giannasi. Alcuni suoi racconti sono apparsi su La Macchina Sognante la cui macchinista è la scrittrice Pina Piccolo. Un suo scritto è presente nel primo numero della rivista DieciCento fondata da Carlos Bolaños e Nicola Feo (2017).

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