La doppia assenza

abdelmalek sayad
la doppia assenza. dalle illusioni dell’emigrato alla sofferenza dell’immigrato – 

mariuccia giacomini

Il libro di Abdelmalek Sayad La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, recentemente pubblicato in edizione italiana1, riunisce le riflessioni e le ricerche dello studioso recentemente scomparso, scritte tra il 1975 e il 1996, intorno al tema delle migrazioni e specialmente dell’emigrazione-immigrazione algerina in Francia. Non gli fu possibile, a causa della grave malattia, portare a termine questo progetto, che è stato poi completato da Pierre Bourdieu, con il quale Sayad condivideva una profonda intesa e amicizia fin dall’incontro all’Università di Algeri, risalente agli anni ’50.

Riconosciuto come “uno dei più originali e fertili contributi all’antropologia dell’immigrazione dell’ultimo secolo”2La doppia assenza muove una critica radicale alla prospettiva etnocentrica con cui viene affrontata abitualmente l’immigrazione, vale a dire, dal punto di vista della società di accoglienza, omettendo di interrogarsi sull’altro polo fondamentale, quello dell’emigrazione, ovvero sulle condizioni di crisi che orientano alla partenza. “I rapporti di forza – scrive Abdelmalek Sayad -, proprio quelli che hanno generato l’emigrazione-immigrazione, non risparmiano la scienza e, più particolarmente, la scienza del fenomeno migratorio” (p.163).

Obiettivo dell’opera è pertanto, in primo luogo, quello di riannodare i fili di questo “oggetto frammentato”, dal momento che, “come due facce della stessa medaglia, aspetti complementari e dimensioni solidali di uno stesso fenomeno, l’emigrazione e l’immigrazione, rinviano reciprocamente l’una all’altra” e comportano implicazioni di ogni specie (p.169).

Lo studioso decostruisce altresì il riduzionismo con cui, attraverso il linguaggio dell’economia, si è soliti valutare i “costi” e i “benefici” dell’immigrazione, definita come “semplice spostamento di forza lavoro”. Un approccio che, di fatto, maschera questioni etiche e politiche, fra le quali la fondamentale responsabilità della colonizzazione nel caso paradigmatico dell’Algeria, che ha portato alla destrutturazione della società rurale e alla progressiva rottura con l’ethos contadino, “liberando” gli uomini per l’avventura dell’emigrazione.

Si è trattato di un’emigrazione-immigrazione “esemplare” per intensità, per importanza numerica, per continuità nel tempo e nello spazio e, soprattutto, per la sua precocità, considerando che, all’indomani dell’indipendenza, l’Algeria aveva “ereditato” dal suo passato coloniale una tradizione di emigrazione che durava già da mezzo secolo. Essa fu senza dubbio – precisa Sayad – la prima migrazione in Francia, e forse anche in Europa, a non essere stata di origine europea.

Etnografo dalle qualità eccezionali, analista e testimone diretto, avendo egli stesso conosciuto l’emigrazione in Francia, Abdelmalek Sayad ci restituisce magistralmente la storia sociale di quell’esodo di massa, che dura fino ai nostri giorni. Tutti gli aspetti del vissuto concreto dei migranti diventano oggetto di una riflessione pregnante, viva e, a un tempo, rigorosa, che certo possiamo ricondurre al suo profondo radicamento nella cultura berbera, alla sua costante presenza sul campo, partecipe e solidale, e, insieme, alle risorse concettuali elaborate all’Università di Algeri e al CNRS di Parigi.

Sayad delinea tre “età dell’emigrazione”. Una prima forma di emigrazione provvisoria ed episodica, vissuta come una missione affidata dal gruppo a uno dei suoi membri e imperniata sulla figura dell’emigrato-contadino “contadinizzato”, il quale, in altre parole, si sforzava di rimanere contadino, malgrado l’impoverimento: “Finché l’emigrazione rimaneva sottoposta all’ordine tradizionale e continuava a essere al servizio della comunità contadina, finché il gruppo poteva controllarla e piegarla ai propri valori e imperativi, gli emigrati […] affrontavano la loro partenza da contadini e subivano il loro soggiorno in Francia da contadini” (p.53).

