Stanza degli ospiti

Il sapore dei pomodori

Il ragazzo a cui aveva domandato si chiamava Olakunle ma in Italia si faceva chiamare Mario. Come il calciatore. L’intervista che gli aveva fatto era parte di un lavoro che il collettivo studenti svolgeva sull’immigrazione. Che lo aveva cambiato perché così si sentiva più uguale. Lei gli aveva detto che bisogna resistere e non barattare il proprio nome. Che del resto era un nome bello e le ricordava uno strumento musicale. Così gli aveva insegnato a chiamarsi Olak, potandolo come si fa da queste parti ma lasciando riconoscibili le radici. Lui veniva dal Ghana. Lei la chiamavano Leti. Aveva diciassette anni. Lo aveva invitato a cena a casa sua.

Il padre di Letizia tritava la cipolla quando al telegiornale raccontarono quella storia. Una donna era stata trovata impiccata a un ramo d’olivo. Era di mezza età. Facevano vedere la foto. Bionda, ben vestita. Non aveva documenti addosso ma come in un romanzo giallo aveva nella borsa degli indizi. La cartina di Londra con cerchiato il Centro Congressi. Un biglietto del treno. La pagina di un giornale. Uno schema chimico. Una cartolina dalla Tunisia. E altro ancora. Lo avevano sparpagliato su un tavolo. Comunque il fatto era successo un anno prima, lo raccontavano perché la donna era sempre senza nome. L’avevano sepolta nel cimitero della città. Sulla tomba c’era scritto solo IGNOTA. Mentre la cipolla sfrigolava il padre di Letizia che si chiama Giulio ed è professore di italiano, si domandava com’è possibile in un mondo sempre connesso che una persona sparisca senza che nessuno la reclami. Nessun affetto? Magari per questo non ha resistito. Mentre pensa versa un po’ di vino, poi mette i funghi secchi ammollati nel soffritto. Sta preparando il risotto con i funghi. A Letizia piace tanto. Sua figlia ha invitato a cena uno di quei giovani africani che lavorano nei campi nel periodo della raccolta dei pomodori. Qualcuno con una storia da raccontare. Gli aveva detto. Avrebbe dovuto essere più severo con lei forse. Chissà. Se fosse viva sua moglie cosa ne penserebbe? Butta giù il riso. Al telegiornale parlano di siccità.

Da lontano il posto dove vive Olakunle non sembra ostile. Una distesa di arbusti e rovine. Brandelli di casolari. A volte, quando il sole batte sulle pietre delle facciate riflette. Lame di luce ripudiate dai cristalli dei sassi. Olakunle lo sa spiegare perché è andato a vedere.
A fine giornata di ritorno dai larghi campi di pomodori, la fame e la stanchezza fabbricano miraggi e le pietre diventano fango, le tegole dei tetti paglia e lo spaventapasseri marcio indossa i vestiti colorati di sua madre. Paesaggi che si fondono.
Anche da vicino non è ostile. Con i compagni si sono spartiti gli spazi. Ha diritto su un materasso buttato in un angolo della vecchia stalla. Un edificio senza finestre ma con il tetto che ancora resiste. Può usare le candele e un fornellino da campo. La bacinella per lavarsi e lavare i vestiti è di tutti. Quando è partito da casa sua ci credeva che sarebbe stato diverso lavorare in Italia e invece il mondo per quelli come lui si è dimostrato uguale. E i pomodori hanno lo stesso gusto. Letizia lo ha invitato a cena e lui non ha un abito migliore da indossare. Non ha le mani abbastanza pulite. È strano essere invitati. Ha molta fame e la vergogna che si capisca lo fa tremare dentro. Le aveva detto di no, ma poi ci aveva ripensato.
Solo lui aveva testimoniato con l’intervista. I suoi compagni avevano avuto paura di perdere il lavoro. Ma anche di peggio.
Olak dice che Leti ha gli occhi come le acque del suo paese. Sua madre avrebbe detto che lo spirito di Bala Ti Dorka che concede di vedere in più direzioni nello stesso momento è con lei perché nonostante la sua bella vita è riuscita a vederli. Sua madre porta come una pelle le credenze antiche.

Il professore stende la tovaglia pulita e sistema le tartine dell’antipasto, taglia larghe fette di pane bianco, il risotto cuoce, il vino cala nella bottiglia, i ragazzi arrivano.
Leti è energia, suo padre da sempre ne rimane incantato. Io sono Olak, si presenta il ragazzo africano. Ha negli occhi bulbi bianchi come uova sode. Tiene le mani intrecciate dietro la schiena. Prendi una tartina dice Letizia. Ma qualcosa lo smarrisce e rimane a guardare. Giulio gli mette in una mano un bicchiere con del vino e nell’altra un crostino di polenta col ragù. Strizza l’occhio alla figlia che abbassa lo sguardo e sorride. Per un attimo Olak è un crocefisso nero con le mani occupate. Poi ringrazia e inizia a mangiare. A morsi piccoli.
Ci si siede a tavola e si ragiona. Si parte da lontano per farsi raccontare una storia.
Olak beve vino e adesso mostra le mani. Mangia il risotto ai funghi con lentezza. Il professore racconta della madre di Letizia. Delle sue risate e dei capelli biondi come quelli della figlia.

