Ode nascente

Cheikh Tidiane Gaye
Ode nascente
Edizioni Dell’Arco    2009

raffaele taddeo

La silloge Ode Nascente offre in maniera eclatante la cifra poetica più significativa di Cheikh Tidiane Gaye. Intanto la poesia del poeta senegalese si costruisce attraverso sperimentazioni terminologiche tese al raggiungimento di modulazioni sonore pregnanti e stimolanti.
Sotto questo aspetto le rime interne, le assonanze, le allitterazioni, le consonanze sono espedienti per ricercare quella sonorità risentita nella sua lingua d’origine.
Come esemplificazione: “il tuo sguardo un traguardo”,  “il tuo nome è ode”, “vento fresco”.
Non so se la scrittura prima è avvenuta in  italiano o in francese, ma è evidente il lavorio di laboratorio nell’idioma italiano.
Il libro si presenta anche con una versione francese a fronte, lingua d’origine, modalità che ormai incomincia a serpeggiare nella letteratura  della migrazione, con Ribka Sibbatu, Gezim Hajdari e altri.
Accanto alla ricerca terminologica vi è anche una ricerca metaforica che sembra forse l’aspetto dominante di tutta la raccolta.
Ci sono poesie pregne della ricerca di immagini più che di una proposta di un significato denso.
Così ad esempio nella poesia “Ramata”, un inno alla bellezza della donna vista in molti suoi aspetti fisici.
Se a questo elemento si aggiunge il fatto che la versificazione è del tutto libera non si può non vedere nella poesia di Cheikh qualcosa di simile alla poesia di d’Annunzio.
Tuttavia l’impegno civile e sociale, pur in versi dominati dalla ricerca di metafore è sempre presente specialmente quando il poeta senegalese tocca aspetti della sua terra. “Il mio paese piange/ canta sotto le macerie/ e pianta rancore nel giardino dell’amore” e ancora “oggi il mio paese è un cimitero che accoglie corpi innocenti /la terra non pulsa con vitalità”.
L’intensità emotiva, la dedizione alla sua terra, al suo paese assume aspetti epico-lirici nella poesia
“Terra mia”, e in alcuni passaggi, momenti di accorato dolore: “Sorella mia/ che dolore,/ ho saputo che le tue acque marine non sono più azzurre/ e il tuo cielo non è più sereno,/ ma accogli i nipoti/ e seppellisci la loro disperazione./ O Lampedusa, / perla sabbiosa, stenditi come una stuoia, / sii accogliente per asciugare le nobili lacrime./ I nostri nipoti i tuoi nipoti hanno sofferto/ come gli avi/ come le madri/ come i padri/…”
In più di un’occasione lancia messaggi di riconoscimento della tradizione poetica occidentale come nella poesia “In memoria di Dante”, ma anche con vere e proprie citazioni come nel seguente verso “Al banco della notte bruna” di chiara reminiscenza dantesca, almeno nel suono, perché al canto IX del purgatorio così dice “La concubina di Titone antico già s’inbiancava al balco d’oriente”
Ma riconoscimento anche alla forma della poesia occidentale e italiana in particolare riprendendo la struttura del sonetto con le due quartine e le due terzine.
Alcune poesie sembrano rapide illuminazioni liriche come nelle poesie “Silenzio”, “Voce”, “Parola”, “Rima”, “Saggezza”, “Pianti”.
Ma la silloge si chiude con due lunghe poesie, quasi brevi poemi – la forma poematica non si addice completamente perché in queste poesie manca una storia -, la prima rivolta alla madre e la seconda, “Il soffio”, che sembra una risposta alla precedente. Le immagini, le metafore si susseguono con ritmo incalzante e con accentuata musicalità così da lasciare il lettore in un’atmosfera di elevato senso di  sinfonia.
L’impegno poetico di Cheikh Tediane Gaye da una parte è alla ricerca di una ibridazione sonora fra i suoni derivati dalla poesia del suo paese, da quella francese e dalla lingua italiana. Compito non facile, ma i cui risultati attuali sembrano sicuri e inducono a sperare conquiste sempre più limpide, dall’altra è tesa a una configurazione di una poesia che non sia priva di impegno civile e sociale, così come è opportuno che sia chi pone al centro della sua ricerca l’aspetto della negritudine, pur in una continua ricerca di metafore e immagini sempre più significative e intense.

19-11-2009