Le Ragazze di Benin City

Laura Maragnani e Isoke Aikpitanyi
Le Ragazze di Benin City
Melampo     2007

Francesco Cosenza

E quindi ora ti spiego che la tratta non è solo un problema di sesso, di puttane e di clienti. La tratta è anzitutto un affare colossale. Un business. E’ una schiavitù che rende un mucchio di soldi e questi soldi se li dividono bianchi e neri, in perfetto accordo. Sulla pelle di noi ragazze non nasce solo la fortuna di gente come la maman (protettrice) che ho visto su un giornale, seduta su un divano a Benin City, circondata da pile alte così di soldi. Ci sono anche i bianchi perbene, quelli che non picchiano mai i figli o la moglie, quelli che magari la domenica vanno in chiesa, hanno un bel cane, bravi vicini, una reputazione su cui non appare mai l’ombra di una macchia. Sono questi che vendono i visti, che organizzano i viaggi, che ti fanno passare senza dare nell’occhio dentro agli aereoporti. Sono i poliziotti venduti, gli avvocati delle maman, i mediatori, gli affittuari. Un sacco di brava gente che ha fatto fortuna grazie al traffico delle ragazze di Benin City.

Ma agli occhi di tutti sono loro le cattive.
Le puttane.
Quelle che danno scandalo per le strade.
Quelle che pagano sempre per tutti.

da Le Ragazze di Benin City di Laura Maragnani e Isoke Aikpitanyi (Melampo 2007, pp. 198-199)

Questo è il riassunto perfetto del contenuto del libro inchiesta scritto a quattro mani dalla giornalista italiana e dalla ragazza di Benin City costretta a prostituirsi per pagarsi il viaggio verso l’Italia e per aiutare la famiglia rimasta in Africa. Il libro parla espressamente di tratta delle schiave ed è opportuno ricordare che la città, ora capoluogo della regione di Edo nella Nigeria sudorientale, fu un tempo capitale del Regno di Benin, famoso per il traffico di schiavi verso l’occidente. Quindi niente di nuovo sotto il sole, tranne il piccolo particolare che molti pensano alla schiavitù come a una vicenda del passato remoto. Invece un libro come questo ci ricorda che per sconfiggere la mala pianta dello schiavismo c’è ancora molta strada da fare.
Il testo è interessante anche e ovviamente per il fatto che a scriverlo sia una immigrata clandestina insieme a una giornalista italiana. Sembra di fare un tuffo nel passato, a vent’anni fa, quando i primi migranti avevano l’urgenza di raccontare la loro storia, il loro viaggio, il loro sradicamento e il ri-radicamento in terra straniera. Anche in Isoke – Izogìe nella sua stagione di prostituzione e conseguente sdoppiamento esistenziale presente in tutte le ragazze – c’è l’urgenza di raccontare la tragica storia di migliaia di nigeriane costrette alla prostituzione. Poche – le salvate – emergono dall’abisso, parecchie – le sommerse – non ne usciranno vive, molte si adeguano ad una vita d’inferno senza orizzonti e senza speranze.
La scrittura è immediata, fluente, coinvolgente: diario in cui l’io narrante, la prostituta, parla con la giornalista che registra il racconto in forma diretta e poi lo rielabora in sede di trascrizione. Il testo è scorrevole come un reportage e si legge tutto d’un fiato e si rimane esterrefatti dalla vita parallela che queste ragazze svolgono. La sapienza narrativa è data dal continuo dialogo tra l’io nigeriano e l’ascoltatrice italiana. Ed è molto presente la richiesta d’aiuto sotto forma di ascolto. Anche il rapporto tra le prostitute e i clienti italiani talvolta è fatto più di ascolto che di sesso. La parola è fondamentale, sia nella richiesta di dialogo da parte di clienti con evidenti problemi famigliari, sia da parte delle prostitute che, quando trovano il frequentatore disponibile, lo rendono depositario dei propri drammi e delle motivazione che le hanno spinte a ‘sbattere’ in strada. Sbattere è usato in tutto il libro quasi ad ogni pagina al posto del più usato ‘battere il marciapiede’. La ripetitività di questo termine può risultare fastidiosa, ma rende precisamente il senso del lavoro di queste ragazze.
Nel raccontare la propria storia, dalla partenza da Benin City – attraverso un viaggio a rischio della propria vita – fino all’approdo a Torino, Isoke non omette nulla. Né le colpe dei trafficanti di giovani schiave, quasi sempre minorenni, né le colpe delle famiglie che rimangono in Nigeria, che si rendono spesso complici dei malavitosi, né di tutti coloro che in Italia contribuiscono al mantenimento della prostituzione su scala industriale.
Il racconto delle varie vicissitudini, sia della protagonista, sia delle sue compagne di sventura, si dipana velocemente sulle pagine con una scansione lucida e incalzante: alcune vite racchiuse in poche righe, altre in alcune paginette, ma tutte molto efficaci nel rendere l’inadeguatezza dell’esistenza di queste peripatetiche. Molte di esse vivono segregate tra il marciapiede e la casa della tenutaria, la maman. E per il resto frequentano solo negozi africani, parrucchieri africani, locali africani, discoteche africane, ecc. ecc.. Quasi come se vivendo in Italia avessero ricreato uno spicchio d’Africa, anzi della Nigeria, o meglio proprio di Benin City, senza nessuna comunicazione con il resto del mondo. E’ come se si buttasse in fondo all’oceano l’acquario chiuso ermeticamente con dentro i pesciolini rossi.
Nessuno scambio con la società circostante, tranne quello mediato dai clienti. Universo dei clienti che dà uno spaccato dell’Italia triste e degradato. Ma alcune ragazze si ribellano, a costo della vita, e riescono a sganciarsi dal marciapiede. Sono poche le fortunate. Tra queste anche Isoke che conosce un italiano bravo con cui si sposa. La sua vicenda è interessante anche perché alla fine del suo percorso crea una struttura per non lasciare sole le altre ragazze nigeriane. Quelle che chiedono esplicitamente aiuto. Non sono molte perché alcune si sono rassegnate, altre si sono convinte che la vita di strada sia meglio della vita onesta che offre solo lavori noiosi e claustrofobici. Altre ancora sono convinte di essere naturalmente destinate alla prostituzione. La Casa di Isoke – così si chiama la struttura di accoglienza costituita in quel di Aosta dall’autrice insieme a suo marito – non costringe nessuna a smettere di prostituirsi, né fa opera di recupero sociale come fanno i preti di strada, ma dà aiuto e rifugio a chi vuole uscire volontariamente dal giro della prostituzione, della droga, del traffico d’armi.

Milano 5-3-2011            (f.c.)