Il maestro di tango

Miguel Angel Garcia
Il maestro di tango
Eks&Tra    2005

raffaele taddeo

La vita è un intrico di circostanze di cui non vale la pena comprendere il senso e che è utopico e assurdo tentare di dominare e gestire. Ma la consapevolezza di questo senso della storia non determina un atteggiamento tragico o disperato, di rifiuto della vita stessa, perché la vita è opportuno viverla in tutta la sua pienezza. Nasce quindi una percezione della realtà che porta a far sorridere bonariamente di tutto quanto accade sia esso qualcosa di positivo come la possibilità di prevedere gli andamenti borsistici, sia esso qualcosa di drammatico come lo scoppio di una bomba per un attentato.
Miguel Angel Garcia  tinge i suoi racconti con pennellate di sottile ironia che danno un senso di leggerezza e sconsideratezza.  Per questo le storie che compone si leggono con piacere e gusto perchè disvelatrici di nascoste qualità o debolezze umane, ma proprio perché debolezze più appartenenti all’essere dell’uomo e non della macchina.
Così si scoprono, nel racconto la macchina per fare romanzi, le inconsce inclinazioni  dell’amica professoressa che minaccia cause per molestie sessuali.  Si sorride perché la professoressa, che non può che essere esteriormente seria, dignitosa, razionalissima, sia poi disvelata nelle sue piccolezze, proprie di ogni essere umano, da un programma informatico che sembra burlarsi di lei.
La visione ironica può essere un’ottica con cui guardare con levità la storia dall’inizio alla fine. Il primo immigrato rifiutato perché straniero e migrante e la cui salma è contesa orgogliosamente proprio dai discendenti di coloro che l’hanno ucciso.
L’ultimo immigrato conteso da quella comunità che si è vantata fino a poco prima di poter respingere i migranti.
L’ironia non si tramuta mai in sarcasmo o cinismo  per cui il lettore non termina le letture con acredine e disgusto della vita. E’ una ironia che si insinua come l’affiorare di memorie felici quando meno te lo aspetti.
E tuttavia non è un modo per recidere le proprie responsabilità, chè ciascuno, pur dopo la lettura di questi lievi racconti, non allontana da sè la consapevolezza dei suoi debiti nei confronti della storia, conscio che essa si determina nel suo positivo o negativo andamento mediante i nostri atti quotidiani.
L’organizzazione narrativa, pur soffusa dalla dominanza ironica, è tuttavia varia perché percorsa da modalità che vanno dalla diluizione delle strutture narrative e che sembra sia  propria degli scrittori di origine sudamericana, Julio Monteiro, Christiana de Caldas Brito, a schemi narrativi in cui il ritmo  è più incalzante, più multiforme.
Particolare  rilevanza assume il primo dei racconti presenti in questa antologia: Il maestro di Tango.
In esso si cerca di scendere in profondità per capire non con strutture di pensiero, ma con lievi tocchi  metaforici alcuni percorsi di umana vita come la perdita della identità, il vano rincorrere un riconoscimento di una propria identità.
“Mi ritrovo nel limbo del migrante, solo e senza appartenenze, inadeguato qua e là, teso alla ricerca di una forma, di un limite corporeo che contenga la mia identità, e sempre più a rischio di frantumarsi in mille pezzettini”. Il migrante man mano acquista la coscienza della disappartenenza pur nel disperato tentativo di riacquistarne una. “La forma, il limite corporeo” dignitoso, elegante, del migrante è veicolato metaforicamente nel protagonista dal tango, scelta professionale, ma scelta, forse inconsapevole, perché legata omologicamente all’essere del migrante.
“Un’eleganza impossibile, come il gelato freddo nel capuccino caldo; un delicato equilibrio tra le figure ispide e la liquida fluidità dei movimenti, tra l’abbandono erotico e il rigore severo delle regole, la lentezza veloce, la passione sapiente, la complessità semplice”. Il ballo del tango è un unico ossimoro così come l’essere costitutivo del migrante è fatto, corporalizzato da ossimori  vissuti continuamente sulla propria pelle: i migranti sono legati e liberi, appartenenti e svincolati, aperti a tutte le esperienze e chiusi nei loro ricordi.
Il maestro di Tango è certamente un racconto riuscito sul piano poetico perché forma e contenuto in questo caso sono fusi ma non in un “frullato”, ma   procedono “ben distinti e integri; …vanno insieme, ed è impossibile separarli”.
La struttura linguistica è elegante e ricercata, è una lingua conosciuta in tutti i suoi anfratti  e in tutte le modalità espressive.
Tuttavia in tutto il corpo narrativo di Miquel Angel Garcia  c’è qualcosa che lascia perplessi. Anche il raccontoil virus del colore premiato in altra edizione del concorso Eks&Tra, poi lasciava insoddisfatti. Sembra che l’ironia uccida la poesia. E questo può anche essere proprio della forma ironica che se non si tramuta in triste ironia non riesce ad assumere forma di poesia, cioè di valore universale, perché la vita umana nella generalità, nella sua universalità è sofferenza, è fatica è una “lacrimarum valle”. In Garcia questa trasmutazione di ironia in mesta ironia non avviene mai e anche quando sta per avvenire lo scrittore sembra voler allontanarsene defraudando della poesia il suo scritto.
Come semplificazione di quanto affermo si veda proprio il  racconto il maestro di Tango.
La vena ironica ha preso la mano all’autore quando ha voluto chiudere con “Sono un migrante di successo”, per cui la triste ironia pervasa in tutto in racconto rischia di diventare ironia sfacciata.
Penso, inoltre, che la capacità di scrittura di questo autore sudamericano sia in qualche modo costretta dalle tematiche e che se riuscisse a liberarsi dalle composizioni a tema, e riuscisse a scrivere anche per il solo gusto di scrivere e regalare ai lettori testi che narrino dell’umanità non direzionata, forse qualcosa di molto elevato sul piano poetico sia possibile che sia prodotto.

16-09-2005