Nûr eresia e besa

Gëzim Hajdari
Nûr  eresia e besa
Ensemble    2012

raffaele taddeo

Gëzim Hajdari cambia completamente registro e forma con questo dramma  o poema epico.  Narrazione in forma di poesia di una storia che assume i connotati di una tragedia a carattere essenzialmente epico per molti motivi: Il tempo della narrazione collocato all’epoca di papa Paolo III, il quale per combattere l’eresia protestante fonda il Santo Ufficio e l’inquisizione; la valorizzazione della forma giuridica orale del Kanun e delle sue componenti che, poco conosciute in Italia e in Occidente, vengono da Gëzim messe in luce nelle sue forme più umane e più significative; il ricorso a vere forme mitiche leggendarie quali i xhin.

L’analisi perciò del testo di Gëzim Hajdari va fatta sotto diversi aspetti e piani: il piano narrativo, perché comunque di una narrazione si tratta, il piano poetico veicolato da alcuni elementi simbolici presenti e illuminanti.

Piano narrativo. La vicenda è incentrata sulla figura di un personaggio Gëzim, che trasferitosi dall’Albania nella terra della Roma papale con l’intenzione di portare pace e fraternità sale su una croce, come il crocifisso Gesù. Accusato di peccato e vilipendio della tradizione e fede cristiana viene catturato e condannato a morte come una sorta di eretico. La madre Nûr, viene a conoscere quanto sta accadendo in Italia al suo Gëzim e implora i xhin, anime malvagie mitologiche, perché la aiutino a liberare Gëzim dalla prigionia romana e dalla morte. Offre la sua vita purchè ciò avvenga. Portatosi a Roma  nel momento  in cui il figlio sta per essere bruciato a Campo dei fiori i Xhin attaccano i soldati, si sviluppa una battaglia che dura una settimana, alla fine sono sconfitti e Gëzim viene bruciato. Nur ritorna in Albania nella sua Darsia e si lamenta perché sua figlia,  Doruntina,data da Gëzim in sposa ad un principe Boemo, non possa tornare da lei a consolarla. Gëzim aveva fatto la promessa (la Besa) che avrebbe riportato la sorella nel momento in cui la madre ne avrebbe avuto  bisogno. Sebbene morto  viene fuori dalla tomba e va a riprendere la sorella per riportarla dalla madre. Quando gliela riconsegna lui stesso ritorna nella tomba e madre e figlia muoiono.

Non sono solito inserire un sunto della vicenda narrativa dei testi che tratto, questa volta lo ho fatto perché, come afferma Barthes,  sono i rapporti fra le funzioni e/o le sequenze che determinano i sensi e i significati delle vicende narrate. Il primo aspetto da considerare è l’assunzione della crocifissione da parte di Gëzim. Che significato può avere? E’ possibile che si creda che nella cultura cristiana l’imitazione della crocifissione possa essere ritenuta  blasfema? Forse che nelle feste pasquali in non poche cittadine italiane non  ricordino la passione di Cristo proprio ricorrendo alla messa in croce di persone fedeli? Tradizione che risale all’epoca medioevale. E’ mai intervenuta la Chiesa su questo? Sul piano del comportamento secolare della Chiesa chi si fa mettere in croce per ricordare Gesù Cristo non è mai stato ritenuto blasfemo, né condannabile a morte anche da parte di un tribunale dell’inquisizione, a meno che il suo gesto non gli arrechi ferite che rischino di portarlo a morte.  Penso che Hajdari conosca a fondo questi aspetti e quindi il gesto per cui viene condannato deve necessariamente assumere un altro significato. Porsi forse come un altro Dio? Ma non traspare questo elemento in tutto il poema. Oltretutto sarebbe stato sufficiente che il personaggio  Gëzim del poema propagandasse qualsiasi tesi luterana per incorrere nella accusa di eresia e quindi venire condannato al rogo, in accordo con quanto storicamente avveniva allora. C ‘è qualche altra ragione, qualche altro elemento da considerare. Da una parte vi è il rapporto con i valori del Kanun, specialmente quello relativo alla ospitalità, dall’altra la consapevolezza che il racconto del dramma epico può avere attinenza con la realtà presente.  Il Gëzim, personaggio del dramma potrebbe rappresentare il migrante in genere e specialmente quello moderno che si mette in croce perché accetta tutte le sofferenze che oggi l’essere migrante comporta e proprio per questo viene ulteriormente vilipeso e accusato. Si pensi al reato di immigrazione clandestina. L’altro aspetto è che vuole essere una accusa feroce alla società moderna che non riesce a considerare l’ospitalità come qualcosa di sacro, così come invece è nel codice orale del Kanun.

