La collina del vento

Carmine Abate
La collina del vento
Mondadori    2012

raffaele taddeo

Con questo romanzo Carmine Abate ritorna per molti versi alla modalità di narrazione dei primi romanzi. E’ dal 2008 che non veniva stampato un suo romanzo. Forse ha dovuto ripercorrere i primi passi della sua scrittura rivedendo e ripubblicando sia i racconti scritti nei primi anni, sia ancora ripassando le rime delle prime poesie scritte negli anni ’70-’80. Il rituffarsi nella prima acqua generativa della sua produzione gli ha ridato fiducia per riorganizzarsi, riprendere le orme e ritrovare il ritmo narrativo fatto specialmente di una lingua che si è costruita con semplicità e con grande padronanza per cui termini   riportabili al dialetto calabrese sembrano non stranianti ma totalmente conglobati e cooptati ad una lingua né solo italiana, ma neppure dialettale. Si prenda ad esempio il termine “spertizza” usato molte volte e già da subito sussunto nel suo pieno significato di   “esperta”, ma non per studi, ma per l’esperienza della vita.

Se nel linguaggio ritroviamo il Carmine Abate di sempre, sul piano del senso della narrazione siamo ad uno scarto significativo rispetto alla produzione precedente. Più marcatamente in questo romanzo si ha la storia di una famiglia, una saga, con tutti gli aloni di miticità che ogni saga comporta. In altri romanzi lo scrittore di origine calabrese metteva l’accento su alcuni aspetti della vita di una comunità, ora era la festa e la ritualità della comunità che fungeva da collante narrativo, in un altro era la storia mitica della comunità e la sua appartenenza ad leggenda storica divenuta mito e rievocato e riproposto come motivo di vita e di identità di una stessa comunità, in un altro ancora era la dimensione della migrazione a far da filo conduttore a tutta la  vicenda raccontata. In questo romanzo il possesso del territorio diventa l’elemento centrale attorno a cui viene costruito il romanzo. “La verità è che i luoghi esigono fedeltà assoluta come degli amanti gelosi: se li abbandoni, prima o poi si fanno vivi per ricattarti con la loro storia segreta che ti lega a loro; se li tradisci, la liberano nel vento, sicuri che ti raggiungerà  ovunque, anche in capo al mondo”. Siamo quasi di fronte alla poetica dell’ostrica di verghiana memoria. Verga legava così strettamente uomini e territorio da farne qualcosa di inscindibile, pena la morte. Carmine Abate lega territorio e uomini con un rapporto affettivo quasi materno, per cui è possibile slegarsi da esso, per crescere, così come è necessario slegarsi dalla madre per diventare grandi e tuttavia si è, per quanto si rimane  legati alla madre. Quando il rapporto autentico con la madre salta allora anche la struttura etica, valoriale salta. E’ possibile vivere lontanissimi dalla madre, non rivederla per tutta una vita, me se il legame di generazione rimane come legame vitale all’interno della persona, allora la struttura dell’io costruita attorno ai lacci generativi della madre si consolida e diventa una quercia capace di reggere a tutte le avversità della vita. Il territorio, il “luogo”, come lo chiama Carmine Abate, agisce nella stessa misura. E’ sintomatico come non è solo il territorio vergine, primitivo, “naturale” ad avere questa forza legante, ma qualsiasi territorio, sia esso la grande città, come la piccola, il mare come la montagna o la pianura. Il luogo che qui fa da humus affettivo è la collina chiamata Rossarco. Marisa, la moglie di Michelangelo, uno dei personaggi di questa saga familiare, è torinese ed anche lei sente il richiamo alla sua Torino così che a Natale è disposta a lasciare il marito per ritornare nella sua Torino e nell’intricato groviglio della grande città.  Eccezione in questo contesto è la posizione che assume Ninabella, che preferisce andare a vivere a Londra, ma poi ritorna puntualmente ogni Natale al suo paese. Marisa, però, si farà seppellire sulla collina di Rossarco, ma è uno scarto spiegabile.

In questo romanzo il “ritorno” ( è addirittura il titolo di uno dei suoi romanzi), uno dei temi cardini delle narrazioni di Carmine Abate si trasforma completamente.  Mentre nei romanzi precedenti il desiderio di tornare era dettato da moltissime motivazioni, la famiglia, gli amici, le ritualità del paese d’origine, i miti viventi e vissuti, un qualcosa di indefinito simile alla “gurba” per gli arabi o alla “saudade” per i sud americani, in questo romanzo, come detto in precedenza il legante è un possesso di terra, attorno a cui si lega tutta la vicenda di generazioni di famiglie, un secolo appunto. Territorio che è carico di storia di famiglia, di segreti di famiglia, che convoglia in sé e racchiude in sé conflitti, ma anche battaglie e lotte ideologiche.