Con l’aggravarsi della crisi, anche in seguito agli espropri fondiari coloniali che “mandarono in rovina il fondamento dell’economia tradizionale e disintegrarono l’intera struttura dell’economia algerina” (p.91), si afferma un secondo movimento emigratorio che vede come protagonista il contadino “decontadinizzato”. Mohad A., giovane immigrato da poco arrivato in Francia e originario di un villaggio del massiccio della Cabilia, racconta in un’intervista realizzata nel 1975 la sua storia di “figlio di una vedova”, travolto dalle vicende di una comunità rurale in piena disgregazione, dove “la gente ha solo la Francia tra le labbra” perché, preclusa ogni altra via d’uscita, “la sola ‘porta’ che rimane è la Francia” (p.23). A questo punto, si tende a emigrare non più per assistere il gruppo, ma per emanciparsi dalle sue costrizioni. L’emigrato, spesso già urbanizzato in una città algerina, ha smesso di essere contadino “nello spirito e nelle intenzioni” e, di solito, ben prima di essere emigrato.

Piuttosto tardivamente, nella storia del fenomeno migratorio algerino, si innesta una terza modalità che coinvolge l’emigrazione delle famiglie. “In quest’ultima fase, tutto il percorso della migrazione sfugge al controllo morale del gruppo, alla censura che esso vi oppone: i suoi effetti dissuasivi (riprovazione sociale, senso di vergogna ecc.) non sono sufficienti a contenerlo” (p.390).

Ai nostri giorni, l’immigrazione algerina in Francia non è che una tra le tante immigrazioni dal Terzo mondo e dai paesi geograficamente lontani. Ma, diversamente dal modello algerino, le migrazioni attuali tendono a configurarsi, da subito e allo stesso tempo, come “immigrazioni di lavoro” e “immigrazioni familiari”. L’immigrazione algerina ha finito, in ogni caso, col riunire in Francia quasi una “piccola società” relativamente autonoma, che si dà i mezzi necessari per la propria riproduzione ed “è stata spinta a formare da sé il corpo dei numerosi intermediari incaricati di assicurare al meglio alcune relazioni indispensabili con la società francese” (p.86). È una realtà di cui, ancora oggi, si fa fatica a prendere atto su entrambe le rive del Mediterraneo…

Approfondendo la sua analisi fino a penetrare nei recessi più nascosti e largamente inconsapevoli della “storia incorporata” nelle persone, Abdelmalek Sayad ci disvela con grande lucidità le dissimulazioni e le collusioni che tengono insieme le parti coinvolte per far sì che l’emigrazione-immigrazione si riproduca.

Bisogna considerare che “il sospetto di tradimento, addirittura di apostasia (sociale, culturale più che propriamente religiosa) è una costante che ossessiona l’emigrazione in quanto condotta pratica e in quanto categoria di pensiero; in questo essa è anche un’assenza “illegittima”, un’assenza che richiede un intenso e costante lavoro di legittimazione, cosi com’è fondamentalmente “illegittima” la presenza dell’immigrato che richiede anch’essa, secondo lo stesso schema di pensiero, un’altra forma di legittimazione” (p.157, nota 5).

Si comprendono allora le ragioni per cui gli emigrati cercano incessantemente di provare con atti e progetti che la loro emigrazione non è tradimento, né fallimento, né atto individualista, ma, al contrario, “un ‘sacrificio’ compiuto per la causa e per l’interesse del gruppo”. Nello stesso tempo, essi raccontano e si raccontano che la propria situazione è provvisoria, “quando essa ha una grande possibilità di diventare definitiva o di estendersi alla vita attiva”. A riprova di ciò, Sayad riporta che, per molto tempo, l’emigrazione familiare fu considerata un atto di cui vergognarsi “che veniva accuratamente nascosto, al punto tale che era necessario lasciare il villaggio nottetempo”.

