Le loro case

Ho chiesto loro dei libri, mi hanno raccontato le loro case.[1] Quelle lasciate oltre i confini, oltre i mari o le terre separate, le case portate nel cuore di cui raramente parlano e spesso sognano, ricordando gli spazi in cui si muovevano da bambini e da bambine, i luoghi dell’infanzia e di un’altra esistenza. Mi hanno parlato di relazioni, quelle che annodavano attorno al libro e alla lettura che ancora nutrono la loro memoria. Così Jacqueline Spaccini, evocando le prime letture, racconta gli spazi e soprattutto quel particolare legame che si crea condividendo la quotidianità. Lei a quattordici anni legge ad alta voce in cucina a sua madre che lavava i piatti dopo il pranzo. Il libro scelto, racconta Jacqueline, fu la novella di Giovanni Verga Rosso Malpelo. “Il bene immenso che provavo per mia madre non si è mai concretizzato in parole d’affetto, usuali e semplici, che per esempio mio figlio rivolge a me. Il mio affetto senza parole, pudico, alla mamma trovai il modo di esprimerlo così, attraverso la lettura condivisa dei libri, noi due da sole, interrotte solo dall’ondeggiare dell’acqua saponata nel lavello, mentre gli altri fratelli giocavano e mio padre faceva la sua siesta quotidiana. Uno spazio nostro.”[2] La vedo Jacqueline, vedo lei e sua madre in un casa che mi diventa familiare perché c’è la condivisione in un luogo intimo, un evento tra madre e figlia fatto da gesti semplici. Questo è la casa. Tra le sue pareti pulsa la vita. E’ così che io immagino la casa.
Vedo il piccolo Karim Metref nelle terre dei contadini cabili, in un Algeria all’epoca votata al socialismo. Sta nella casa del nonno dove abitava la famiglia allargata e sarà questa casa del che Karim si porterà dietro nella sua peregrinazione. Di questa casa, delle sue stanze e delle persone che l’abitavano, egli parlerà da vero pittore che disegna il quadro attingendo ai particolari  minimi.

Nella casa di mio nonno, dove abitavamo anche noi, c’erano varie stanze: la stanza principale, all’ingresso, quella da pranzo, vicino alla cucina, quella dei ragazzi, e quella delle ragazze, una di fronte all’altra come per un duello. Poi c’erano le stanze da letto dei grandi: quella di mia nonna, il cuore della casa sia fisicamente che simbolicamente. Un vero magazzino, la stanza di mia nonna. Dentro c’era di tutto. Un armadietto dove teneva le sue poche cose personali: qualche vestito e qualche foulard di ricambio. Un letto enorme che serviva sia da giaciglio che da spazio “posa-un-po’-di-tutto”. Poi dappertutto un ambaradan di cose diverse: strumenti di lavoro, cassette di documenti, coperte e cuscini, casse di frutta, casse di patate, verdure varie, il sacco del pane, quello della farina, quello della semola di grano per il cuscus bianco e quello più piccolo di semola di orzo per il cuscus scuro, i cestoni di fichi secchi e di mandorle, le taniche dell’olio d’oliva. É dalla sua stanza, sempre chiusa a chiave che mia nonna gestiva con mano di ferro l’economia domestica.
La stanza dei miei genitori faceva fronte a quella di mia nonna, poi in fondo al corridoio il regno di mio nonno. La sua stanza – in realtà la stanza degli ospiti che lui occupa in assenza di visitatori occasionali perché non sopporta il caos della stanza-magazzino della nonna che sarebbe anche la sua – , essenziale nel suo arredamento: armadio, letto e una sedia sotto la finestra, e sempre ordinata e pulita. Poi di fronte a quella di mio nonno, c’era la loro stanza: quella dei libri. La chiamavamo semplicemente “La bibliothèque”, in francese.[3]

In questo scenario si snoderà il racconto sui libri, sulle ideologie, sul colonialismo culturale, sull’amore, in modo particolare l’amore per il nonno. E infine, sulle relazioni di cui i bambini non sono soltanto dei meri osservatori, ma i protagonisti. Magari di second’ordine, ma pur sempre protagonisti. La casa, il paese, il viaggio e il sogno di un’altra casa, faranno da comparse.
Della nuova casa, la casa–desiderio, molti non riescono a delineare un’immagine definita, un concetto materializzante nella sua totalità. Nella mente portano iscritte le sue parti disgiunte, singole, i dettagli, le stanze, i corridoi, le finestre, le scrivanie… Sono le case-sogno. Di queste racconta Duška Kovačević  in un testo che già nel titolo annuncia un intero progetto: “Ho un sogno. Una biblioteca esagerata”. E prosegue:

