Luoghi incerti

Stefanie Golisch
Luoghi incerti
Cosmo Iannone    2010

Christiana de Caldas Brito

Il 12 febbraio del 2011, nella Biblioteca Dergano-Bovisa di Milano, il professore Raffaele Taddeo ha organizzato un convegno per festeggiare i vent’anni  della Letteratura della Migrazione. Nel convegno,  Maria Teresa Arabo, persona che ammiro per la sua squisita sensibilità, mi disse: “Voglio che tu conosca una scrittrice. Secondo me, voi due siete in sintonia.” Si riferiva alla scrittrice tedesca Stefanie Golisch, autrice di Luoghi incerti,  il libro numero 19 della  collana “Kuma creola, scritture migranti”, curata dal professor Armando Gnisci. I libri di questa collana, editi dalla Cosmo Iannone, non hanno alcuna immagine o disegno nelle loro copertine ma si distinguono, gli uni dagli altri, dal colore. Quello di Stefanie Golisch è celeste. Ricorda il cielo di Magritte.

        Prima di pubblicare in Italia, Stefanie Golisch oltre a molti racconti, aveva nel 2006, pubblicato in Germania Pyrmont, la storia di una donna mandata ad uno Spa per ritrovare la salute e proprio lì finisce per impazzire.

        Luoghi incerti è il primo libro scritto in lingua italiana dalla Golisch. L’autrice mi ha rivelato che non avrebbe potuto scrivere il testo nella sua lingua madre. È interessante questo aspetto liberatorio della scrittura migrante: la lingua straniera apre più facilmente le porte dell’inconscio e facilita l’accesso a fatti che nell’idioma di origine sarebbero stati censurati. “La lingua straniera”, dice Stefanie, “mi ha dato la possibilità di guardarmi da fuori, di aprire questa specie di processo” che i lettori trovano in Luoghi incerti. “La mia scrittura”, dice ancora la Golisch, “è introspettiva. Mi interessa aprire la realtà per rendere visibile i molti strati in essa contenuti.”    

        Già dall’incipit, la scrittrice è audace, osa vedere la realtà con parole e occhi nuovi. Il primo capitolo, il suggestivo “Aprire una stanza” (pag. 7), inizia così: “Da quando l’ho sentita per la prima volta, questa frase mi ossessiona: non si può essere allo stesso tempo ciò che si è stato e ciò che si è. La capisco così: bisogna congedarsi definitivamente. Abbandonare la vecchia pelle come il serpente in qualche cespuglio e non guardarsi mai più indietro, se non per mandare al diavolo gioiosamente il proprio passato.Senza rancori, senza rimorsi. Senza cercare di risolvere questioni irrisolvibili. Un po’ come una vecchia diva al suo ultimo concerto.Je m’en vais.”

        Donna coraggiosa, la Golisch, quando lascia “i paesi bugiardi dell’infanzia”. Partire per lei è un elemento fondamentale nella ricerca della verità sia psicologica che storica. Il suo libro è un viaggio nei luoghi incerti della memoria, in posti che appartengono anche a persone per lei importanti, come la città dove è nato suo padre. Partire significa ritrovare familiari, vecchi amici, scrittori amati, figure che occupano la sua mente.

        I lettori sentono subito la sincerità di Stefanie. I suoi luoghi sono incerti perché incerta è la vita. Colpisce in questo libro  l’audacia delle domande scomode le cui risposte sono ancora più scomode. Quando ha voluto indagare sul passato del suo paese, quando ha voluto capire la Shoah,  alle sue domande, a casa e a scuola, non ha trovato che imbarazzo e silenzio da parte di tutti, un silenzio-rifiuto incapace di gettare luce su quel che era successo. “Voglio la verità dietro la verità, e per scoprirla devo entrare in quel labirinto di mistificazioni e inganni che pare sia senza fine.” (Pag. 186). Commovente la sua visita ad Auschwitz,  la sua decisione di tradurre Selma Meerbaum-Eisinger , morta in un campo di concentramento in Ucraina, un’azione quasi simbolica  per fare giustizia e alleggerire il tragico peso dell’olocausto che il  popolo tedesco porta sulle spalle.

        Il libro di Stefanie Golisch sfugge alle classificazioni: letteratura di viaggio? Memorie? Autobiografia? Frammenti di vite? Ricordi? Niente di questo e tutto questo. Può un’autrice scrivere il romanzo dei suoi pensieri? Sì che può. È quello che Stefanie Golisch ha realizzato con maestria e originalità in Luoghi incerti.