Insomma, sebbene la realtà dell’emigrazione smentisca continuamente molte illusioni e giustificazioni, tale continuo lavoro di dissimulazione collettiva è indispensabile – ed è questo un principio fondamentale a cui perviene lo studioso – se “da una parte, si desidera che l’emigrato […] rimanga sempre un emigrato […]. E se, dall’altra parte, si desidera che l’immigrato rimanga sempre un immigrato, per quanto permanente e continua possa essere la sua presenza […]” (p. 105).

Il migrante resta così intrappolato, sospeso, schiacciato dal paradosso emarginante del “provvisorio che dura”. Trasposta nell’ordine spaziale, tale condizione si traduce in una doppia assenza: essere solo parzialmente assenti là dove si è assenti – assenti dalla famiglia, dal villaggio, dal paese – e, nello stesso tempo, non essere totalmente presenti là dove si è presenti – per le molte forme di esclusione di cui si è vittime nel paese di arrivo. Un miscela di contraddizioni che può diventare lacerante e che viene vissuta dai più spossessati come “un inferno ricoperto da un lenzuolo o, in apparenza, da un tappeto immobile fatto di tristezza, di angoscia e di sofferenza” (p.193).

Permanentemente gravato dal sospetto di sedizione, di “perdizione”, se non altro per i modelli che importa nei suoi rientri estivi “da turista”, l’emigrato può arrivare a essere qualificato come jayah. Semplificando molto le complesse stratificazioni semantiche di questo termine, possiamo dire, riprendendo Sayad, che l’emigrato jayah è “colui che ha ‘disertato’ la sua comunità, colui che non è di alcun vantaggio – materiale o simbolico – né per sé, né per i suoi (non esserlo per i suoi è anche non esserlo per sé)” (p. 140). Contrariamente agli emigrati che si conformano a ciò che da essi ci si attende, “gli emigrati tacciati di essere jayhin erano emigrati solo perché contravvenivano o tendevano a contravvenire alla morale del loro gruppo […]” (p. 141).

Tale immagine si riverbera nell’idea di rinnegamento, di voltafaccia che il vocabolario popolare attribuisce alla naturalizzazione francese, in ragione anche del fatto che, nel caso dell’Algeria, “la nazionalità, in base alla storia che ha presieduto alla sua formazione, è diventata ed è ancora l’oggetto di un investimento intenso e multiforme: certamente patriottico e politico, ma anche religioso, culturale, linguistico, sociale, tecnico (addirittura “razziale”) ecc.” (p.311).

Ma l’essere “fuori luogo” può tradursi (come ben sappiamo anche in Italia) in forme stigmatizzanti ancora più drastiche nel paese di immigrazione, dove, nel migliore dei casi, l’immigrato è trattato da eterno assistito ed eterno “apprendista”, “come un bambino a cui bisogna insegnare a comportarsi bene (tecnicamente e moralmente), a conformarsi alle regole e alle esigenze, e in breve “a vivere” secondo le regole della società di immigrazione” (p. 283). A questo riguardo, Abdelmalek Sayad esprime una critica radicale di tutti quei termini di derivazione coloniale quali “integrazione”, “adattamento”, “assimilazione”, “minoranza”, “inserimento”: più che parlarci dei problemi dell’immigrato, tutta questa terminologia identitaria, che dissimula una molteplicità di orientamenti normativi, ci informa sui problemi della società di approdo e delle sue istituzioni di fronte agli immigrati. Ancora più lapidari suonano i pareri di alcuni intervistati, che vale la pena citare:
– “Vorrebbero che fossimo francesi, ma allo stesso tempo ci viene fatto capire che non riusciremo mai a raggiungerli. È questo che chiamano integrazione” (p. 352).
– “Allora, qui che cosa sei? Sei solo una busta paga, per mesi. Senza busta paga non sei accettato, non hanno fiducia in te. Le buste paga sono fatte per questo: gli devi dimostrare che lavori, che hai lavorato per loro. Senza quelle, sospettano che tu abbia vissuto alle loro spalle […]” (p. 66).