Ho un sogno per la mia vita da abbiente: una biblioteca esagerata, una stanza larga e lunga piena di mensole, e quelle piene di libri, fin al soffitto.  (…) Questa biblioteca esagerata in mezzo alla quale piazzerei una comoda poltrona in pelle. E mi ci immergerei ogniqualvolta mi pungesse vaghezza, anche solo per respirare l’odore di carta vissuta e di vite. Vorrei ci fosse in questa stanza una finestra altrettanto esagerata, ovviamente sull’unico muro libero, e vorrei la luce naturale illuminasse le mie ricerche, lo scorrere dei miei polpastrelli lungo le copertine dei mondi racchiusi all’interno della mia biblioteca da urlo. Vorrei poter andare lì, e attingere, come un vampiro, ogni qualvolta avverto l’impulso di sete.[4]

Desideri di casa, di spazi confortevoli, accoglienti, che offrono protezione, sicurezza, bellezza. Sono le case da cui non si fugge, non se le abbandona, sono le nostre affidabili tane e le oasi di immense libertà. Poi, ci sono quelle che si è dovuto lasciare in ventiquattro ore senza poter mettere in pratica una qualsiasi scelta razionale di cosa mettere nella borsa, nella valigia, cosa portare con se in una fuga senza aver chiara in mente neppure la meta. Di queste case lasciate di là, dall’altra parte, ho raccolto molte testimonianze. Ho conosciuto le persone nelle loro nuove dimore vuote, prive di oggetti che possano testimoniare di un qualche legame con il mondo precedente, amicale, di una vita lasciata alle spalle. Ricordo la testimonianza di una donna fuggiasca dal Kossovo messo a ferro e fuoco dalle forze militari e paramilitari serbe e dalle bombe della Nato che piovevano dal cielo. Lei in fuga, ovviamente da clandestina, il passaggio del confine sloveno-italiano guidato dai paesseur balcanici spietati che lasciano le persone nel bosco indicando loro vagamente “Il confine è laggiù!”, non facendosi sfuggire l’occasione a derubarli di quel poco che portano con se. Magari una borsa con dentro il necessario per la sopravvivenza, un album di fotografie, un’essenza di memoria. Di questo mi ha parlato Elvane, la giovane in fuga con il bambino di pochi mesi. Ho salvato la sua testimonianza senza intervenire, la riporto senza correzioni:

Ho lasciato il Kossovo… Quei giorni in cui sono scappata via, sono dovuta salutare con tutti i miei parenti per me è stato pesante pesantissimo lasciare il mio posto dove sono nata, dove son stata nata, poi dopo dove erano nati i miei figli, cioè è stato anche per me kossovara veramente pesante. Sì, abbastanza, cioè sento mi manca il mio posto. Mi manca il mio giardino grande dove andavo a giocare con i cani. Cioè mi manca anche la mucca della vicina, che ogni tanto portava pane mangiare. Avevamo una casa e questa vicina aveva mucca, capre tutto. Io ogni tanto mangiavo sto pane e allora andavo a portare alla mucca. La mucca era felice e contenta quando mi vedeva a me.[5]

Purtroppo, nel mio lavoro di sociologa ho avuto modo di raccogliere tante testimonianze dei fuggiaschi balcanici. La loro storia non è mai di sola migrazione. E’ di sopravvivenza e di rifiuto della guerra. E’ di voglia di ricominciare. A volte molto lontano dal paese che non c’è  più. Come capitò a Merima Hamulić Trbojević, che da una Bosnia in fiamme, separata forzatamente dai maschi della famiglia, dal marito e dal figlio, ripara prima a Trieste e successivamente, con l’aiuto delle associazioni della società civile, emigra in Australia. Lì la raggiungerà il marito, giornalista, e il figlio minorenne che oggi è un bel ragazzo bosniaco, cittadino australiano. Merima custodisce nel cuore la terra natia, nonostante sia ormai da due decenni un affermata esperta che si occupa dell’inclusione degli immigrati a Sidney. In un suo racconto autobiografico, la casa e l’infanzia in un paese in pace, saranno gli indiscussi protagonisti.

