Io…donna…immigrata

 Valentina Acava Mmaka
Io…Donna…Immigrata –
EMI – Bologna 2004     pp. 64 – 5 €

Premio Drammaturgia ScenaMadre Festa d’Africa Festival 2004

jarmila ockayova

Leggendo e rileggendo il testo di Valentina Acava Mmaka sentivo il desiderio di ascoltarlo. E di guardare i suoi personaggi. Dare alle protagoniste di questa pièce la voce, con le sue sonorità, e la presenza materica dei corpi, con i loro gesti e le espressioni dei volti.
Del resto, è un testo teatrale e quasi ogni frase dei tre brevi atti nasconde un rimando, evoca un frammento di vita. Ogni frase cela un corpo e io credo ancora al precetto del Living Theatre dove l’attore non è mai mero strumento espressivo ma il nucleo stesso della comunicazione, non semplicemente un “veicolo” che trasmette emozioni e pensieri ma il viaggio stesso, lo spazio che unisce l’attore e lo spettatore, in una recita che fonde il corpo e la mente, la voce e la parola, la vita e la sua rappresentazione artistica, fedele all’assunto per cui solo le esperienze assorbite in profondità possono rendere la profondità dell’esperienza.

Tre atti, tre donne.
Tre donne, tre destini.
Drasla, Alina, Farida.

Tre donne che fanno i conti con i loro vissuti di straniere e lottano per far sì che quel loro “essere straniere” non le renda anche estranee. Aliene a se stesse, e agli altri.
Drasla e la sua attesa. La sua fatica a riconoscersi. La sua ribellione ai sogni indotti, alle stigmate della violenza, subita o partecipata, al mercimonio dei corpi e dei bisogni esistenziali, alle claustrofobie maschili spacciate per apertura, alle sopraffazioni mascherate da protezione. La sua voglia di imparare a volere, per sottrarsi al volere degli altri e costruirsi un sogno tutto suo.
Alina e la sua sottomissione vissuta come un gioco, recitata come una filastrocca. Alina che a sua volta sogna: sogna di partire. Per un viaggio a ritroso: verso casa. La partenza, il viaggio, il ritorno, rappresentano per lei la salvezza; perché solo da lontano, da casa appunto, dove recupererà la dignità perduta, potrà rivolgersi alla sua “padrona” di adesso da pari a pari, da “signora” a “signora”.
L’una e l’altra, Drasla e Alina, mi fanno pensare ad un altro personaggio femminile del teatro: Ellida nella Donna del mare di Susan Sontag. Oppure allaSirenetta di H.Ch.Andersen.
Ellida rinuncia alla sua vita di “mare” (primigenio principio femminile, potenziale creativo, istinto, identità autentica) per l’uomo che la ama. Cede al ricatto affettivo travestito da generosità. E’ libera di andarsene, ma sceglie di restare accanto a lui per un “lampo di luce”. Ma la sua libertà è fittizia, assorbita da uno sradicamento – e smarrimento – reale, dalla ricerca affannosa di un’ancora. E così, pur restando, continua dubbiosa ad oscillare tra tormenti e inquietudini e continua a sognare un’ipotetica partenza. E, nel finale della Sontag, più folgorante di quel lampo di luce, Ellida guarda il suo uomo e rimugina su che effetto le farebbe fracassargli il cranio con un sasso; mentre lui, ghermito da quell’eterno gioco delle proiezioni, decifra il suo sguardo come conciliante, la crede finalmente in pace con se stessa e con lui e commenta compiaciuto. “Ti sei evoluta”.
Drasla e Alina sono due Sirene coatte: costrette, dalla necessità, ad allontanarsi dai loro mari ed entrare nei palazzi dei principi, mute e sofferenti. Mute, ma non rassegnate.
Nella descrizione delle scene, in questa pièce di Valentina, mi colpisce un dettaglio: la luce, sul palcoscenico, entra sempre da sinistra, e si diffonde verso destra. E’ la direzione della nostra scrittura. Dal margine sinistro verso il margine destro. La scrittura dunque come direzione, come cammino, come un percorso, doppio. Per guardarsi dentro, “illuminarsi” dentro, prima di ogni altra cosa. Per conquistarsi la consapevolezza, da cui poi nasce la determinazione, il faro del secondo percorso: l’autodeterminazione. La conoscenza di sé e la passione di vita riversate nella fedeltà al proprio destino.
E questo cammino viene portato a compimento, con molta lucidità, dalla terza protagonista: Farida. Farida che scrive e nella scrittura ingloba il “volere” e il “dire” di Drasla e Alina. Li rimescola e li rimodella nel “fare”: fare la scrittura, nel farsi della vita. E cuce quel fare al “pensare” e al “sentire”: alla riflessione, memoria del dolore; e ai sentimenti, desiderio di comunione, di condivisione, di gioia. E indossa la parola come un abito, l’abito che troviamo alla fine del terzo atto, l’abito “che qualcuno aveva chiuso in un armadio, che qualcuno ne aveva sequestrato la chiave, che non c’era modo di aprirlo, che lo avevano costretto a non esistere e allora…”
E allora – che splendida metafora per la parola che si svincola dall’ambito puramente estetico per farsi strumento di vita! – come quell’ abito tolto dall’armadio e posato sul corpo perché potesse animarsi, Farida indossa la parola, le dà forma e le dà calore. E la parola la vela, la protegge, e al contempo fa l’esatto contrario: la espone, la svela, le consente di esprimere il suo vissuto, presente passato futuro, il suo essere nel mondo e il suo sguardo sul mondo. La sua diversità e la sua appartenenza.
“Il giorno ha inizio” e, terminata l’ultima frase, Farida esce. Dopo aver scritto di “donne e uomini”, di “dolore”, di “occasioni mancate” e “aspirazioni troncate sul nascere”, di “mutilazioni” e di “silenzi imprigionati”, esce di scena come Nora di Henrik Ibsen dalla sua Casa di bambola. Ma, a differenza di Nora che in quella casa lascia la “possibilità – non realizzata – di un miracolo” (ossia un vero rapporto di coppia, rapporto d’amore, anziché quello unilaterale e logoro col marito che la trattava alla stregua di un oggetto, un’adorabile bambola), Farida quel miracolo lo porta fuori, con sé. Perché la fuori ci sono “spiriti vigili che sanno la direzione del vento”. E aspettano il suo messaggio.

Giugno 2004