Kamchatka

Marcelo Figueras
Kamchatka (traduzione di Gina Maneri)
L’Asino d’oro edizioni, 2014,       € 14

Anna Lisa Somma

Kamchatka. Kam-cha-tka. Ma c’è sul serio un luogo con questo nome improbabile, in cui si affastellano suoni spigolosi e altri che paiono sciogliersi in bocca? Davvero figura da qualche parte questa presunta, remota regione della Russia, in cui qualcuno respira, ama, soffre? O è soltanto, dopo tutto, un territorio liminare sul tabellone del Risiko? I confini della sua esistenza sono confusi, quasi si collocassero fra reale e irreale: e, d’altronde, lo stesso si potrebbe dire del protagonista di dieci anni dell’omonimo romanzo di Marcelo Figueras, Kamchatka, dotato di una lieve, sorprendente potenza.

Harry: in tal modo si è ribattezzato il bambino nei mesi di clandestinità con i familiari, dopo il colpo di stato del generale Videla. Intellettuale e sindacalista la madre, patrocinatore di cause perse il padre, i genitori di Harry sono infatti troppo compromessi per rimanere indifferenti ai mutamenti del panorama politico nazionale nella fragile Argentina del ’76 – la stessa della feroce repressione degli oppositori nella cosiddetta guerra sucia (guerra sporca), dell’Alleanza Anticomunista Argentina, dei trentamila esseri umani scomparsi nel nulla.

Per sopravvivere bisogna abbandonare in fretta Buenos Aires e reinventarsi una rispettabilità, un nome, una quotidianità. Nasce così, in un giorno d’aprile, la famiglia Vicente, senza passato, dal presente precario, con un futuro ancora più incerto.

Tutto, necessariamente, cambia. Niente più cotolette il giovedì dopo la lezione di inglese, né improvvisazioni teatrali col fedele Bertuccio o, tanto meno, estemporanee assemblee politiche in salotto. Il rumoroso e gremito appartamento di città si trasforma in una malinconica villetta nella periferia della capitale, nuove abitudini – come progettare passerelle per rospi imbranati, o appoggiare la sigaretta in una certa scalfittura della finestra – scalzano le antiche.

E Harry decide di diventare Houdini, il maestro della fuga. Se l’escapista americano sapeva sbarazzarsi di catene e lucchetti con facilità, il piccolo emulo vorrebbe scrollarsi di dosso il peso di una identità e di una routine artefatte, che lo costringono a vedere ogni mattino alla specchio il volto – perfettamente uguale al suo – di un estraneo che adora Superman, litiga con suo fratello e pensa i suoi stessi pensieri.

Quella che ci narra Figueras non è, però, una storia di alienante disperazione, anzi: si tratta, piuttosto, di un inno struggente alla dignità umana, intessuto di tenerezza e ironia. Mentre amici e conoscenti vanno ad affollare le liste dei desaparecidos (o, peggio, dei morti senza giustizia), i Vicente – raffigurati con vividezza magistrale dall’autore – giocano, sino in fondo, con caparbietà, il gioco della vita. E se la (s)fortuna ha i dadi truccati e pare divertirsi a mettere in subbuglio gli affetti, le speranze, ogni cosa, allora l’insignificante, fantasmagorica Kamchatka non è più ideale meta ultima della fuga, ma primo baluardo della resistenza e della fedeltà a se stessi.

 16 luglio 2014