Il paese dove non si muore mai

Ornela Vorpsi
Il paese dove non si muore mai
Einaudi  2005

raffaele taddeo

La prima impressione è quella di rileggere  testi della letteratura della migrazione apparsi nella prima fase della nascita di questo genere, e cioè scritti pubblicati nella prima metà degli anni ’90. Libri come Lontano da Mogadiscio, oppure Volevo diventare bianca, (per citare solo due libri) propongono la situazione di un percorso formativo, che va dalla prima infanzia alla giovinezza, vissuto nel paese d’origine e culminato con l’arrivo in Italia, considerata quasi una “terra promessa”.
Una riflessione più attenta sullo scritto di Ornela Vorpsi fa emergere altri elementi che distanziano questo testo da quelli apparsi nell’epoca pionieristica e che vale la pena considerare attentamente.
Il primo aspetto  forse più significativo è dato dal fatto che la narrazione autobiografica, che risulta evidente anche con il cambiamento di nome della protagonista a focalizzazione interna, è diffusa in un clima socio-ambientale che  segna il ritmo e la successione delle vicende.
E’ più la dimensione della vita di una nazione   bloccata nella dittatura comunista che non la crescita di Ornela (Ina, Eva) ad interessare il lettore. E’ uno spaccato di vita sociale e politica che attrae perché si rimane stupiti che si possano trascorrere anni in carcere perché si è detto che al mercato mancavano patate.  Oppure si è ugualmente  colpiti nel leggere quale sia la considerazione della donna  vissuta e praticata dalla  società albanese. Le donne belle non potevano che essere poco di buono e arrivavano vergini al matrimonio solo quelle brutte.
Il rapporto uomo-donna è descritto in maniera cruda e sembra quasi un atto di accusa rivolto alla società albanese, salvo poi cinicamente ritrovare la stessa situazione all’arrivo della protagonista e della mamma in Italia che messo il piede a terra viene avvicinata da un uomo che le chiede ” a quanto scopava”.  Tutto il mondo è paese e non c’è sviluppo economico o sviluppo culturale che ne modifichino sostanzialmente la struttura fondamentale di animalità.
Il percorso di crescita della protagonista si accompagna a storie di gente umile che spesso dignitosamente tenta di condurre avanti la propria vita pur nelle contraddizioni. Vita di stenti, mortificata continuamente   anche nella possibilità di  avere una qualche forma di libera autonomia.
E’ il calzolaio che viene incarcerato per aver tentato di fare delle scarpe senza il beneplacito del governo; è l’avvocato che ormai ritiene inutile la sua funzione e i suoi studi. E in questa cappa  muoiono delle donne perché hanno avuto bambini non riconosciuti, muoiono delle donne che dopo aver praticato la prostituzione per sopravvivere si vedono ridotte a schiave.
Tutto  lo scritto si muove a raccontare la vita della povera gente che non ha alcuna idea della libertà, che ha solo bisogno di poter vivere con un minimo di dignità.
Come struttura di fondo c’è la pulsione erotica, che induce gli uomini a considerare tutte le donne capaci di tradimento e perversione. Il sesso femminile si cuce e si scuce con facilità. Sembra che la possibilità di una coerenza di fedeltà non possa esistere. E’ una pulsione erotica che rende anche l’anziano viscido nei suoi momenti prossemici con bambine; è quella che fa ritenere tutte le donne oggetto di desiderio e di piacere, ma anche soggetto di infedeltà e capaci di torbidi rapporti. A questa pulsione erotica non sfugge nessuno.
E’ una struttura cruda e reale ad uno  tempo senza finzioni.  Sembra quasi che tutta la vita si muova  in una lotta spasmodica fra la ricerca del piacere sessuale e la necessità di nascondere l’atto e gli effetti quasi sempre indesiderati.
Non è un caso che la prima pagina si apra con questa espressione: “di polvere e di fango è fatto questo paese”.  Tutta la vita sembra improntata a una continua diffidenza e ostilità: “Vivi che ti odio e muori che ti piango”
La struttura linguistica è decisa e corposa, pur in una struttura frastica  organizzata con un periodare che non è mai complesso.
La singolarità di questo testo è che l’autrice l’ha scritto in italiano, ma per poterlo pubblicare si è   dovuta rivolgere a case editrici francesi che l’hanno dato alle stampe in Francia prima che una casa editrice italiana si degnasse di ospitarla fra le sue pubblicazioni.
Speriamo che abbia il successo che si merita, come molta parte della letteratura della migrazione ancora ignorata e forse osteggiata.

08-02-2006