In giro per i viali di Bolzano

Ancora tiepido il letto. Tu sei già in piedi e stai uscendo
al poggiolo, quando l’aria frizzante t’intirizzisce il petto.

Umidi i platani in fila con le cime appena – appena abbassate .
I frutti, fratelli finti delle castagne, resistono ancora.
Non li ha rovinati la bufera. Ha solo
risciacquato la polvere dei giorni a prima vista
noiosi e invariati. Grigio – afoso, leggermente argentato pure il viale
Europa , verso il mercato di Asiz. Abiti alabastrini,
maniche lunghe. Aggraziati di ricami rosa e verde soffiano
il suolo. Corpi sospesi senza testa. Tentennanti osservano
verso l’altra parte della strada. Il cortile della madonnina sotto
i rami di due ulivi e accanto alla sua destra
un giglio di San Giovanni .

Spezzano la quiete i primi fiati . Scalpicciando
per aria li annaffia uno stillicidio vellutato e annaspato.
Non si vede, ma intanto bagna ,
anche le tue labbra…

Alle 9 e un quarto suona
la campana.

* * *

Ho sorpreso stamattina la goccia di rugiada.
Era la prima e diventò mia, anche quando
staccata dall’intero è precipitata,
rispecchiando con trasparenza moderata
l’angolo della finestra, la cupezza del muro esterno.

Quant’era casta … lo è tuttora mentre crolla
sul ferro arrugginito della grondaia e, forse, mi uccide
la prima formica che dirige la fila.

Il primo operaio è già fuori casa a Bolzano ,
allo splendore dell’alba va in cerca del destino diurno.
Tutto mi ricorda te avendoti accanto. Anche la caraffa
mezza vuota , piazzata sul tavolo e il rumore della moca.
Una donna anziana è sempre costante nel mio ricordo,
la donna che aggiunge il miele accanto al burro,
la donna che scopre la rugiada e ama la formica,
il tuo sorriso invecchiato e assonato,
e quel poco da vivere sfuso, ma puro…
* * *

Faccio tante cose sagge, se cosi è
osservare la colomba pavoneggiarsi con il passerotto,
seguire quest’ultimo spiccare il volo
dal ramo della betulla sui capelli sciupati dell’anziano
che fila verso il parco fischiettando.
Infilare il dito dentro il latticino e assaporarlo a lungo
coi piedi sulla ringhiera ferrigna.
È cosi che ti aspetto. Affaccendarmi di cose intelligenti,
alzare e abbassare la tenda
secondo a come si comporta il sole.

Il pachistano mette fuori le casse di arance e meloni.
Il figlio i peperoni rossi con l’okre*.
In distanza il tuo caschetto accorcia l’attesa di fare
le cose sensate,
finché appari
tutto intero
sul viale.

* * *

Adesso che la luna è completa, e la sua
sagoma è sparita oltre la porta della bottega,
adesso, ci ripenso.
Ma è tardi se si vedono solo degli ombrelloni
colorati su e giù per Via Milano, cinerina di pioggia.
Si sazierà d’acqua la terra come la sua fame …?

Avrebbe dovuto spiegarsi meglio l’amico ,
anch’io non so il giusto bisogno di chi ha giorni
senza mangiare,
e dorme sotto il ponte di Roma offrendo
i salat ad Allah
chiedendo da seduto dopo il namaz
pietà per la moglie malata e per il bimbo
da mesi entrato in coma
al Cairo.

Siamo abituati a cosi “poca” disgrazia,
ci serve di più per sentire il dolore.
Doveva chiedermi oltre,
non va bene sentirsi a posto, chiudere con
benevolenza misurata la porta,
aspettando che qualcun altro faccia il resto.

Ammesso che lo faccia… a parte Dio…
insciallah ….

* * *

Per chi non può accorgersi del guizzo caldo di maggio
giacché il pensiero del cibo riempie lo stomaco di chimere, e vuoto
brama le briciole che beccano i passerotti
sotto un tavolo delizioso in Piazza Walter,
per quegli spettri di ossa, gli occhi rossi di fame e collera ,
rabbia controllata, rabbia impaurita dalla rabbia ,
bevo un caffè amaro, il caffè del morto vivente
mentre
sta mangiando di gusto un piatto di pasta fatta per bene
il cittadino fortunato …
di broccoli tagliati a pezzettini, saltati con olio e aglio fresco,
i bucatini.

Nel frattempo, alla stazione,
con una rugiada calda sopra la pelle, lungo il viso ,
s’incrinano sottomessi i nostri simili.
Sono delle formiche confuse,
con delle borse leggere addosso, indispensabili
per appoggiare la testa su un banco freddo,
dell’Europa raffinata , accanto ad un bar affollato
di gente per bene
e colta …
* * *

Questa è la mia angolazione preferita,
in cui, suppongo, guarderò la strada mentre
si colma di chiacchiere vibranti senza perdere il dono delle favelle
aromatizzate di curcuma e pepe, odore di cannelloni e pomodori bruciacchiati .
Croccante l’aglio – gli spicchi
rosolati nella padella e, allegro quel che vede la coda dell’occhio,
un palmo di mano del cortile, dove i bimbi sgolano
dietro un pallone bianco e la nonna peruviana rinfresca la fronte
con un po’ d’acqua.
Rianimata si risiede sull’erba.

Si sgranocchia la carne dopo la carezza
dell’amato e il corvo infila il becco dentro la ciotola del cane.
Nessuna protesta nei campi comuni dove regna
il profumo dell’acero.
* * *

In campagna, bello e muscoloso il cavallo solitario corre.
Una forchetta di luce mi scalda come le dita dell’amico
le palpebre e il cuore. La criniera del corsiero scintilla
sul campo casto.
Sono dolci i chicchi di mais e, lacrime a parte,
il mondo è lo stesso una sfera dorata,
ovunque sotto le rovine riparte il canto,
si avvia il viaggio e stormi d’uccelli migrano
verso altre terre . . .

*Okre= verdura