L’uomo alla finestra

anna belozorovitch
l’uomo alla finestra
Besa 2007

raffaele taddeo

Il genere del poema lo si considera appartenente alla tradizione più che alla scrittura letteraria del nostro tempo. In versi infatti, dopo la rivoluzione romantica si scrive la lirica, mentre il racconto, di solito  è affidato alla prosa, anche perché sul piano linguistico la narrazione è più legata al plurilinguismo, cioè al linguaggio che il sociale, sempre mutevole, sviluppa, crea, riorganizza  metabolizzando e assimilando tutti i fattori che contaminano una lingua, dagli agenti interni, a quelli esterni.
Già nella letteratura italiana alla fine del secolo scorso Attilio Bertolucci dava alle stampe La camera da letto,un poema  di vicende familiari, riprendendo una tradizione che aveva avuto il suo massimo splendore, dopo Dante, nel 1500 con Ariosto e Tasso.
Da qualche anno a questa parte si stanno cimentando nel genere del poema alcuni scrittori che possiamo inserire nell’ambito della Letteratura della migrazione.
Gëzim Hajdari negli ultimi anni   ha composto quattro poemetti, ma l’intera sua opera assume sotto alcuni punti di vista la dimensione poematica.
Anche il testo di Anna Belozorovitch, l’uomo alla finestra uscito nel 2007 è un poema, un racconto in versi. E tuttavia è anche qualcosa di diverso da un poema. Questo genere di composizione assume spesso anche la dimensione epica perché gli eroi (i personaggi), la vicenda si pongono su un altro piano temporale, diverso dal presente, ma che non è puro passato, è un passato “sub specie eternitatis”.  Il testo in versi della scrittrice russa mantiene invece la dimensione della contemporaneità, tipica quindi del romanzo.
La storia è tenebrosa, quasi a sottolineare il carattere oscuro, insidioso, torbido di quella specie di animale che è l’uomo. Ne emerge il tratto di un protagonista dal carattere cupo, combattuto, incapace di conoscersi, che ama il buio piuttosto che la luce. I momenti più cruciali delle sue azioni avvengono di sera o notte. Lavora di notte. E’ sotto alcuni aspetti il carattere torbido che si riconosce in tanti libri della letteratura russa, come quelli scritti da Dostojeschi.
Il nucleo drammatico si organizza intorno al desiderio dell’io narrante di uscir fuori dalla sua condizione di emarginato, di diverso per la sua inclinazione al delitto, mediante la confessione, il richiamo ancestrale ad un rito, a cui non si crede, ma che agisce nella sua opera di giustificazione al di là dell’intenzione di chi ascolta e di chi parla. L’inconscio affidarsi a qualcosa che agisce “ex opere operantis” in questo caso  al di là delle intenzioni sia di che esercita il sacramento che di chi ne è beneficiario. Ma nel medesimo tempo la consapevolezza che il suo marchio comportamentale, di cui non si scevera la causa, è quello dell’annientamento dell’altro che si è accostato molto a lui in qualunque modo, fisicamente, ma anche spiritualmente. Così è capitato con la madre. “Mi copro fino alle orecchie, e serro gli occhi./ E la coperta puzza e punge, e serro gli occhi,/ se no, mi chiede se sono affamato, / se no, mi viene addosso con il suo fiatone, se no, si offende che non voglio che mi tocchi.” E ancora più avanti “Eppure eccola, si china, pian pianino. / No! Un bacio no! No, non lo fare…/ E’ qui, adesso, calda, guarda. / So che mi guarda./…/La mano nei capelli. / mi ha rotto l’equilibrio, / Mi ha sconvolto l’ordine.”
Ma capita lo stesso con l’amico che si è avvicinato spiritualmente troppo a lui provandone compassione, ma come accade anche per una ragazza che di lui si è innamorato e che ha creduto di poterlo capire e cambiare. “Ed ecco che capisco, mi accorgo, con orrore…/ no, non può essere…lo è:/ la compassione!” “Quello che so non lo dirò a nessuno:/ perché so anche che potrai cambiare”.
In una riflessione col confessore dirà:”sembrava che punissi ogni involontario contatto”.
La prossimità diventa per lui un ostacolo, un trauma. “La nera solitudine e la disperazione,/ la compagnia e il contatto come la prigione,/ e la chiusura come libertà.”
C’è nel personaggio dell’io narrante la consapevolezza di essere un diverso, un disappartenente al resto dell’umanità “..quel mio muovere seguiva una chiara via:/ fare una radice della mia non appartenenza”, “Era un motivo solo, chiaro/ appartenevo ad un’altra razza.”
Nell’accostarsi ad una chiesa, al simbolo della religione, ad invocarlo istintivamente, anche se con riluttanza, il protagonista di questo romanzo-poema tenta un estremo recupero della sua   inappartenenza: “Devo provare a capire: sì,/ qualcuno ha provato ad indirizzarmi, a correggermi,/ conoscermi, ascoltare, intuire o guidare,/…/M’ha regalato il perdono/…/ se tutto ciò che ho fatto non m’ha reso incomprensibile,/ non era impossibile per chiunque altro, / e dunque…posso ancora…”.
Ma ogni pensiero sembra generare sentimenti contrastanti, dal rigurgito del suo marchio psicologico, che non gli danno tregua e sembrano farlo ripiombare nel suo “chiodo fisso di oltrepassare ogni limite”.
Sul piano metrico non abbiamo un verso definito, né una struttura rigida; il verso è libero,  qualche rima, in parti significative, compare qua e là.

Tuttavia il fluire dei versi assume un ritmo e una cadenza propria della poesia.

 

Maggio2009