Un secondo aspetto che va considerato  sul piano narrativo è riferibile alla morte dei Xhin nel combattimento che sostengono a Roma. Come mai muoiono, sono distrutti?   Insieme al Kanun i Xhin rappresentano il legame che il personaggio Gëzim  ha con la tradizione del territorio albanese. Anche qui molte domande sorgono. D a una parte l’azione di Gëzim tende a perpetuare, ad eternizzare i valori del Kanun specialmente quello riferibile alla ospitalità. La drammaticità di tutto il testo sta nel fatto che per estendere i valori della fratellanza, dell’ospitalità Gëzim viene giustiziato. E’ la condanna contro la società attuale che  ha perso ogni valore. Tuttavia nel momento in cui Gëzim si trova fuori dal suo territorio d’origine gli elementi mitologici che la stessa madre ha invocato per la sua salvezza falliscono. In questi rapporti di funzioni narrativi intravedo ancora una volta la linea della deteritorializzazione non perché ci sia un stradicamento ma perché tutti gli aspetti e gli elementi del territorio non valgono o sono del tutto inutili nella reimpostazione di una vita migrata. Gli stessi valori culturali propri del territorio di origine devono essere modificati, reimpostati  perché possano essere applicati. Sta in questo la contraddizione fra l’interpretazione dell’ospitalità della madre di Gëzim e quella data da Gëzim stesso.  Su questa linea interpretativa la stessa morte di Gëzim si pone come elemento necessario alla introduzione di nuovi valori, di nuova “religione”. Abdelmalek Smari nel suo libro “L’occidentalista” pone l’accento sul fatto che quando si crea una nuova religione è necessario anche identificare un nuovo dio che comunque deve essere sacrificato. In questo caso Gëzim che vuole creare un nuovo rapporto di fratellanza reimpostare i valori del Kanun per una diversa società è un nuovo dio che deve essere sacrificato ai fini della affermazione dei nuovi valori, della nuova “religione”.

Terzo elemento che va preso in esame riguarda proprio le funzioni finali del dramma epico di Hajdari. Gëzim ritorna proprio come la leggenda di Costantino per dare esito compiuto alla”besa” fatta a sua madre perché sia possibile far ritornare la sorella, Durantina, sposata a un principe boemo nel momento in cui Nur ne avesse sentito la necessità per trovare conforto a causa di una disgrazia o per rafforzare un evento gioioso.  Egli risorge dalle ceneri, trova la sorella, la conduce alla madre, ritorna nella sua tomba, ma madre e figlia muoiono. Perché queste morti? Solo per dare senso tragico al dramma epico costruito da Hajdari? Sarebbe una giustificazione troppo semplicistica. Propp quando cercò di giustificare l’assoluta identità della organizzazione formale delle fiabe di magia affermò che le ragioni potevano essere duplici, o risalenti a fatti storici, per cui vi è quasi una trasmissione storica, essendo unica la derivazione umana, pur nelle diverse regioni della terra, oppure vi è quasi un marchio psicologico per cui quando si scrivono fiabe di magia ne viene fuori, a qualsiasi gruppo umano si appartenga, o in qualsiasi parte della terra o del tempo storico questo avvenga, che   una struttura formale che è sempre quella pur con le infinite variazioni di intreccio.  Nel caso del dramma epico Nur le morti si devono ascrivere alla funzione del  “ritorno”, perché ogni ritorno porta con sé un risvolto negativo, ogni ritorno porta con sé una condanna sia per chi ritorna sia per chi il ritorno l’ha invocato o atteso. Ho dimostrato che almeno sul piano letterario il ritorno felice è impossibile perché l’uomo ha bisogno di sentire il proprio cammino come una progressione, un andare avanti. Anche una concezione ciclica che prevede un ritorno (Giovambattista Vico, Mircea Eliade, le stagioni, la stessa creazione) non riesce a riprendere da una posizione identica alla precedente perchè comunque è passato del tempo e situazioni nuove si sono avverate. I corsi e i ricorsi della storia non potranno mai essere del tutto identici. Un ritorno quindi che presuppone un fermare il tempo è un anacronismo che sul piano immaginario viene descritto come infelicità, insoddisfazione, impossibilità.

Sacralità, religiosità miticità sono riposte anche in altri espedienti narrativi: l’affidare la voce narrante ad una specie di aedo, il Lahutar; il ricorso al numero sette in diverse occasioni come il numero dei figli della r, Nûrgiorni di combattimento dei Xhin con i soldati romani.

La poesia di Nûr  si sviluppa piana perché deve rispondere alla funzione della narrazione, ma sempre su toni elevati. Siamo certamente di fronte ad una evoluzione del sentire poetico di Gëzim Hajdari  che certamente ci riserverà altre gradite sorprese.

Luglio 2012