Nel nostro appartamento avevamo una stufa in cucina, alimentata a legna e a carbone… Sulla stufa si cucinava d’inverno, si facevano le nostre pite[6] e con il suo calore si riscaldava l’intero appartamento. Papà era il più bravo a mantenere il fuoco, noi ci radunavamo attorno alla stufa, ascoltavamo lo scoppiettio della legna e del carbone, spesso aspettavamo che il coperchio della stufa diventasse rosso acceso e dalla tonalità del colore riuscivamo a capire quanto caldo avrebbe fatto e quanto sarebbe durato il fuoco… Un giorno mia madre ha deciso di utilizzare la cucina calda, durante l’inverno, per i nostri bagni… Nella stanza da bagno faceva troppo freddo, la piccola stufa elettrica non riusciva a scaldarla a sufficienza. La mamma ha comperato una bella, vecchia mastella, l’ha sistemata  al centro della cucina, ha preparato pentole, pentolini e brocche per versare l’acqua… Papà accendeva la stufa, il coperchio diventava rosso e finalmente cominciava il nostro bagno… Il profumo del fuoco si mescolava con il profumo del sapone (non avevamo shampoo) e poi, con il tempo, la cucina diventava un luogo nebbioso e soffocante nel quale si sentiva solo la tosse di mia mamma che soffriva di asma, e gli strilli felici di noi tre, che eravamo contente e soddisfatte di questo calore e del fatto di condividere il rito tutte e tre insieme. Non si doveva aprire e chiudere spesso la porta della cucina, in modo che l’aria fredda non potesse entrarvi fin che noi tre aspettavamo ognuna il proprio turno. Tutto era meglio di una stanza da bagno fredda. Allora, da bambine piccole, non capivamo quanta fatica costava a nostra madre donarci la possibilità di godere di questi piccoli piaceri…
Ma il meglio veniva alla fine… Su tre sedie, ogni figlia aspettava il suo pigiama pulito, inamidato e stirato. L’odore, l’odore di questi pigiama non si poteva paragonare a nessun’altra cosa al mondo! Non so ancora oggi cosa la mamma usasse a mettere nell’amido che preparava da sé, ma la freschezza che sprigionavano i nostri pigiama era per noi il miglior profumo, di cui noi tre veramente godevamo. A volte sapevamo insistere per fare il bagno solo per avere alla fine quegli indumenti profumati… Li indossavamo – ognuna aveva un disegno diverso, per poterli distinguere – poi sedevamo sulle nostre sedie, fin che i capelli erano asciutti. Mia mamma usciva dalla cucina felice del lavoro portato a termine e per respirare un po’ d’aria fresca che le faceva bene. Poi, con il sorriso sulle labbra, si affacciava più volte alla finestra della cucina per controllare se i nostri capelli si fossero asciugati e per decidere quando si avrebbe potuto aprire la porta della cucina. Noi godevamo del profumo dei nostri pigiama e del calore della nostra piccola cucina, desiderose di rimanerci quanto più a lungo possibile. [7]