In ultima analisi, lo statuto discriminato dell’immigrazione, la filosofia del sospetto e le reazioni di rigetto rendono esplicito ciò che lo stato è e quelle che sono le sue funzioni. Per Sayad pensare l’immigrazione significa pensare lo stato. È lo stato che pensa se stesso pensando l’immigrazione, “perché l’immigrazione rappresenta il limite dello stato nazionale, quel limite che mostra ciò che esso intrinsecamente è, la sua verità fondamentale. Lo stato, per sua stessa natura, discrimina e così si dota preventivamente di tutti i criteri appropriati, necessari per procedere alla discriminazione, senza la quale non esiste stato nazionale” (p.368). Ma, aggiunge Abdelmalek Sayad, “sembra che questa funzione sia più imperativa, e dunque più prescrittiva, nel caso dello stato repubblicano, nello stato che aspira a un’omogeneità nazionale totale, cioè a un’omogeneità su tutti i piani: politica, economica, culturale (specialmente linguistica e religiosa) ecc.” (p.369).

La riflessione sull’immigrazione rinvia dunque al “pensiero di stato”, figlio di un’ideologia centralizzatrice e nazionalista che rimuove le differenze “interne” ed esaspera le differenze “esterne”: “Le nazioni e i diritti che esse si sono date in materia di nazionalità non amano i conflitti di nazionalità […]. Tutte e tutti vorrebbero un’appartenenza nazionale che escluda ogni altra forma di fedeltà a qualche altro potere, anche quando questo non sia, propriamente parlando, politico” (p. 327).

Ma l’immigrato, con la sua implicita contaminazione sovversiva nei confronti dell’ “integralismo” nazionale, “ci obbliga – come afferma Pierre Bourdieu nella Prefazione – a ripensare da cima a fondo la questione dei fondamenti legittimi della cittadinanza e della relazione tra il cittadino e lo stato, la nazione o la nazionalità” (p.6).

In tale direzione, la via tracciata dalla sociologia delle migrazioni di Sayad richiede – come ha efficacemente espresso Salvatore Palidda nell’Introduzione all’edizione italiana – “di liberarsi da ogni etnocentrismo e pensée d’Etat, considerando i migranti né soltanto come originari di, né come emigrati, né come immigrati, ma appunto come esseri umani che, oggi più che mai, spesso aspirano inconsapevolmente a un’emancipazione politica che forse può trovare spazio solo in una visione del mondo libera dalle costrizioni a subordinarsi ad appartenenze specifiche” (p. XI).

I cambiamenti di grande ampiezza che oggi si evidenziano con i processi di globalizzazione annunciano dissidenze multiple, nuovi rapporti di identità, insieme alla comparsa sulla scena di nuovi protagonisti. Tra questi, le numerosissime donne che, sempre più, affrontano l’avventura, i costi, i rischi e le dislocazioni che la migrazione comporta da primo-migranti e non solo (come sembrerebbe pensarle esclusivamente Sayad) in quanto familiari al seguito del “capo-famiglia”. Spiace davvero che in questa importante opera poca attenzione venga dedicata alla realtà delle donne, e in particolare alle donne algerine – assassinate, stuprate, mutilate a centinaia negli ultimi decenni -, alle loro lotte per i diritti di cittadinanza, alla loro ostinata e quotidiana resistenza3. Note

1 A. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato. (Prefazione di P. Bourdieu. Edizione italiana a cura di S. Palidda), Cortina, Milano, 2002.

2 P. Bourdieu, L. Wacquant, “The Organic Ethnologist of Algerian Migration”, in Ethnography, 1-2, 2000, pp. 182-197.

3 Tra i numerosi resoconti e scritti, si vedano, in particolare, le opere della scrittrice e cineasta Assia Djebar, oltre a libro della giornalista Giuliana Sgrena, Kahina contro i califfi. Islamismo e democrazia in Algeria, Datanews, Roma, 1997.