– Com’è tua madre? – chiede all’improvviso la ragazza.
– Non è bionda – risponde Olak con timidezza.
– Lo supponevo – ride Leti.
– Ha le mani callose. Indossa vestiti colorati lunghi fino ai piedi. Che sono scalzi e duri. Qui in Italia sarebbe giovane ma da noi è già vecchia. Lei sorride e le manca un dente davanti. Mia madre ha molti figli. I miei fratelli. Buonissimo questo riso.
– Grazie! Cosa fa tua madre? – domanda il professore.
– Coltiva pomodori in un piccolo appezzamento di terreno. Noi l’aiutavamo, poi portavamo il raccolto al mercato del paese. Mi piaceva andare al mercato. Anche ora farà così. Credo.
– Sai papà che qui da noi loro lavorano tutto il giorno nei campi e guadagnano solo venti euro.
– È una nostra vergogna. Vi pagano all’ora?
– Ci pagano a casse da trecento chili. Tre euro e cinquanta la cassa. Ci scalano cinque euro al giorno quando ci portano in macchina nei punti più lontani. Io cerco di andare a piedi. Mi sveglio presto. Ogni tanto riesco a mandare a casa qualche soldo.

Il professore versa un altro po’ di vino e va a tagliare l’arrosto.
Si immagina alla sua età scalzo a lavorare nei campi.
Leti ride nella sua sicurezza, la voce di Olak è di chi è convinto di disturbare.

– Sai papà che quando ho conosciuto Olak si faceva chiamare Mario?
– Credevo si ricordasse meglio.
– Può darsi che si ricordi meglio. Ho conosciuto diversi Mario africani e anche un Patrick di quello però ho saputo il nome vero. Era Pate.
– Io credo papà che sia necessario essere orgogliosi delle proprie origini. Conservare la dignità della diversità. Questo gli ho detto durante l’intervista. Non sarà certo un nome usato come un numero che aiuta ad integrarsi.
– Olakunle mi chiamo. Prova a gridarlo. Qui non sembra un nome. Sembra altro.
– Ebbene mio caro, sono d’accordo con mia figlia. Ci faremo l’abitudine. Se nessuno comincia non impareremo mai suoni nuovi. Olakunle. In effetti non è immediato. Ma noi abbiamo uno strumento che si chiama Ukulele. E tutti lo chiamiamo così. Mescolarci mantenendo l’unicità. Mi pare una strada da insegnare. Raccontami un po’ come hai fatto a trovare lavoro.

Si può bere per dimenticare ma anche mentre si raccontano storie.
Il ragazzo ha gli occhi lucidi, li tuffa spesso in quelli della ragazza. Il professore si domanda di che colore sarebbero i capelli dei suoi eventuali nipoti.

– Quando sono arrivato qui, un amico mi ha presentato al caporale. Un italiano. Non mi ha chiesto documenti. Lui mi ha spiegato come funziona il lavoro, la paga. Mi ha detto che per essere assunti avrei dovuto portargli una donna.
– Una donna?

Al professore mancava questo particolare.

– Sì, una donna – continua Olak. Adesso non tiene più gli occhi bassi – Io però non ne conoscevo, così ha preso due volte quella del mio amico. In questo modo ho cominciato a lavorare.
– Qualcuno ha scritto di voi sui giornali. – dice Giulio mentre scarta i biscotti da inzuppare nel Vin Santo.
– Sì papà, abbiamo letto insieme un articolo, raccontava di un paradosso. Diceva che i pomodori raccolti poi vanno in Africa sotto forma di conserve e pelati e laggiù vengono venduti a un prezzo così basso che stanno scomparendo le coltivazioni locali. Magari sua madre non coltiva più per vendere. Magari la conserva che usa è fatta con i pomodori che lui ha avuto tra le mani. Ma soprattutto loro qui sono schiavi.
– È stato un errore venire via … ho attraversato il deserto e il mare per fare quello che facevo a casa tra la mia gente. Tornerò … quando sarà possibile.
– Ho letto anche io quell’articolo …
– Papà ti rendi conto? Tutto questo succede qui. Loro vivono accanto a noi. Eppure … non li vediamo.
– Tu ci hai visti …

Il professore si alza, per far scendere la cena, dice. All’improvviso ha ricordato la donna senza identità del telegiornale. Pensa che quelli come Olak potrebbero sparire. Per un’intervista. Per un’antipatia. Per aver pensato ad alta voce.
Bisogna fare in modo che ci sia sempre qualcuno disposto a cercarli.
Qualcuno che sparpagli su un tavolo gli indizi.
Questo pensa mentre prepara il caffè.

Olak e Leti chiacchierano sul divano.

L'autore

Monica Dini

Monica Dini

Monica Dini vive e lavora a Camaiore paese della campagna toscana. Ha pubblicato le raccolte di racconti: Sulle Corde a cura della Società Speleologica Italiana (2006), Leggerezze – Besa Editrice (2009), Lezzo – Tralerighe Libri (2015), Angoli Acuti – Tralerighe Libri (2017). Uno dei suoi lavori è presente nella raccolta di racconti HOTell Storie da un tanto all’ora edita da WhiteFly Press. Ha collaborato fino alla fine con la rivista on-line Sagarana diretta dal Prof. Julio Monteiro Martins, è stata più volte ospite della rivista on-line El-Ghibli diretta dal Prof. Pap Khouma, ha collaborato la rivista Prospektiva di Andrea Giannasi. Alcuni suoi racconti sono apparsi su La Macchina Sognante la cui macchinista è la scrittrice Pina Piccolo. Un suo scritto è presente nel primo numero della rivista DieciCento fondata da Carlos Bolaños e Nicola Feo (2017).

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