        Durante il convegno a Milano,  è stato letto dal gruppo teatrale Bovisa, un brano tratto dal settimo capitolo che ha per tema Leggere. Nel sentire le idee di Stefanie, mi sono ricordata delle parole di Maria Teresa Arabo e le ho dato ragione:sono stata subito catapultata nel mondo di Stefanie ed ero totalmente a mio agio:“Leggere era ed è tuttora il mio modo di stare nel mondo. Ho bisogno della presenza dei libri ovunque io sia, come oggetti, amici, protettori.” E, più avanti,  l’autrice dice che i libri l’hanno “consolato e tormentato, portato in alto e in basso, mi hanno aperto gli occhi e me li hanno chiusi di nuovo. Mi hanno esaltato e deluso. Ho trovato in essi me stessa e i miei mille contrari.” (Pag.117).

        È interessante notare che il capitolo precedente a Leggere è esattamente Vivere!  Che differenza c’è tra leggere e vivere?

        Per Stefanie Golisch, non esiste alcuna differenza. Le letture hanno lo stesso sapore della vita. Quando racconta quel che ha letto, in realtà parla di esperienze che hanno la stessa qualità della vita, e quando parla degli autori, si riferisce a degli amici:  Rilke (il poeta preferito), Klaus Mann, Celan, Nabokov, Bachmann e Tolstoj  sono alcuni di loro.

        Il testo della Golisch è una passeggiata nella letteratura, nella poesia, nel mondo reale. “Poetare significa vivere, poesia come seconda voce, terra inesplorata, paese ancora innocente dove sono libera di dire tutto ciò che nella realtà non ha né luogo né destinatario. Le mie poesie sono il mio rifugio, il mio tentativo di stabilire un rapporto con il mondo e di collocarmi in esso.” (Pag. 124).

        Dopo aver frequentato il corso di Lettere nella Facoltà di Germanistica all’ l’Università a Bonn, la Golisch non accetta, come le è stato insegnato, che la letteratura sia separata dalla vita. L’università la delude.

        Nata nel 1961, l’anno in cui è stato costruito il muro di Berlino,Stefanie sceglie come tema del suo dottorato di ricerca, lo scrittore tedesco  Uwe Johnson (1934-1984), che ha vissuto il dramma della divisione della Germania e che ha fatto del muro di Berlino il centro della sua opera letteraria. Coinvolto nel dilemma morale tra le due Germanie, Uwe Johnson credeva nella DDR e nei suoi ideali, ma quando i sovietici hanno represso con la violenza dei carri armati la rivoluzione degli operai, Johnson affrontò la responsabilità morale della sua delusione. Scrisse contro l’autorità dittatoriale, subendo tutte le conseguenze del suo coraggio. Criticò il comunismo della DDR, e criticò anche il capitalismo della Germania occidentale.

        Trovo interessante pensare che la zona di provenienza di Uwe Johnson  sia esattamente la zona di origine dei miei avi materni.. Jung avrebbe chiamato “sincronicità” questa coincidenza.

        Johnson, nato nella Pomerania orientale e vissuto sia nella Germania dell’est che nella Germania dell’ovest,  sia negli Stati Uniti che in Inghilterra, divenne una quasi ossessione per Stefanie. Lei si tuffa nell’opera di Johnson, legge i quattro volumi di I giorni e gli anni e le altre sue opere, finendo per vedere il mondo con gli occhi dello scrittore. Alla pagina 81, la Golisch dice che  il suo dottorato di ricerca “testimonia la storia di un innamoramento.”  Come Johnson, anche la nostra autrice diffida  “del grande edifico compiuto, del senso ultimo, trovato e stabilito una volta per sempre” e si rifiuta di“accettare delle autorità indiscusse.” (pag. 125).

        La verità cercata da Stefanie Golisch non è una risposta soddisfacente alle tante domande, ma è proprio quello che dà senso alle domande stesse. Scrivere per lei è ” un “atto morale.” (pagina 79).”

        Luoghi incerti non ha a che fare con la retorica o con la genericità della vita ma con la vita reale, vissuta e afferrata nello stupore delle sue contraddizioni, problema molto sentito dalla nostra autrice.

        La lettura di Stefanie Golisch mi ha fatto riflettere sull’utilità delle incertezze nella vita. Ogni persona dovrebbe coltivare i propriLuoghi incerti. Quando si è in possesso di certezze, corriamo il rischio della stagnazione e dell’intolleranza. Dopo la lettura, mi sono domandata: quali sono i miei luoghi incerti? E mi è venuta la voglia di ricominciare daccapo  il libro della Golisch.

Per sapere di più sull’autrice, veda il suo blog letterario:www.lapoesiaelospirito.worldpress.com

24-04-2011