Recensioni

Il mosaico del tempo grande

Abate Carmine
Il mosaico del tempo grande
Mondadori   2006

Raffaele taddeo

Gli ingredienti narrativi di Carmine Abate in questo nuovo romanzo in parte sono simili a quelli dei testi precedenti, in parte si rinnovano.
Questa volta la vicenda non è vista con occhi di bambino-ragazzo, ma di  un giovane che ha appena concluso il suo corso di studi. Così pure la tematica dell’espatrio  per  lavoro e del ritorno, pur se importante, non è più così centrale,.
Fanno invece da cornice robusta, perché costituiscono ritmo e ossatura narrativa, la lingua e il ricordo mitico, elementi già fortemente presenti nelle narrazioni precedenti. Anche questa volta le memorie mitiche  vengono proposte a fasi successive intrecciate alla storia principale del romanzo.
Ricordo mitico e narrazione  si intersecano quasi una debba giustificare l’altra.
Fra le novità del romanzo vi è anche una sorta di giallo che si disvela alla fine connotando la narrazione di drammaticità senza lasciare spazio a soluzioni riconciliatorie.
Il titolo dato al romanzo pone in risalto i due tempi, il contemporaneo e quello mitico-storico, chiamato grande. E’ un tempo contemporaneo perché fa parte della vicenda narrativa la costruzione di un grande mosaico la cui raffigurazione riguarda il tempo passato, grande.
Michele (Michè), si è appena laureato e vuole festeggiare la conquista del titolo di studio perché in un paese piccolo un avvenimento così non può che essere socializzato, ma è anche l’ultimo momento prima di incupirsi nella ricerca del lavoro e nella responsabilità del farsi una famiglia.
Arriva al paese  Laura, figlia di Antonio che anni prima era quasi fuggito   perché minacciato di morte e perché s’era invaghito di una ballerina albanese, così come  gli abitanti di Hora che alla fine del 1400 avevano costruito la loro città dopo essere aver lasciato la terra d’Albania per non essere sottomessi dai turchi. Antonio era un discendente del primitivo prete ortodosso che aveva incitato i fuggitivi  a stabilirsi in Calabria e costruire una chiesa per rendere definitiva la scelta migrante.
Michele si innamora di Laura  e tutto il romanzo ruota attorno allo sviluppo dei sentimenti dei due giovani. Sono intense le pagine che descrivono il loro fuoco d’amore e il loro desiderio carnale.
Anche in questo romanzo Carmine Abate usa moltissimo frasi  della lingua arbëresh e così facendo materializza la storia in uomini, cultura, comportamenti abituali. Combina la storia di Michele, del suo innamoramento, con la storia d’emigrazione di un paese, con la mitica costruzione di una chiesa, con l’enigma di un tesoro scomparso e da ritrovare.
Se il protagonista principale è Michele, con la sua storia si intrecciano tante altre microstorie che fanno del romanzo un vero mosaico narrativo in una struttura temporale prospettica ove il presente richiama il passato e il passato rimanda al presente.
In questo scenario ricompaiono valori già emersi nei precedenti romanzi: la famiglia, la fedeltà alla   comunità, la solidarietà, l’ospitalità. Tutte le vicende del romanzo possono essere lette come manifestazione di coerenza con questi valori o come loro tradimento alla ricerca di una modernità che sostanzialmente non trascuri quei valori ma li reimpianti su basi nuove o su nuovi modelli.
La dialettica fra modernità e ancoraggio al passato diventa quindi la chiave  di lettura di questa nuova fatica di Carmine Abate. Tutti i personaggi giovani denotano caratteri di modernità e contemporaneità: l’importanza assegnata alla cultura, la primarietà data ai sentimenti piuttosto che alla tradizione, libertà di azione e padroneggiamento del tempo con scansione e ritmi non tradizionali. Ma accanto a questo tutti i personaggi giovanili si sentono ancorati alle radici della comunità e non le rinnegano.  La contemporaneità trova il suo fondamento nella fedeltà valori comunitari, come la comunità trova la sua ragione di esistenza e di stabilità nell’ancoraggio alle origine storiche.
Il romanzo viene giocato su questi rimandi o giochi prospettici che rendono la lettura  avvincente  e partecipata.

20-02-2006

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.