Il territorio riproposto da Carmine Abate acquista una sua peculiarità perché non è connesso alla comunità, ma è un luogo attorno a cui si costruisce e consolida una famiglia. E’ un territorio che si struttura miticamente sia perché viene legato e connesso a qualcosa di antico, per cui acquista anche   interesse archeologico, ma anche perché al suo interno si consumano fatti e avvenimenti che a volte hanno il sapore della extraterritorialità. In effetti la vicenda è incentrata su  due pilastri: la dimensione archeologica del sito  e l’interesse che ciò suscita da parte degli studiosi; il mistero che aleggia intorno alla morte di una persona avvenuta in quel territorio.

La vicenda viene sapientemente legata alla storia italiana, a cent’anni di storia italiana, dalla prima guerra mondiale all’avvento delle pale eoliche dei nostri tempi, in cui scontri sociali, visioni politiche, cambiamenti significativi sono veicolati dalla centralità di Rossarco.

Diventa perciò quasi necessario riflettere su questo rapporto uomo territorio tema privilegiato nella letteratura, da Steinbeck a Pavese, daVerga a Vitali. Nel processo di emancipazione dell’uomo vi è quasi un filo conduttore che sebbene possa apparire lineare, in effetti è circolare. Nella fase storica degli ultimi secoli si è assistito alla affermazione della borghesia che ha legato gli uomini, le persone alle vicende della comunità di appartenenza, comunità identificata da lingua, usanze, costumi, storia. La forma politica veicolante questi portati della borghesia è stata la Nazione, divenuta patria, ed è stata consegnata dalla classe sociale nata dalla rivoluzione industriale  come elemento strutturale per cementare consensi, legami, superando i legami di clan, di famiglia.  Lo sviluppo economico ha posto in crisi la nazione e le strutture sovranazionali sono diventate punti di riferimento più significativo. E tuttavia in questo salto qualitativo l’uomo (almeno questo nella storia dell’occidente) si è trovato sempre più solo, più scoperto. Il processo migratorio che è diventato un fatto strutturale della società attuale ha fatto inoltre regredire l’uomo, in qualunque situazione si trovasse,  per riportarlo verso una zona mentale di sicurezza che fosse ancora il piccolo territorio, ove ridifendersi, riacquistare identità. (le richieste di autonomia politica di piccoli territori – La Padania, tutti i processi che hanno condotto alla guerra delle etnie della ex Iugoslavia, I Baschi, La Scozia, ecc., ecc. sono state testimonianze di questa dinamica). E’ stata ed è una  pura illusione. La letteratura ha coagulato questo processo storico, sociale, economico, passando dalla esaltazione della patria, alla affermazione della assoluta libertà dell’uomo, realizzata quando si usciva fuori dal guscio della comunità d’appartenenza, vedendo così la migrazione come fatto positivo e liberante, ma al contempo e al contrario ha proposto anche ideali  dell’ostrica più o meno diversificati. Il “ritorno”, la “gurba”, la “saudade” sono state poi  espressioni di una riscoperta  della propria comunità e della protezione che essa offre. La tematica espressa da questo romanzo di Carmine Abate forse preannuncia una svolta del sentire. Non più la comunità, il territorio d’origine, ma la famiglia, la casa, il territorio di famiglia diventano gli elementi di struttura riscoperti come protettivi della propria salute psicofisica. Non è un caso il successo di un altro testo, quello di Carlo Verdone, che ripone la dimensione letteraria nella casa, luogo riscoperto per una dimensione di racconto familiare. E tuttavia questi aspetti lasciano qualcosa di amaro in bocca. Se l’uomo nella sua linea evolutiva passa dal suo territorio da difendere, al clan comunità, e poi da questo alla Nazione e patria fino alla espressione del sovranazionale, un ritorno alla pura territorialità sembra qualcosa di regressivo.  La linea emancipatoria, come profetizza Gezim Hajdari risiedebbe nella riscoperta del proprio corpo, ultima dimora di libertà e sicurezza, ma con questo si ritorna all’uomo primitivo quando poteva contare solo su se stesso, con una totale differenza però rispetto al passato perché l’uomo primitivo non era difeso che da se stesso e si è associato alla comunità quando la sua sicurezza era seriamente minacciata, l’uomo attuale trova nella comunità non tanto la difesa alla sua sicurezza,  ma piuttosto la difesa alla sua individualità, alla sua  corporeità, difesa  espressa specialmente sul piano del diritto. Il “sentire” del territorio in Carmine Abate si pone come linea   evolutiva rispetto alla semplice difesa dl territorio appartenente al clan o alla comunità, ma come un territorio diventato corpo e quindi sussunto come “bene comune”, da difendere sul piano del diritto come avviene per la difesa della propria corporeità.

 

19-05-2012