Le umili case dell’infanzia, dignitose e ricche di legami forti, cui immagini sono custodite gelosamente e portate con sé nel mondo, sono le case altrove, quelle Prime che ci hanno accolto. Sono diventate le case fuori, fuori dalla portata della realtà tattile, abitabile,  fuori perché semplicemente non esistono più, perché neppure il paese nel quale sono state erette esiste più. E nemmeno quelle interrelazioni umane così fitte e così stipate negli spazi ridotti, e allo stesso tempo spazi senza pareti, sono più realizzabili. Ora viaggiano sulla carta in dosi in cui il cuore lo consente, la mente lo formula e la mano lo consegna alla carta. Magari in lingue altre, non in quella materna. Per gli altri e per sé stessi.
La non realizzabilità non si riferisce soltanto al travagliato mondo balcanico, o ai sempre più numerosi luoghi dell’universo dove oggi impera la guerra. Un mondo altrettanto travagliato, separato in due, lo abbiamo vissuto nella vecchia Europa, troppo spesso inconsapevoli della profondità della ferita inflitta al cuore della Germania. Più di quattro decenni questa spartizione geografica, politica e ideologica ha attraversato la vita di milioni di persone. Eva Taylor, scrittrice italiana di origine tedesca e la sua famiglia costituiscono una particella infinitesimale di questa scissione alla quale ci eravamo pigramente assuefatti: la BRD e la DDR. Per molti solo sigle di un confronto di pugni di ferro sbattuti sulla mappa politica tracciata dalla guerra fredda, per altri la questione di vita e sopratutto di libertà.
Nel libro autobiografico “Carta da zucchero”[8], Eva ricorderà la fuga dalla DDR solo un anno prima che fosse eretto il Muro, ricorderà le tante case della sua vita che seguirono questo fatto fondante,  ma soprattutto parlerà della casa drüben, lasciata di là, all’est, vecchia, miracolosa, perduta e rimpianta per la quale nessun regime ha mai voluto riconoscere un risarcimento. La sua foto scattata negli anni sessanta accompagnò le altre trasferte della famiglia e la vita di Eva. Era sempre lei davanti ai suoi occhi.
“L’avevo davanti agli occhi, ma papà la descriveva come se fossi cieca, e ad ascoltare la sua descrizione era come entrarci dentro: in ogni stanza c’è una diversa temperatura, e la cantina rappresentava il forno della casa. Il caldo di quella casa nasce lì e sale ogni volta che si apre la porta della cantina. Come se in quella casa costruita con la fame bollissero ancora le vecchie giornate, le fatiche, i calcoli delle spese.”[9] Poi venne il  tempo dell’accoglienza all’Ovest fatta di stanze-scatole-multiuso popolate da parenti dove, lei bambina, ha vissuto da persona non in regola. Ricordi di umiliazione inflitti nel paese dell’agognata libertà.
“Non ho mai avuto la chiave di casa della zia. (…) Ero una non in regola. Una che aveva il certificato C, che era conosciuta come rifugiata per motivi politici, che aspettava il suo diritto al sussidio statale per vivere, per abitare, per studiare.”[10] In seguito, ci sarà l’appartamento assegnato alla famiglia liberata da convivenze obbligate, un appartamento abitato da tante ombre con un balcone-ombra divenuto la nuova scatola dove lei giocava da sola. Una bambina spesso sola, impaurita dalle ombre, attenta ai racconti degli adulti che si scambiavano visite per Kaffè und Kuchen dividendo i lunghi pomeriggi colmi di silenzi e di racconti sempre uguali, accompagnati dai movimenti delle dita che tracciavano le località da dove erano partiti: la casa, la scuola, la chiesa, gli amici, le feste, la fuga. Un mondo ex di uomini e donne accomunati dalla vita sdoppiata. Sistemati nelle nuove case, vuote, asettiche, colme di stanze che “respiravano a modo loro, non in sintonia con noi, che passavamo lì dentro le nostre ore.”[11]

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[1]  Il contributo riprende le testimonianze che ho raccolto nel  volume Libri migranti, ed. Cosmo Iannone, 2015 e in altre raccolte di testi di ‘scrittori migranti’ che ho curato.
[2] Jacqueline Spaccini, “I libri in tasca”, in M. Richter ( a cura di) Libri migranti,  Cosmo Iannone, 2015, p. 89
[3] Karim Metref, “Io, mio nonno e i libri”,  Ibid,  p. 191
[4] Duška Kovačević,  “Ho un sogno. Una biblioteca esagerata”, Ibid, p. 182
[5] Melita Richter (a cura di) Migrazioni e memorie delle donne, Arcipelago, ed. C.A.C.I.T., Trieste, 2010, p. 65
[6] Tipica pietanza balcanica fatta di pastasfoglia, verdure, formaggi o di frutta di stagione.
[7] Merima Hamulić Trbojević, “Pigiama”, in Lorenzo Dugulin e Melita Richter (a cura di) Sapori Incontri Fragranze , ed. C.A.C.I.T.  Coordinamento delle Associazioni e delle  Comunità degli Immigrati della provincia di Trieste, p. 17
[8] Eva Taylor, Carta da zucchero, ed. Fernandel, 2015
[9] Eva Taylor,  ibid, p. 103
[10]  Eva Taylor,Ibid.,  p. 102
[11] Eva Taylor, Ibid, p. 102